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Il mondo non è più in bianco e nero

Perchè sulla Siria ci si divide

di Italo Nobile

Nella replica ad una mia critica alle posizioni di Joseph Halevi sul regime siriano degli Assad, lo stesso Halevi e Cinzia Nachira affermano quanto segue:

1. I regimi arabi hanno causato più morti tra i palestinesi che non gli Israeliani.

2. La difesa che si fa degli Assad è retroattiva perché si difendono anche molti episodi in cui l’esercito siriano, spesso con il via libera degli Stati Uniti, di Israele e della Lega Araba ha commesso stragi di massa.

3. Ad Hama nel 1982 l’esercito di Assad padre attaccò la città e furono uccise tra le quindicimila e le ventimila persone, dopo la rivolta dei Fratelli Musulmani che provocò trecento morti. Una rappresaglia in senso classico e assumere questa argomentazione come “spiegazione” di un eccidio (furono rastrellati anche gli ospedali) significa accettare la logica con cui in Europa la destra e l’estrema destra, insieme ai revisionisti e negazionisti di ogni risma, mettono sullo stesso piano la resistenza e le rappresaglie fasciste e naziste.

4. Non è, quindi, una questione legata alle dinamiche innescate dalle rivolte arabe, ma dal fatto che molti, per non dire tutti senza esclusione, sostenitori del clan Assad lo fanno in nome di due cose:

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Robot, intelligenza artificiale e reddito universale

Il 16 febbraio il parlamento europeo ha approvato una relazione della commissione giuridica per un diritto civile sulla robotica allo scopo di suggerire un percorso per stabilire «principi generali e principi etici relativi allo sviluppo della robotica e dell'intelligenza artificiale per uso civile».

Le istituzioni (quanto meno quelle europee) si pongono il problema di essere preparate all'imminente scenario in cui le interazioni tra robot, intelligenze artificiali ed esseri umani sono in continuo aumento e si stanno configurando come un aspetto fondamentale della società contemporanea, dalla vita quotidiana alla produzione industriale passando per medicina e commercio: «La commissione JURI ritiene che i rischi posti da queste nuove interazioni debbano essere affrontati con urgenza, garantendo che una serie di valori fondamentali si applichi in ogni fase del contatto tra i robot, l'intelligenza artificiale e gli esseri umani. In tale processo si dovrebbe accordare un'attenzione particolare alla sicurezza umana, alla privacy, all'integrità, alla dignità e all'autonomia».

Dal punto di vista istituzionale il problema è quello di regolare la responsabilità in caso di incidenti, i diritti di proprietà intellettuale e proprietà dei dati, ma anche affrontare la questione di come rispondere al problema occupazionale che, con il procedere dell'automazione,

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Il vero principio di sovranità e la notte della politica

di Roberto Esposito

DA QUALCHE tempo torna a circolare la parola “sovranità”. Sovranisti si autodefiniscono Matteo Salvini e Giorgia Meloni, ma anche Nigel Farage e Geert Wilders, per non parlare di Marine Le Pen, che per prima ha tirato la volata a tutti gli altri. Sovranisti si dichiarano partiti di estrema destra come l’Afd tedesco e lo Jobbik (significa “meglio a destra”) ungherese. E insieme a loro, sempre più scalmanati, gli ultranazionalisti rumeni, bulgari, slovacchi. Il loro motto è naturalmente “Europa dei popoli”. Il loro progetto è restituire ai popoli europei piena sovranità territoriale, politica, economica, minacciata da una finanza globale che ricorda, nei loro accenti, la plutocrazia giudaica dei tempi andati. Naturalmente la Brexit e l’elezione di Trump soffia il vento nelle loro bandiere. Se questi può annunciare “America first”, perché anche noi non dovremmo ritirare la sovranità ceduta all’Unione Europea e riprendere in mano i nostri destini? Se Trump costruisce un nuovo muro a sud, perché anche gli Stati europei non dovrebbe blindare le frontiere nazionali che Schengen aveva aperto. Naturalmente per difendere i valori dell’Occidente, minacciati dal contagio dei naufraghi della terra. In difesa dei nostri posti di lavoro, si dice, ma anche, insieme, del nostro patrimonio etnico.

Ora tutta questa paccottiglia ideologica ha davvero qualcosa a che vedere con la categoria di sovranità?

la citta futura

Vita e morte nei luoghi di lavoro

Anche i bisogni più naturali sono a discrezione di una concessione aziendale

di Carmine Tomeo

Il PD si spacca sulla data del congresso e delle elezioni; Sinistra Italiana si spacca sull’alleanza con il PD che si spacca sulla data del congresso e delle elezioni; la dirigenza del Prc a congresso ripropone un’aggregazione con quella sinistra che si spacca sull'alleanza col PD che si spacca sulla data del congresso e delle elezioni. Nel frattempo, mentre dal Pd alla sinistra ci si arrovella in questa sorta di “Fiera dell’est”, mentre si aprono tavoli di qua e si chiudono porte di là, mentre qualche esponente politico tenta di riposizionarsi in vista delle prossime elezioni politiche, i lavoratori continuano a subire ricatti nei luoghi di lavoro ed a vivere condizioni che superano il livello della decenza.

Certo, la fatica di lavorare e l’ansia di mantenere un posto di lavoro non devono essere spiegate a chi subisce il ritmo imposto dalla catena di montaggio, o a chi si spacca la schiena in un cantiere; né, tanto meno, a un precario della logistica, a chi lavora in un call center o fa l’insegnante precario in una scuola. Ma a chi oggi pensa che lavoratori, disoccupati, precari, immigrati, abbiano bisogno di un nuovo centrosinistra, come se un’aggregazione politica (politicista), pure al 10-15 per cento, possa rappresentare la via d’uscita dalla precarietà di lavoro e di vita, forse è il caso di spiegare quello che avviene nei luoghi di lavoro.

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Il modello tedesco ... in salsa italiana

di Pasquale Cicalese

“I contratti stipulati di recente hanno introdotto alcuni importanti elementi di novità. L’accordo siglato alla fine di novembre per il comparto metalmeccanico – relativo a circa un quinto del monte retributivo del settore privato oltre a non contemplare incrementi sino alla prossima estate (prolungando così alla metà del 2017 la fase di marcata moderazione salariale), stabilisce che gli aumenti successivi siano determinati ex post, con frequenza annuale e in base alla dinamica realizzata dell’indice dei prezzi al consumo (al netto dei beni energetici importati). In tal modo si modifica la regola fissata dall’accordo interconfederale del 2009, che prevedeva aumenti definiti su un orizzonte triennale in funzione dell’andamento atteso dello stesso indice. Una clausola che lega gli incrementi retributivi all’inflazione passata è stata introdotta nel dicembre 2016 anche nel contratto per il settore del legno ed è stata ripresa nella piattaforma presentata dalla parte datoriale del comparto tessile, dove è ancora in corso la trattativa. Rispetto al totale dei contratti, quelli che prevedono meccanismi di indicizzazione ex post (incluso il contratto del comparto tessile tuttora in fase di negoziazione) rappresentano al momento circa un terzo del monte retributivo del settore privato. Il legame delle retribuzioni con l’inflazione passata, anziché con suoi valori previsti o programmati, può tradursi in una maggiore inerzia nell’andamento dell’inflazione stessa (come avveniva con la scala mobile abolita dal protocollo del 1993);

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“Dominanti e dominati”

di Elisabetta Teghil

Ci sono delle evidenze che definiscono dominanti e dominati prima ancora di qualsiasi indagine sociologica e analisi ideologica.

La definizione positiva è quella che concerne il gruppo o l’individuo costruito come razza e/o sesso, la designazione negativa, ovvero la non-designazione, si applica all’Altro. I bianchi, ad esempio, non fanno parte delle “persone di colore”: il bianco, il referente, non ha colore. Analogamente nella designazione dell’appartenenza di sesso, la categoria differenziale è quella di donna. Non occorre nominare l’uomo, è l’implicito delle categorie sessuali.

Tra uomini e donne storicamente si è sviluppata un’asimmetria, per cui le donne sono differenti dagli uomini, mentre gli uomini non sono differenti. Gli uomini sono.

Ma la differenza sessuale è stigma di un antico rapporto di dominio e di sopraffazione, emblema dell’ideologia naturalizzante dei rapporti sociali tra i sessi.

Quello che definisce l’appartenenza al gruppo dominante è la possibilità indefinita, cioè la possibilità giuridica di non avere interdizioni rispetto alle pratiche del gruppo dominato.

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Renzi spacca il Pd, si rompe l’ultimo partito di regime

di Redazione Contropiano

Difficile dire per quale ragioni il Partito Democratico si avvii stancamente alla scissione. Difficile, vogliamo dire, invidividuare ragioni “programmatiche e ideali”, come si sente dire in questi giorni, che distinguano effettivamente il campo renziano (molto scosso anche al proprio interno) dai vecchi tromboni ulivisti. Ovvero da Bersani – che rivendica ancora oggi di esser stato “l’unico ad aver fatto liberalizzazioni” – D’Alema (che ha regalato Telecom alla cordata guidata da Colaninno), il governatore toscano Rossi (che privatizza l’acqua regionale violando il risultato e quindi il vincolo referendario) e via elencando.

Sul piano pratico, sulle cose fatte – che sono poi le uniche che si possano giudicare in politica – l’assemblea nazionale del Pd è composta da una folla indistinguibile di neoliberisti senza se e senza ma. Gente che ha votato la riforma Fornero sulle pensioni, il jobs act, la “buona scuola”, e ancor prima quel “pacchetto Treu” (1997!) che ha aperto le dighe alla precarietà di massa, legalizzata e perenne, in questo paese. E non basta davvero canticchiare qualche strofa di “bandiera rossa” (peraltro epurata della parola “comunismo”), o sbrodolare qualche frase contrita sulle “disuguaglianze intollerabili”, la “precarietà diffusa”, “i giovani”, “i lavoratori”.

Eppure stanno scindendosi.

la citta futura

Europa: tosatura a due velocità

di Ascanio Bernardeschi

Di fronte ai sempre più visibili segnali di implosione dell'Unione Europea e dell'euro, la Merkel propone di distinguere i “buoni” dai “cattivi”. Il fine resta la tosatura delle classi subalterne

Per renderci conto che ci si avvicina all'implosione delle istituzioni europee e della moneta unica, basta mettere in fila una serie di fatti.

1. Le regole che governano l'euro stanno provocando una crescente divaricazione fra le condizioni economiche delle diverse nazioni. Mentre i paesi forti, la Germania in primis, stanno registrando forti avanzi delle bilance commerciali con l'estero, cioè esportano più di quanto importano, e le loro esportazioni contribuiscono ad assicurare uno sbocco alla capacità produttiva, i paesi periferici, impossibilitati a compensare con il ricorso alla svalutazione monetaria la loro inferiore competitività, registrano forti disavanzi commerciali e pertanto soffrono molto di più l'impatto della crisi economica mondiale. Anche il rispetto dei parametri in fatto di bilancio pubblico – rapporto debito/Pil e deficit/Pil – è assai difficoltoso per i paesi più deboli. Non così invece per la Germania, anche perché tali parametri sono stati “cuciti addosso” all'economia tedesca.

Nonostante il massiccio intervento della Banca Centrale Europea con la riduzione dei tassi di interesse e il quantitative easing, tale divergenza non accenna a ridursi.

casadellacultura

Essere al livello delle macchine

Ovvero le società della prestazione

Ippolita

Pubblichiamo qui l'articolo Essere al livello delle macchine, ovvero le società della prestazione, recentemente uscito su Corpi, menti, macchine per pensare, n4 di viaBorgogna3 Magazine.

Ippolita è un gruppo di ricerca indisciplinare attivo dal 2005. Conduce una riflessione ad ampio raggio sulle 'tecnologie del dominio' e i loro effetti sociali. Pratica scritture conviviali in testi a circolazione trasversale, dal sottobosco delle comunità hacker alle aule universitarie

Le società sembrano esigere un livello di prestazione in costante aumento. A livello di microcosmo, i singoli individui devono esibire un reddito adeguato, ma anche una forma fisica non mediocre; viene loro richiesto di aumentare i consumi personali, anche per il benessere collettivo; sono spinti a migliorare la propria salute, incoraggiati a crearsi nuove opportunità di amicizia, frequentazione, e così via. L'insoddisfazione è una caratteristica strutturale. A livello macro, per rimanere nei parametri fissati da accordi internazionali, gli stati nazionali devono mostrare un continuo miglioramento dei loro risultati complessivi, soprattutto devono esibire una crescita economica senza flessioni, prestazioni finanziarie elevate sui mercati finanziari, bilance commerciali positive e così via. Nessuno di questi prerequisiti sembra essere negoziabile, e sembra riguardare tutte le società contemporanee, a prescindere dalla collocazione geografica.

manifesto 

Lotta alla patologia del pensiero unico

Cristina Morini

L’ambivalenza del potere ai tempi della pervasività repressiva, dall’Università all’attivismo. A partire da «Ora e sempre No Tav. Pratiche del movimento valsusino contro l’Alta Velocità», di Roberta Chiroli per Mimesis. La tesi di laurea, che valse a una studentessa una accusa della magistratura, diventa un libro

Quando, all’inizio dell’estate dello scorso anno, il giornale locale La nuova di Venezia pubblicò la notizia della condanna di Roberta Chiroli per i contenuti della sua tesi di laurea sul movimento No Tav discussa all’Università Ca’ Foscari, fu con qualche smarrimento che cominciammo a raccogliere informazioni su quanto era successo.

Nel tempo, abbiamo imparato a conoscere bene i trattamenti che il potere riserva ai dissidenti, a chi ha il coraggio di opporsi ai dogmi e non smette di «dire la verità», a chi non si accontenta di come va il mondo: perseguitati, oltraggiati, messi al margine in ragione di idee e di un agire troppo distante da ciò che viene ufficialmente disposto.

Scomodi, da far sparire oppure da punire per fornire insegnamenti a tutti. Ma, nonostante questa consapevolezza, i due mesi di reclusione comminanti dal tribunale di Torino per una ricerca in antropologia, a partire da una richiesta di sei mesi avanzata dal Pubblico ministero, appaiono un’enormità.

soldiepotere

Bolognina, Lingotto, Leopolda, capolinea

Carlo Clericetti

"La grande speranza della sinistra post comunista, dalla Bolognina in poi, era che la morte dell'ideologia avrebbe reso più viva la politica. Più viva e più libera di abbracciare la realtà", scrive Michele Serra. Alla manifestazione della Bolognina, nel 1989, il segretario del Pci Achille Occhetto dichiarò che erano necessarie "grandi trasformazioni", non escluso il cambiamento del nome, Partito comunista, che avrebbe simboleggiato una svolta radicale.

Lo shock che aveva generato questa svolta era stato la caduta del muro di Berlino, a sua volta simbolo del fallimento e della resa del comunismo sovietico. Ma il fatto stesso che avesse provocato uno shock fu un indice della cattiva coscienza del Pci, che teoricamente aveva abbandonato da tempo l'Urss come "paese guida", aveva dichiarato di non perseguire più quel modello sociale, proclamato la sua scelta di campo per la Nato, teorizzato il "Compromesso storico" e l'Eurocomunismo. Perché, dunque, la sanzione del fallimento del modello sovietico avrebbe dovuto provocare uno shock?

Ma la questione più insidiosa non era "la morte dell'ideologia" che Serra oggi celebra come una liberazione. Era - ed è ancora - il non capire che l'ideologia è la versione pietrificata di una visione del mondo.

peacelink

Nel mondo di Trump dove comanda il denaro, l'Arabia Saudita commette crimini e rimane impunita

Il padrino dell'ISIS la fa franca, grazie alle complicità

di Medea Benjamin*

Che l'Arabia Saudita sia il co-creatore e il principale finanziatore dell'ISIS, usato per imporre l'egemonia sunnita/saudita sull'intero Medio Oriente e Nord Africa, è da tempo un segreto di Pulcinella. Ora Medea Benjamin rompe il silenzio e denuncia le connivenze, con la Casa Saud, del governo e dell'imprenditoria statunitensi

Il divieto che il presidente Trump ha imposto ai musulmani non è soltanto meschino e, si spera, incostituzionale, ma è del tutto irrazionale perché non include il paese maggiormente responsabile della diffusione del terrorismo in tutto il mondo: l'Arabia Saudita.

Le restrizioni di viaggio per sette paesi a maggioranza musulmana sono state giustificate come mezzo necessario per impedire l'entrata negli Stati Uniti a potenziali terroristi; Trump, infatti, ha motivato il suo ordine esecutivo citando la tragedia dell'11 settembre 2001 e la sparatoria di San Bernardino. Tuttavia, bisogna riconoscere che nessun cittadino proveniente dai sette paesi messi al bando si è mai reso responsabile di una uccisione sul suolo degli Stati Uniti. Invece, risalta in maniera macroscopica l’ omissione dalla lista dell’Arabia Saudita, paese di provenienza di quindici dei diciannove dirottatori dell'11 settembre.

Tutelare ciecamente l'Arabia Saudita in questo modo non è una novità ; è stata la politica degli Stati Uniti fin dagli anni '30, con la scoperta del petrolio nella nazione del deserto.

manifesto

La volontà politica prende di petto la Storia

Fabio Frosini

«Come alla volontà piace», una raccolta di scritti di Antonio Gramsci sulla Rivoluzione d’Ottobre per Castelvecchi

L’agile raccolta di testi gramsciani degli anni 1917- 1918 curata da Guido Liguori (Antonio Gramsci, Come alla volontà piace. Scritti sulla Rivoluzione russa, Roma, Castelvecchi, pp. 144, euro 16,50) giunge per varie ragioni benvenuta. Nell’anno da poco iniziato, caratterizzato dalla doppia ricorrenza dell’ottantesimo della morte di Gramsci e del centenario della rivoluzione, essa ci permette infatti di rivisitare i primissimi momenti di un incontro che segnò in modo definitivo la personalità di un sardo sbarcato a Torino qualche anno prima per studiare filologia moderna, e diventato invece un rivoluzionario. Siamo così messi in diretto contatto con la concitazione di quei mesi compresi tra il marzo e il novembre 1917, concitazione dovuta non solamente alle notizie che venivano dalla Russia, ma ai drammatici avvenimenti italiani, dai moti per il pane a Torino alla rotta di Caporetto. Assistiamo al quotidiano tentativo di decifrare lo svolgersi degli avvenimenti russi e di combattere contro i detrattori di destra e di sinistra del bolscevico «forzare la “via”».

BISOGNA DIRE che Gramsci fu tra i pochi – in Occidente – a sforzarsi di dare una lettura della Rivoluzione che partisse da essa, invece di costringerla dentro qualche schema già pronto.

doppiozero

La passività delle masse

Vanni Codeluppi

Le società contemporanee hanno bisogno della massa, ma questa ha costituito un problema sin dal momento della sua apparizione, nelle prime forme di metropoli sviluppatesi durante l’Ottocento. Non a caso scrittori lungimiranti come Poe e Baudelaire, all’epoca, hanno avvertito l’esistenza di tutto ciò. La massa è problematica perché si presenta come un aggregato estremamente ampio di individui, ma privo di organizzazione e composto di soggetti isolati e incapaci di interagire tra loro in modo significativo. Gustave Le Bon, alla fine dell’Ottocento, nel celebre volume Psicologia delle folle (Longanesi), ha interpretato la massa come il risultato di un processo di omologazione: «Quali che siano gli individui che compongono la folla, per simili o diversi che possano essere il loro modo di vita, le loro occupazioni, carattere e intelligenza, il solo fatto di essere trasformati in massa li dota di una sorta di anima collettiva, in virtù della quale essi sentono, pensano e agiscono in modo del tutto diverso da quello in cui ciascuno di essi, preso isolatamente, sentirebbe o penserebbe e agirebbe. Certe idee, certi sentimenti nascono e si trasformano in atti soltanto negli individui costituenti una massa». 

La massa inoltre è un’entità in costante cambiamento, all’interno della quale gli individui si trovano insieme provvisoriamente, ma per proseguire poi ciascuno il proprio percorso.

mariosechi

Il manifesto politico di Mr. Facebook? E’ il superamento di Orwell

Mario Sechi

Mark Zuckerberg ha scritto il suo manifesto politico. “To our community”, così inizia il suo compitino tautologico per ammaestrare la massa. Cosa c’è dietro il suo “impegno”? Che cosa si cela dietro l’uso del social network come catapulta del potere? E’ il superamento di Orwell, l’ingresso in un mondo dominato dalla tecnica, dal programmatic advertising, dalla manipolazione della coscienza. Quello che segue è un mio articolo sul tema pubblicato nell’ultimo numero di Prima Comunicazione.  

* * * *

Trump ha vinto, ma non vincerà. Trump governa, ma non governerà. Trump è alla Casa Bianca, ma non ci sarà. Il movimento globale del Never Trump ha eletto il presidente della California (Hillary Clinton), fa oceaniche manifestazioni di piazza comandate da Madonna e Michael Moore e ha una visione per il futuro: Mark Zuckerberg presidente degli Stati Uniti nel 2020. I profeti della democrazia ridotti a fare il tifo per Mr. Facebook. I prossimi quattro anni saranno da Trumpennials, ma gli altri – oh, statene certi – saranno proiettati su Facebookland. Che meraviglia, il social network al potere, il superamento del grillismo dove Madison e Hamilton edificarono l’electoral college e la democrazia americana.

contropiano2

La narrazione tossica sullo Stadio occulta disgregazione sociale e tracollo delle periferie

di Rossella Marchini - Antonello Sotgia*

La giunta Raggi dice sì all’urbanistica del mattone finanziario. Non costruisce solo uno stadio. Di fatto mette in pulito, facendole diventare regole e norme, quello che i padroni della città hanno deciso di compiere. Non è una questione di assessori e di assessori dimissionari. A Roma si gioca intorno quell’ansa del Tevere la grande partita della rendita. Dovremo davvero accettare queste norme? Andiamo a vederle.

Da ieri Roma ha nuove regole urbanistiche. Da ieri sappiamo che scelte di piano e norme non servono a nulla. L’occasione è, naturalmente, rappresentata dallo stadio di Tor Pallotta (copyright affettuoso di uno speaker di Radiosport, la radio dei tifosi giallorossi).

A comunicare l’avvenuto “Ok. Si costruisca” è stato il vicesindaco Luca Bergamo che, per ribadire come si stesse facendo sul serio, ha ringraziato “la Roma per aver risposto alle sollecitazioni dell’Amministrazione capitolina”. Il direttore generale della società, a sua volta, si è detto sicuro dell’apprezzamento del lavoro fatto da parte della Roma. Fin qui cortesie fra ospiti. Seguiranno tavoli tecnici per mettere a posto le carte. Come si è sempre fatto una volta raggiunto l’accordo politico.

manifesto

Organizzare il campo aperto di una sinistra plurale

Michele Prospero

Le radici del fallimento del Pd risiedono nelle scelte originarie del Lingotto, a favore di un partito incolore e senza classe. Con la benedizione di Marchionne

Ed è scissione. Con ritardo, si registra un esperimento fallito. E si dice addio a un capo che altri danni presto procurerà alla democrazia in crisi. Nei media c’è chi lascia cadere sulla testa dei ribelli l’accusa di nichilismo. Per screditare i fuggiaschi, alcuni parlano di una scissione senza principi. Eppure al Testaccio gli insorti avevano riscoperto, come in Inghilterra, bandiera rossa.

Non c’entrano però i demoni del ‘900: la foto simbolo, di un evento che pure prospettava una rivoluzione socialista, era quella che riprendeva il Veltroni del Circo Massimo. Confusi pensieri. Nulla del Pd delle origini può aiutare chi vaga alla ricerca di una identità perduta. È il Lingotto l’origine del male, non la soluzione. Allora Veltroni stigmatizzò il conflitto come una brutta malattia, relegandolo nella cassapanca dell’800. Poiché lo scopo del capitale è solo il capitale stesso, senza il conflitto nessuno può sollevare questioni di giustizia per momenti di eguaglianza. Rinunciare al conflitto significa uccidere la politica e regalare il potere alle agenzie del capitale. Ovvero ai demoni del postmoderno.

Le radici del fallimento risiedono nelle scelte originarie del Lingotto in favore di un partito incolore e senza classe.

ilsimplicissimus

Con la Sapienza di poi

di ilsimplicissimus

Sono rimasto piuttosto sorpreso che sia stata ricordata a quarant’anni di distanza la cacciata di Lama dalla Sapienza da cui prese origine il cosiddetto movimento del ’77. Piacevolmente sorpreso da un lato perché pur nella giungla di ideologismi e modewrnismi tra le quali l’informazione si aggira come un predatore, ci sia ancora spazio per queste rimembranze di quando ancora esisteva la storia. Spiacevolmente sorpreso perché a tanti anni di distanza  sembra che ancora si abbia reticenza a parlare chiaro, per cui tutto l’effimero dibattito viene condotto con mirabile pressapochismo, evitando di porre domande e a maggior ragione di offrire risposte sensate. Si dice che quel 17 febbraio del 77 si consumò in maniera irreparabile il divorzio tra la sinistra movimentista e il Pci, compresi i suoi apparati di riferimento, ma se ne ignorano moventi, idee, circostanze, conseguenze, se si prescinde dall’aura di salvifica premonizione neoliberista che i chierici della notizia ci elargiscono.

Il problema è però che questo divorzio non solo era nell’aria, era palese e già da qualche anno, quindi non si capisce cosa abbia indotto il leader della Cgil ad entrare nella gabbia del leone, ossia alla Sapienza occupata dagli studenti, per giunta con la tracotanza di un servizio d’ordine formato da un migliaio di persone.

fulvioscaglione

Deir Ezzor: coraggio, parliamone

di Fulvio Scaglione

Uomini e donne di ottima volontà. Marciatori e marciatrici. Difensori dei diritti umani. Democratici sdegnati. Pacifisti. Intellettuali della buona causa. Aleppo è andata com’è andata ma comunque è finita e vi trovate un po’ con le mani in mano, con un sacco di energie da investire? Non temete, una ragione per mobilitarsi si trova sempre. Mai sentito parlare di Deir Ezzor?

No? Curioso, perché Deir Ezzor è una città della Siria, non lontana dal confine con l’Iraq, che da due anni e mezzo è assediata dall’Isis. L’Isis quello vero, quello che sgozza la gente all’ombra delle bandiere nere, non i “ribelli moderati”. Da due anni e mezzo, dunque, l’Isis è riuscito a occupare una serie di alture strategiche sul lato della città che ospita l’aeroporto e da lì bombarda e attacca senza sosta. Nell’ultimo mese, poi, i jihadisti hanno addirittura ricevuto rinforzi dall’Iraq (quelli che vanno su e giù nel deserto dell’Iraq, operando contro Palmira e Deir Ezzor senza mai essere visti dagli aerei della coalizione di 67 Paesi messa insieme dagli Usa di Obama e dall’Arabia Saudita di re Salman) e con quelli hanno scatenato un’offensiva che ha aperto un corridoio nelle difese della città.

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Privatizzazioni, il punto sui cui “la politica” muore…

di Claudio Conti

Del dibattito interno al Pd nulla è interessante. Almeno se si guarda a quel che i protagonisti di questo “scontro” dichiarano ai giornali e alle tv. Chi si affida a questa misera “fonte di disinformazione” difficilmente può farsi un’opinione sensata.

Usciamo quindi dagli insulsi personalismo di “leader” così opachi e minimi da far rimpiangere qualsiasi democristiano di 50 anni fa e cerchiamo di capire intorno a cosa sta avvenendo questa divisione. Se sta avvenendo.

I più informati non sembrano i cronisti della “politica”, ma gli editorialisti che masticano di economia e che seguono l’evoluzione dei dossier sui tavoli del governo, nonché i problemi che incontrano quanto debbono portarli ad approvazione.

Due editoriali a distanza di 24 ore, uno su Il Corriere della Sera, l’altro sul quotidiano di Confindustria, aiutano a capire qualcosa di più. Dario Di Vico, ieri, aveva consegnato le sue preoccupazioni sotto il titolo “Non si guarisce con spese e tasse”; oggi Giorgio Santilli rincara la dose con un più netto “La cattiva politica che insegue il populismo”. Con chi ce l’hanno, questi due campioni degli interessi delle imprese italiane?

I due guardano al governo, alle resistenze mostrate negli ultimi giorni nei confronti di un ulteriore “lenzuolata” di privatizzazioni.