sbilanciamoci

Tutte le truffe della finanza

Claudio Mezzanzanica

La manipolazione dei tassi di riferimento appare come un’azione sistemica da parte del mondo finanziario. Una sinistra capace di pensare all’Europa avrebbe dovuto guidare una battaglia per il risarcimento del maltolto

Dal 2005 al 2009 il tasso Euribor è stato falsificato da quattro banche : Deutsche Bank,Royal Bank of Scotland, Société Général, Barclays. L’Euribor, il tasso a cui sono legati i mutui dei cittadini europei, è stato alterato con accordi tra le quattro banche al fine di avere maggiori utili. Solo in Italia dei trenta miliardi di interessi pagati in quel periodo sui mutui erogati, si stimano che tre non fossero dovuti. Su scala europea il totale ammonterebbe a circa venti miliardi. Le quattro banche hanno pagato complessivamente una multa di 1,7 miliardi di euro. Hanno fatto un buon affare mentre le famiglie sottoscrittrici dei mutui hanno pagato mediamente 1.200 euro più del dovuto.

Dal 2006 al 2012 il tasso di prestito interbancario allo scoperto, il Libor è stato più volte manipolato. Sei banche sono state sanzionate , altre due condonate per aver aiutato le autorità ad aprire le indagini sullo scandalo. Il Libor ha un peso enorme sul mercato dei derivati, si stima che trecentomila miliardi di dollari ne siano regolati, ma il Wall Street Journal parla di ottocentomila miliardi. Inoltre influisce sui mutui, prestiti per la scuola per cifre sempre stimate in migliaia di migliaia di miliardi di dollari.

ilsimplicissimus

La più bella dell’anno: la Cia lamenta ingerenze esterne

di ilsimplicissimus

Non sono passati nemmeno 10 giorni dall’inizio del 2017 che abbiamo già la più bella battuta dell’anno: la Cia che si lamenta delle ingerenze esterne. Dopo 70 anni di intromissioni, interferenze, intrusioni, pressioni, stragi e colpi di stato in tutto il pianeta i poveri spioni americani piangono calde lacrime di coccodrillo, anzi di tirannosauro. Ma come si conviene a un’agenzia di spionaggio piange per qualcosa che non esiste, per una tesi priva di qualsiasi prova messa in piedi per volontà dell’asse Obama – Clinton e poteri grigi nel tentativo in extremis di sbarrare la strada a Trump. Si tratta della famosa accusa a Putin di aver determinato il disastro di Hillary piratando le sue lettere, praticamente in combutta con Trump.

Il piano era di lanciare questa tesi inquietante e stravagante assieme perché essa convincesse gli elettori a non votare il tycoon, ma una volta fallito questo obiettivo si è passati al piano B: insistere su questa tesi delirante per convincere i grandi elettori a tradire il voto ed eleggere comunque la Clinton. Andato in acido anche questo piano, si è passati alla fase C: non demordere dalle posizioni nella speranza che le accuse di ingerenza nelle elezioni a favore di Trump accompagnata da opportune provocazioni come le grandi manovre militari ai confini russi o l’espulsione di 35 diplomatici di Mosca dagli Usa, avrebbero fatto saltare i nervi a Putin dando così  inizio a uno scontro frontale e dunque anche a un impeachment intrinseco di Trump come agente del nemico.

ilcuoredelmondo

Fermare Trump a ogni costo. Anche con finti dossier sessuali

di Marcello Foa

Attenzione: lo scontro fra Trump e l’establishment americano ha raggiunto livelli inimmaginabili. Mentre la maggior parte dei media europei in queste ore titolano su Trump che avrebbe riconosciuto che la Russia è dietro gli hacker”, anfatizzando un’ammissione che in realtà è generica e chiaramente recalcitrante ( Trump ha ammesso che anche la Russia ha svolto attività di hacking negli Usa, sai che novità!, cosa ben diversa dall’ammettere che dietro tutte intercettazioni ci fossero i russi allo scopo fosse di farlo vincere), la vera notizia di ieri è la scoperta che le prove dei legami “indecenti” fra il neopresidente e il Cremlino è un falso clamoroso.

Un falso che i servizi segreti americani hanno certificato e trasmesso volontariamente alla stampa, in circostanze degne di un film di Hollywood. Riassumo brevemente.

Ieri il sito buzzfeed ha pubblicato il rapporto Top Secret di 35 pagine che era stato consegnato a Obama e a Trump nei giorni scorsi. La lettura di questo documento è interessante anche perché emerge come Trump abbia rifiutato le lucrative proposte di business formulate dal Cremlino. Ovvero: se davvero c’è stato un tentativo di corruzione non è andato a buon fine per stessa ammissione dei servizi americani. Non è un dettaglio secondario, ma quasi nessuno lo ha evidenziato.

fulvioscaglione 

Trump, è il momento di tifare per lui?

di Fulvio Scaglione

Chissà che Presidente degli Usa sarà Donald Trump. A dispetto di quanto sentiamo da settimane, nessuno può dirlo. Magari sarà un disastro, e non sarebbe il primo, alla Casa Bianca. In quel caso prenderemo atto, e lo stesso faranno gli americani. Nel frattempo, i tifosi travestiti da esperti (gli stessi che trovarono geniale l’idea di invadere l’Iraq nel 2003, esclusero la vittoria della Brexit e diedero per scontato il trionfo di Hillary Clinton) dovrebbero spiegare perché, per dire, Rex Tillerson, amministratore delegato e presidente di ExxonMobil e come tale conoscitore dei politici e della politica mondiale, dovrebbe essere un segretario di Stato peggiore della Clinton o di John Kerry. O perché l’ex generale Michael Flynn, due vite nell’esercito (una come soldato in innumerevoli missioni, l’altra come capo della intelligence militare) dovrebbe essere per Trump un consigliere per la Sicurezza nazionale peggiore di quanto lo sia stata Susan Rice per Obama.

Ma appunto: vedremo e capiremo. Per il momento, però, una cosa è certa: la vittoria di Trump ha fatto impazzire il sistema di potere che ha retto gli Usa negli ultimi decenni. Basta osservare quello che succede. L’Fbi è messa sotto accusa dal Dipartimento di Giustizia per essersi mal comportata, nel pieno della campagna elettorale, annunciando di aver ripreso le indagini su Hillary Clinton. La stessa Fbi che viene citata a sostegno della tesi che la Russia ha lavorato in modo decisivo per far vincere Trump.

militant

Dal no all’euro all’Europa liberale

Il curioso dietrofront di Grillo

di Militant

Il processo di “governizzazione” del movimento grillino assume oggi tratti talmente plateali da renderlo sospetto. Come volevasi dimostrare, il problema del M5S rispetto alla comunità europea non fu entrare nel gruppo parlamentare insieme all’Ukip, quanto oggi scegliere di uscirne, smascherando la sostanza provocatoria dei suoi (sempre più rari) attacchi all’Unione. Aderendo al gruppo liberale dell’Alde, per giunta (sempre che l’Alde stesso lo voglia, il che è tutto da vedere). La sinistra che sbraitava contro l’ignobile alleanza col nazionalista inglese dovrebbe festeggiare. Al contrario, il passaggio politico di questi giorni segna l’ennesima tappa del Movimento verso il definitivo addomesticamento con le politiche europeiste. Esattamente come Tsipras in Grecia, nel gioco di alleanze anti-euro si fa quello che la realtà consente. L’alleanza con l’Ukip, che significava compromettersi con una forza apertamente conservatrice, nazionalista e xenofoba, portava in dote la possibilità di battagliare contro la Ue dentro lo stesso Parlamento europeo. Farage, in questo senso molto più coerente del suo alter ego italiano, la Brexit l’ha portata a casa. Cosa ha portato a casa Grillo, scegliendo di terminare la sua alleanza nel gruppo Efdd? Nulla, ma con questa scelta si propone come candidato credibile agli occhi e agli interessi di quella borghesia che ha come unico obiettivo quello di cementare la costruzione europeista.

sollevazione2

La Corte obbedisce

di Leonardo Mazzei

Bloccati i referendum sui diritti dei lavoratori. A voucher ed appalti ci penserà il governo con una leggina, ad affossare il voto sull'articolo 18 ha provveduto oggi la Corte Costituzionale

Lunga è la storia delle sentenze politiche della Corte Costituzionale in materia referendaria. Inutile perciò stupirsi dello scandaloso pronunciamento di oggi. Scandaloso perché, al di là di appigli giuridici che sempre si possono trovare, la sostanza politica è chiara: sulla vergogna del jobs act lorsignori non consentono di discutere, tantomeno di votare.

La cosa è ancor più grave oggi, considerato quanto il tema della precarietà del lavoro sia sentito in questo momento nella società. Ed è ancor più grave dopo la grande partecipazione del 4 dicembre, che ha mostrato quanto sia forte il desiderio popolare di riappropriarsi dello strumento referendario. Forse è proprio per questo che si è voluto dare un chiaro segnale di chiusura. Insomma, il sistema si blinda.

Non facciamoci adesso ingannare dal fatto che gli altri due quesiti - sui voucher e sugli appalti - siano stati ammessi dalla Consulta. Su questi due temi siamo certi che non si voterà. Troppo facile è la strada di una modifica di facciata, giusto per cancellare il ricorso alle urne. Modifica che potrà avvenire nelle prossime settimane, o magari anche più avanti qualora il tutto venga superato dallo scioglimento delle camere, ma che comunque avverrà.

effimera

L’opzione autoritaria. Il patto Gentiloni piega la Consulta

di Joe Vannelli

La Corte Costituzionale ha reso nota la sua decisione e dichiarato inammissibile il referendum in tema di licenziamento.

Amato e Barbera, i due membri della Consulta legati al Partito Democratico, sono riusciti ad imporre al Collegio quanto gli uomini delle larghe intese pretendevano.

Non è una pronunzia di poco rilievo; è piuttosto la conferma di una svolta violentemente autoritaria che viene imposta all’intero paese. Non nascondiamocelo, sarebbe sciocco. Questa è una ferita consapevolmente inferta ai diritti residui, l’imposizione delle direttive provenienti dal complessivo governo europeo. Ci spiace, ma non ci sorprende; lo avevamo messo in conto.

Sia chiaro. Questa pronunzia travolge il precedente orientamento espresso dalla Corte Costituzionale, che nel 2003 aveva dichiarato invece ammissibile il quesito referendario che mirava ad estendere l’applicazione dell’art. 18 (la reintegrazione nel posto di lavoro) a tutti i lavoratori italiani. Ma in quel tempo non era ancora in vigore la lettera-ordine di rimuovere le tutele diretto ai governi nazionali del Sud-Europa; e le forze politiche si erano adoperate, unitariamente, per impedire il raggiungimento del quorum. La Corte Costituzionale aveva concesso il via libera al voto.

sputnik

Il grande gioco del 2017

di Giulietto Chiesa

"La Russia si sta preparando alla guerra". Questo è il mantra che tutti i comunicati militari ripetono in continuazione. Che equivale a dichiarare che la Nato si prepara sul serio a una guerra con la Russia. Qua e là emerge perfino il luogo dove ci si aspetta, o si pensa, di cominciare. Sarebbe da qualche parte al confine tra Lituania e Russia.

Un esercito intero si sta spostando sui confini baltici della Russia. Se i calcoli approssimativi, basati sui comunicati stampa tedeschi e statunitensi, oltre che estoni, lituani, lettoni, polacchi, sono realistici, si tratta all'incirca di 5000 uomini, e più di 2500 tra carri armati, jeep, autocarri, cannoni trainati, veicoli da combattimento diversi. Senza contare le navi da trasporto, l'organizzazione del movimenti via terra, tutta la logistica, le telecomunicazioni e l'aviazione.

A parte il costo dei materiali (e si tratta di miliardi), si aggiungano i costi del personale e i trasporti. Un bottino splendido per i militari. E sarà una cosa lunga. Secondo il generale Volker Wieker, che si è fatto intervistare dal giornale dell'esercito Bundeswehr Aktuelle, bisognerà raggiungere la "piena capacità operativa" entro sei mesi. A questo servirà anche l'operazione Nato intitolata "Atlantic Resolve".

Perché tutto questo? Perché "la Russia si sta preparando alla guerra"?

carmilla

Il rimpasto nudo

di Alessandra Daniele

“Questo governo non è il Renzi bis, è il Monti quater”
Alberto Bagnai, economista, a Coffee Break

Non è difficile riconoscere nella plumbea sobrietà di Mattarella e Gentiloni la stessa matrice di Monti.

Lo stesso sprezzante classismo del ministro del Lavoro Poletti, parallelo al classismo razzista del ministro dell’Interno Minniti.
La reificazione sistematica degli esseri umani da vendere e comprare come un pacchetto di sigarette, classificati in base al loro valore di mercato, espressa in modo così eloquente dalla definizione “migranti economici”.

Dopo il crollo rovinoso della facciata posticcia renziana è di nuovo sotto gli occhi di tutti il volto metallico della tecnocrazia al potere.
Quell’oligarchia finanziaria che aveva scelto Renzi come frontman, sperando che catalizzasse le spinte antisistema per metterle al servizio del solito piano di smantellamento della Costituzione antifascista, e sostituzione della Repubblica democratica con un’altra struttura più congeniale alle esigenze del mercato.

Gli era quindi stato affidato il volante del PD perché lo guidasse alla vittoria.

gliocchidellaguerra

“Così si viveva ad Aleppo Est”

di Fulvio Scaglione

Aleppo, 8 gennaio. Lui accetta di farsi filmare, a scanso di equivoci. Però Mahmud Fahrad non è il suo vero nome e la foto non è la sua. Ha paura di vendette, in questa Aleppo coperta di macerie e dove pochi credono che tutti i jihadisti se ne siano davvero andati a Idlib sui pullman forniti da Assad. Perché questo muratore che ha perso il suo lavoro anni fa e si è dovuto arrangiare com moglie e quattro figli, vuol raccontare come si viveva ad Aleppo Est quando c’era la repubblica dei ribelli e dei jihadisti.

“Siamo rimasti intrappolati lì, dice Mahmud, “dal marzo 2012, quando è cominciato tutto. E sono stati quattro anni di orrore. Per esempio, ci facevano fare la fame. In questi anni non ho mai mangiato carne né frutta, quasi solo lenticchie e burghul (grano spezzato). Anche il pane scarseggiava. E intanto loro godevano di ogni ben di Dio e mangiavano tutto ciò che volevano. Avevano depositi pieni e si facevano beffe di noi: quando c’era qualche festività, macellavano pecore e vacche e poi rivendevano i pezzi di scarto, come gli stinchi o le interiora, a 10 mila lire siriane al chilo, il prezzo della carne migliore. I pezzi buoni, invece, costavano 30 mila lire, cioè dieci volte il prezzo normale. Una volta c’è stata una specie di manifestazione per protestare contro questi prezzi: hanno sparato sulla gente e ucciso quattro persone”.

 

E gli ospedali? Si dice che l’esercito abbia ucciso parecchie persone, bombardandoli…

resistenze1

In attesa di Trump. La crisi sistemica globale e alcune manovre disperate

Jorge Beinstein

A partire dalla vittoria di Trump i mezzi di comunicazione egemonici hanno lanciato una valanga di riferimenti al "protezionismo economico" del futuro governo imperiale e di conseguenza al possibile inizio di un'era di deglobalizzazione.

In realtà l'arrivo di Trump non sarà la causa di questo annunciato superamento della globalizzazione, bensì piuttosto il risultato di un processo che vede la luce con la crisi finanziaria del 2008 e che è accelerato dal 2014, da quando l'Impero è entrato in un percorso di irresistibile discesa.

Dal punto di vista del commercio internazionale la deglobalizzazione progredisce approssimativamente da un lustro. Secondo dati della Banca Mondiale nel decennio 1960 le esportazioni rappresentavano in media il 12,2% del Prodotto Nazionale Lordo, nel decennio seguente passarono al 15,8%, negli anni 80 arrivarono al 18,7%, ma verso la fine di questo periodo il processo accelerò e nel 2008 raggiunse il suo massimo livello arrivando al 30,8%; la crisi di quell'anno segnò l'apice del fenomeno, a partire dal quale iniziò una leggera discesa, che si è aggravata dal 2014-2015 (1). La propaganda sulle economie che si internazionalizzavano sempre più, condannate a esportare porzioni crescenti della propria produzione, fu smentita dalla realtà del 2008 e ora la globalizzazione del commercio comincia a invertirsi.

sergiobellucci

Digital Labour – Licenziamenti per robot fuori dall’industria

di Sergio Bellucci

Digital Labour
È impensabile continuare ad ignorare l’impatto che la robotizzazione e l’Intelligenza artificiale produrranno nei prossimi anni dentro le nostre società. Lavoro, merci, relazioni, politica, diritti. Tutto è ridescritto ad una velocità senza precedenti

Come per molte altre svolte produttive degli ultimi 30 anni, molte persone, molte strutture sindacali, sociali o politiche, si sono concentrate sugli effetti della trasformazione del lavoro avendo nella propria mente ciò che queste trasformazioni avrebbero prodotto all’interno della cosiddetta “fabbrica”. L’effetto delle ricadute – occupazionali, professionali, retributive – venivano misurate sull’occupazione che, con semplificazione, veniva detta “operaia”.

Certo la trasformazione della fabbrica, in questi anni, è stata massiccia e non solo non è ancora terminata, ma rischia di vivere una nuova fase di accelerazione. La produzione di merci è investita da una nuova rivoluzione industriale (in Europa chiamata Industria 4.0) che produrrà effetti non ancora calcolabili dal punto di vista sociale e occupazionale. Il bello è che gli stati europei corrono a finanziare questa destrutturazione incontrollata degli assetti produttivi attuali – con le connesse conseguenze occupazionali – spesso con l’avallo di strutture sindacali che non hanno compreso, fino in fondo,

zenit

Dal relativismo alla sindrome da “fake news”

Federico Cenci intervista Vladimiro Giacché

Chi per anni ha affermato che la verità non esiste, oggi invoca agenzie statali per intercettare le notizie non vere. Il parere di Vladimiro Giacché, autore de “La fabbrica del falso”

L’anno nuovo sembra essersi aperto con una sindrome che sta contagiando diversi ambienti, quella delle cosiddette “fake news”, le notizie false.

Il leader del M5S, Beppe Grillo, invoca la necessità di formare improbabili giurie popolari con il compito di controllare la veridicità delle notizie diffuse da stampa e tv. Facebook ha elaborato un software che avrebbe la capacità di segnalare agli utenti le notizie ritenute inattendibili. C’è poi chi, come il presidente dell’Antitrust, Giovanni Pitruzzella, propone un’agenzia statale di vigilanza.

Quest’ultima idea ha suscitato diverse critiche. Molti la paragonano a quegli uffici statali, tipici dei totalitarismi, che hanno il compito di controllare ogni pubblicazione e sequestrare quelle potenzialmente pericolose o esplicitamente ostili al potere. Altri ancora, più in vena letteraria, agitano l’accostamento con il ministero della Verità del libro 1984, di George Orwell.

Tra questi c’è Vladimiro Giacchè, economista e filosofo, presidente del Centro Europa Ricerche, autore de La fabbrica del falso. Strategie della menzogna nella politica contemporanea (nuova ed. aggiornata 2016). ZENIT lo ha intervistato.

* * * *

Cosa non la convince della proposta di Pitruzzella?

effimera

Hacking finance o financing the hackers?

di Giorgio Griziotti

Recensione del libro di Francesco M. De Collibus e Raffaele Mauro Hacking Finance. La rivoluzione del bitcoin e della blockchain (Agenzia X, Milano, 2016)

Il Bitcoin[1]è stato largamente mediatizzato ed è mondialmente conosciuto come l’inizio della possibile rivoluzione criptovalutaria. La conoscenza dei meccanismi di base del suo funzionamento, come per esempio l’utilizzo della crittografia asimmetrica, il libro mastro distribuito e la blockchain, è abbastanza limitata come relativamente limitato è il numero reale dei suoi utenti. Il BTC infatti è poco impiegato come moneta di scambio e serve più che altro come valore rifugio in un ambito che è soprattutto di trading e di speculazione finanziaria.

Francesco M. De Collibus e Raffaele Mauro autori di Hacking Finance (Agenzia X, Milano, 2016) fissano il loro obiettivo sin dall’introduzione: “sarà impossibile soddisfare la curiosità di tutti i possibili lettori […] tuttavia ci piace pensare che ogni differente profilo possa trovare qualcosa di interessante o almeno uno spunto per successivi approfondimenti”. Diciamo subito che è un obiettivo centrato: gli autori danno un contributo utile, agile ed interessante per rendere più comprensibili la genesi, l’ambito e le prospettive, non solo del Bitcoin e delle altre criptomonete ma anche dei principi di decentralizzazione e di disintermediazione indissociabili dalla tecnologia della blockchain.

Ma andiamo con ordine: nella prima parte del libro, dopo la divertente prefazione, si viene introdotti nel contesto storico, culturale, sociopolitico ed infine anche tecnologico del Bitcoin.

zeroconsensus

Syriana: la cecità dell’Occidente e dell’Italia

di Alberto Negri

Zeroconsensus vi propone un interessante articolo di Alberto Negri pubblicato oggi su il Sole24Ore che fa il punto sulla crisi mediorientale e sulla disastrosa assenza di strategia sia della Nato, dell’UE, degli USA e anche dell’Italia

La Sigonella di Erdogan si chiama Incirlik, la base aerea concessa agli Usa per i raid anti-Isis. I turchi minacciano di chiuderla se gli americani non daranno loro soddisfazione, ovvero abbandonare i curdi siriani ritenuti da Ankara come il Pkk un gruppo terroristico e consegnare l’imam Gulen in auto-esilio dal ’99 in America.

Si può definire un ricatto oppure un modo di sventolare la bandiera del nazionalismo dopo aver rinunciato ad abbattere Assad, come è stato proclamato da Ankara per cinque anni. «Stiamo combattendo una nuova guerra di indipendenza», ha dichiarato Erdogan. Il fondatore della patria Ataturk, astuto stratega, si rivolterà nella tomba ma ognuno si salva alla sua maniera.

Come ha condotto Erdogan, fino a qualche tempo fa, la lotta al terrorismo? Ha aperto “l’autostrada dei jihadisti”, poi ha rilanciato la guerra ai curdi, buttando all’aria l’accordo con il Pkk raggiunto dal capo dei servizi Hakan Fidan, e quando ha perso la partita siriana con la caduta di Aleppo si è messo d’accordo con Putin e l’Iran.

aldogiannuli

M5s e Parlamento Europeo: ma che sta succedendo?

di Aldo Giannuli

Grande è il disordine sotto il cielo dei 5 stelle, ma la situazione è tutt’altro che eccellente. Dopo un negoziato tenuto rigorosamente nascosto, è stato annunciato che i deputati del M5s sarebbero passati dal gruppo antieuropeista -con l’Ukip e Afd- al gruppo ultraeuropeista dei liberali.

In quattro e quattr’otto è stata organizzata una consultazione on line (con la partecipazione non oceanica di poco meno di un terzo degli iscritti) che ha approvato con il 78% la decisione. Ma la cosa non è servita a molto, perché, neppure sei ore dopo, erano i liberali a rifiutare di ratificare l’accordo siglato il 6 gennaio dal capogruppo M5s Borrelli e dal capogruppo liberale Guy Verhofstadt e tutto è andato per aria.

Leggendo il testo del “contratto prematrimoniale” (reso pubblico da un redattore di radio radicale e consultabile sill’Hp) si capisce una cosa: che i 5 stelle, il 17 gennaio pv, avrebbero votato per Verhofstadt quale prossimo Presidente del Parlamento europeo ed in cambio sarebbero stati ammessi nel gruppo liberale, ottenendone la vice presidenza e, qualora fosse stato possibile, anche una vice presidenza dell’Assemblea di Strasburgo, oltre alla divisione dei fondi e del personale. Una volta queste cose si chiamavano “mercato delle vacche” in perfetto stile Dc.

byoblu

“Abbiamo fatto tremare il sistema come mai prima”…

di Claudio Messora

Dopo la colossale figura di palta, anziché una letterina di scuse per avere esposto tutto il Movimento 5 Stelle al pubblico ludibrio, a un fallimento politico colossale e avere rovinato irrimediabilmente i rapporti nel Gruppo Politico dove M5S Europa risiede, l’Efdd, arriva questo testo sul blog di beppe grillo:

L’establishment ha deciso di fermare l’ingresso del MoVimento 5 Stelle nel terzo gruppo più grande del Parlamento Europeo. Questa posizione ci avrebbe consentito di rendere molto più efficace la realizzazione del nostro programma. Tutte le forze possibili si sono mosse contro di noi. Abbiamo fatto tremare il sistema come mai prima. Grazie a tutti coloro che ci hanno supportato e sono stati al nostro fianco. La delegazione del MoVimento 5 Stelle in Parlamento Europeo continuerà la sua attività per creare un gruppo politico autonomo per la prossima legislatura europea: il DDM (Direct Democracy Movement)“.

Per una volta lasciatelo gridare a me: Gombloddoh! (e per scriverne io, ce ne vuole… eh?). I poteri forti non vi hanno permesso di vendervi ai poteri forti! Ma ve l’ha scritto Crozza?

L’establishment ha deciso? Si chiama politica.

micromega

La grande controffensiva delle élites

Carlo Formenti

In un articolo uscito la vigilia dello scorso Natale su queste pagine scrivevo che non era il caso di illudersi: la vittoria del No nel referendum che ha bocciato la “riforme” renziane, non rallenterà gli sforzi delle élites per de – democratizzare il sistema politico (dal quale, per inciso, decenni di controrivoluzione liberal liberista hanno già espunto molti elementi di democrazia). Al contrario, argomentavo, gli sforzi in tale direzione si moltiplicheranno perché per le caste politiche, economiche, accademiche, e per il sistema dei media che le sostiene, la distruzione di quanto resta della democrazia è questione di sopravvivenza.

Nel giro di qualche giorno, questa fin troppo facile previsione ha ottenuto numerose conferme. La tesi che i nemici della democrazia difendono sempre più apertamente, e senza troppi giri di parole, è la seguente: visto che le condizioni socioeconomiche che hanno favorito l’ascesa dei “populismi” (termine che continua a essere usato in modo propagandistico, senza alcuno sforzo di analisi politologica e senza compiere distinzioni ideologiche, mischiando nello stesso calderone Trump e Sanders, Maduro e Marine Le Pen, Podemos e la Lega, l’M5S e i neonazi tedeschi) sono destinate a durare (l’ipotesi di combattere le cause dell’impoverimento di massa e della disuguaglianza non viene nemmeno presa in considerazione, quasi si trattasse di fenomeni “naturali”),

dinamopress

La grande ammuina

di Augusto Illuminati

Sotto il torpore festivo al volgere d’anno la palude italica non cessa di gorgogliare. Le piccole manovre di renziani e non-renziani dentro il Pd, il galleggiamento delle istituzioni e la distrazione di massa sui migranti

Privato della delega ai Servizi, l’infido ex-Lothar dalemiano Minniti (quello che “risolse” il caso Ocalan gettandola in bocca ai turchi) si rifà alla grande scatenando una campagna contro i migranti “clandestini”, ovvero resi tali dal combinato disposto di una legislazione nazionale ed europea assurda sui flussi e sul diritto d’asilo e dalle esigenze del mercato nero del lavoro.

Diciamo subito che si tratta di un’ammuina, inefficace rispetto agli obbiettivi proclamati, ma di un’odiosa ammuina perché legittima istituti nefasti e illegali come i Cie e scatena un’ondata di xenofobia e razzismo che copre altri e ben più gravi problemi del momento, a cominciare dalla crisi bancaria e occupazionale. La collaudata tecnica del capro espiatorio, in “felice” congiunzione con l’allarme terrorismo e la caccia all’islamico.

La presa di possesso del nuovo per quanto dimidiato incarico ha spinto il ministro a iniziative demagogiche che però hanno una base ben precisa, la vigente legge Bossi-Fini (per quanto il riferimento più diretto sia la beneamata Turco-Napolitano che ne aveva gettato le basi)

sollevazione2

Il Manifesto della meglio sinistra europea

Il Manifesto che pubblichiamo, netto nella critica puntuale all'euro e all'Unione europea e nell'indicare il ritorno alle sovranità monetarie e politiche degli stati nazionali, è il frutto migliore di quell'area politica che viene identificata come "PIANO B".

Un'area composita, quella del "PIANO B", tutt'altro che un blocco unitario. 

Essa include infatti tre componenti.

Da una parte le sinistre che si illudono di potere riformare l'Unione europea dall'interno e non chiedono lo smantellamento della moneta unica (vedi Varoufakis, Podemos in Spagna, in Italia il Prc e Sel).

Dall'altra c'è la componente che ritiene necessario e urgente il superamento dell'euro e il ritorno degli stati nazionali alla loro sovranità monetaria, senza escludere la permanenza nella Ue (vedi Lafontaine in Germania, tutte le sinistre scandinave, Melanchon in Francia). Infine il settore più radicale, composto da quelle sinistre che assieme alla fuoriuscita dalla Unione monetaria chiedono la rottura con l'Unione europea.