palermograd

2016, Odissea sulla terra

Riflessioni a partire dal libro di D. Moro Globalizzazione e decadenza industriale

di Marco Palazzotto

trade globalization1Globalizzazione?

Il concetto di globalizzazione viene sempre più utilizzato per descrivere vari fenomeni tipici del capitalismo contemporaneo. Lo stesso concetto viene poi declinato all’interno delle diverse correnti politiche onde sostanziare le rispettive letture della realtà. 

L’obiettivo di questo breve contributo vorrebbe essere quello di chiarire alcuni aspetti del dibattito a sinistra, partendo dalla lettura del recente testo di Domenico Moro  Globalizzazione e decadenza industriale. L'Italia tra delocalizzazioni, «crisi secolare» ed euro (Imprimatur, 2015).

Se vogliamo partire da una definizione accettata comunemente, secondo l’enciclopedia Treccani online per ‘globalizzazione’ s’intende l’insieme di fenomeni che a partire dagli anni Novanta ha stimolato la crescita dell’integrazione economica, sociale e culturale tra le diverse aree del mondo. In economia, per quanto riguarda i mercati, si assiste ad una unificazione a livello mondiale grazie anche alla diffusione delle innovazioni tecnologiche. Scompaiono le differenze nei gusti dei consumatori, che si unificano alle preferenze guidate dalle multinazionali. Le imprese sono in grado di sfruttare meglio le economie di scala nella produzione, distribuzione e marketing, praticando politiche di bassi prezzi per penetrare in tutti mercati. 

Spesso il concetto viene usato come sinonimo di liberalizzazione.

greenreport

Avevano ragione i no global

Da Karl Marx e Antonio Gramsci a Donald Trump, passando per Matteo Salvini

di Umberto Mazzantini

No global 320x234Sta girando su Facebook un video di un intervento di Diego Fusaro a Matrix [vedi più sotto] sul perché l’immigrazione è funzionale al neo-capitalismo e che è una fulminante analisi marxiana dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo, della necessità di manodopera a basso prezzo che ha bisogno, ora come ieri, dello sradicamento culturale  e sociale, della creazione di lavoratori a basso costo da contrapporre ad altri lavoratori. Fino alla guerra. Non a caso Fusaro dice che i migranti e i profughi non sono i nostri nemici, sono i nostri alleati, da difendere, e con i quali gli sfruttati occidentali, la classe operaia e media impoverita, i precari a vita, devono e possono  costruire l’alternativa politica e sociale a un capitalismo famelico.

La cosa che stona nel filmato è il segretario della Lega Nord, Matteo Salvini, che annuisce ripetutamente, dichiarandosi perfettamente d’accordo con un filosofo che, sulla suo sito internet, si presenta così: «allievo indipendente di Hegel e di Marx, di Gentile e di Gramsci. Intellettuale dissidente e non allineato, sono al di là di destra e sinistra. Se, infatti, la sinistra smette di interessarsi a Marx e a Gramsci, occorre smettere di interessarsi alla sinistra: e continuare nella lotta politica e culturale che fu di Marx e di Gramsci, in nome dell’emancipazione umana e dei diritti sociali». Insomma, niente di più distante, culturalmente e antropologicamente, dalla xenofobia leghista.

trad.marxiste

La migrazione come rivolta contro il capitale

di Prabhat Panaik

migranti07Il fatto che un alto numero di rifugiati, specialmente da paesi che sono stati soggetti negli ultimi tempi alle devastazioni delle aggressioni e guerre imperialiste, stiano tentando di entrare in Europa viene visto quasi esclusivamente in termini umanitari. Per quanto una tale percezione abbia senza dubbio la propria validità, vi è un altro aspetto della questione che è sfuggito del tutto all’attenzione,  ossia che per la prima volta nella storia moderna il fenomeno della migrazione potrebbe trovarsi al di fuori del controllo esclusivo del capitale metropolitano. Sino ad oggi i flussi migratori sono stati interamente dettati dalle esigenze del capitale metropolitano; ora, per la prima volta, le persone ne stanno violando i dettami, tentando di dare seguito alle proprie preferenze riguardo a dove vogliono stabilirsi. In miseria e infelici, e senza essere coscienti delle implicazioni delle proprie azioni, questi sventurati stanno effettivamente votando coi propri piedi contro l’egemonia del capitale metropolitano, il quale procede sempre sulla base del presupposto che le persone si sottometteranno docilmente ai suoi diktat, anche riguardo a dove vivere.

L’idea secondo la quale il capitale metropolitano avrebbe fino ad oggi determinato chi dovrebbe rimanere e dove nel mondo, nonché in quali condizioni materiali, potrebbe apparire a prima vista inverosimile. Ciò nondimeno è vera.

vocidallestero

CETA, cosa c’è dentro al pacco

di Peter Rossman

Dal blog Transition, di Domenico Mario Nuti, traduciamo un post ospite sul CETA, l’accordo economico e commerciale tra Canada e UE: se ne è parlato molto meno di quanto si sia parlato del TTIP, si sta silenziosamente avvicinando alla conclusione, e non è meno pericoloso né meno foriero di disastri. Come tutti i trattati di questo tipo, contiene una vera e propria espropriazione della democrazia a favore dello strapotere delle multinazionali. Sono garantite al di sopra di tutto le aspettative di guadagno degli investitori internazionali: e per farlo si schiacciano e impediscono leggi e regolamenti nazionali volti a difendere l’interesse pubblico, i diritti dei lavoratori, la salute e l’ambiente

stop ttipOspitiamo questo post sul CETA – l’accordo economico e commerciale globale tra l’UE ed il Canada la cui ratifica è prevista per la fine di ottobre – a cura di Peter Rossman, responsabile di marketing e comunicazione presso l’IUF (International Union of Food, Agricultural, Hotel, Restaurant, Catering, Tobacco and Allied Workers’ Associations). L’articolo è frutto di una accurata lettura del trattato, ed è già apparso sul Global Labour Column edito da CSID (Corporate Strategy and Industrial Development, University of the Witwatersrand, Johannesburg). Ringraziamo l’autore per aver consentito la riproduzione del suo lavoro in questa sede. Esiste anche un precedente articolo più approfondito, intitolato “Trade Deals That Threaten Democracy”. (DMN)

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“Le Parti istituiscono un’area di libero scambio…” CETA Articolo 1.4.

“Il commercio, come la religione, è una cosa di cui tutti parlano, ma che pochi capiscono: il concetto stesso è ambiguo, e nella sua comune accezione, non precisato in modo adeguato.” Daniel Defoe, A Plan of the English Commerce (1728).

L’accordo economico e commerciale globale UE-Canada (CETA), come altri mega-trattati che incombono, è uno strumento generale per ampliare la portata degli investimenti transnazionali, riducendo la funzione tipica dei governi nazionali di legiferare nell’interesse pubblico.

dinamopress

Il disastro perfetto

di Sergio Bologna

10000teu hanjin buddhaCosa succede quando la settima compagnia marittima mondiale dichiara bancarotta? Centinaia di navi che vagano nel mare, personale bloccato a bordo e che non tocca terra da mesi, debiti verso 43 Stati diversi. Il caso della coreana Hanjin potrebbe non essere l'unico al mondo dato che di zombie carrier sembra ce ne siano molte a spasso per gli oceani.

Gli analisti lo aspettavano da tempo e finalmente è arrivato, il perfect storm. A guardarlo un po’ da vicino è uno spettacolo sconvolgente ma affascinante, perché con un colpo d’occhio ti permette di vedere l’essenza della logistica, la sua vera natura, capisci perché la chiamano the physical Internet, ti rendi conto di cos’è la globalizzazione.

È accaduto nello shipping specializzato nel traffico container: la settima compagnia marittima mondiale, la coreana Hanjin, ha fatto bancarotta. Gravata da 4,5 mld di dollari di debiti degli ultimi cinque anni, non è riuscita a convincere le banche a tenerla in piedi ancora. In realtà non ha convinto il governo della Corea del Sud, perché il principale finanziatore di Hanjin è la Korean Development Bank, istituto pubblico, che già è alle prese con la situazione critica dell’altra compagnia marittima importante, Hyundai Merchant Marine (HMM), e con quella dei due cantieri navali, Stx Offshore&Shipbuilding e Daewoo, quest’ultimo una potenza nel suo settore, in grado di applicare sulle sue costruzioni le più sofisticate tecnologie ma caduto nelle mani di manager ladri e disonesti.

cambiailmondo

Brexit, verso la de-globalizzazione

di Rodolfo Ricci

quattro cavalieri dellapocalisseCiò che era iniziato lo scorso anno in Grecia e che era stato stoppato col ricatto mafioso di Bruxelles e con l’ipocrisia dei governi di tutti gli altri paesi, si ripropone a distanza di un solo anno, in Gran Bretagna; stavolta non si tratta solo di dire no al memorandum della Troika, ma di uscire hic et nunc  non dall’Euro, dove non era mai entrata, ma dall’Unione Europea; se si potesse fare rapidamente un referendum in ciascun paese è probabile che la maggioranza dei popoli europei si esprimerebbe nello stesso modo: fuori da questa Europa.

Che poi l’uscita dall’involucro neoliberista e mercantilista – imposto a suo tempo in una fase in cui le rispettive borghesie finanziarie e della rendita andavano d’accordo perché condividevano l’estorsione di valore praticata sul lavoro e sulla messa in concorrenza dei lavoratori – sia cavalcata dalle cosiddette destre populiste e xenofobe non è il centro della questione: ciò manifesta solo l’incapacità o la subalternità di prospettive alternative e “di sinistra” che hanno latitato qui come altrove.

Le socialdemocrazie europee sono state tra i primi e migliori artefici degli eventi che stiamo seguendo. La loro accondiscendenza alla chiamata alla fine della storia e all’offerta dei poteri multinazionali della globalizzazione di diventare classe dirigente privilegiata di questo processo è stata la variabile decisiva per lo scardinamento dell’idea di Europa come da tanti in più generazioni lo si era immaginato e ricorda non poco all’approccio interventista dei partiti socialisti nell’imminenza della prima guerra mondiale che distrusse l’idea di internazionalismo e le cui conseguenze sono note.

palermograd

Quanto è lungo un secolo?

Invito alla lettura di Giovanni Arrighi

di Vincenzo Marineo

il lungo xx secolo 396x550Il lungo XX secolo di Giovanni Arrighi è, per il lettore non specialista, una occasione per allontanarsi dai nostri tempi, dalla loro supposta insistente novità, dalla crisi che sembra condizione permanente, per tornarvi avendo saputo che quello che sembra nuovo (e incomprensibile) non è poi davvero tale. Certo, bisogna avere una buona dose di curiosità per affrontare le sue 500 pagine; ma la constatazione della complessità delle cose che sono fuori dal libro, nel mondo, e la paura e l’insicurezza che quindi percepiamo, dovrebbero essere motivi sufficienti per provare a seguire chi ambiziosamente tenta discorsi all’altezza di quella complessità.

Fa crescere la curiosità la lettura della biografia di Arrighi, raccontata in una lunga intervista del 2009 (poco prima della sua scomparsa) con un interlocutore d’eccezione, David Harvey. Arrighi, a differenza di tanti altri scienziati sociali, ha lavorato: prima nell’azienda paterna, una piccola industria che produceva macchine (per il settore tessile, in seguito per riscaldamento e condizionamento); nello stesso settore operava l’azienda del nonno, presso la quale Arrighi ha raccolto i dati per la tesi in economia; infine ha lavorato presso una multinazionale, la Unilever. Queste esperienze, afferma, gli sono state utili per valutare criticamente la validità delle teorie economiche (“l’elegante equilibrio generale dei modelli neo-classici”, come osserva non senza ironia nell’intervista), e per comprendere la multiformità, la “plasticità”, del capitalismo. E anche, c’è da supporre, per districarsi tra i vari tipi di lavoro – utile, astratto, vivo, necessario, immediatamente sociale, immediatamente socializzato ecc. – che affollano le pagine del marxismo.

blackblog

Il pianeta dei superflui

di Gerd Bedszent

Catal Huyuk Turkey4Già nel suo testo del 1991, "Die Krise die aus dem Osten kam" [La crisi che è venuta dall'Est], Robert Kurz indica come causa della crescente miseria delle masse a livello mondiale «l'assoluta incapacità da parte della moderna società capitalista di riuscire ad incorporare nel suo processo di riproduzione la stragrande maggioranza dell'umanità globale». E conclude: «Già adesso le masse sradicate del mondo diventano una minaccia per le isole di normalità e di benessere dell'Occidente, che stanno diminuendo.» (in Helmut, orgs., "Der Krieg der Köpfe" Horlemann Verlag, 1991, p. 150 sg.).

È più che dubbio che al sociologo urbano statunitense, Mike Davis, sia capitato mai di leggere questo testo. In ogni caso, Davis descrive, nel suo libro "Il pianeta degli slum" [Ed. italiana Feltrinelli], pubblicato per la prima volta nel 2006 e rieditato in un'edizione ampliata, la miseria della popolazione in crescita permanente alla periferia delle grandi città come Mumbai, Kinshasa o Città del Messico. L'autore si pone nella tradizione dei reportage e delle ricerche di critica sociale svolte sul terreno, come ad esempio l'analisi pioneristica di Friedrich Engels, "La situazione della classe operaia in Inghilterra, del 1845, cui anche Davis occasionalmente fa riferimento.

Va chiarito da subito anche il fatto che da parte Davis non c'è quasi alcun approccio alla critica del valore.

popoff

Ecco le conseguenze del TTIP

R. Paricio e E. Vazquez intervistano Susan George

Le conseguenze dirette del TTIP, il ruolo di Ada Colau e dei nuovi movimenti. Parla Susan George, filosofa e analista politica, presidente del Comitato di Pianificazione del Transnational Institute di Amsterdam

IMG SUSAN Publicar 720x480 e1462607943455Durante la sua visita a Barcellona per partecipare al 4° Seminario de Convivencia Planetaria, Construimos Biocivilización, abbiamo avuto l’opportunità di incontrare Susan George, filosofa e analista politica, presidente del Comitato di Pianificazione del Transnational Institute di Amsterdam ed ex vicepresidente di ATTAC Francia (Associazione per la Tassazione delle Transazioni Finanziarie e per l’Azione Cittadina).. In questa breve intervista ci ha parlato del TTIP e delle sue possibili conseguenze se questo venisse firmato, come pure del suo punto di vista sui nuovi partiti politici e sui movimenti sorti in Europa, nonchè dell’importanza della partecipazione cittadina.

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Le conseguenze dirette del Trattato

La conseguenza diretta per le persone è che molto probabilmente il cibo che importiamo sarebbe trattato chimicamente, sarebbe geneticamente modificato e non sarebbe etichettato. Non sapresti veramente cosa c’è nel tuo cibo. Potresti comprare pollo che è stato lavato con cloro, manzo cresciuto con ormoni, potresti avere cibo biosintetico prodotto con un gene di una pianta e un altro di un animale, e tutto questo non sarebbe etichettato.

Gli americani senza dubbio vogliono sbarazzarsi delle indicazioni geografiche protette (IGP).

vocidallestero

TTIP: l’avanzata dell’imperialismo americano

di Paul Craig Roberts

Un bellissimo e attualissimo pezzo del prestigioso opinionista USA Craig Roberts commenta impietosamente le rivelazioni sul TTIP. Questo accordo, propagandato come moderno e benigno, non è che uno strumento nelle mani delle multinazionali senza scrupoli per sovvertire le leggi degli stati democratici, in modo da massimizzare il proprio profitto. Gli europei sono quelli che hanno più da perdere, avendo alti standard per la protezione dell’ambiente e della salute che sarebbero subito messi a rischio a vantaggio dei profitti delle grandi corporazioni. Chi difende questi trattati, che solo nel segreto e dietro le spalle possono essere approvati sopra la testa delle loro vittime, non può essere che un traditore del suo popolo, disposto a sacrificare la propria gente in nome del profitto e della propria carriera

Schermata del 2016 05 12 154213Greenpeace ha fatto un grosso favore a quelle Nazioni i cui rappresentanti sono così corrotti o così stupidi da voler firmare gli “accordi commerciali” Trans-Pacifico e Trans-Atlantico. Greenpeace si è impadronita e ha pubblicato documenti segreti che Washington e le multinazionali stanno imponendo all’Europa. I documenti ufficiali sono la prova che la descrizione che ho dato di questi “accordi commerciali” fin dalla prima volta che sono saliti alla ribalta era assolutamente corretta.

I cosiddetti “accordi di libero scambio commerciale” non sono accordi di scambio commerciale. Lo scopo di questi “accordi”, scritti dalle multinazionali, è di rendere le stesse multinazionali immuni alle leggi degli stati sovrani nei quali fanno affari. Qualsivoglia legge, che riguardi la sfera sociale, ambientale, la salute, la tutela del lavoro – qualsiasi legge o regolamento – che ha impatto sui profitti delle multinazionali viene definita un “ostacolo al commercio”. Questi “accordi” consentono alle multinazionali di fare causa al fine di sovvertire la legge o regolamento e di ottenere un indennizzo pagato dai contribuenti dei paesi che provano a proteggere il proprio ambiente o la salute del proprio cibo e dei propri lavoratori.

blackblog

In attesa degli schiavi globali

di Robert Kurz

kiev old man bashed cop with brick5In che mondo viviamo? La risposta degli ideologhi è sempre la stessa: in un mondo fatto di economia di mercato e di democrazia, dove economia di mercato e democrazia non sono mai abbastanza. Quanto più, in quest'ordine mondiale, si accumulano le catastrofi, tanto più incisive, ad ogni nuova crisi, si fanno le richieste stereotipate, dettate dall'ignoranza asinina della coscienza ufficiale, per avere ancora "più economia di mercato" e "più democrazia". Questi due concetti sono diventati una sorta di mantra che, a forza di essere ripetuto, si è diluito fino a diventare una cantilena senza senso.

In questo pozzo dei desideri si nasconde una contraddizione elementare. Da un lato, troviamo la pretesa secondo cui la società è in grado di deliberare consapevolmente circa le questioni di interesse comune e di prendere decisioni razionali ("democrazia"). Dall'altro lato, però, si tratta esplicitamente di autoregolamentazione meccanica di un nesso sistemico autonomo, le cui assurde leggi si sono sedimentate come fatti naturali ("economia di mercato", vale a dire il capitalismo).

Nella realtà, la vita sociale non è guidata dalla discussione e dalla consapevole decisione comune dei membri della società. Ciò perché la procedura democratica non si vede anteposta agli effetti galvanizzanti della "fisica sociale" dei mercati anonimi, bensì posposta.

cambiailmondo

“Globalizzazione e decadenza industriale”

Una recensione del nuovo libro di Domenico Moro

di Giacomo Di Lillo (*)

Recensione del saggio “Globalizzazione e decadenza industriale”. Domenico Moro, Globalizzazione e decadenza industriale: l’Italia tra delocalizzazioni,”crisi secolare” ed euro, Edizioni Imprimatur, Anno 2015, Pagine 249, 16 euro

globalizzazioneIl tema del rigoroso saggio di Domenico Moro,”Globalizzazione e decadenza industriale”, è l’attuale crisi del sistema economico italiano. Il testo tratta inoltre tre rilevanti fenomeni che sono strettamente intrecciati a tale vicenda, e cioè la realizzazione del mercato mondiale, la “crisi secolare” del modello capitalista, l’integrazione valutaria europea.

Oltre che da una introduzione, il volume è composto da cinque capitoli. Il primo ed il secondo riguardano la misurazione dell’entità della crisi nelle aree periferiche e in quelle centrali dell’Europa e del mondo. Il terzo capitolo analizza le cause delle crisi cicliche e della “crisi secolare” del modello capitalista. Il quarto descrive le caratteristiche dell’ultima fase della globalizzazione economica ed interpreta le notevoli trasformazioni che essa ha determinato. L’ultimo capitolo prende in esame il passaggio dalla critica al neoliberismo a quella del capitalismo globalizzato e la prospettiva della realizzazione di un nuovo modello di economia e di società.

Nella parte introduttiva si evidenzia che il nostro Paese sta vivendo, dal 2007, la crisi economica forse più profonda della sua storia, addirittura più grave di quella legata alla Grande depressione degli anni ’30. Tra i vari indicatori economici con andamento negativo, spicca quello relativo alla capacità manifatturiera, che si sarebbe ridotta tra un quarto ed un quinto del totale.

la citta futura

Il nuovo crollo delle borse in Cina: un’analisi critica

di Ferdinando Gueli

A distanza di sei mesi i mercati finanziari internazionali ripiombano nel panico a causa dei ripetuti crolli dei titoli sulle borse cinesi. Ma ad una più attenta analisi dei fattori reali in campo e del contesto generale, gli allarmismi largamente diffusi a livello mediatico appaiono non del tutto giustificati e “sospetti” di servire da strumento per giustificare altre dinamiche che caratterizzano questa fase fluida del capitalismo contemporaneo

89be03aca8f1275a2e53b04561e41fc0 LLa recente vicenda del crollo delle borse di Shanghai e Shenzhen in Cina ha aperto il nuovo anno tenendo banco sul “grande circo mediatico globale”, parimenti alle tensioni tra Arabia Saudita e Iran ed agli esperimenti nucleari in Nord Corea.

La vicenda, tuttavia, merita di essere analizzata con maggiore attenzione critica per scorporare i fattori effimeri e/o mediatici da quelli reali. È evidente infatti, come già accaduto con le analoghe crisi verificatesi nel mese di luglio 2015, che, per comprendere il reale impatto di questi eventi, non si può prescindere dal collocarli nel quadro più generale dell’attuale congiuntura politica ed economica cinese ed internazionale.

Già l’estate scorsa, su queste colonne, sia Alessandro Bartoloni che Ascanio Bernardeschi avevano evidenziato le caratteristiche tutte particolari dei mercati borsistici cinesi e le cause effettive di quei crolli che, in realtà, erano da imputare ad una serie di fattori endogeni ed esogeni ma molto specifici.

 

I fatti

I media mainstream internazionali hanno insistito sull’impatto negativo dell’andamento del mercato borsistico cinese a livello globale, anche se non viene data alcuna evidenza di quale sia l’effettiva interdipendenza tra i mercati dei capitali e valutari cinesi e quelli internazionali.

comuneinfo

Stanno facendo a pezzi il mondo

George Monbiot

0021 543f652a 4b563aca 9b2a a3414d40Cosa hanno imparato i governi dalla crisi finanziaria? Potrei scriverci un’intera rubrica specificandolo nel dettaglio, oppure potrei spiegarlo con una sola parola, niente. In realtà dire così è anche troppo generoso. Le lezioni imparate sono contro-lezioni, anticonoscenza, nuove politiche, che difficilmente potrebbero essere meglio progettate per garantire il ripresentarsi della crisi, questa volta con maggiore impulso e un minor numero di rimedi.

E la crisi finanziaria è solo una delle molteplici crisi – la riscossione delle imposte, la spesa pubblica, la salute pubblica, soprattutto tutta l’ecologia – che le stesse contro-lezioni stanno accelerando.

Un passo indietro e si può vedere che tutte queste crisi nascono da una stessa causa. Gli speculatori con enorme potere e portata globale vengono dispensati dalla moderazione democratica. Questo a causa di una corruzione di base nel cuore della politica. In quasi tutte le nazioni, gli interessi delle élite economiche tendono ad avere più peso sui governi rispetto a quelli dell’elettorato. Le banche, le aziende e i proprietari terrieri esercitano un potere inspiegabile, che funziona con un cenno del capo e un occhiolino, all’interno della classe politica. Il governo d’impresa sta cominciando a sembrare un Gruppo Bilderberg senza fine.

Come un articolo del professore di diritto Joel Bakan, nel Cornell International Law Journal, sostiene, si stanno verificando contemporaneamente due disastrosi cambiamenti. Da un lato, i governi stanno rimuovendo le leggi che limitano le banche e le imprese, sostenendo che la globalizzazione rende gli stati deboli e una efficace legislazione impossibile. Invece, dicono, dovremmo permettere a coloro che detengono il potere economico di autoregolarsi.

micromega

Le nuove logiche del capitalismo predatorio

Giuliano Battiston intervista Saskia Sassen

pieter bruegel the elder 011L'obiettivo è ambizioso. Il metodo innovativo. Per esaminare la lenta, opaca decadenza dell'economia politica del ventesimo secolo e l'emergere, sulle sue macerie, di un nuova paradigma, Saskia Sassen – docente di Sociologia alla Columbia University di New York – ha deciso di archiviare le categorie tradizionali «che articolano la nostra conoscenza dell'economia, della società e dell'interazione con la biosfera». Espulsioni. Brutalità e complessità nell'economia globale, appena tradotto dalla casa editrice il Mulino (pp. 296, euro 25), è il risultato di questo sforzo: un'immersione nella transizione storica che stiamo vivendo. Il tentativo di leggere, dietro alla specificità di processi diversi – l’impoverimento della classe media nei paesi ricchi, lo sfratto di milioni di piccoli agricoltori nei paesi poveri, le pratiche industriali distruttive per la biosfera – la stessa tendenza sotterranea. La fine della logica inclusiva che ha governato l'economia capitalistica a partire dal secondo dopoguerra e l'affermazione di una nuova, pericolosa dinamica. Quella delle espulsioni.

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Professoressa Sassen, le patologie del capitalismo sono sotto gli occhi di tutti, ma le diagnosi divergono. Gli economisti che contestano il neoliberismo puntano il dito sulla crescente disuguaglianza (per esempio Stiglitz in The Price of Inequality), mentre lei preferisce affidarsi alla categoria delle “espulsioni”. Perché?