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Incertezza e instabilità: la Teoria Generale di Keynes 80 anni dopo

Federico Stoppa

John Maynard KeynesRiprendere in mano un libro di teoria economica scritto ottant’anni fa; studiarlo a fondo, cercando chiavi interpretative per il capitalismo contemporaneo, e strumenti operativi in grado di emendarne i suoi peggiori difetti, che, allora come oggi, rimangono la disoccupazione di massa e la distribuzione iniqua e arbitraria di reddito e ricchezza. Scoprire l’attualità, la freschezza di un pensiero che il tempo non ha fiaccato. E contemporaneamente disfarsi di centinaia di articoli, papers, libri freschi di stampa ma già superati sul piano delle idee.  Scopo delle righe che seguono sarà di riportare alla luce la lezione del più grande economista del Novecento, John Maynard Keynes: che l’economia capitalistica è intrinsecamente instabile e che la teoria economica dominante nell’accademia, nei centri studi e nelle cancellerie internazionali, quella neoclassica[1], basata sull’equilibrio economico generale e sulla neutralità della moneta[2], non è in grado di spiegare i fatti economici più rilevanti del mondo in cui viviamo.

 

Il ruolo dell'incertezza

L’innovazione profonda e radicale che John Maynard Keynes porta in dote alla teoria economica è di carattere metodologico; riguarda l’accento che egli pone sull’incertezza che caratterizza il contesto decisionale degli agenti economici . E che lo porta per questo a rifiutare l’approccio deterministico allo studio del sistema economico impiegato dalla teoria mainstream neoclassica.

L’incertezza è legata all’incapacità, da parte degli agenti economici, di fare previsioni attendibili su eventi futuri, per mancanza di conoscenza[3].

pianoinclinato

Keynes e l’inelasticità degli investimenti

Beneath Surface

elastic man 672x372La domanda relativa a come e perché gli investimenti non reagiscano come si vorrebbe al Quantitative Easing e alla politica monetaria in genere ricorre con crescente frequenza. Con l’aiuto di Keynes cerchiamo di scoprire qualcosa in più.

Tanto i classici quanto Keynes ritenevano che un fattore determinante il livello degli investimenti fosse il tasso di interesse. Keynes però rimarcò anche che un ruolo altrettanto e più fondamentale la occupa la redditività attesa degli investimenti: se il loro rendimento è basso malgrado tassi di interesse bassi, allora potrebbe essere considerato, a livello aziendale, non profittevole indebitarsi per avviare detto investimento (vds nota 1).

Keynes dedicò il cap.XII del libro quarto della Teoria Generale al ruolo delle aspettative di lungo termine e all’efficienza del capitale in particolare, pur “perdendosi” in una lunga tirata sul deludente stato(all’epoca sua) della fiducia delle imprese nella stabilità delle proprie previsioni, minate dalla speculazione borsistica sui titoli aziendali (colpa la separazione fra proprietà e gestione, lo abbiamo visto con Schumpeter) trainata dagli animal spirits di cui ci aveva già parlato Forchielli.

pianoinclinato

Il re è nudo! Viva il re!

di Beneath Surface

Keynes caricature Low 1934 672x372Approcciarsi a scrivere un pezzo sul pensiero di Keynes è sempre un azzardo, sia per l’immensa autorità dell’economista di Cambridge, sia per la monumentalità della sua opera, di cui sono un illuminante esempio i numerosissimi scritti di critica, perfezionamento e completamento sparsi nei decenni successivi ad opera di altri influenti economisti, in primis Hicks, Modigliani, Tobin, Samuelson e Hansen, sia per l’assenza in tutto il suo scritto di una modellizzazione formale, che fu lasciata ai successori.

Tratterò perciò della teoria keyesiana ortodossa, per quanto completata dalle riflessioni degli autori citati prima, intendendo con ciò soprattutto distinguerla dalla c.d. “sintesi neoclassica” che farà parte a sè in una serie di altri articoli.

La struttura del mio intervento è perciò la seguente: nel presente articolo tratterò i principali contributi della teoria di Keynes all’occupazione, agli investimenti e alla moneta; nel prossimo vedremo il ciclo economico e alcuni pros e cons dei primi due articoli; nel terzo parlerò della sua nuova politica economica basata sulla spesa pubblica in deficit e della politica del commercio estero; in un quarto articolo condenserò alcuni commenti e critiche relativi ai primi tre pezzi; in un quinto articolo vedremo un semplice modello keynesiano in economia aperta.

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I Certificati di Credito Fiscale e John Maynard Keynes

di Biagio Bossone e Marco Cattaneo

Riceviamo da Biagio Bossone e Marco Cattaneo e volentieri pubblichiamo questo articolo sui Certificati di Credito Fiscale (CCF). In merito a tale proposta, Guido Iodice e Thomas Fazi hanno espresso alcune critiche in un articolo pubblicato da MicroMega Online che riportiamo di seguito all’articolo di Bossone e Carraneo

keynes main photoKeynes e l’Eurozona

In recenti contributi, risultati tra i più letti su alcuni dei maggiori blog internazionali di economia e finanza, chi scrive ha proposto l’introduzione dei Certificati di Credito Fiscale (CCF) quale strumento di rilancio della domanda in economie affette da stagnazione, scarso spazio fiscale e impossibilità di utilizzo della leva monetaria e del tasso di cambio: tipicamente le economie in crisi dell’eurozona.

Riteniamo che le caratteristiche di fondo della manovra che proponiamo ne farebbero il più grande intervento di politica economica di stampo keynesiano che sia stato immaginato dal secondo dopoguerra ad oggi. Non soltanto esso innescherebbe uno stimolo fiscale forte in contesti dominati da alta preferenza per la liquidità e da carenza ormai cronica di ‘animal spirits’, ma sarebbe capace di incidere su aspettative che, in assenza di segnali incisivi di svolta, resterebbero fatalisticamente improntate a pessimismo e impoverimento.

Anche alla luce dei commenti critici ricevuti da lettori di nostre precedenti uscite pubbliche, ci fa particolare piacere poter illustrare i contenuti della nostra proposta ai lettori di Keynes Blog, augurandoci che vorranno anche loro far sentire la loro voce (di consenso o dissenso) sull’idea che stiamo cercando di portare avanti e diffondere.

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La breve estate del keynesismo

Dalla coscienza infelice alla perdita della memoria collettiva della teoria economica

di Robert Kurz

keynes 00825255b425255dJohn Maynard Keynes (1883-1946) è stato forse uno degli uomini più interessanti del XX secolo. Come specialista della teoria del denaro e della moneta, godeva già di un'eminente reputazione fin dalla prima guerra mondiale. Ma i suoi interessi erano molto più vasti. Matematico nato, in principio guadagnò fama mondiale con il suo "Trattato sulla probabilità" (1921). Il suo vero amore, però, era la filosofia. Ma non gli venne data la possibilità di esercitare funzioni accademiche in quest'aera a Cambridge, come sperava. Si immerse nella politica, fu funzionario del Dipartimento per l'India e ebbe successo anche come economista nel settore assicurativo e in Borsa. Il suo patrimonio gli conferiva indipendenza finanziaria; mecenate artistico, è stato anche un grande collezionista. Si aggiudicò i manoscritti di Isaac Newton, li rese accessibili alla ricerca e fece anche una pubblicazione sull'argomento.

Quest'ampiezza di orizzonte intellettuale non si lasciava rinchiudere negli stretti confini di una disciplina accademica. A somiglianza di Marx, si possono trovare ad ogni passo, negli scritti di Keynes, riflessioni interdisciplinari nelle quali riaffiora l'unità fra filosofia, politica ed economia.

inchiesta

L’intelligenza di John Maynard Keynes

Vittorio Capecchi

Perché bisogna sostenere Varoufakis contro la Troika? Perché bisogna attaccare il modello antisindacale di Marchionne e appoggiare Landini? Quali sono gli scenari della economia oggi? Per rispondere a queste domande si può  raccontare la storia dello scontro tra l’intelligenza di Keynes, Adriano Olivetti e la FLM contro l’opacità del neoliberismo  e provo a fare questo racconto utilizzando esperienze personali [1] tra gli anni ’50 e gli anni ‘70 nello stile delle 150 ore che mi piacerebbe tanto contribuire a rilanciare

BN GC727 EDPJoh J 20141221112143John Maynard Keynes (1883-1946) è l’economista che ha rappresentato e ancora oggi rappresenta un’alternativa politica e teorica al neoliberismo. Due interrogativi: Che tipo di economista è stato Keynes e quale era il suo metodo di analisi? Le sue proposte sono ancora attuali?

 

1. La definizione di economia per Keynes

Keynes precisa nel 1924  che cosa intende per economia e per economista:

L’economia è una materia facile in cui però pochissimi eccellono. Il paradosso trova una spiegazione forse nel fatto che il grande economista deve possedere una rara combinazione di qualità. Deve raggiungere una certa perizia in svariati ambiti e coniugare doti che raramente si trovano nella stessa persona. Deve essere, in una certa misura, un matematico e uno storico, uno statista e un filosofo. Deve sapersi esprimere, ed essere in grado di comprendere i simboli. Deve saper cogliere il generale nel particolare, e abbracciare l’astratto e il concreto nello stesso moto del pensiero.

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I limiti del keynesismo

di Michel Husson

keynes-marxLa stagnazione europea sembra dare ragione alle “analisi keynesiane”. Il ragionamento di fondo è il seguente: l’austerità provoca recessione e debito, si tratta quindi di una politica assurda. Sarebbe meglio rilanciare l’attività economica attraverso politiche monetarie e di bilancio più dinamiche e un aumento dei salari e/o degli investimenti pubblici. Questa presentazione è un po’ caricaturale, ma è un riassunto provvisorio del nocciolo di questo discorso che chiameremo, per comodità, “keynesiano”.

La critica che possiamo indirizzare a questo discorso obbedisce alla seguente dialettica:

  1. Le proposte “keynesiane” sono in un certo senso corrette;
  2. ma fanno astrazione della logica profonda del capitalismo,
  3. e perciò conducono ad alternative incoerenti poiché incomplete.

 

I modelli post-keynesiani

La diagnosi “keynesiana” si fonda sul ricorso ai cosiddetti modelli di stock-flow consistent realizzati da una scuola di economisti eterodossi che si definiscono piuttosto come “post-keynesiani”. Questi modelli combinano i flussi (per esempio il volume della produzione, l’investimento, la massa salariale) con gli stock (per esempio il capitale fisso, l’indebitamento,ecc.).

sbilanciamoci

Occupazione e moneta. Secondo Keynes

di Claudio Gnesutta

Perchè si può, e si dovrebbe, ricercare una soluzione Secondo Keynes. Qualche riflessione a partire dal libro di Carabelli e Cedrini edito da Castelvecchi

120419 keynes wuerker 328Nelle pagine finali della Teoria generale, Keynes, dopo aver costruito il suo edificio teorico con riferimento a un’economia chiusa, sembra aver un sussulto e, ricollegandosi ai temi del sistema economico internazionale che l’avevano fino ad allora occupato, afferma che “in un sistema interno di laissez faire e con un regime aureo internazionale (…) non vi era alcun mezzo disponibile per il governo di mitigare la depressione economica all’interno salvo la lotta di concorrenza per la conquista dei mercati”. Lo sforzo teorico appena concluso gli fa affermare che “le nazioni possono imparare a costituirsi una situazione di occupazione piena mediante la loro politica interna” e così facendo costruire un nuovo sistema internazionale che “potrebbe essere più favorevole alla pace di quanto lo sia stato il vecchio.”

Oggi, in un momento in cui, dopo una lunga fase di trasformazioni, il sistema di Bretton Woods si è rimodellato sulle “vecchie” basi, non è possibile disinteressarsi della sua architettura se si vuole comprendere le difficoltà che incontrano le singole nazioni nel trovare un soddisfacente equilibrio interno.

vocidallestero

John Maynard Keynes

L'economista di cui il mondo ha bisogno adesso

di Peter Coy

Su BloombergBusinessWeek, un elogio delle politiche keynesiane e di John Maynard Keynes stesso, mai così attuale e necessario come oggi, nella crisi da deflazione che, dopo aver affossato l'eurozona, rischia di diventare globale e in cui le ricette economiche supply-side stanno mostrando tutti i loro limiti teorici e ideologici.

keynesC'è un medico in casa? L'economia globale non riesce a crescere, e i suoi custodi stanno andando a tentoni. La Grecia ha preso la  medicina prescritta ed è stata ricompensata con un tasso di disoccupazione del 26 per cento. Il Portogallo ha obbedito alle regole di bilancio e i suoi cittadini sono alla ricerca di posti di lavoro in Angola e Mozambico, perché a casa ce ne sono ben pochi. I tedeschi si sentono anemici nonostante il loro enorme surplus commerciale. Secondo Sentier Research, negli Stati Uniti il reddito di una famiglia media al netto dell'inflazione è del 3 per cento inferiore a quello del momento peggiore della crisi 2007-09. Qualunque sia la medicina somministrata, non sta funzionando. Il capo economista di Citigroup Willem Buiter ha recentemente descritto la politica della Banca di Inghilterra come "un pout-pourri intellettuale di fattoidi, teorie parziali, metodicità empirica senza alcuna base teorica solida, presentimenti, intuizioni e idee sviluppate solo a metà." E questo, ha detto, è anche meglio di quello che altri paesi stanno tentando . 

C'è un medico in casa, e le sue prescrizioni sono più che mai attuali. È vero, lui è morto nel 1946. Ma anche se appartiene al passato, l'economista, investitore, e funzionario britannico John Maynard Keynes ha molto da insegnarci su come salvare l'economia globale, ben più di quanto possa fare un esercito di moderni dottorati di ricerca dotati di modelli di equilibrio generale stocastico dinamico. I sintomi della Grande Depressione che ha diagnosticato correttamente sono tornati, anche se per fortuna in scala minore (sic!, ndt): disoccupazione cronica, deflazione, guerre valutarie, e politiche economiche "beggar-thy-neighbor".

 Una delle intuizioni essenziali e durature di Keynes è che ciò che funziona per una singola famiglia in tempi difficili non funziona per l'economia globale. Una famiglia il cui capofamiglia perde un posto di lavoro può e deve tagliare la spesa per sbarcare il lunario. Ma non tutti possono farlo contemporaneamente quando c'è una debolezza  generalizzata, perché la spesa di una persona è il reddito di un'altra.

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Marx & Keynes

di Marco Dotti

420MarxKeynes-420x0Nel 1929 Irving Fisher godeva fama di uno dei migliori economisti al mondo. Monetarista convinto, a suo tempo sostenitore di tesi eugenetiche declinate in chiave statistica, Fisher sosteneva che il prezzo delle azioni aveva oramai raggiunto un “elevato livello permanente”. Ma non tutte le profezie si avverano o si autoavverano, anzi. Accadde così che le parole dell’ascoltatissimo Fisher venissero smentite dai fatti. Pochi giorni dopo aver pronunciato la propria predizione, infatti, il Big Crash del mercato azionario travolse tutto. Eppure, solo una settimana prima, il 21 ottobre, Fisher aveva rincarato la dose affermando che il mercato azionario, come un organismo colpito da febbre, stava solo espellendo da sé ciò che rispetto a quel mercato poteva definirsi – o, almeno, così Fisher lo definì – “lunatic fringe”, la frangia estrema.

Sta di fatto che, di frangia estrema in frangia estrema, fu tutto il sistema a crollare e la reputazione di Fisher con essa. Ma Fisher continuò a insistere, producendo scenari e analisi che, puntualmente, venivano smentiti dai fatti fino a quando, rivedendo in parte le proprie tesi, tornò a dedicarsi al ruolo di analista, più che di vaticinatore di sorti magnifiche e progressive.

Per uno strano destino – al di là dei meriti scientifici, che sono altra cosa – il nome di Fisher tornerà d’attualità politica sulla bocca di Milton Friedman e delle sue elette schiere che, negli anni Ottanta dell’imprevedibile Secolo Breve, si rivolgeranno proprio a lui come nume tutelare in funzione anti-keynesiana.

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Il referendum contro l’austerità è un regalo alla Germania? Ma anche no

Keynesblog

Ovvero: perché chi non guarda contemporaneamente anche al lato dell’offerta rischia di prendere lucciole per lanterne, fischi per fiaschi e il keynesismo per la croce keynesiana; e ancora: perché la domanda è un vincolo esterno quanto il tasso di cambio fisso

ECB-President-Draghi-and-Germany-s-Chancellor-Merkel-listen-to-Italy-s-PM-Monti-during-EU-leaders-summit-in-BrusselsSui social network ogni tanto (per fortuna piuttosto raramente) spuntano commenti di questo tipo a proposito del referendum contro l’austerità:

Commentatore-che-sa-tutto-lui-1:
In un regime di cambi fissi…e l’euro e’ esattamente quello, allentare l’ austerita’ servira’ a far ripartire l’export della Germania. Lo capirete quando sarete morti e sepolti dalla Troika.

Commentatore-che-sa-tutto-lui-2-ancor-più-educato-del-1:
ma neanche per il c***. scusate il francesismo, ma dire queste cose significa non averci capito una mazza. possiamo fare tutte le politiche keynesiane di sto mondo ma con l’euro andremmo sempre più a fondo. a cosa servirebbe espandere la spesa se la bdp va a picco per i deficit di parte corrente e per l’ingresso di capitali a bassa inflazione? a un cavolo di nulla se non a portarci ad una agonia senza fine.quindi basta che sta balla che la colpa è dell’austerità. la colpa è della moneta euro. punto.

Qualcosa ci dice che gli autori di queste perle sono lettori accaniti di altri blog. Lasciamo perdere le polemiche (che taluni condiscono con accuse di “collaborazionismo” e “tradimento”). Stiamo al merito. Hanno ragione o hanno torto questi due commentatori?

Hanno torto non una ma due volte, perché gli argomenti sono in realtà due, entrambi erronei. Vediamoli.

La rivoluzione da Mosca a Cambridge*

di Emiliano Brancaccio

Pareva destinato a diventare una reliquia, un polveroso cimelio del periodo tra le due guerre. Ed invece, dopo il fallimento di Lehman Brothers dell’ottobre 2008 e l’inizio della cosiddetta Grande Recessione, il nome di Keynes è tornato improvvisamente a risuonare nei dibattiti di politica economica. Si tratta, beninteso, di una evocazione ancora spettrale, che per adesso incide solo in termini marginali e confusi sulle azioni pratiche delle autorità monetarie e di bilancio. Ma già il solo fatto che Keynes venga nuovamente menzionato nell’agorà politica appare a molti un segnale minaccioso, un potenziale incentivo all’eversione del precario ordine finanziario costituito.

Il rinnovato interesse per l’eresia keynesiana costituisce un segno del terremoto che dall’inizio della crisi ha iniziato ad agitare il campo di battaglia delle teorie e delle politiche economiche. Come però tipicamente capita alle visioni per lungo tempo sommerse e dimenticate, il pensiero di Keynes risulta oggi appannato da una vulgata approssimativa, per molti versi fuorviante. Si consideri ad esempio una delle sue più celebri affermazioni: «Nel lungo periodo saremo tutti morti». Questa frase viene spesso affiancata ad un’altra sua enunciazione, scritta diversi anni dopo: «Se il Tesoro si mettesse a riempire di biglietti di banca vecchie bottiglie, le sotterrasse ad una profondità adatta in miniere di carbone abbandonate, e queste fossero riempite poi fino alla superficie con i rifiuti della città, e si lasciasse all’iniziativa privata [..] di scavar fuori di nuovo i biglietti [..], non dovrebbe più esistere disoccupazione». Basandosi su queste due frasi giustapposte, svariati commentatori hanno preteso di descrivere Keynes come un intellettuale frivolo, irresponsabile, incurante del futuro, fautore dello sperpero e della dissipazione di risorse produttive.

Con buona pace dei veri esegeti di Keynes, questa chiave di lettura risulta oggi diffusa e influente.

Una repubblica fondata sull'ozio

In difesa di Keynes

di Luigi Cavallaro

Risparmio, austerità. Il mantra dell'Unione Europea ha valore per gestire un bilancio familiare, ma non indicano nessuna possibile uscita dalla crisi. Un percorso di lettura a partire da un volume dell'economista greco Yanis Varoufakis

«Ha una ricetta per salvare le casse dello stato?», chiesero una volta ad Alberto Sordi. «È una ricetta semplicissima», rispose l'Albertone nazionale: «Si chiama risparmio. Si prendono i conti dello stato e si dice per esempio: tu, magistrato, guadagni un milione al mese di meno; tu, deputato, due milioni di meno; tu, ministero, devi diminuire le spese per la carta, il telefono, le automobili (il che sarebbe anche positivo per il traffico e l'inquinamento), e così via, informando mensilmente gli italiani, alla televisione e sui giornali, dei risparmi ottenuti. Allora si potrebbero chiedere sacrifici a tutti: diventerebbe una gara a chi è più bravo».

Era il 1995 e c'era ancora la lira, ma quella ricetta di politica economica ha lasciato il segno. Si dovrebbe chiamarla Sordinomics, in omaggio alla lingua madre della «scienza triste», perché non c'è dubbio che ad essa si ispirano le prescrizioni dell'Unione europea e, qui da noi, il loro esecutore (alias l'esecutivo) e i suoi tanti corifei, che non mancano un solo giorno d'informarci non solo dei risparmi ottenuti, ma soprattutto di quelli che si potrebbero ottenere se solo non avessimo sul groppone una «casta» di nullafacenti affamati e corporativi.


Nel paese della banane


In effetti, è una constatazione di senso comune supporre che un individuo che si sia indebitato oltre il limite consentitogli dal proprio reddito debba ridurre i propri consumi e risparmiare di più per ripagare gli interessi e il capitale preso a prestito.

Perché il liberismo (di destra e di sinistra) non tramonta

A proposito di “Ancora Keynes?!” di Giovanni Mazzetti

di Luca Michelini

1. Attraverso una puntuale critica del pensiero, della politica economica e dei risultati economici del neo-liberismo, il libro di Giovanni Mazzetti Ancora Keynes?! (Asterios Editore, Trieste, 2012, pp. 93, euro 8) propone una salutare interazione tra le riflessioni di Keynes e di Marx, per tratteggiare una sintetica indagine sul “significato” storico della fase attuale dell’economia mondiale, contraddistinta dall’esplosione del deficit pubblico.

Il problema fondamentale dell’economia capitalistica appare essere quello degli sbocchi e i modi attraverso i quali le società avanzate hanno affrontato questo problema individua altrettanti fasi storiche del capitalismo. Dapprima il problema è stato risolto grazie alla nascita del sistema bancario, che crea moneta – al contrario di quanti ritengono che le banche siano semplici intermediari finanziari, meri redistributori del risparmio agli imprenditori – e permette la chiusura del circuito di produzione e di scambio di ricchezza (di beni utili) volto alla realizzazione del profitto.

Grazie a Keynes e alla politiche keynesiane, in un secondo periodo storico il circuito viene chiuso grazie alla spesa pubblica, che diviene volano degli investimenti privati, ancora capaci di generare la piena occupazione.

Con il crescere della disoccupazione tecnologica il quadro cambia drasticamente, perché diviene inevitabile il ricorso al debito pubblico finanziato dalla banca centrale. Non generando occupazione, infatti, il debito non è più ripagabile, poiché l’aumento di reddito che si realizza grazie alla spesa pubblica è esiguo e quindi insufficienti risultano gli introiti fiscali previsti come fonte di appianamento del debito stesso.

Nel lungo periodo vince ancora Keynes

di Anna Carabelli e Mario Cedrini

Le ragioni inascoltate del Keynes internazionalista, dietro l'attuale fallimento del sistema di "Bretton Woods 2". La chance dell'Europa: un federalismo per condividere

Se anche fossimo schiavi di qualche economista defunto, per usare una nota espressione della General Theory, non si tratterebbe certamente di Keynes. Ma contrariamente a quello che si potrebbe pensare, ai tempi della crisi europea e delle politiche nazionali di austerity, è soprattutto del Keynes economista e diplomatico internazionale che non siamo schiavi. Per accorgersene, è sufficiente guardare all’attuale, martoriato, sistema di Bretton Woods 2 come se fosse ciò che in realtà è, e cioè il punto d’arrivo di una storia, quella del non-sistema internazionale nato sulle ceneri dell’originario regime di Bretton Woods. Si è finito col dare per scontata la “normalità” del non-sistema (caratterizzato, come scrisse Williamson nel 1983i, dall’assenza di regole condivise sulla gestione di politiche degli stati membri che comportino ripercussioni significative all’esterno dei confini nazionali), e col fingere che quello nato nella prima metà degli anni Settanta non sia un vero e proprio sistema, sia pur innaturale e perverso. Come se la storia del paradigma del Washington Consensus non sia in realtà quella di un disastroso tentativo di ordine – imposto in particolare e inizialmente ai paesi in via di sviluppo ed emergenti – interamente impostato sulla disciplina (di mercato e degli interessi dei creditori occidentali) e sulla repressione del policy space, un ordine forte e strumentale, funzionale alla realizzazione dell’integrationist agenda portata avanti dalle istituzioni finanziarie di cooperazione sovranazionaleii.

Un ordine che a Keynes non sarebbe piaciuto, per usare un eufemismo. Perché l’intera carriera del Keynes internazionalistico, da Indian Currency and Finance (1913) ai piani per Bretton Woods, è da leggersi come la ricerca di un compromesso sostenibile tra le esigenze disciplinari del sistema e quelle autonomistiche degli stati membri (un vero e proprio “dilemma”, come Keynes lo definì nel Treatise on Money del 1930)iii.

Se fino al Treatise on Money Keynes si era principalmente dedicato al punto di vista del sistema, dai primi anni Trenta in poi sarà l’autonomia di policy nazionale (la “twice-blessed policy” della General Theoryiv, ovvero l’autonomia nazionale nella definizione del tasso d’interesse e del foreign lending) a ispirare i suoi piani di riforma.