losmemorato

I cento nomi

di Luca Fantuzzi

mps1In questi giorni si è sollevato un polverone mediatico sui debitori di Montepaschi. Tutti i giornali, di destra centro e sinistra, addirittura l'ABI di Patuelli (cioè del Vice Presidente dell'epoca Mussari), per non parlare di deputati e senatori alla ricerca di una commissione di inchiesta, hanno richiesto a gran voce che fossero resi noti i cento principali morosi della banca.

Normalmente, quando c'è questa consonanza di amorosi sensi fra giornalisti (compreso il Financial Times), banchieri e politici, la cosa un po' puzza. Nel caso di specie, poi, il giochino è addirittura banale. Dire che Montepaschi è sommerso dagli NPL (cioè dai non performing loans, crediti in sofferenza o incagliati) perché gli affidati non hanno restituito quanto ricevuto non solo è tautologico, o al massimo banale (ove sottintendesse che il frazionamento del rischio di controparte riduce il rischio medesimo), ma ha oggettivamente una funzione di intorbidamento dei termini reali della crisi finanziaria, sistemica, che attanaglia il nostro Paese.

Da un lato vi sono i banchieri, che tentano di ridurre tutto il problema del sistema bancario italiano a qualche cattivo pagatore che - magari continuando a girare in Ferrari, signora mia! - ha messo in difficoltà alcuni Istituti, e is dimenticano totalmente dei loro Comitati crediti, degli uffici di audit, del ruolo che dovrebbe svolgere Banca d'Italia.

la citta futura

Monte dei Paschi di Siena: un disastro costruito con metodo

di Renato Strumia*

Il disastro Monte Paschi di Siena: combinazione perversa tra poteri forti, politica d’accatto, vigilanza latitante, elusione delle regole. Ma, soprattutto, il fallimentare bilancio del processo di privatizzazione del sistema bancario italiano

monte dei paschi16“Oggi la banca è risanata, e investire è un affare. Su Monte dei Paschi si è abbattuta la speculazione ma è un bell’affare, ha attraversato vicissitudini pazzesche ma oggi è risanata, è un bel brand”. Matteo Renzi, Presidente del Consiglio dei Ministri, al Sole 24 Ore, 22 gennaio 2016.

Una valutazione ragionata sul disastro Monte Paschi di Siena richiede almeno tre livelli di analisi.

Il primo livello attiene alla questione del “mercato” e del suo evidente fallimento nella soluzione della crisi, non solo del caso specifico e non solo del settore bancario, ma dell’intero sistema economico.

A dire il vero occorre estendere il ragionamento all’intera esperienza della privatizzazione delle banche italiane, per arrivare alla disarmante verità: il privato ha fallito e il pubblico ne deve pagare il prezzo. In estrema sintesi le banche pubbliche, trasformate in spa, privatizzate e quotate a partire dai primi anni ’90, sono diventate aziende come le altre, oggetto di contesa e speculazione, spremute per profitti di breve periodo, allontanate dalla originaria missione del fare credito e finanziare l’economia reale, infine abbandonate al loro triste destino.

orizzonte48

Parlamentarismo, stato di eccezione permanente e ammissibilità del quesito sull'art. 18

di Quarantotto

051 400x300Mentre sul fronte delle politiche economico-fiscali (e non a caso, visto che dovremo presto pensare alle coperture e ai "piani di rientro") domina la "questione bancaria", cioè l'insolvenza posta a carico dei risparmiatori-contribuenti in (più) momenti, sostanzialmente inscindibili (e lo vedremo nel 2017-2018), l'attività parlamentare e "partitica" appare in una sorta di stasi che ricorda molto la quiete prima della tempesta.

Formalmente, l'attività politica sembra in stallo perché vige la parola d'ordine che occorre aspettare un paio di pronunciamenti della Corte costituzionale.

Uno è quello, atteso per il 24 gennaio, relativo alla "costituzionalità" della legge elettorale, c.d. Italicum

L'altro, ancor prima (l'11 gennaio), e ancor più rilevante in termini di valori costituzionalì, - in un Repubblica fondata sul lavoro (art.1) obbligata ad attivarsi per rendere "effettivo" il diritto relativo, con politiche economiche di pieno impiego (artt.3 e 4, comma 2, Cost. in relazione all'intera Costituzione "economica")-, è quello sull'ammissibiltà dei quesiti referendari sul jobs act.

sollevazione2

Se questo è un ministro dell'economia...

di Leonardo Mazzei

L'invocazione del direttore del Sole 24 Ore al fantasmatico ministro dell'Economia Pier Carlo Padoan

padoan 8.1Che nei piani alti del potere economico vi fosse una certa maretta si sapeva. Adesso però le acque si fanno agitate, e dalla maretta sembra che si stia per passare ai marosi.

Il 30 dicembre scorso il direttore del quotidiano di Confindustria, Roberto Napoletano, ha deciso di mandare di traverso il cenone di San Silvestro di Pier Carlo Padoan. Dopo averlo ospitato, due giorni prima, nell'accogliente sede del giornale per un'intervista di ben 3 pagine, Napoletano ha deciso di dirla tutta: se veramente esistete (come governo), se davvero esisti (come ministro dell'Economia) cosa aspetti (e/o aspettate) a darcene prova?

Prima di dedicarci al merito del grido d'allarme di Napoletano, facciamo un passo indietro per dare uno sguardo all'intervista di Padoan. Tre pagine abbiamo detto, ma tre pagine di assoluta banalità. Gli altri media che se ne sono occupati hanno messo in rilievo il riferimento del ministro all'«opacità» della decisione della Bce su Mps. Sai che coraggio!

Il bello, poi, è che questa denuncia di opacità è preceduta da mille rassicurazioni sul fatto che il governo italiano nulla farà per reagire all'affronto subito. All'intervistatore che gli chiede se vi sia intenzione di contestare formalmente la richiesta di ricapitalizzazione giunta da Francoforte, così inizia la risposta di Padoan:

socialismo2017

Buoni propositi per l’anno che viene

di Mimmo Porcaro

rosa 1Il 2016 si chiude ponendoci un compito urgentissimo per il 2017.

La sonante vittoria dei No al referendum di dicembre ha finalmente trasformato la palude della politica italiana (che stava ristagnando grazie alla droga della Bce e agli artifici verbali dell’ex premier) in un rapido fiume che corre veloce verso una cascata: le prossime, inevitabili elezioni. E più tardi queste avverranno, più alto sarà il balzo della cascata, più rovinoso l’effetto sul sistema politico italiano.

Faranno certamente di tutto per evitare il patatrac: trucchi elettorali, corruzione di gruppi dirigenti, forse altro ancora. Ma ben difficilmente potranno scongiurare l’affermazione dell’unico attuale antagonista degli equilibri di potere: il M5S. E qui sorge il problema. Perché una vittoria del M5S dovrebbe essere senz’altro essere salutata, allo stato attuale, come un’affermazione ulteriore del fronte del No al PD ed al neoliberismo. Ma significherebbe anche, allo stato attuale, l’apertura di una obiettiva e salutare crisi con l’Unione europea senza che però vi siano le idee sufficientemente chiare, le alleanze sociali sufficientemente salde, le convinzioni politiche sufficientemente forti per gestirne positivamente le conseguenze.

sbilanciamoci

La grande incertezza. Una lettura del dopo referendum

Alfio Mastropaolo

Lo scenario politico del dopo referendum ha mostrato un elettorato sempre più instabile e arrabbiato. Tra la scommessa persa del Pd di Renzi e l’avanzata dei populismi di destra, spicca l’assenza della sinistra

Volante 1 1024x5211. Le molte ragioni del no

Le ragioni del successo del no al referendum dello scorso 4 dicembre sono tante. E tanti i suoi significati. La matassa è ardua da dipanare, tenuto conto che coloro che hanno respinto la riforma Renzi/Boschi non avevano tutti le stesse motivazioni. In più, è presumibile che in molti più motivazioni si intreccino.

C’è chi ha votato no perché la riforma era sgrammaticata. Che fosse sgrammaticata l’hanno ampiamente riconosciuto pure parecchi tra quanti hanno dichiarato che avrebbero votato sì. La sua applicazione avrebbe creato parecchi problemi. Altri hanno votato no perché la riforma squassava il vecchio meccanismo di check and balances senza sostituirlo in maniera accettabile. In mano a forze politiche democraticamente inaffidabili, e il cielo sa se in giro ce ne sono, rischiava (specie intrecciata all’Italicum) di diventare un’arma micidiale. Per altri ancora la riforma non solo stravolgeva la lettera della Costituzione, ma ne rinnegava lo spirito. Ovvero sconfessava il compromesso tra forze politiche d’ispirazione cattolica, socialista e liberale stipulato a dicembre del 1947. Tra l’altro, l’iter di approvazione aveva calpestato una fondamentale regola non scritta dei grandi processi costituenti: la ricerca di un accordo il più ampio possibile. Altri ancora hanno votato no in dissenso con specifiche previsioni della riforma.

effimera

Due fallimenti fanno un successo

di Andrea Fumagalli

fallimentoCon la fine dell’anno 2016, dopo la vittoria del No al referendum costituzionale, le simulate dimissioni di Renzi e il varo del governo-ombra Gentiloni, è il caso di fare il punto sugli indirizzi economici degli ultimi tempi. Essi sono basati su alcuni palesi fallimenti, sia da un punto di vista delle politiche economiche che di quelle del lavoro: il salvataggio delle banche e l’istituzionalizzazione della precarietà sono infatti esplicitazione di un fallimento ma anche paradossali e sbandierati “successi” dell’era renziana. I soldi non ci sono per il welfare ma ci sono per il sistema creditizio e per le imprese, favorite dalla svendita del fattore lavoro, una merce che per i governi di “sinistra” sembra non valere niente.

 

Fallimento # 1

Il primo fallimento di cui voglio parlare è quello del Monte dei Paschi di Siena (MPS), la più antica banca italiana, e ha origini lontane. Cominciamo con un minimo di cronistoria.

Con delibera novembre 2007, l’allora CdA, sotto la guida di Antonio Mussari, delibera l‘acquisizione di Antonveneta, la banca al centro (insieme alla Popolare di Lodi) dello scandalo  del 2005 (con la complicità dell’allora Governatore di BdI Antonio Fazio), noto come lo scandalo dei “furbetti del quartierino”.

la citta futura

La democrazia è al sicuro?

di Renato Caputo

Considerazioni sulle ragioni dell’impasse dell’opposizione di sinistra nel dopo referendum

alienazione L’illusione che, con il voto referendario, la democrazia sia stata messa in sicurezza, è un’esemplare indizio dell’egemonia liberale su ampi strati dell’opposizione di sinistra. Tale illusione porta a non rilanciare il conflitto sociale contro le politiche liberiste del governo, ma a ricercare di rilanciare l’opposizione di sinistra mediante le scorciatoie di una nuova sfida referendaria e dell’ennesimo “nuovo” soggetto politico in vista delle elezioni.

Lascia basiti la completa incapacità della grande maggioranza dell’opposizione della sinistra sindacale e politica di svolgere un ruolo attivo, da protagonista, nel nuovo scenario politico così favorevole che si è aperto in seguito tanto al Referendum istituzionale quanto alla grave crisi di legittimità che rischia di travolgere le giunte comunali delle due principali città italiane, rappresentanti una del centro-sinistra l’altra della sua alternativa populista di “sinistra”. Invece di cogliere l’occasione per attaccare un governo e delle giunte notevolmente indeboliti, invece di sfruttare l’occasione per passare finalmente al contrattacco alle politiche liberiste, al centro-sinistra, al populismo né di destra né di sinistra, che ne hanno segnato in questi anni il costante declino, le forze preponderanti della sinistra radicale sembrano in tutt’altre faccende indaffarate. Da una parte prevale, infatti, la logica sindacal-concertativa, tesa principalmente a farsi riconoscere come soggetto sociale con cui trattare dal nuovo governo, fotocopia del precedente, o dalla giunta Raggi, dall’altra gli sforzi appaiono tesi alla logica tutta politicista di tornare a essere competitivi sul piano elettorale, facendo di un mezzo, per quanto significativo, il fine.

ilpedante

L'elefante nella stanza

di Il Pedante

acqua bene comune

Dal lato della spesa, un impulso all'attività economica potrà derivare da un aumento del coinvolgimento dei capitali privati nella realizzazione di infrastrutture. (M. Monti, novembre 2011)

Gli aumenti dei costi dei servizi di base - sanità, infrastrutture, trasporti, energia ecc. - sono certamente tra i fattori di impoverimento collettivo più percepibili e onerosi, tanto più in quanto non compensati da un corrispondente calo del carico fiscale. Trattandosi di servizi tradizionalmente erogati dal settore pubblico attingendo alla fiscalità generale, l'aspettativa dei cittadini di una diminuzione della spesa pubblica - e quindi delle tasse - apparirebbe razionale. Gli aumenti all'utenza dovrebbero spostare parte dei costi dei servizi dalla collettività ai singoli fruitori. Ma così non accade.

Anzi, a parità o crescita della pressione fiscale aumentano canoni, tariffe e tickets. Oppure - il che è lo stesso - si restringe il perimetro dei servizi offerti. Perché? Le narrazioni mediatiche offrono chiavi di lettura standard ben sedimentate:

  1. sprechi e voracità del settore pubblico annullerebbero il risparmio fiscale convogliandolo in opere inutili, consulenze strapagate, assunzioni clientelari ecc. invece di scontarlo ai cittadini. Il che presupporrebbe però che gli sprechi siano in aumento e non, come si usa leggere, "ancora troppi nonostante gli encomiabili sforzi del governo, dei commissari ecc.";

micromega

La sinistra oltre il referendum

di Alessandro Somma

Referendum Costituzionale hanno vinto tutti gli antiMolti hanno ritenuto che, per le dimensioni della vittoria del no, l’esito del referendum sulla riforma costituzionale sia stato sorprendente. Hanno invece ricalcato un copione già visto gli avvenimenti che sono seguiti a questa vittoria e in particolare le reazioni dei partiti, di quelli risultati vincitori così come di quelli sconfitti. Ma sono soprattutto le dinamiche politiche disinnescate dall’esito referendario, ad essere avviate verso la riproduzione di uno schema oramai consolidato: quello per cui, dopo avere fatto il lavoro sporco, le formazioni progressiste si avviano verso un definitivo e meritato declino, inevitabilmente seguito dal successo delle destre.

 

I vinti insultano i vincitori

Incominciamo dalle reazioni dei vinti, del tutto simili a quelle che hanno accompagnato due momenti fondamentali di quanto è stata chiamata l’avanzata mondiale del populismo: prima la vittoria dei fautori di un’uscita del Regno Unito dall’Unione europea nel referendum sulla Brexit, e poi l’elezione di Donald Trump a nuovo Presidente degli Stati Uniti. In entrambi i casi i vinti hanno disegnato un identikit del vincitore che assomiglia a una sorta di troglodita: incapace di comprendere le virtù della globalizzazione, di cogliere i vantaggi portati dalla libera circolazione delle merci e dei capitali, di accettarli come fatti irreversibili.

lostraniero

Referendum: l’avvento di TINA Trump

Tomaso Montanari

elfo 553x800Non si deve a un costituzionalista, ma a don Luigi Ciotti, la migliore tra le analisi della riforma costituzionale su cui gli italiani voteranno il 4 dicembre 2016:

La democrazia, con il suo sistema di pesi e contrappesi, di divisione e di controllo dei poteri, rappresenta un ostacolo per il pragmatismo esibito da certa politica come segno di forza. Le richieste di delega, la sollecitazione a fidarsi delle promesse e degli annunci, l’ottimismo programmatico, così come l’accusa di disfattismo o di malaugurio (il “partito dei gufi”) verso chi critica o solo esprime perplessità, rivelano una concezione paternalistica e decisionista del potere, dove lo Stato rischia di ridursi a una multinazionale gestita da super manager e il bene comune a una faccenda in cui il popolo non deve immischiarsi. Tentazione anche questa non nuova ma a cui la globalizzazione ha offerto inedite opportunità, visto l’asservimento, salvo eccezioni, delle istituzioni politiche alla logica esclusiva del “mercato”, cioè di quel sistema che proprio la politica dovrebbe regolamentare. (L. Ciotti, Dal “no” a un impegno collettivo, in Io dico no, Gruppo Abele, pp. 75-76)

La democrazia come ostacolo. È in fondo questo ciò che dovrebbe essere scritto sulle schede del 4 dicembre: “Siete voi convinti che la democrazia sia un ostacolo al governo?”

Perché la diagnosi cui fa seguito la terapia della riforma è proprio questa: l’Italia sarebbe malata di troppa democrazia. Votiamo troppo, protestiamo troppo, siamo troppo rappresentati e troppo garantiti: i cittadini hanno troppa voce in capitolo, e se vogliamo che il governo decida, è necessario ridurre gli spazi di democrazia.

Tuttavia, un certo numero di intellettuali di sinistra si è schierato per il Sì, pur dichiarando di ritenere la riforma, nel merito, “una schifezza” (così, letteralmente, Massimo Cacciari). Perché lo ha fatto?

aldogiannuli

Alzando gli occhi sul campo: una analisi di fase

Un ’93 al quadrato?

di Aldo Giannuli

gentiloni mattarella 675 675x2751) La lezione non è stata capita

A distanza di una settimana dal voto referendario, credo sia il caso di distogliere l’attenzione dalle cronache della crisi, per fare una valutazione più ampia e di lungo periodo.

Partecipando a diversi dibattiti televisivi, mi sono spesso trovato di fronte a interlocutori che ipotizzavano, chi augurandoselo chi per scongiurarlo, un governo Pd-Forza Italia come esito fatale della vittoria del No, unito alla conformazione tripolare del sistema ed all’indisponibilità del M5s ad alleanze.

Ho risposto che questo presupponeva il mantenimento dell’attuale quadro politico con questi partiti con il peso elettorale attuale (Pd e M5s intorno al 30% e Lega e Fi al 10-15% ciascuno) ma che questo non mi sembra affatto scontato. Infatti, sono convinto che la situazione attuale può riassumersi in una frase: “è un 1993 al quadrato”.

Vorrei motivare questa mia affermazione ed approfondirla meglio di quanto non possa fare nei tempi ristretti del salotto televisivo.

 

2) Il crollo del sistema del 1992-93

Nel 1992-93, sia per l’emergere della Lega che per l’ondata di scandali tangentizi e per il profilarsi di una notevole perturbazione monetaria, iniziò il crollo della prima repubblica, poi conclamato con il referendum sulla legge proporzionale, che spalancava la porta all’epoca del maggioritario.

clashcityw

Cosa fare dopo il NO?

Note dall'assemblea sul potere popolare

Ex OPG Je so' Pazzo

2016 12 14 potere popolareRipubblichiamo alcune riflessioni sul potere popolare dei compagni napoletani del "Ex OPG Je so' Pazzo". Il NO al referendum è stata una grande e fondamentale vittoria sia per inceppare l'avanzata del progetto autoritario dei padroni, sia per dimostrare a noi stessi che quando ci mettiamo all'altezza della sfida, quando siamo capaci di entrare nelle corde dei nostri nessuna vittoria ci è preclusa.

Ma il difficile viene ora, perché i loro si riorganizzaranno, tenteranno di trovare un nuovo Renzi (o di rimettere in sella il vecchio Renzi), cercheranno altre vie per imporre il loro modello di governo che significa più sfruttamento per tutti noi. Per questo non possiamo perdere tempo, non possiamo disperdere l'accumulazione di forze che abbiamo raccolto in questa campagna referendaria: dobbiamo trovare metodi di lotta e di autogoverno che ci diano in reale efficacia di intervento. Qui i compagni, a seguito di una partecipata assemblea, ci danno alcuni spunti: mutualismo, controllo popolare e battaglie nazionali su temi centrali come lavoro, formazione, sanità [ccw].

* * * *

Sabato scorso a Napoli è successo qualcosa di davvero importante.

ilpungolorosso

Dopo il referendum

di Il cuneo rosso

Referendum. C’è qualcosa di interessante per noi … Purché si ritorni alla lotta

vetrina ragazzo29Commentando la Brexit, lo storico britannico Niall Ferguson ha avuto, un paio di mesi fa, una frase felice: “Questo è l’anno orribile delle élite globali”, perché è l’anno che ha messo in luce il crescente distacco tra la ‘gente comune’, ovvero i lavoratori, e le élite capitaliste globali (occidentali). Anzi: la crescente sfiducia di massa nei confronti di queste élite.

La cosa si è puntualmente ripetuta in Italia nel referendum sulle modifiche alla Costituzione del 4 dicembre. Da una parte c’erano, a sostegno della riforma di Renzi&C., Confindustria, Bankitalia, le grandi banche, le borse, le agenzie di rating internazionali, Obama, la Merkel, la Commissione europea, pressoché tutte le televisioni e i giornali a maggiore diffusione. Dall’altra circa 20 milioni di No, nonostante una campagna contraria martellante e ricattatoria, con un’affluenza al voto molto alta, inattesa, per un referendum squisitamente politico. Interessante.

 

La composizione sociale del No e del Sì

Ancora più interessante è, per noi, l’analisi del voto per classi e posizioni sociali; una analisi che è sostanzialmente univoca.

orizzonte48

L'investitura. La continuità. Il decreto

di Quarantotto

RENZI GENTILONI"...bisogna impedire qualunque interpretazione che un giorno possa far pensare a sovranità trasferite o comunque delegate. Ecco perché al termine «appartiene», come pure al termine «emana», preferisco il termine «risiede».

Gli organi attraverso i quali la sovranità e i poteri si esercitano nella vita di un popolo, sono organi i quali agiscono in nome del popolo, ma che non hanno la sovranità, perché questa deve restare al popolo. Ecco perché è preferibile il termine «risiede» in confronto a quello di «appartiene».

Quell'«emana», originario, dà il senso di una sovranità che si può trasferire agli organi i quali la esercitano; quell'«appartiene» dà un senso di proprietà; mentre il termine «risiede» consolida il possesso; non la proprietà. Il popolo, cioè, rimane possessore di questa che è la suprema potestà democratica.

Può sembrare una sottigliezza, ma sottigliezza non è. La verità è un'altra. Esistono fra gli uomini due categorie di persone di fronte ai problemi costituzionali: quelli che credono nelle Costituzioni e quelli che non credono nelle Costituzioni

Per quelli che non credono nelle Costituzioni, cioè che pensano che il giorno che avessero la maggioranza farebbero quello che vogliono, un'affermazione di principio può sembrare una sfumatura, e non ha importanza; ma per coloro che, come me, credono profondamente nelle Costituzioni e nelle leggi, ogni parola ha il suo peso e la sua importanza per il legislatore di domani.