nazioneindiana

Jean Baudrillard, il delitto perfetto?

di Davide Gatto

CharlieSUn esergo  adatto a presentare questo libro di Baudrillard – Il delitto perfetto. La televisione ha ucciso la realtà? – cronologicamente un po’ datato (1995, Èditions Galilèe, Paris; 1996, Raffaello Cortina Editore, Milano), ma di fatto così attuale da apparire ora profetico – potrebbe essere rappresentato da alcuni celebri versi di Leopardi:

Ahi ahi, ma conosciuto il mondo
non cresce, anzi si scema (…).
(…) e figurato è il mondo in breve carta;
ecco tutto è simile, e discoprendo,
solo il nulla si accresce.

(Ad Angelo Mai, vv. 87-88; 98-100)

Il saggio del filosofo e sociologo francese (1929 – 2007) si compone di due distinte sezioni: la prima, che ripete il titolo dell’opera (Il delitto perfetto), occupa i due terzi del libro ed è di carattere speculativo, mentre la seconda (L’altro versante del delitto) ragiona sulle evidenze del ragionamento teoretico in alcuni aspetti emblematici – psicologici, sociologici, politici – del mondo contemporaneo.

valigiablu

La legge contro le fake news: un misto di ignoranza e voglia di censura

di Fabio Chiusi

download 1 990x510Bisogna ringraziare la senatrice Adele Gambaro (di ALA-SCCLP) e i 27 co-firmatari del disegno di legge, presentato in conferenza stampa al Senato il 15 febbraio (non ancora assegnato a nessuna commissione), per combattere le “fake news” – meglio, “prevenire la manipolazione dell’informazione online, garantire la trasparenza sul web e incentivare l’alfabetizzazione mediatica”. Il testo, pur se in bozza (o forse proprio per quello), è infatti il miglior dizionario attualmente disponibile per comprendere come un certo establishment politico (e giornalistico) concepisca Internet e la sua regolamentazione: come lo fraintenda, demonizzi, e cerchi di irregimentare così che diventi un innocuo strumento di trasmissione del consenso, invece che un libero canale di espressione del dissenso.

Una vera e propria summa ideologica, dunque, che va ben oltre la sola questione delle bufale online che tanta (immeritata) attenzione ha suscitato da quando il mondo liberal statunitense ha diffuso la “fake news” per cui sarebbe stata la disinformazione online a far vincere Donald Trump.

Nella proposta di legge, sostenuta da rappresentanti di quasi tutto l’arco parlamentare, si sommano infatti questioni arcinote a chi si occupa di libertà di espressione su Internet nel nostro Paese:

effimera

Soggetti imprevisti, guerre civili, punti di rottura

di Maurizio Lazzarato

Una lettura del libro di Davide Gallo Lassere Contre la Loi Travail et son Monde Argent, précarité et mouvements sociaux  (Eterotopia-France, 2016)

26701626251 1c75b8e6e5 zIl bel libro di Davide Gallo Lassere mi sembra una buona occasione per una discussione sui “compiti dei comunisti” in questa fase (penso al convegno C17, visto – anche se poco – sul web). Un libro bello perché pone domande pertinenti. È a partire dalle risposte possibili che vorrei impostare un dialogo, piuttosto che scrivere una recensione tradizionale.

Davide si domanda come sia stato possibile, dopo una stagione di vittorie culminate negli anni ‘70, aver subito una sconfitta strategica come quella che ci ha inflitto il neo-liberismo. Aggiungerei che occorre capire quali siano le ragioni delle più recenti sconfitte: quella subita dalle mobilitazioni contro la loi travail non è che l’ultima di una lunga serie.

È proprio dai concetti di “lavoro” e di “produzione” che vorrei partire. In realtà essi non sono concepibili (a partire dalla conquista delle Americhe) senza il lavoro degli schiavi nelle colonie, né senza il lavoro di riproduzione delle donne, cosa che il marxismo ha ignorato o difficilmente integrato politicamente (e comunque mai nella sua teoria del “valore”). Inoltre, mi sembra che le divisioni di classe, di razza e di sesso costituiscano la “natura” non solo economica, ma politica del capitalismo. Le gerarchie di classe, le gerarchie di colore e le gerarchie fondate sull’eterosessualità, comprensibili soltanto dal punto di vista dell’economia-mondo, sono anche quelle su cui si esercita la governamentalità e sulle quali il potere costruisce i suoi modelli di assoggettamento.

badialetringali

Perché distruggere la scuola pubblica?

Paolo Di Remigio

(Riceviamo e volentieri pubblichiamo. M.B.)

maturita 2014 640x420La vicenda della scuola pubblica italiana va inserita nella vicenda della repubblica: l'Italia è uno Stato non ancora emancipato dalla sconfitta nella seconda guerra mondiale, dunque a sovranità più o meno strettamente limitata dalle potenze vincitrici, cioè dagli Stati Uniti e dalla Gran Bretagna. Negli anni '90 la sua classe dirigente, abituata a un'ampiezza di movimento non più compatibile con i progetti neoconservatori statunitensi di impero globale, è stata liquidata e sostituita da avventizi alle dirette dipendenze dei poteri globali, che hanno occupato tutti i posti di gestione, dallo Stato alle banche, dai partiti ai sindacati, dai giornali ai pulpiti. Compito di questi proconsoli era la rinuncia a ogni sovranità dello Stato e l'attuazione di politiche economiche neoliberali; di qui l'adesione cieca alle più folli geopolitiche anglo-americane e la partecipazione autolesionistica al progetto europeo. Nel nome delle regole europee è stata smantellata l'economia mista; le imprese pubbliche che avevano portato l'Italia a diventare una delle maggiore potenze industriali sono state privatizzate; è stata ridotta la spesa pubblica; i servizi offerti dallo Stato sono diventati sempre più inefficienti e costosi per i cittadini; le pensioni così ridimensionate da dover essere integrate con la previdenza privata, le file d'attesa agli ospedali così lunghe da costringere a ricorrere alla sanità privata oppure a rinunciare a curarsi, la scuola pubblica così dequalificata da aprire la prospettiva di un'offerta di istruzione privata.

comuneinfo

A chi serve la scuola dell’ignoranza?

di Matteo Saudino*

dcm 2537 768x512Che, in Italia, i continui appelli alla meritocrazia non fossero altro che un ideologico feticcio usato per smantellare i diritti dei lavoratori e degli studenti avrebbe dovuto essere chiaro quasi a tutti sin da subito, ma si sa che non vi è peggior sordo di chi non vuole sentire e peggior cieco di chi non vuol vedere. Inoltre, indicare il dito per non guardare la luna è una tecnica di distrazione di massa sempre attuale e sempre efficace. Pertanto, per anni, il mantra del merito come panacea di tutti i mali italici è stato ripetuto, con vigore misto ad arroganza, dagli esponenti del governo, dai giornalisti e dagli intellettuali che contano perché lavorano e scrivono per testate che contano, o così almeno si dice.

Insegnanti vecchi, migliaia di docenti precari, salari bassi, edifici pericolanti, dispersione scolastica in aumento, classi pollaio, laboratori obsoleti, palestre inagibili: niente… secondo i presidenti del consiglio, i ministri dell’istruzione, le maggioranze di governo e gli opinionisti di grido, tali aspetti erano e sono secondari, se non addirittura irrilevanti (almeno sino a quando non crolla un soffitto o una parete che uccide “accidentalmente” qualche studente e a cui seguono le rituali lacrime di coccodrillo). Il vero, grande e irrisolto problema della scuola italiana sembrava essere, in modo inequivocabile, la scarsa meritocrazia che regnava tra gli insegnanti e gli studenti (nonostante studi internazionali collocassero le nostre elementari e i licei ai primi posti al mondo come percorso formativo).

idiavoli

Fenomenologia delle fake news

I Diavoli

Da Orson Welles fino a oggi, passando per Luther Blissett, il falso è stato anche strumento di lotta e di decostruzione del discorso dominante. Le fake news ci sono da tempo, tanto quanto quelle reali. È una narrazione fake che oggi le descrive come un fenomeno senza un passato, strettamente connesso ai social. I social ne hanno cambiano la diffusione, la circolazione e quindi l’impatto sociale. Il problema non sono le notizie finte, ma la delegittimazione dell’informazione, la confusione tra propaganda e verità, la diffusione di allarmi-sicurezza come strada di legittimazione del controllo

LB hero

C’era una volta Orson Welles. Per un’ora, tutta d’un fiato e senza pubblicità, un ventitreenne dal tono compunto e autorevole raccontò agli americani l’arrivo dei marziani. Succedeva alle otto di sera di una domenica qualsiasi, prima di Halloween, quella del 30 ottobre del 1938.

Era l’annuncio di un’invasione aliena, ai microfoni della Columbia Brodcasting System radio. Era “La guerra dei mondi”, radiodramma ispirato al romanzo di H.G. Wells. All’orecchio degli ascoltatori sembrò una cronaca. Ma non era altro che una beffa, un falso, una farsa in diretta radio. Per Welles era pubblico dileggio, per gli Stati Uniti una (potenziale) psicosi collettiva da gestire.

 

Il falso come strumento di lotta

Cambiano i tempi, mutano i personaggi, si trasformano i meccanismi. Arrivano i giorni di Luther Blissett, gli anni Novanta, il nom de plume collettivo. Con lo pseudonimo arriva l’attivismo culturale e virtuale, il teatro situazionautico, le derive psicogeografiche.

blackblog

Come sarà la nostra società nei prossimi decenni?

di Wolfgang Streeck

satana4La mia immagine della società futura - nella misura in cui sento di poterne fornire una - è desolante. Pensando alla società dell'Europa Occidentale e del Nord America - la regione del capitalismo avanzato - immagino la continuità di una lunga tendenza di declino sociale, il quale è già in atto da decenni: crescente disuguaglianza, stagnazione economica, aumento dell'insicurezza, frammentazione politica. Mai come prima nell'epoca moderna, "noi" abbiamo perso il controllo su dove è diretto il nostro mondo. Ringraziamo ancora la nostra fortuna di vivere sotto il comando di un'utile mano invisibile che agisce sempre al momento giusto, così come ringraziamo la nostra capacità di improvvisare, la nostra resistenza alla pressione. Tuttavia, in realtà, non sappiamo più fino a che punto tutto questo reggerà.

Le prospettive sono incerte. Nel linguaggio sociologico, quel che vedo è l'avanzare di una degenerazione continua della capacità del consumismo edonista, che ha svolto il ruolo delle vecchie fonti collettive di legittimità, di unificare la nostra società: sia fornendo integrazione sociale sia proteggendoci dai conflitti derivanti dall'anomia. Non riesco a vedere come nel prossimo futuro tali tendenze possano essere contenute o  invertite. In quanto sono tutte in relazione con la rapida espansione dell'economia capitalista su scala globale. Vale a dire, le regole della politica democratica, così come delle altre forze che in passato si sono opposte al capitalismo, ora non possono più arrestare il veloce sviluppo di queste tendenze disgregatrici.

alfabeta

Per una sociologia della bufala

Fabrizio Tonello

mussino pinocchio 300x200Se si cerca in rete alla voce “Hillary Clinton arrested” compaiono 439.000 occorrenze, per la maggior parte legate a un video dell’ottobre scorso presente su YouTube nel quale una voce molto professionale scandisce quello che si presenta come un comunicato della polizia di New York che avrebbe annunciato l’imminente fermo della candidata democratica perché coinvolta in un giro di pedofilia e tratta di esseri umani. Una rete di criminali la cui esistenza sarebbe stata rivelata dalle famose email di Hillary scambiate con i suoi collaboratori usando un indirizzo privato e non quello ufficiale assegnatole dal Dipartimento di Stato.

Naturalmente questa è solo una delle mille storie fantastiche circolate nei mesi precedenti alle elezioni dell’8 novembre, tra cui la bufala che Papa Francesco aveva dato il suo sostegno a Trump (un milione di condivisioni su Facebook) o quella che Obama voleva vietare il giuramento di fedeltà alla bandiera americana (due milioni tra commenti e condivisioni). Da questo a trarre la conclusione che i russi avevano influenzato le elezioni presidenziali americane a vantaggio di Donald Trump non c’era che un passo, allegramente varcato dai grandi media americani ed europei. Scandalo e orrore, seguiti da editoriali a valanga sulla “democrazia inghiottita dalle fake news”.

eddyburg

Contro l’alternanza scuola-lavoro

di Piero Bevilacqua

alternanza1Che cosa sta accadendo nella scuola italiana? Nel quasi totale silenzio-assenso dell’intellettualità nazionale e della grande stampa - salvo qualche eccezione, ma non certo critica, come quella del Sole 24 ore, e di qualche entusiasta apologeta - i nostri istituti superiori vengono progressivamente spinti a trasformarsi in scuole per l’avviamento al lavoro. L’applicazione della cosiddetta “alternanza scuola lavoro”, prevista nelle sue linee generali dal decreto legislativo del 15 aprile 2005, sta trovando, con la legge sulla Buona scuola del defunto governo Renzi, esiti sempre più chiari. Intanto quest’ultima stabilisce l’obbligo di dedicare ben 400 ore ad attività lavorative nel corso del triennio delle scuole professionali e tecniche, e 200 nel triennio dei licei. Ore che verranno sottratte allo studio per fare esperienze pratiche all’interno di fabbriche, imprese agricole, musei, ospedali, archivi, ecc.

L’integrazione delle strutture formative nella sfera delle imprese appare ben chiara dall’art. 41: «A decorrere dall’anno scolastico 2015/2016 è istituito presso le camere di commercio, industria, artigianato e agricoltura il registro nazionale per l’alternanza scuola-lavoro». La scuola italiana diventa un ambito che marcia sempre più in stretta cooperazione con il mondo della produzione, dei servizi e del commercio.

Il silenzio su questo processo di gravissima subordinazione dei processi formativi alle esigenze di breve periodo delle imprese, dipendente da una abborracciata lettura delle tendenze del capitalismo contemporaneo, si può anche comprendere. Da noi è universale la leggenda secondo cui la scuola italiana ”è lontana dalla società” “ i nostri ragazzi escono da scuola senza nessuna esperienza della realtà”, ecc.

ilcorrosivo

L'uomo nuovo

Marco Cedolin

uomo in tunnel virtualeQuando intorno alla metà del secolo scorso l'elite mondialista che di fatto gestisce le sorti del pianeta e dei suoi abitanti iniziò a strutturare le basi per la costruzione di un nuovo ordine mondiale (o comunque lo si voglia chiamare di una nuova società che potesse risultare funzionale ai propri interessi) comprese immediatamente come la globalizzazione fosse la strada migliore da percorrere per ottenere il risultato voluto. Le basi di un progetto di questo genere erano già state poste negli anni 30, quando il Council on Foreign Relations americano concepì strutture come la Banca Mondiale ed il Fondo Monetario internazionale che nacquero ufficialmente a Bretton Woods nel luglio 1944 ed ebbero senza dubbio modo di affinarsi quando a partire dal mese di maggio 1954 iniziarono le riunioni del gruppo Bilderberg, deputato a fare sintesi e delineare le strategie.......

Nello stesso periodo, ad ottobre del 1947 a Ginevra vide la luce il GATT (General Agreement on Tarifs and Trade) composto inizialmente da 18 paesi fra i quali l'Italia (che entrò a farne parte nel 1949) e destinato a comprenderne 37, che si proponeva l'obiettivo di eliminare tutto ciò che potesse in qualche misura ostacolare il commercio internazionale.

laletteraturaenoi

Difesa della lezione frontale (o, per chi preferisce, «Lezione frontale 2.0»)

di Daniele Lo Vetere

lezionefrontaleDanieleLa «Lezione Frontale»

Tre aneddoti.

a) Una volta mi è capitato di intercettare casualmente la conversazione di due studenti intorno a due loro insegnanti. Entrambi i colleghi facevano, come si poteva facilmente inferire, una “lezione frontale”. Eppure la loro reputazione presso i due ragazzi era ben diversa: «Ah, quando parla X, capisco la filosofia; invece Y fa una... Lezione Frontale» (smorfia incerta tra noia e senso di sufficienza).

b) Capita (o capitava, qualche decennio fa) di sentire frasi come queste: «la Lezione Frontale è mera trasmissività e ripetizione del sapere!», «la Lezione Frontale veicola il sapere in forme autoritarie!», «esistono alternative alla Lezione Frontale!» (quest'ultima con esiti irresistibilmente comici, perché, nel caso in cui il contesto sia un'aula in cui ci si specializzi per fare gli insegnanti o ci si aggiorni, viene quasi sempre pronunciata nel corso di una... Lezione Frontale).

centrost.serenoregis

Luci e ombre della tecnologia informatica

Elena Camino

zxc3Una informatica ‘slow’?

In un articolo pubblicato nel 20151 Norberto Patrignani (docente di “Computer Ethics” al Politecnico di Torino) introduce il termine di ‘slow tech” (una informatica buona, pulita e giusta) nell’ambito dell’evoluzione storica della Computer Ethics. Come spiega l’Autore, mentre la Computer Ethics classica si è focalizzata sulle conseguenze dell’uso e diffusione delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione (ICT) nella società, l’approccio Slow Tech propone di introdurre un nuovo paradigma di progettazione delle tecnologie stesse. Propone un’informatica buona (disegnata ponendo al centro i bisogni degli esseri umani), pulita (che minimizza l’impatto ambientale dell’ICT) e giusta (che tiene in considerazione le condizioni dei lavoratori nella filiera ICT).

In effetti l’informatica ha trasformato profondamente la vita personale e l’organizzazione sociale a livello globale. Non solo le regole e abitudini della vita civile, ma sempre più anche i modi di fare la guerra. Ma – mentre sulle responsabilità degli scienziati impegnati nella produzione di ordigni bellici c’è ancora un dibattito in corso (per quanto affievolito rispetto ad alcuni decenni fa) – manca la riflessione sulle responsabilità degli scienziati che contribuiscono alla progettazione e realizzazione dei sistemi informatici che sono alla base dei più avanzati modi di fare la guerra. Basta leggere la presentazione che la Compagnia Leonardo fa nel suo sito per rendersi conto che la tecnologia dell’informazione e della comunicazione è essenziale per tutti i settori militari: dai sistemi di controllo e di automazione in campo di battaglia, lungo i confini, o per il pilotaggio remoto dei droni, ai sistemi radar per il controllo del tiro e la guida di batterie di missili…

ilpedante

La dittatura degli intelligenti

di Il Pedante

voltaire diderotCon questa pedanteria mi piace sviluppare una riflessione già avviata ne Lo schiavismo dei buoni, sui modi in cui concetti verbalmente consegnati a un passato da deplorare - lo schiavismo e il colonialismo nell'articolo citato, il totalitarismo e l'eugenetica nel caso qui rappresentato - ritornano a sedurre la coscienza delle masse e, in particolare, di coloro che se ne reputano i nemici culturalmente ed eticamente più attrezzati.

L'occasione è offerta dalle note reazioni al voto del 23 giugno sull'uscita della Gran Bretagna dall'Unione Europea. Una valutazione degli effetti geopolitici dell'evento eccede le competenze di chi scrive, né in fondo è rilevante. La narrazione politico-mediatica che ne è scaturita indica infatti una ben più urgente, tangibile e immediata intolleranza alla democrazia come norma costituente del pensiero e dell'azione in politica che, come si è già scritto su questo blog, si manifesta nella normalizzazione culturale della critica non già alle decisioni (ad rem), ma al metodo democratico (ad medium) e a chi vi partecipa (ad personas).

Complice anche la mancanza pressoché totale di argomenti razionali, all'indomani del voto coloro che speravano nella permanenza degli inglesi nell'Unione si sono esibiti, con la certezza dell'impunità e dell'autogiustificazione che solo il branco sa dare, in un'esercizio di delegittimazione non solo della volontà popolare ma anche del popolo stesso, disprezzato nella sua maggioranza democratica in quanto vecchio, pavido, ignorante e protervo.

blackblog

Crisi Infinite

di Jacob Blumenfeld

06Mlfwb5Il mondo è già finito? Ci siamo persi il momento della nostra scadenza?

In questo momento, sembra essere questa la domanda che ci stiamo collettivamente ponendo attraverso i medium della cultura popolare.
Non siamo più soddisfatti dal vedere il nostro pianeta ripetutamente minacciato da alieni, epidemie, robot, esplosioni nucleari, o dalla natura, e ci piace guardare l'umanità mentre si trova a dover gestire le conseguenze del disastro anziché prevenirlo. Non più convinti dall'unificazione dell'umanità contro la minaccia universale, traiamo piacere dal guardare le persone dividersi e combattere a morte gli uni contro gli altri secondo la razza, lo stato e la nazione. Credere in quello che una volta era l'ideale utopico delle classi lavoratrici, che vedeva tutte la nazioni unirsi insieme per rendere il mondo più perfetto, certifica, oggi più che mai, che uno è pazzo.

C'è rimasta una qualche speranza per un futuro senza che ci sia una guerra perpetua, crisi economiche, catastrofi ambientali, misoginia dilagante, violenza razzista, disuguaglianze enormi, terribili prigioni, lavoro senza fine? Non c'è niente che punti a questo. Utopia è sempre stata un'idea nata morta, dichiarata morta al suo arrivo in questo mondo che dobbiamo lasciare. Per qualcuno, il mondo diventa migliore solamente se si fanno partecipare più persone della ricchezza della società.

coordinamenta

A proposito di femminismo

Risposta ad Antiper

Coordinamenta Femminista e Lesbica

drooker1Il vostro articolo del 25 novembre scorso è pieno di citazioni e grandi affreschi.

Forse, se una critica si può fare, si potrebbe notare che, pretendendo di mettere tanta diversa carne al fuoco, l’articolo finisce per bruciare tutto e lasciare ben poco da mettere sotto i denti.

La critica rivolta al nostro gruppo femminista “coordinamenta femminista e lesbica” sembra un buon esempio di questi errori “di cottura”. La critica che ci rivolgete è di poco conto, ma la scelta di esercitarla in un paragrafo in cui si prende di mira (a ragione!) il femminismo della differenza finisce per farle assumere ben altra rilevanza. 

Perché fare il nome di un gruppo politico femminista che si oppone, da ben prima di voi, al pensiero innatista che accomuna ormai il femminismo di regime e molte femministe compagne? Perché utilizzare la coordinamenta come esempio di cattiva declinazione del femminismo (addirittura come esempio di articolazione prettamente formale della lotta) quando siamo uno dei pochi collettivi di compagne (l’unico romano) che ha preso pubblicamente parola contro la giornata del 26, opponendosi con forza a questa meschina manovra che sta minando da dentro le fondamenta del femminismo rivoluzionario per consegnarlo, attraverso la sua riduzione a lotte categoriali perfettamente compatibili con il capitalismo, nelle mani, non della borghesia tout court, ma della borghesia neoliberista?