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Published: 17 March 2023
Created: 13 March 2023
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lafionda

Capitalismo senile e demolizione controllata

di Fabio Vighi

capitalism banksySu quali principi si regge il capitalismo senile? Ne elencherò cinque in modo sommario, per poi discuterne gli intrecci:

1. Debito. L’unica strada verso il futuro del capitalismo continua a essere lastricata di programmi di creazione di liquidità. Creare denaro dal nulla, per metterlo in moto come credito, è l’unica strategia monetaria che ci permette di ignorare l’abisso che già si spalanca sotto i nostri piedi – come per il personaggio dei cartoni animati che, finito oltre il precipizio, continua a correre a mezz’aria sfidando la gravità. Tuttavia, come dimostra l’attuale violenta ondata inflazionaria – ancora in doppia cifra in Europa – l’attrazione gravitazionale è ormai irresistibile.

2. Bolle. Le bolle speculative, alimentate dal moto perpetuo del credito, costituiscono l’unico significativo meccanismo di produzione di ricchezza. Per questo motivo, la sola preoccupazione dei gestori del “capitalismo di crisi” è impedire la deflagrazione della mega-bolla. Ma mentre l’ultra-finanza distrugge la “società del lavoro”, la vita umana diventa eccedenza inutilizzabile, enorme surplus non-produttivo da amministrare creativamente.

3. Demolizione controllata. Dumping salariale e concorrenza al ribasso per posti di lavoro devastati dall’automazione tecnologica sono l’altro lato del paradigma di bolla. Affinché i mercati speculativi possano continuare a levitare, la società fondata sul lavoro (articolo 1 della Costituzione italiana) dev’essere gradualmente ma radicalmente ridimensionata, poiché l’attuale ipertrofia finanziaria richiede la demolizione della domanda reale. Detto diversamente, il “capitalismo dei consumi” si ricicla nel “capitalismo della gestione della miseria collettiva”, con annesso cambio di narrazione ideologica.

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Published: 17 March 2023
Created: 13 March 2023
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carmilla

Marx e la narrazione storica tra necessità e contingenza

di Fabio Ciabatti

George Garcia-Quesada, Karl Marx, Historian of Social Times and Spaces, Haymarket Books, Chicago 2022, pp. 190, € 27,42

Cover Garcia QuesadaBrancaccio, Giammetti e Lucarelli nel loro recente testo La guerra capitalista “si sforzano di indicare nel movimento costante del Capitale verso la sua centralizzazione il motore di ogni guerra imperialista”. Così sintetizza Sandro Moiso su Carmilla nella sua recensione (qui) che si chiude con alcune domande suscitate dalla lettura del libro: “quanto l’imperialismo occidentale e statunitense riuscirà ancora a centralizzare a proprio vantaggio il capitale mondiale? E, soprattutto, avrà davvero ancora la forza militare per farlo, come ai tempi delle cannoniere e delle operazioni di polizia internazionale?” Per rispondere a questioni di tale portata l’analisi econometrica portata avanti dai tre autori è senza dubbio necessaria. Ma si può anche affermare che sia sufficiente? L’economista Roberto Romano, in un’altra recensione, dà una risposta negativa. Pur apprezzando l’analisi dei tre autori citati sulla centralizzazione, Romano sostiene la superiorità della concreta analisi storica quando si devono spiegare dinamiche complesse che non sono riconducibili ad una mera analisi economico-quantitativa, ma devono tenere conto di livelli differenti come la politica, la politica economica, la geopolitica e la geografia economica (qui). Menziono questa discussione senza voler entrare nel merito, ma solo per richiamare l’attenzione sul fatto che alcuni nodi teorici, da sempre al centro della riflessione storica di ispirazione marxiana (e non solo), non rappresentano meri arzigogoli intellettuali. Essi, infatti, riemergono con forza quando si cerca di comprendere questioni di estrema attualità e drammaticità come quelle legate alla guerra in corso. In estrema sintesi, che rapporto c’è tra la necessità strutturale e la contingenza storica, tra le strutture sociali e l’agency, tra la macrostoria e la microstoria?

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Published: 17 March 2023
Created: 12 March 2023
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nazione indiana

Il romanzo Mosè e l’archetipo di Freud

di Ludovico Cantisani

Dalla collezione di S. Freud COURTESY THE LIBRARY OF CONGRESSMarx, Nietzsche, Freud: tre colossi del pensiero occidentale degli ultimi due secoli, accomunati dall’applicazione ossessiva di tattiche di svelamento che, pur facendo riferimento all’idea greca di verità nel loro procedere dialettico e nelle loro implicazioni tragiche, hanno aperto la strada alla modernità (non alla contemporaneità). Maestri del sospetto, li ha definiti Paul Ricoeur, con un’espressione giustamente diventata di moda. Capaci di formulare, soprattutto Marx e Freud, un pensiero in sé conchiuso ma capace di cambiare radicalmente le vite di quanti sarebbero entrati in contatto con le loro opere, tanto da prevedere, nel caso del primo, una perfetta continuità tra filosofia e politica, tra pensiero e azione.

Soprattutto dopo che lo stesso Freud ebbe formulato il tanto chiacchierato complesso di Edipo, il Novecento si affrettò nella lotta contro i padri: e in quel grandioso atto mancato che furono tutti i tentati parricidi del Novecento, gli stessi tre maestri del sospetto non uscirono indenni. Preso atto del parziale fallimento delle teorie marxiane, della loro non totale aderenza alla realtà e alla Storia per come si era sviluppata dal 1883 della morte del filosofo fino al 1917 della Rivoluzione d’Ottobre, già negli anni venti furono molteplici i tentativi di contro-analizzare Marx con i suoi stessi strumenti, a volte nell’esplicito intento di scrivere una nuova versione, ancora più “scientifica”, del Capitale. In maniera identica seppure in contesti completamente diversi, si tentò di muovere contro Nietzsche le sue stesse armi, il suo stesso martellare, e in quest’impresa si è affaccendata la più contraddittoria sequela di filosofi del Novecento, da Heidegger a Derrida, tutti impegnati a denunciare quanto Nietzsche fosse irretito da tutti quei sistemi di pensiero – il platonismo, l’immaginario giudaico-cristiano, l’illuminismo stesso in un certo qual modo – che aveva tentato di confutare.

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Published: 16 March 2023
Created: 08 March 2023
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antiper

Il dibattito sulla caduta tendenziale del saggio di profitto. La teoria del profit squeeze

di Xepel

correttoiuhtQuesto brano è tratto da un testo più lungo che si intitola Su alcuni aspetti della teoria delle crisi. Lo pubblichiamo in quanto introduttivo di una teoria – il cosiddetto “profit squeeze” – che si può riassumere nell’idea che alle origini delle crisi capitalistiche vi sia la capacità dei lavoratori di imporre significative conquiste salariali ai capitalisti riducendone così i profitti. Questo contributo è interessante soprattutto in quanto ribadisce l’importanza sia delle dinamiche economiche globali, sia delle dinamiche della lotta di classe locali [Antiper].

* * * *

Il dibattito sulla legge della caduta tendenziale [*] si intreccia al problema della teoria delle crisi. Negli anni ’70, alcuni economisti inglesi (soprattutto Glynn e Sutcliffe) avanzarono una teoria nota come “profit squeeze”, secondo la quale la caduta del saggio di profitto non era attribuibile alla crescita della composizione organica del capitale, che la svalorizzazione del capitale costante può contrastare indefinitamente, ma alle difficoltà nel contenere la crescita del capitale variabile (i salari) come conseguenza della piena occupazione e della forza del movimento operaio. A dimostrazione che il clima esplosivo di quegli anni aveva contagiato gli intellettuali, uno di questi economisti, professore a Oxford, aderì alla tendenza marxista del partito laburista, il Militant, e vi portò il dibattito sulla sua teoria del profit squeeze.

I partecipanti al dibattito erano d’accordo sul fatto che ci fosse stata una caduta della profittabilità come conseguenza dell’accumulazione di capitale. Non concordavano sul fatto che ciò dipendesse dall’operare della legge.

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Published: 16 March 2023
Created: 09 March 2023
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paroleecose2

Alleanze più che umane: ricomporre una politica dentro e contro l'ecologia del capitale

di Léna Balaud

Introduzione e traduzione a cura di Sara Marano

ReynoutriaIl testo che proponiamo qui offre uno spaccato interessante sul dibattito interno all’ecologia politica francese, che presenta dei caratteri molto avanzati ed è spesso il frutto, come in questo caso, di intrecci curiosi quanto fecondi di tradizioni militanti e intellettuali. Lena Balaud, agronoma e membro del comitato di redazione della rivista Terrestre, è autrice, insieme ad Antoine Chapot, di Nous ne sommes pas seuls (Non siamo soli), un libro importante in seno a questo dibattito. Balaud e Chapot immaginano la politica nell’Antropocene come fondata su delle “alleanze terrestri”, orizzonte politico di un “comunismo interspecifico”. In questo articolo, l’autrice mette alla prova della crisi ecologica contemporanea l’armamentario del metodo operaista, compiendo un tentativo molto interessante di esplicitare la base materialista anticapitalista della sua proposta di “alleanze interspecifiche”. Il risultato è un testo evocativo e originale, in cui le prospettive della filosofia dell’ambiente e dell’ecologia politica contemporanea, in particolare Latour e Moore, dialogano con l’operaismo italiano.

* * * *

Vorrei partire da una sensazione: quella di una destabilizzazione politica crescente di fronte al nostro presente catastrofico. Tale destabilizzazione non è dovuta alla mancanza di radici. Al contrario, traggo qui spunto dall’apprendimento continuo di un metodo politico, ereditato dal movimento operaista degli anni Sessanta in Italia, dal movimento autonomo degli anni Settanta e da tutti coloro che hanno cercato di trarne le conseguenze e di inventarne il seguito, fino a oggi. Si puo’ definire questo metodo politico a partire dalle sue pratiche fondamentali: analizzare il sistema capitalistico da un punto di vista parziale; fare inchiesta sulle nuove composizioni di classe che caratterizzano lo ‘sviluppo’ capitalistico per individuarne il potenziale politico; seguire le rivolte spontanee e dare fiducia alle strategie che portano con sé.

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Published: 15 March 2023
Created: 10 March 2023
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cumpanis

Cumpanis intervista Adriana Bernardeschi, dell’Associazione Nazionale “Cumpanis” e del Collettivo “La Città Futura”

a cura della Redazione

La guerra imperialista, l’attacco del capitale e la crisi del movimento comunista italiano

Immagine per home intevista a Bernardeschi.jfif D. La crisi ucraina sovraintende interamente la fase internazionale e nazionale che viviamo. Qual è la tua interpretazione dei fatti?

R. Le radici della crisi ucraina e della guerra, iniziata non certo un anno fa bensì con il colpo di Stato del 2014 manovrato dagli USA, sono molto profonde e non possono essere capite se non si analizza nella sua complessità la storia di quel territorio, caratterizzato nei secoli da una costante dicotomia culturale e religiosa fra influenza occidentale e orientale, quadro ben delineato nel recente libro dello storico Marco Pondrelli, di cui consiglio a tutti la lettura. Un paese come l’Ucraina, dove convivono in equilibrio precario culture, lingue e religioni diverse (a maggior ragione dopo che Crimea e Donbass sono stati annessi al Paese), e collocato in una posizione strategica fra Occidente e Oriente, un Paese dunque particolarmente vulnerabile per la sua complessità e le sue contraddizioni interne, è stato facile preda delle mire atlantiste, che si sono manifestate fin dall’inizio di questo secolo, attraverso la violazione perpetua di tutti gli accordi di non espansione a Est della NATO, la prefigurazione di un’entrata nella NATO del Paese (vertice di Budapest del 2008), la progressiva “invasione” di quel territorio con installazioni militari americane in spregio al diritto internazionale.

La finta rivoluzione colorata del 2014, l’Euromaidan presentato all’opinione pubblica occidentale come una rivolta per la democrazia, ha incrinato il delicato equilibrio dell’Ucraina destituendo con la forza il governo Janukovyč legittimamente eletto e dando inizio a una guerra fratricida che ha provocato, prima dell’intervento militare russo dello scorso anno, 14.000 morti e 200.000 profughi (dati provenienti da documenti ufficiali dell’OSCE e dell’ONU).

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Published: 14 March 2023
Created: 10 March 2023
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lantidiplomatico

Georgia, verso una nuova rivoluzione colorata?

di Giacomo Gabellini

720x410c50wedctgbuDa diversi giorni, la Georgia è sconvolta da moti di piazza diretti contro l’approvazione parlamentare della legge che sanciva l’introduzione dell’obbligo di iscrizione sul registro degli agenti stranieri nei confronti di qualsiasi associazione che copra almeno il 20% del proprio fabbisogno finanziario con fondi provenienti dall’estero. La misura nasce dall’esigenza di ridurre la capacità di condizionamento sulla vita politica nazionale esercitata dalle potenze straniere, identificabili non solo nella Federazione Russa, ma anche e soprattutto negli Stati Uniti. Il cui attivismo nello spazio ex-sovietico – e non solo – si realizza a tutt’oggi per tramite di una vasta costellazione di Organizzazioni Non Governative (Ong). La sigla identificativa Quasi-Autonomous Non-Governmental Organization (Qango) che le caratterizza tradisce la parzialità di queste associazioni, tutte riconducibili a uffici e agenzie statunitensi che se ne servono per portare avanti i loro piani strategici senza lasciare tracce che possano ricondurre a Washington, attraverso una sorta di diplomazia parallela e in buona parte privata condotta anche con l’ausilio di think-tank allineati come l’American Enterprise Institute (Aei) o il Center for Strategic and International Studies.

Una parte assai ragguardevole delle Ong fanno capo al Dipartimento di Stato, alla Cia e all’United States Agency for International Development (Usaid). Nonché al National Endowment for Democracy (Ned), una società privata senza scopo di lucro istituita dal Congresso nel 1983 dietro raccomandazione del direttore della Cia William Casey per provvedere al fruttuoso reimpiego dei finanziamenti pubblici stanziati annualmente per la “promozione della democrazia nel mondo”.

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Published: 14 March 2023
Created: 08 March 2023
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perunsocialismodelXXI

La matematica ethnic fluid

di Piero Pagliani

5e723d862300003d1ade4a26Girando su Internet alla ricerca di articoli di matematica di mio interesse, mi sono imbattuto in uno intitolato “Mathematx vivente: verso una visione per il futuro”, di Rochelle Gutiérrez [1].

L'autrice si occupa d'insegnamento della matematica agli studenti universitari, presso l'Università dell'Illinois a Urbana-Champaign e non è una specialista di matematica ma ha un bachelor’s degree in “Human Biology” a Stanford e un PhD in “Social Science” all'Università di Chicago.

Poco male. Nemmeno io ho una laurea in Matematica. Ne ho studiata a iosa, prima per laurearmi, mille anni fa, in Filosofia su un tema ostico e all'epoca ai suoi esordi (una dimostrazione algebrica dell'indipendenza dell'assioma di scelta e dell'ipotesi del continuo) e successivamente nei due anni che ho passato a Fisica (gli amici fisici sanno che mazzo di matematica ci si fa nel biennio). A parte ciò, personalmente sono molto cauto nell'interpretare le “scienze dure” attraverso un'ottica ideologico-politica.

In termini generali ragiono secondo la linea tracciata da Hegel: sebbene ogni scoperta scientifica, ogni progresso, abbia un marchio storico (e quindi sociale e politico) tuttavia è possibile distinguere questo involucro dal contenuto “assoluto”, il “contenuto veritativo”, di tale scoperta [2].

Hegel parla di “spirito assoluto”, di “idea-in-sé-e-per-sé”, in un certo senso “liberata” dal tempo e dall'ideologia ad esso contemporanea. E quindi, o si pensa che questo filosofo tedesco fosse un pazzo scatenato, o l'idea-in-sé-e-per-sé non è altro che il “precipitato veritativo intra-permanente” (è un termine provvisorio mio, non hegeliano), delle attività umane in “sospensione” nella Storia e quindi nel transeunte (mentre il superamento del “precipitato veritativo” avviene per critiche interne, mosse dalle condizioni storiche e intrecciate ad esse, secondo quanto spiega Thomas Kuhn in “La struttura delle rivoluzioni scientifiche” - intendo questo con “intra-permanente”).

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Published: 13 March 2023
Created: 13 March 2023
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sinistra

Una dissidenza dissennata dissipa il dissenso

di Luca Busca

blu ericailcane octopus mural 0La batosta elettorale “balneare” del 25 settembre scorso non ha insegnato nulla alle forze antisistema. Invece di approfittare dell’assenza di impegni istituzionali, causata dalla mancata elezione di anche un singolo rappresentante, per lavorare sui propri errori ed elaborare una proposta politica strutturata realmente antagonista, l’Intellighenzia dell’unica opposizione al neoliberismo ha perseverato nel tentativo di suicidio. I risultati di questo tenace lavoro sono stati resi ancor più palesi dalla tornata “sanremese”, che ha fatto registrare il record storico di astensione dal voto per le regionali. Primato, questo, che l’astensionismo ha condiviso con il festival della canzone italiana e con il Centrodestra, entrambi protagonisti di memorabili performance di ascolto, il primo in televisione il secondo alle urne. Peccato, però, che gli ultimi due abbiano registrato un miglioramento solo per quanto riguarda lo share ma non per il numero reale di partecipanti, televisivi e votanti.

L’impegno autolesionista profuso dalla dissidenza risulta ancor più evidente dai risultati ottenuti nelle principali battaglie promosse. A un anno dal suo inizio, la guerra con i suoi crimini e con le sue morti prospera come non mai, non si parla più di pace ma solo di vittoria.

Il Covid-19 è scomparso dalla scena non appena è stata interrotta “l’infodemia” mainstream lasciando solo una minoranza di complottisti terrorizzati dell’ultima ora nella convinzione che “tanto non ci dicono tutto, ma è ancora pieno di casi di Covid!”. Nel frattempo le reazioni avverse e le morti improvvise aumentano a dismisura, senza che nessuno si prenda la briga di curare, indagare, rimediare o anche più semplicemente chiedere scusa. Al contrario, con l’arroganza tipica del potere, gli errori, le discriminazioni, le coercizioni sono stati dichiarati legittimi, costituzionali e pronti ad essere reiterati alla prossima occasione.

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Published: 12 March 2023
Created: 23 February 2023
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paginauno

Dai mercenari ai contractor. Il diritto internazionale e l’ipocrisia dell’ONU

di Giovanna Cracco

Il neoliberismo trasforma la sicurezza in merce, lo Stato perde il monopolio della forza e l’ONU privatizza le missioni di pace: storia di un’ascesa favorita dal diritto internazionale

filip andrejevic 1LTunOck3es unsplash“Esprimiamo serie preoccupazioni per il reclutamento, il finanziamento, l’u­so e il trasferimento di mercenari e attori legati ai mercenari dentro e fuori le diverse situazioni di conflitto in tutto il mondo. In molti casi, la pre­senza di questi attori privati prolun­ga il conflitto, agisce come fattore de­stabilizzante e mina gli sforzi di pace. Gli esperti sono anche preoccupati dal fatto che il reclutamento e l’invio di mercenari e attori legati ai merce­nari nelle zone di conflitto esacerba il rischio che i conflitti si diffondano in altre regioni. [...] Il Gruppo di La­voro ha ampiamente evidenziato i mo­delli di gravi abusi e violazioni com­messi impunemente da questi attori, come esecuzioni extragiudiziali, spa­rizioni forzate, stupri, violenze ses­suali e di genere, detenzioni arbitra­rie e torture.”

Sono parole del Working Group on the use of mercenaries as a means of violating human rights and impeding the right of peoples to self-determination (“Gruppo di Lavoro sul­l’uso dei mercenari come mezzo per violare i diritti umani e impedire il di­ritto dei popoli all’autodeterminazio­ne”, indicato d’ora in poi con ‘Grup­po di Lavoro’), istituito nel 2005 dalla Commissione per i Diritti Umani del­l’ONU; parole espresse nella dichia­razione rilasciata il 4 marzo 2022 (1), che si conclude ribadendo, per l’en­nesima volta: “Tutti dovrebbero aste­nersi, in ogni circostanza, dall’utilizzare, reclutare, finanziare o addestra­re mercenari o attori legati ai merce­nari. [...] gli Stati dovrebbero attuare un’efficace regolamentazione interna­zionale e nazionale. Gli abusi dei di­ritti umani e le violazioni del diritto umanitario da parte dei mercenari non devono restare impuniti”.

 

Il Gruppo di Lavoro dell’ONU

Nel 1987 la Commissione per i Diritti Umani delle Nazioni Unite (oggi Con­siglio per i Diritti Umani) nomina un “Relatore speciale sull’uso dei mer­cenari come mezzo per impedire l’e­sercizio del diritto dei popoli all’auto­determinazione”.

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Published: 11 March 2023
Created: 07 March 2023
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giubberosse

Dopo il tritacarne

di Enrico Tomaselli

1677568853 cropped Bakhmut soldier Feb 24 APLa sanguinosa battaglia di Bakhmut si avvia inesorabilmente alla conclusione. Quanto più gli ucraini tarderanno ad avviare la ritirata, tanto più probabile è che rimangano chiusi nell’accerchiamento, non avendo a quel punto altra alternativa se non la resa o la morte. Ma, per quanto la battaglia abbia tenuto banco nei media per mesi, la sua importanza è rilevante tatticamente, ma sotto il profilo strategico sposta poco. La questione rimane sempre la stessa: come e dove si colloca il giro di boa, il punto in cui si può realisticamente aprire un tavolo negoziale. Un punto che, però, l’Occidente sembra intenzionato a spostare sempre più in là.

* * * *

Tra iperbole e trincee

Quando la propaganda ringalluzzisce, è segno che le cose non vanno bene. Se non hai buone nuove da raccontare, è il momento in cui si fanno strada le iperboli più fantasiose, in cui si fa di tutto per occultare il reale stato delle cose. Da mesi la situazione sul fronte ucraino corrisponde sempre meno ai desiderata di Washington e, mentre il dibattito interno fa venire fuori con sempre maggiore insistenza le perplessità e le contrarietà di una parte considerevole dell’establishment statunitense, la propaganda cerca di tappare i buchi più vistosi.

Da mesi si parla di stallo, anche se in effetti le forze armate russe stanno lentamente conquistando terreno praticamente lungo l’intera linea del fronte. Dopo tutto il clamore sull’invio di carri armati da parte dei paesi NATO, il tutto si è ancora una volta risolto in una bolla di sapone: pochi, e alla spicciolata, senza quindi alcuna possibilità di incidere anche solo a livello tattico. Non sono nemmeno ancora arrivati, che già si è alzato il polverone sulla fornitura di cacciabombardieri.

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Published: 10 March 2023
Created: 06 March 2023
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italiaeilmondo

Voi e l’esercito di chi?

La NATO farebbe bene a rimanere fuori dall’Ucraina.

di Aurelien

2cateistarna 860x280I will do such things –
What they are yet I know not, but they shall be
The terrors of the Earth! – Shakespeare, King Lear.

Politici ignoranti e opinionisti confusi hanno fatto rumore di recente, minacciando, o addirittura fantasticando, su una sorta di intervento formale della NATO in Ucraina. In generale, non hanno idea di cosa stiano parlando e di quali sarebbero le implicazioni pratiche di un intervento. Ecco alcuni esempi del perché è un’idea stupida.

Nel gennaio del 1990, mi trovavo nel quartier generale della NATO a Bruxelles per una riunione di routine. Era una di quelle giornate fredde e umide in cui il Belgio è specializzato, ma c’era molto di più dietro l’atmosfera gelida e da mausoleo dei corridoi deserti. Negli ultimi mesi, il terreno si era continuamente mosso sotto i piedi della NATO e, non molto prima di Natale, la Romania, l’ultimo rimasuglio del Patto di Varsavia, era andata in fiamme. Nessuno aveva la più pallida idea di cosa sarebbe successo la settimana successiva, per non parlare del mese successivo, e la NATO cominciava ad assomigliare a un manifestante con un cartello per una causa già superata. Le capitali nazionali facevano fatica a tenere il passo con ciò che stava accadendo. Ho chiesto a un collega appena tornato da Washington cosa dicevano i falchi dell’Amministrazione Bush. La risposta è stata: “Sono sotto shock”.

Il fatto che la NATO esista ancora quasi trentacinque anni dopo, e che ora abbia il doppio dei membri di allora, ha incoraggiato alcune persone che non hanno prestato attenzione a credere che la NATO sia ancora la stessa potente organizzazione militare che era nel 1989, e che quindi basti minacciare un suo coinvolgimento formale in Ucraina, e i russi si allontaneranno. Non potrebbero essere più pericolosamente in errore.

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Published: 08 March 2023
Created: 02 March 2023
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maggiofil

La “fatalità” della guerra e il possibile della politica

A proposto di Carl von Clausewitz ieri e oggi*

di Valerio Romitelli

ab083a5d3f74e0ac9fa58f105fb15bdfI

Cosa può mai accomunare due figure così distanti come, da un lato, un austero giurista tedesco reazionario attivo tra gli anni Venti e Sessanta del secolo scorso, per di più del tutto coinvolto nella devastante peripezia nazista  e, dall’altro, un filosofo francese, prima  strutturalista (nel cuore degli anni Sessanta), poi anche post-strutturalista, orgogliosamente gay, operante fino alla morte (nel 1984) più o meno  in sintonia con gli svariati movimenti di lotta sociale allora esistenti in Francia, in Italia, ma anche altrove come nell’Iran della rivoluzione anti-Scià?

L’allusione qui è a Carl Schmitt e a Michel Foucault, i quali, oltre ad essere stati tra gli autori di rilevanza politica tra i più letti e commentati a partire dagli anni Settanta, specie in Italia e specie a sinistra, convergono sorprendentemente su un’idea strategica cruciale riguardo al rapporto tra guerra e politica. Ad entrambi, nel corso delle rispettive opere di dimensione e riverbero a dir poco monumentali, è capitato infatti di rifarsi all’arcinoto assioma di Carl Von Clausewitz “la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi”[1]. Ma, fatto degno di nota, di cui qui si discuterà, è che ad entrambi in una simile occasione, ciascuno all’insaputa dell’altro, è venuto da postulare che tale detto resterebbe valido solo se rovesciato. Conclusione condivisa è quindi che sia la politica ad essere continuazione della guerra, non viceversa[2].

Lungi dall’essere riducibile a una questione puramente terminologica o a una curiosità accademica, questo rovesciamento di prospettiva può essere invece accolto come un nodo problematico assai significativo di molte dispute tutt’ora in corso all’interno della variegata galassia della militanza anticapitalista; e più in particolare, delle recenti dispute insorte intorno al crescente pericolo di un terzo conflitto mondiale, divenuto più che mai sensibile a seguito dell’invasione russa dell’Ucraina e dei supporti bellici concessi a profusione in suo favore dalla Nato.

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Published: 06 March 2023
Created: 02 March 2023
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rossellafidanza

Ci vuole una guerra?

di Rossella Fidanza

Seymour Hersh nel suo nuovo articolo paragona correttamente l'attuale congiuntura all'escalation di Kennedy in Vietnam. "Il tempo stringe."

a86e8efd 4256 4646 8d7b b0b214570ad0 1216x866Seymour Hersh torna a scrivere, dopo aver pubblicato un dettagliato resoconto su come gli Stati Uniti hanno organizzato il sabotaggio al Nord Stream con l’appoggio della Norvegia (link) e aver approfondito che tipo di rapporti legano da decenni la Norvegia alle operazioni militari e non gestite dai servizi segreti americani:

https://rossellafidanza.substack.com/p/seymour-hersh-spiega-perche-gli-usa?utm_source=substack&utm_campaign=post_embed&utm_medium=web

Nel proseguire con il suo lavoro di ricerca in relazione al conflitto che si sta combattendo in Ucraina, Hersh oggi si spinge a fare un paragone tra quello che Biden sta gestendo in questo momento e quanto ha dovuto affrontare il Presidente John F. Kennedy in un momento molto delicato della sua amministrazione.

“C'è un inevitabile divario tra ciò che un presidente ci dice su una guerra - anche una guerra per procura - e la realtà sul campo. È vero oggi, mentre Joe Biden lotta per ottenere il sostegno dell'opinione pubblica per la guerra in Ucraina, ed era vero sei decenni fa, quando Jack Kennedy lottava per capire la guerra che aveva scelto di portare avanti nel Vietnam del Sud.”

Partendo da questo preambolo, Hersh ripercorre il frangente probabilmente più critico della Presidenza Kennedy, l'inizio del 1962. JFK era appena passato dal disastro della Baia dei Porci accaduto dopo tre mesi dall’inizio del suo mandato, che aveva pesantemente danneggiato la sua immagine e la sua leadership (trovate in fondo all’articolo la sezione “approfondimenti” con i link consigliati con le informazioni storiche).

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Published: 05 March 2023
Created: 03 March 2023
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lacausadellecose

Elly Schlein, cioè cosa?

di Michele Castaldo

834261 thumb full 720 s220520 giannini schleinC’è un entusiasmo smisurato intorno alla figura di Elly Schlein appena eletta a nuovo segretario del Pd che esordisce parlando di «una piccola grande rivoluzione», segno dei tempi.

Mettiamo però subito in chiaro un punto: che una donna rivendichi pubblicamente la propria sessualità dicendo: «Sono una donna, amo una donna, non sono madre, ma non sono meno donna per questo», rappresenta certamente un fattore di rottura nei confronti tanto del bigottismo di destra – ancora oggi rappresentato dalla Meloni che predica: «Io sono Giorgia, sono una donna, sono una madre, sono cristiana…», quanto del moralismo di sinistra e di una certa tradizione comunista contro cui oggi si scatena strumentalmente la critica della grande stampa benpensante della borghesia italiana.

E a proposito di un certo bigottismo di sinistra, tanto per non andare troppo lontano e citare Pier Paolo Pasolini, oppure il povero Aldo Braibanti (“Il signore delle formiche” di un recente film di Amelio, ricordo un episodio vissuto in prima persona nel costruendo stabilimento Montefibre di Acerra (Na) nel lontano 1976. Ero delegato eletto da oltre il 90% degli operai e durante una giornata di sciopero mi capitò di vedere Vittorio, un operaio omosessuale, piangere di nascosto dietro l’angolo di una baracca. Lui che era sempre attivo negli scioperi e sempre in prima fila nelle manifestazioni, e durante le occupazioni di cantiere si esibiva ballando e mettendo tutti di buon umore, insomma sempre sorridente e allegro, mi apparve molto strano vederlo piangere. L’avvicinai chiedendogli cosa fosse successo, pregandolo di volersi confidare. Alla fine sconfortato disse «non ce la faccio più a sopportare, prima mi insultano definendomi ricchione e poi mi chiedono di fargli i pompini».

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Published: 04 March 2023
Created: 28 February 2023
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sbilanciamoci

Solo armi: le scelte dei leader Ue, tre chiavi di lettura

di Chiara Bonaiuti

Il comportamento dei leader europei nella corsa al riarmo per la guerra in Ucraina non corrisponde né ai principi condivisi nel diritto internazionale, né agli interessi strategici, tanto meno a quelli economici. Analisti di diverse famiglie teoriche lo confermano: la mancanza di trattative è sonnambulismo e cova la catastrofe

ff194846 29c1 405f bfac 77d4126806d6 755x491Premessa

Il confronto tra pacifisti e interventisti viene spesso presentato come una contrapposizione tra idealisti e realisti, irrazionali e razionali. Ma è davvero realista chi ritiene che la guerra, il riarmo e l’escalation più siano l’unico modo per respingere Putin? Sono davvero così irrazionali i pacifisti che premono per l’apertura di un tavolo delle trattative oppure lo sono i decisori politici europei che stanno andando dritti verso la catastrofe come dei sonnambuli?

Con un approccio analitico vorremmo analizzare qui quali siano i fattori che spiegano questa corsa al riarmo da parte della classe dirigente italiana ed europea. Facendo riferimento alla letteratura sul commercio di armi, consideriamo tre gruppi di variabili che possono spiegare il comportamento dei leader europei: gli ideali; gli interessi strategici o gli interessi economici. Ciascun gruppo di variabili fa riferimento ad una diversa famiglia di teorie della politica estera europea: i costruttivisti, i realisti e neorealisti e i liberisti.

 

I principi della democrazia e della difesa dei diritti umani

Un primo gruppo di teorie ruota attorno al costruttivismo, secondo cui le idee e i valori sono importanti e possono influenzare le scelte politiche. Tra gli studiosi costruttivisti, Manners introduce il concetto di potere normativo europeo. Egli sostiene che l’identità e il comportamento dell’UE si basano su un insieme di valori comuni: pace, diritti umani, democrazia, Stato di diritto, uguaglianza, solidarietà sociale, libertà, sviluppo sostenibile e buon governo, contenuti nei trattati dell’UE. Questi valori hanno un fondamento giuridico e si trovano formalizzati nei Trattati dell’Unione.

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Published: 02 March 2023
Created: 27 February 2023
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cumpanis

Neomarxismo italiano: soggettività di classe, autovalorizzazione, bisogno di comunismo

di Alberto Sgalla

Sgalla per la homeEsplorare le infinite possibilità della voce per raggiungere gli estremi confini del canto … è l’universo dei valori d’uso che si scontra con la fabbrica e la produzione (N. Balestrini)

La ricerca neo-marxista

I Grundrisse, pubblicati in Occidente nel 1953, sono stati indispensabili come fonte di riferimento per la ricostruzione complessiva del grande laboratorio di pensiero marxiano e, in particolare, per quel movimento di ricerca, che si è sviluppato in Italia lungo gli anni ’60 e ‘70 (Panzieri, Tronti, Asor Rosa, Negri, Alquati, Bologna, Ferrari Bravo, Daghini, Luperini, Berti, Marazzi, Meriggi, Virno, Castellano, Màdera … “Quaderni Rossi”, “Quaderni piacentini”, “Classe Operaia”, “Contropiano”, “Aut aut”, “Primo Maggio”, “Sapere”, “Ombre Rosse”, “Controinformazione”, “Rosso” …), movimento di riflessione teorica, di analisi concreta, di critica della scolastica rigida in cui certo marxismo era rinchiuso, di recupero dei temi marxisti della prorompente soggettività di classe, della libertà, della ricerca della felicità. Quel neo-marxismo ha assunto in pieno il metodo dialettico critico e rivoluzionario, che “nella comprensione positiva dello stato di cose esistente include simultaneamente anche la comprensione della negazione di esso”.

Ha rinnovato il marxismo come teoria scientifica dello sviluppo capitalistico e della classe operaia come soggetto collettivo, sintesi di corpi, intelletti, volontà, come agente del cambiamento.

Ha analizzato la fenomenologia dei rapporti di forza fra i soggetti sociali, la nuova autonoma soggettività di classe nel nuovo assetto concreto dei rapporti che s’andavano instaurando nel processo di produzione in cui era protagonista la grande impresa fordista verticalmente integrata, poi avviata verso una forma “flessibile”, delocalizzata, specializzata per fasi, condizionata dal capitale finanziario, sovrano nell’orientare l’allocazione delle risorse.

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Published: 01 March 2023
Created: 27 February 2023
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effimera

Diario della crisi | Guerra e moneta

di Maurizio Lazzarato

dollaro 1200x500Il quinto appuntamento del Diario della crisi – progetto nato dalla collaborazione di «Effimera», «Machina» ed «El Salto» – è dedicato alla questione della guerra. A occuparsene è Maurizio Lazzarato, con un testo che costituisce l’introduzione al suo nuovo volume di prossima pubblicazione per DeriveApprodi: Guerra e moneta. Imperialismo del dollaro, neoliberalismo, rotture rivoluzionarie. L’autore, a partire dai limiti della riflessione e delle ipotesi del pensiero critico sul tema, analizza quello che lui definisce «imperialismo del dollaro», spiazzando decisamente il campo rispetto all’identificazione tra capitalismo e neoliberalismo. Il testo, offrendo una lettura in chiave genealogica e di prospettiva della guerra in corso, aggredisce l’attualità senza scadere nelle convulsioni della cronaca; al contempo, presenta diversi spunti di discussione attorno a cui allargare e approfondire il dibattito sulla crisi contemporanea

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* La guerra (e tutte le sue variazioni, guerra di classe, di razza, di sesso, neocoloniale ecc.) è il regime di verità del capitalismo.

* Il capitalismo non si può in nessun caso identificare con il neoliberalismo. Il misfatto di confondere i due è stato operato per primo da Michel Foucault, creando una catastrofica confusione teorica e politica nel pensiero critico che non ha fatto che aggravarsi con il passare del tempo. Il capitalismo si è sbarazzato della governamentalità neoliberale, come un secolo primo aveva fatto con il liberalismo classico, a cui ha preferito, per difendere gli interessi delle classi proprietarie, populismi, nuovi fascismi, guerre civili e da ultimo la guerra.

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Published: 01 March 2023
Created: 26 February 2023
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labottegadelbarbieri

Dietro ed oltre la guerra in Ukraina

di Giorgio Ferrari

Ad un anno esatto dallo scoppio della guerra in Ucraina Giorgio Ferrari scrive un articolo che è la prosecuzione di Comparazione tra due guerre: l’annullamento della dialettica e l’inversione della storia.  Si tratta di un ragionamento su cosa si cela (anche) dietro questa
guerra, ma soprattutto è un ragionamento sull’Occidente, la sua costruzione e i suoi valori

Immagine1 1okjLe argomentazioni svolte precedentemente (Comparazioni tra due guerre - L’annullamento della dialettica e l’inversione della storia)i, per quanto circoscritte ad una analisi comparata tra gli avvenimenti che precedettero la II guerra mondiale e quelli che hanno portato all’attuale guerra in Ucraina, forniscono già un esempio della presunzione e del manicheismo di cui è pervaso il pensiero dominante.

C’è un solo aggressore, la Russia, ed un solo aggredito, l’Ucraina; quest’ultima è la vittima, l’altra è il carnefice. Di più non è consentito dire, pena l’iscrizione tra i seguaci di Putin con tutte le dannazioni conseguenti che in questi mesi sono state utilizzate dalla stragrande maggioranza degli organi di informazione, i quali hanno fornito un’informazione monotonica sullo svolgimento del conflitto con descrizioni raccapriccianti della barbarie russa.

Sono talmente tanti ed estremi i giudizi nei confronti della Russia, che si è superato un punto di non ritorno per cui viene da chiedersi se sarà mai possibile, un domani, ripristinare una qualche relazione con questo paese; se, insomma, non sia questo dell’Occidente, un atteggiamento risolutivo volto a precludere una qualsivoglia soluzione del conflitto che non sia la capitolazione della Russia e/o la sua disgregazione.

 

Lo scontro di civiltà

Il secolo scorso, improvvidamente definito “breve” da Hobsbwan, non sembra avere una fine. L’ultimo suo lascito, quello del 1989, grava ancora sul presente nonostante i numerosi tentativi di esorcizzarlo.

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Published: 28 February 2023
Created: 25 February 2023
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analisidifesa

Credere, Obbedire, Soccombere

di Gianandrea Gaiani

1646864304086 volodymyr zelenskyyDopo un anno di guerra in Ucraina non è ancora chiaro chi potrà forse vincere il conflitto sul campo di battaglia ma tra gli sconfitti senza appello, “senza se e senza ma” ci sono i media occidentali, in particolare quelli europei, in special modo la gran parte di quelli italiani.

Studi televisivi riempiti con bandiere giallo-blu, anchor-man che tolgono l’audio in diretta a un discorso di Vladimir Putin atteso dal mondo intero “per non dare spazio alla propaganda russa”, conduttori che prendono le distanze dalle dichiarazioni di ospiti che indugiano nello sposare ogni tweet della propaganda di Kiev o nell’accusare solo i russi per ogni responsabilità e nefandezza di questa guerra.

Che dire poi delle interviste al presidente ucraino Volodymyr Zelensky talmente in ginocchio da far apparire equilibrata e pure aggressiva la “mitica” intervista di Gianni Minà a Fidel Castro del 1987?

Nessuna domanda scomoda sulle opposizioni messe al bando, il patrimonio personale del presidente e di diversi ministri e generali, le leggi che soffocano la libertà di stampa ed espressione, la corruzione dilagante anche a danno dei militari che ha portato alla rimozione di molti funzionari, il rapporto di Amnesty International che accusa le truppe ucraine di crimini di guerra, le armi donate dall’Occidente rinvenute su fronti bellici in altri continenti, le rappresaglie sui “collaborazionisti” nelle città riconquistate, i video che mostrano le truppe di Kiev ferire o uccidere prigionieri…solo per citare alcuni dei temi più eclatanti.

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Published: 28 February 2023
Created: 24 February 2023
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perunsocialismodelXXI

Didattica russa

di Piero Pagliani

547114 cyber attack cyber warRicevo dall'amico Piero Pagliani questo bell'articolo che, prendendo le mosse dalle traiettorie divergenti che hanno imboccato i sistemi formativi russo e americano (il primo che si prepara a tornare al modello sovietico, il secondo allegramente in marcia verso il degrado), approfondisce le riflessioni geopolitiche che Piero ci aveva ha già regalato in precedenti occasioni sulle ragioni profonde del conflitto, vale a dire sull'incapacità/impossibilità della superpotenza statunitense di adattarsi a un mondo multipolare. PS. Ho lasciato il titolo dell'autore anche se io avrei preferito qualcosa come "Usa: il declino inizia sui banchi di scuola"[C.F.].

* * * *

Vorrei porre l'accento su un passaggio del recente discorso di Putin alla Duma che è stato trascurato dai nostri media e dai nostri “esperti” cavernicoli (cioè che pensano solo la clava, di cui parlerò solo dopo). Il passaggio riguarda la necessità di una riforma del sistema formativo russo:

«Il primo punto è tornare alla formazione di base di specialisti con istruzione superiore tradizionale per il nostro paese. Il periodo di studio può essere da quattro a sei anni. Allo stesso tempo, anche all'interno della stessa specialità e di un'università, possono essere offerti programmi che differiscono in termini di formazione, a seconda della specifica professione, e della richiesta dell'industria e del mercato del lavoro. In secondo luogo, se la professione richiede una formazione aggiuntiva, una specializzazione focalizzata, allora in questo caso il giovane potrà continuare la sua formazione in un corso magistrale o residenziale. In terzo luogo, gli studi post-laurea saranno assegnati come livello separato di istruzione professionale, il cui compito è formare il personale per le attività scientifiche e didattiche».

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Published: 28 February 2023
Created: 22 February 2023
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lantidiplomatico

Discorso di Putin del 21 febbraio. Traduzione integrale in italiano

a cura di Marinella Mondaini

Traduzione integrale del discorso di Putin del 21 febbraio*

720x410c50àpokecUn Messaggio epocale e carico di amore, per il proprio popolo e per l’umanità.

Non c’erano giornalisti italiani al 18º Messaggio di Putin perché il Cremlino ha accettato solo la presenza dei paesi amici della Russia.

Il messaggio del Presidente all’Assemblea Federale è un discorso pubblico annuale del capo di Stato, rivolto a entrambe le Camere del Parlamento e ai capi di tutte le regioni della Federazione Russa.Esso valuta lo stato delle cose nel paese e determina le principali direzioni della politica interna ed estera. Il primo discorso che Vladimir Putin ha enunciato davanti ai deputati e ai senatori è stato a luglio del 2000 e recava l’emblematico titolo: “Quale Russia costruiamo?”

Quest’anno all’evento sono stati invitati anche i partecipanti all’Operazione Speciale Militare russa in Ucraina.

Putin ha parlato per quasi due ore di fila, interrotto da 53 applausi, di cui 4 in piedi. Un discorso impressionante e potente per contenuto e per carica emotiva, che ha toccato tutte le sfere: politica interna ed estera, situazione mondiale e in particolare valutazione sull’Ucraina, l’Operazione Speciale militare, le riforme interne, anche nel campo dell’Istruzione, dove è proposto un ritorno alla preziosa esperienza sovietica, dove il maestro, il professore ritorna al suo valore originario: quello non solo di insegnante, ma anche di educatore, una figura che non dev’essere “emanatore di servizi”! Inoltre si raggiunge così anche lo scopo di distogliere giovani e bambini dalle reti sociali.

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Published: 26 February 2023
Created: 22 February 2023
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lafionda

La guerra capitalista. Considerazioni di un profano

di Mimmo Porcaro

guerra soldato energia risorse petrolio 1Uno dei più importanti problemi teorici di questi tempi è quello di mostrare il legame necessario tra guerra e capitalismo e di fare in modo, quindi, che tra la cosiddetta geopolitica e la critica dell’economia politica non si crei un fossato tale da indurle ad andare ognuna per la sua strada, dimenticando l’una le classi e l’altra gli stati. Il libro che qui esamino[i] entra di fatto nel merito perché, proprio mentre sottolinea la cogenza della marxiana legge di centralizzazione del capitale, costruisce immediatamente un nesso tra questa legge “economica” e la funzione “politica” del banchiere centrale. Il risultato, come vedremo, non è del tutto convincente: vengono chiarite importanti questioni, ma altre vengono offuscate.  Il ragionamento degli autori è comunque di quelli che impongono di andare all’essenza delle cose, il che è esattamente quello che dobbiamo fare. E oggi più di ieri.

 

Centralizzazione, una riscoperta opportuna

Cominciamo col riassumere alcune delle tesi fondamentali del volume, anche se esse dovrebbero essere ormai note agli happy few che si interessano di queste cose. Come gli autori ci ricordano, se in Marx la concentrazione del capitale è il processo di crescita del capitale singolo attraverso l’autonoma accumulazione, la centralizzazione – spesso  erroneamente chiamata anch’essa concentrazione – si ha quando numerosi capitali già formati, sconfitti nella competizione, cadono nelle mani del capitale vittorioso attraverso liquidazioni, fusioni e acquisizioni; oppure si ha quando una proprietà formale assai frammentata si trova di fatto riunita in poche mani vuoi per il meccanismo dell’outsourcing , vuoi per effetto della gestione del capitale di una miriade di azionisti da parte dei vertici di Spa o banche.

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Published: 26 February 2023
Created: 21 February 2023
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marxdialectical

Marx e Hegel

di Roberto Fineschi

Conferenza al Ghislieri, dicembre 2018

marx e hegelTrascrizione leggermente rivista della relazione dal medesimo titolo presentata al convegno internazionale “Marx e la tradizione filosofica” organizzato in occasione del bicentenario della nascita di Karl Marx presso l’Università di Pavia, Dipartimento di Studi Umanistici – Sezione di Filosofia, dal Consorzio di Dottorato in Filosofia Nord-Ovest (FINO) e dal Collegio Ghislieri (Pavia, 13-14 dicembre 2018).

 

§1

Ringrazio innanzitutto per il gradito invito. È per me un vero piacere essere presente in questa conferenza, sia per il tema che per un risvolto personale: il mio maestro Alessandro Mazzone fu allievo del Ghislieri e, poiché il rapporto Marx-Hegel era uno dei temi a lui più cari, essere qui a parlarne un po', confesso, mi emoziona.

L’argomento che mi è stato assegnato è ovviamente molto, troppo complesso per essere affrontato in 40 minuti; chi ha familiarità con l'opera di Marx sa benissimo come il rapporto con Hegel attraversi tutto lo sviluppo della sua produzione scientifica e come sia stato inevitabilmente al centro di vastissimi dibattiti nella tradizione successiva; inevitabilmente non potrò che essere sommario.

Vorrei partire proprio con un accenno alla ricezione, perché chi si avvicina a questo tema attraverso la letteratura critica onestamente non può che rimanere disorientato: si è praticamente sostenuto tutto e il suo contrario.

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Published: 26 February 2023
Created: 22 February 2023
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contropiano2

Germania. “Mettiamo fine a questa guerra”

Der Spiegel intervista Alice Schwarzer e Sahra Wagenknecht

Germania no natoI giornalisti dello Spiegel, Susanne Beyer e Timo Lehmann, hanno curato una lunga intervista ad Alice Schwarzer e Sara Wagenknecht. La prima nota giornalista, la seconda parlamentare della Linke spesso dissonante rispetto alla linea ufficiale del Partito della Sinistra tedesca.

Le due donne hanno lanciato un appello per fermare la guerra in Ucraina e stoppare la fornitura di armi da parte della Germania. L’appello ha raggiunto le 500.000 firme ed è diventato un fatto politico. Per sabato prossimo, 25 febbraio, i firmatari dell’appello hanno convocato una manifestazione contro la guerra alla porta di Brandeburgo a Berlino.

Contro la manifestazione di sabato a Berlino si sta scagliando il fronte conservatore e quello guerrafondaio, quest’ultimo assai più trasversale. Il politico della Cdu Roderich Kiesewetter ha lanciato un suo appello contro il corteo di sabato prossimo.  

Tra i primi firmatari figurano lo scienziato Joachim Krause dell’Istituto per la politica di sicurezza dell’Università di Kiel e l’ex parlamentare dell’FDP Hildebrecht Braun. Ma anche il gruppo parlamentare della Linke ha preso le distanze della manifestazione.

I giornalisti dello Spiegel incalzano le due esponenti del movimento contro la guerra a tutto campo, inclusi alcuni colpi bassi riservati in questi dodici mesi a tutti coloro che nei vari paesi, Italia inclusa, si sono opposti alla logica guerrafondaia.

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  1. Raffaele Sciortino: La guerra capitalista. Alcune note di lettura
  2. Enrico Tomaselli: Cul-de-sac
  3. Giuseppe Sottile: Introduzione a Frattura metabolica e Antropocene
  4. John Bellamy Foster: Il nuovo irrazionalismo
  5. Diego Angelo Bertozzi: Da Mao a Xi: un socialismo vivo
  6. Jacques Baud: Le strategie fatali dell’Occidente in Ucraina
  7. Maurizio Brignoli: Continuare l'attacco imperialistico alla Siria con altri mezzi
  8. Luca Busca: Alle Regionali ha vinto Pirro
  9. Seymour Hersh: «Gli Usa hanno attaccato il North Stream»
  10. Christian Marazzi: Diario della crisi | Il collasso del paradigma postfordista
  11. Claudio Conti - Guido Salerno Aletta - Robert Kuttner: Usa, profondo rosso
  12. Carlo Formenti: Il Marx "teologo" di Enrique Dussel
  13. Matteo Pucciarelli: Il linguaggio belligerante e il diritto di dissentire
  14. Giacomo Gabellini: Inflation Reduction Act: l’Europa sotto assedio statunitense
  15. Nadia Garbellini: Ricordo di Luigi Pasinetti
  16. Giorgio Gattei: Il prestito al tulipano: ancora a lezione da Dgiangoz. Cronache marXZiane n. 10
  17. Paolo Virno: Il perturbante contro Freud
  18. Leonardo Mazzei: Nucleare? No grazie! In risposta a Thomas Fazi
  19. Lorenzo Velotti: Graeber: l’antropologia e le alternative possibili
  20. Federico Simoni: Il rapporto sociale «che si presenta in una cosa»
  21. Piero Pagliani: Slittamento di paradigma
  22. Antonio Mazzeo: Soldati italiani nell’Europa dell’Est. 1500 pronti alla guerra con la Russia
  23. Simplicius76: Munizioni e mezzi corazzati: chi ne produce di più?
  24. Luigi Luccarini: Sentenze della Corte Costituzionale: la "scienza ufficiale" come fonte autonoma del diritto?
  25. Mike Whitney: Ecco dove Hersh ha sbagliato

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