
Dunque, da una settimana siamo «stabili». Il che, detto nel cuore della peggior crisi economica del dopoguerra, non dovrebbe suonare troppo rassicurante per nessuno. La ripresa delle solite diatribe all'interno della maggioranza (ancora sull'IMU!) sta ora spegnendo le grida di trionfo del partito trasversale della «stabilità». E' dunque il momento di ragionare più a freddo su quanto avvenuto, sulla sua portata, le sue conseguenze, i suoi possibili sviluppi.
Di certo nessuno poteva prevedere il pittoresco dietrofront di Berlusconi. Quest'uomo, che ha costruito il suo successo sull'«immagine», ha chiuso la sua presenza in parlamento consegnando alle amate telecamere l'immagine di una persona distrutta, incerta, spaesata, tradita... E tuttavia convinta di poter in qualche modo congegnare l'ultima furbata.
Quanto sarà stata furba quest'estrema furbata ce lo dirà la storia. Al momento tanto scaltra non sembra: il Pdl è diviso e in netto calo nei sondaggi, la scissione sembra solo rimandata, il duo Letta-Napolitano è ben saldo al posto di comando, mentre il noto truffatore che a loro si appellava si acconcia ormai ai «servizi sociali».
Ma andiamo oltre. La vicenda personale di Silvio Berlusconi è strettamente intrecciata con la politica italiana da vent'anni ma, almeno da questo punto di vista, i fatti del due ottobre segnano una svolta. Concentriamoci allora sulle prospettive, ed in particolare sulle caratteristiche che avrà la nuova fase politica che la sconfitta del Cavaliere, nel partito da lui stesso fondato, ha evidentemente aperto.

Contestare il reato di immigrazione clandestina senza aprire una contesa più generale per il controllo dei movimenti di capitale e per un’alternativa di politica economica, costituisce un suicidio politico. Spunti di riflessione per una “sinistra” allo sbando, da tempo incapace di dare coerenza logica alle fondamentali battaglie contro l’avanzata dei movimenti xenofobi e razzisti
Pubblicato sul Financial Times il 23 settembre scorso, il “monito degli economisti” denuncia la mancata volontà delle classi dirigenti europee di concepire una svolta negli indirizzi di politica economica, e individua in tale mancanza una causa delle “ondate di irrazionalismo che stanno investendo l’Europa” e dei relativi “sussulti di propagandismo ultranazionalista e xenofobo”. La recente tragedia di Lampedusa costituisce un esempio terrificante delle conseguenze di questa palese ignavia politica. Il riferimento non è solo al raccapricciante tentativo del Presidente della Commissione europea Barroso di mettere un velo su questa vicenda ricorrendo a una elemosina. Il problema sta pure nel modo in cui le forze di sinistra si sono lanciate in una battaglia per l’abolizione del reato di immigrazione clandestina previsto dalla legge Bossi-Fini.
Naturalmente, nessuno qui nega che sia giusto cercare di intercettare il moto di sdegno che ha attraversato il paese, di fronte alla notizia che i superstiti del disastro di Lampedusa subiranno anche la beffa di essere imputati per il reato di clandestinità. Ma bisogna rendersi conto che oggi più che mai la politica non può esser fatta solo di sdegno o di mani passate sulla coscienza. Soprattutto in tempo di crisi, la politica è alimentata in primo luogo dalla volontà dei singoli e dei gruppi di difendere i propri interessi, di dar voce alle proprie istanze.
“Il wasn’t a natural disaster. The Bubble was man-made” (Elisabeth Warren)
1. Lo scorso gennaio, quando ero in California, negli Stati Uniti, mi piaceva leggere il Wall Street Journal. Scritto in un disagevole americano standard, sembrava esporre ovvie verità con un linguaggio crudo, franco, colloquiale. Il suo argomentare diretto contrastava molto con il tono professorale del New York Times, una specie di versione colta del Corriere della Sera, adatto solo ai laureati in una qualche disciplina umanistica. Leggevo questi due giornali perché altri decenti non ce n’erano. Il terzo quotidiano nazionale, USA Today, aveva molte foto, molto sport e mi sembrava più adatto a proteggere i senzatetto dal freddo che alla lettura. Altri importanti giornali nazionali non ne vedevo. Esistevano altre testate. Mi ricordo ad esempio il Los Angeles Times. In ogni caso questi fogli, sinceramente, mi sembravano più quotidiani locali che vere fonti informative. Mi trovavo in una situazione molto strana. Una situazione interessante e per me decisamente nuova. Negli Stati Uniti esisteva (esiste) una specie di collo di bottiglia informativo di dimensioni nazionali. La situazione era così esplicita che, un paese con molti quotidiani come l’Italia, poteva apparire come una specie di covo di intellettuali d’alto livello. Questa ripetuta esperienza di lettura mattutina mi aveva intrigato. A me è sempre piaciuto leggere e trovavo conforto nella vista di altri lettori, in genere barboni, senzatetto e vecchiette rimbambite. I miei simili, i lettori di libri e giornali, sono considerati degli strambi, gente molto particolare. L’americano medio guarda la televisione.

Questo è il titolo del libro uscito quest’anno ad opera di Robert ed Edward Skidelsky. Il primo, Robert, è un Lord britannico, professore emerito di economia, politicamente inquieto aderì ai laburisti, uscì per fondare il partito socialdemocratico, poi divenne conservatore ed infine membro del gruppo misto dei Cross Bencher. Il secondo, Edward è il figlio ed insegna filosofia. E’ autore di un rilevante studio su E. Cassirer. Skidelsky padre è meglio conosciuto come il più importate biografo ed esegeta di J. M. Keynes di cui curò una monumentale biografia in tre volumi e di cui esiste anche una utile riduzione (R. Skidelsky, Keynes, Bologna, Il Mulino, 1998).
Il principale merito del libro è portare un ulteriore contributo a quella posizione di pensiero che si muove in critica ed alternativa al pensiero economico dominante, in particolare per quanto attiene al dogma della crescita infinita. Dalla decrescita, all’economia della felicità, agli ecologisti, agli economisti dello stato stazionario, la pattuglia degli “obiettori della crescita”, include oggi anche un punto di vista keynesiano. E’ questo un segnale importante per il formarsi di una consistenza a favore di nuovi paradigmi ed è rilevante anche che questo contributo provenga dall’ambito anglosassone che è altresì l’Urheimat del dogma crescista, mercatista, liberale ed econocratico.
La tesi è doppiamente fondata. Da una parte sul concetto di “abbastanza”, cioè su una limitazione quantitativa che Skidelsky sr deriva da Keynes ed in particolare da un testo (da noi più volte citato) scritto nel 1931 “Possibilità economiche per i nostri nipoti” (in J.M.Keynes, Sono un liberale? Milano, Adelphi, 2010, p. 233).

Franco Berardi (Bifo), Dopo il futuro: Dal Futurismo al Cyberpunk. L’esaurimento della Modernità, DeriveApprodi, Roma 2013, pp. 136, € 14.00
In una delle sue lezioni al Collège de France, Michel Foucault offre questa spiegazione del rapporto tra il sapere dell’intellettuale e la lotta. Non spetta all’intellettuale esortare il popolo alla lotta (‘battetevi contro questo in tale o talaltro modo’), piuttosto quello che il sapere dovrebbe fare è dire, rivolgendosi a coloro che vogliono lottare, ‘se volete lottare, ecco dei punti chiave, delle linee di forza, delle zone di chiusura e di blocco’1. È chiaro che nonostante il titolo del nuovo libro di Franco Berardi sia carico di parole quale ‘dopo il futuro’ e ‘esaurimento’, esso non può fare a meno o non intende dissaduere dalla lotta, dalla ricreazione del futuro, non è un libro cioè che ci dissuade da quell’atto fondamentale per qualsiasi pratica politica costituente che è credere nel mondo. E tuttavia, da schizoanalista qual è, si tratta di un libro che pone pesantemente l’accento sui blocchi del desiderio e quindi delle lotte, o nei termini del libro, esso pone la centralità della questione della sensibilità, dell’empatia e dell’etica. Si tratta di un libro che pratica l’arte schizoanalitica della diagnosi, mettendo in evidenza tutta una serie di sintomi, culturali e sociali, che mostrano l’evoluzione e l’esaurimento di quella idea di futuro che ha giocato un ruolo fondamentale nei movimenti politici del novecento, e le conseguenze oggi del suo esaurimento.
Dall’ultimo numero di “Viewpoint Magazine” sull’inchiesta operaia, appena pubblicato
Uso politico dell’inchiesta operaia
La proposta originaria di una “inchiesta statistica sulla situazione delle classi lavoratrici” fu formulata per la prima volta da Marx nelle Istruzioni per i delegati del consiglio centrale provvisorio dell'associazione internazionale dei lavoratori, nel 1867, poi ripresa nel 1880. L'intento era di portare alla luce quei "fatti e misfatti", relativi all'organizzazione del lavoro e al processo di produzione e di vita, che il potere borghese deliberatamente occulta o quanto meno mistifica.
Nel 1964 Raniero Panzieri[1] interviene sul tema “Scopi politici dell’inchiesta”[2] presentandolo in questi termini: “Noi abbiamo degli scopi strumentali, evidentemente molto importanti, che sono rappresentati dal fatto che l'inchiesta è un metodo corretto, efficace e politicamente fecondo per prendere contatto con gli operai singoli e gruppi di operai. Questo è uno scopo molto importante: non solo non c'è uno scarto, un divario e una contraddizione tra l'inchiesta e questo lavoro di costruzione politica, ma l'inchiesta appare come un aspetto fondamentale di questo lavoro di costruzione politica. Inoltre il lavoro a cui l'inchiesta ci costringerà, cioè un lavoro di discussione anche teorica tra i compagni, con gli operai ecc., è un lavoro di formazione politica molto approfondita e quindi l'inchiesta è uno strumento ottimo per procedere a questo lavoro politico”.

Mentre i media ci informano assiduamente sui colpi di scena del teatrino politico nazionale, le trattative proseguono: istituzioni sovranazionali e grande business stanno negoziando l'accordo transatlantico per il commercio e l'investimento (TTIP) tra Unione Europea ed USA, che dovrebbe essere concluso per la fine del 2014. Corporate Europe Observatory pubblica un dettagliato report sulle conseguenze economiche, sociali e ambientali di questo nuovo patto. Con ogni probabilità s'innescherà un'altra corsa al ribasso sulle condizioni del lavoro e gli standard ambientali. A riprova di un semplice fatto: quando si lascia decidere al potere, il potere decide per se stesso.
Abbiamo tradotto la prima parte del report.
Il commercio transatlantico & l’utopia delle multinazionali
"Il gruppo più impaziente è il settore imprenditoriale. Siamo franchi su questo. Lo sapete, ovvio che intendo che la cosa è guidata politicamente, è guidata strategicamente. La questione di fondo è che il business vuole che questo avvenga, il business da entrambi i lati dell'Atlantico"
Andras Simonyi, della Johns Hopkins University 2
Il 13 febbraio 2013 il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, e i leader dell’Unione Europea si sono impegnati ad avviare negoziati per un accordo transatlantico per il commercio e l’investimento (TTIP), noto anche come TAFTA (Accordo transatlantico per il libero commercio).
È appena uscito il libro di Ernesto Screpanti L’imperialismo globale e la grande crisi. Lodevolmente, è stato pubblicato in edizione online scaricabile gratis. È un tentativo di spostare avanti, adeguandolo ai tempi, il dibattito sull’imperialismo. La globalizzazione sta realizzando una nuova forma di dominio imperiale nella quale il grande capitale multinazionale, attraverso il mercato, priva di sovranità e di autonomia politica le organizzazioni locali, i sindacati, i partiti e le istituzioni deliberative. La grande crisi del 2007-13 ha fatto esplodere le contraddizioni tra stato e capitale. Nello stesso tempo sta accelerando il processo di affermazione dell’imperialismo globale. Si configura come una crisi di transizione fra il sistema tardo-novecentesco delle relazioni e dei pagamenti internazionali e un nuovo sistema basato sul multilateralismo, su un Super-Sovereign Currency Standard e su una forma del tutto inedita del potere mondiale del capitale. Ho rivolto delle domande a Ernesto Screpanti per chiarire alcune questioni cruciali e per portare alla luce il senso in cui la sua analisi, che si presenta come altamente innovativa pur entro la tradizione marxista, ci permette di capire l’attuale fase dell’accumulazione capitalistica.
La differenza tra le tue tesi e quelle di Lenin sono legate a una nuova fase dell’accumulazione del capitale o si tratta di una diversa impostazione teorica nell’affrontare la questione?
Dai tempi di Lenin è cambiata non solo la fase dell’accumulazione, ma anche la forma del capitalismo. L’analisi di Lenin era adeguata per il capitalismo trustificato dell’era degli imperi coloniali.

Nel modo in cui è spesso presentata, l'ascesa della Cina sarebbe parte di quel più grande, ed incontenibile, processo di globalizzazione che spinge le aziende ad internazionalizzarsi alla ricerca di bassi costi della manodopera. I lavoratori di tutto il mondo sarebbero così messi in competizione tra loro in una "corsa verso il fondo". Quello che Beverly Silver e Lu Zhang mostrano bene in questo articolo scritto nel 2008 è come anche nel caso cinese i lavoratori invece dimostrino di essere qualcosa di più che meri soggetti passivi di questi processi: "laddove va il capitale, segue il conflitto", come mostrano seguendo le lotte portate avanti dagli operai in Cina negli ultimi anni e di fatto anticipando la crescente importanza, innanzitutto numerica, dei conflitti operai nel gigante asiatico dimostrata dall'ondata di scioperi del 2010.
Una valutazione del ruolo della Cina nella divisione internazionale del lavoro e dei limiti che incontra la capacità del Capitale di governare la classe lavoratrice attraverso le classiche strategie di "riorganizzazione tecnologica e di prodotto", mostra come le lotte dei lavoratori cinesi stiano mettendo in discussione alcuni degli assi portanti dell'ordine capitalistico globale – come la competizione internazionale tra lavoratori e l' "ingannevole patto sociale del Neoliberismo" che garantisce la sostenibilità sociale della compressione dei salari reali proprio attraverso l'afflusso di merci a prezzo stracciato dalla Cina ed altri luoghi. Che questo poi si traduca in un miglioramento nelle condizioni di vita dei proletari di tutto il mondo, e che non si rischi piuttosto di passare "dalla padella alla brace", dipende anche da quello che noi, qui, sapremo farci degli effetti di queste lotte.
Dove va il Capitale, là corre il conflitto
Un tema diffuso nella letteratura sulla globalizzazione è che la rapida crescita dell’industria in Cina segna la fine della capacità di resistenza collettiva dei lavoratori nel Nord e nel Sud globalizzati.

"Il pericolo per il mondo non è rappresentato da un'America che è troppo ansiosa di immergersi negli affari interni di altri Paesi, o di affrontare ogni problema nella regione (Medio Oriente) come fosse un proprio problema. Il pericolo per il mondo è che gli Stati Uniti, dopo un decennio di guerra, giustamente preoccupati per i problemi interni, consapevoli dell'ostilità che il nostro impegno nella regione ha generato in tutto il mondo musulmano, possano disimpegnarsi creando un vuoto di leadership che nessun altra nazione è pronta a riempire. Credo che tale disimpegno sarebbe un errore. Credo che l'America debba rimanere impegnata per la propria sicurezza, ma credo anche che il mondo è migliore proprio per questo. Alcuni possono essere in disaccordo. Ma io credo che l'America è eccezionale. In parte perché abbiamo dimostrato, attraverso sacrifici di sangue e economici, di perseguire non solo il nostro interesse nazionale, ma l'interesse di tutti".
Nel suo discorso all'Assemblea generale delle Nazioni Unite del 24 settembre scorso, il presidente statunitense Obama ha rilanciato il temi dell' "eccezionalismo americano" e della indispensabilità dell'impegno a stelle e strisce per il bene del mondo intero.

Gli esperti hanno affermato per anni che l’implementazione dell’unione monetaria europea, ossia l’”Eurozona”, avrebbe avuto degli effetti estremamente positivi sull’economia degli stati membri. Ricerche accademiche solidamente supportate dai dati contraddicono queste pretese.
L’argomento iniziale e le illusioni
E' stata largamente diffusa l’illusione che una zona monetaria con una sola valuta avrebbe generato un rapidissimo aumento dei flussi commerciali tra gli stati membri. Questa aspettativa deriva da studi teorici ed empirici, in particolare da quelli di Andrew K. Rose[1]. Questi scritti, basati su un gravity model [2], attribuivano grande importanza alla vicinanza geografica degli aderenti. Dando luogo a quello che è stato battezzato come l’”effetto Rose” e a una letteratura estremamente favorevole all’unione monetaria, questi studi consideravano le valute nazionali come un “ostacolo” al commercio internazionale [3]. L’integrazione monetaria doveva consentire una migliore interazione tra i cicli economici dei paesi aderenti [4]. Avrebbe anche dovuto portare a un accumulo di conoscenze, consentendo un forte incremento di produzione e di potenziali scambi [5].
In un certo senso, l’Unione Monetaria avrebbe creato le condizioni adatte al successo di un’”Area Valutaria Ottimale” [6], seguendo dinamiche che sembravano essere endogene [7]. Da cui le famose dichiarazioni di molti politici riguardo al fatto che, con la sua sola esistenza, l’Euro avrebbe portato una forte crescita tra gli stati membri.

Scritto tra il `52 e il `53, mentre Cyril Lionel Robert James si trovava rinchiuso a Ellis Island come "undesiderable alien" in attesa di espulsione dagli Usa, il libro su Melville (Marinai, rinnegati e reietti. La storia di Herman Melville e il mondo in cui viviamo, con postfazioni di Bruno Cartosio e Gianni Mariani e una nota biografica di Enzo Traverso, Ombre Corte, € 14,50), si inserisce a pieno titolo nella discussione inaugurata qualche anno prima da F. O. Matthiessen, che in American Renaissance (1941) aveva rintracciato il tratto distintivo dei grandi scrittori americani nella loro adesione alle idee di democrazia e di libertà, dando così l'avvio a una febbrile attività interpretativa dalle non troppo dissimulate intenzioni politiche.
Per C. L. R. James, scrittore nero, militante panafricanista e teorico diventato marxista, a suo dire, grazie alla contemporanea influenza di due libri, La storia della rivoluzione russa di Trotzkij e Il tramonto dell'Occidente di Spengler, e quindi non facilmente permeabile da suggestioni sull'immediata espansività del sogno americano, Moby Dick travalicava ampiamente, per la sua grandezza, i limiti del romanzo moderno. E poiché proponeva la tragedia di un intero ordine sociale e culturale - non quella di un singolo individuo - poteva essere posto sullo stesso piano dell'Orestea o del Re Lear. Il viaggio sugli oceani del Pequod è il viaggio della civiltà moderna "alla ricerca del suo destino". E' questa dimensione propriamente tragica a fare del microcosmo del Pequod il nostro stesso mondo, "the world we live in", come recita il sottotitolo del libro.

Il pensiero, quando è grande, è sempre fuori posto. Capiterà così, vista la sua grandezza, all’ultima fatica di Paolo Virno, Saggio sulla negazione. Per una antropologia linguistica (Bollati Boringhieri 2013), da pochi giorni in libreria. Per l’accademia, quella in odore di cognitivismo, l’autore concede troppo a testi esotici quali il Sofista di Platone, Scienza della logica di Hegel o la prolusione heideggeriana Che cos’è metafisica? Per l’“accademia di movimento”, perché autore di culto dei movimenti è stato Virno nell’ultimo ventennio, il testo risulterà scontroso: possibile dedicare tanta attenzione ad un tema ostile come la negazione linguistica? Poco importa che Deleuze, tra i pensatori che va per la maggiore tra le giovani generazioni di militanti, abbia dedicato pagine irrinunciabili a Bartleby e all’enunciato «agrammaticale» I would prefer not to, e le sue ricerche più brillanti alla logica stoica, alla «neutralità del senso», alle «sintesi disgiuntive», tutti temi che, da una prospettiva spesso diversa, scandiscono il Saggio sulla negazione. Fuori posto dunque capace di pensare l’impensato: questo il merito più importante dell’antropologia linguistica di Paolo Virno, giunta, con l’ultimo lavoro, ad una maturità potente, capace di fare scuola.
Avvertenza fondamentale. Il libro è complicato, richiede molta pazienza, dedizione, una certa tenacia. Leggerlo a salti, non solo non aiuta a comprendere, ma aggrava la fatica. Proverò, a sostegno del lettore, e seppur in modo molto sintetico, a presentare i tratti salienti del testo, consapevole che lo spazio di una recensione è insufficiente a dar conto della ricchezza che lo contraddistingue.

Negli ultimi mesi sia sul sito di Sbilanciamoci che su Il Manifesto sono apparsi alcuni articoli critici in materia di reddito di cittadinanza (vedi, tra gli altri, gli articoli di Pennacchi, Lunghini, Mazzetti). In questa sede, vorremmo chiarire alcuni principi di fondo per meglio far comprendere che cosa, a nostro avviso, si debba intendere quando in modo assai confuso e ambiguo si parla di “reddito di cittadinanza”. Noi preferiamo chiamarlo reddito di base incondizionato (RBI) ed è su questa concezione che vorremmo si sviluppasse un serio dibattito (con le eventuali critiche). Le note che seguono sono una parte di una più lunga riflessione che è apparsa sul n. 5 dei Quaderni di San Precario.
La proposta di un RBI di un livello sostanziale e indipendente dall’impiego poggia su due pilastri fondamentali.
Il primo pilastro riguarda il ruolo di un RBI in relazione alla condizione della forza lavoro in un’economia capitalista.

Totalità, scienza e dialettica
E’ arduo analizzare ciò che “di vivo o di morto” c’è nell’opera di Marx. Un’opera complessa e monumentale che ha attraversato i secoli e le generazioni, rappresentando per il movimento operaio internazionale la bussola organizzativa e strategica. Un filo rosso che dura ancora oggi e che fa da movente a tentativi di ricostruzione di fantomatici partiti del lavoro o fronti sociali di liberazione dalla servitù salariata. Gruppi o gruppuscoli intellettuali si richiamano a lui; tentativi oggi in atto per renderlo un “classico”, l’icona stessa di un passato che non deve tornare (come se lo stesso Marx fosse responsabile diretto e non a sua volta vittima strumentale dei disastrosi esperimenti di socialismo reale) e allo stesso tempo di una probabile ricomposizione epistemologica di un presente che ci sfugge, di un caos che ci attanaglia, di una crisi che mostra lati più oscuri della globalizzazione neo-liberista.
Ed è curioso come il Marx ufficializzato dall’establishment sia in sé duplice e scisso. Il Marx “scienziato” dell’economia politica da rielaborare alle luce delle inedite trasformazioni epocali che stiamo vivendo e il Marx politico-rivoluzionario da gettare alle ortiche.
Un’operazione ideologica, quella di scindere Marx in due tronconi del tutto incomunicabili, che non tiene assolutamente conto della dialettica che segna ed opera in tutto il suo pensiero. Da buon hegeliano, per Marx era impensabile considerare la politica senza l’economia. L’universale senza l’individuale. La storia senza la natura.

La questione dell’uscita dall’euro non può più essere esorcizzata. E così, opportunamente, Riccardo Bellofiore e Francesco Garibaldo (due studiosi delle cui analisi ci siamo sempre giovati) hanno discusso in un denso articolo le tesi di Alberto Bagnai, che della moneta unica è lucido e tenace avversario. L’hanno fatto senza esorcismi, appunto, e senza eccessive semplificazioni (anche se, per dirne una, né dal libro dal blog di Bagnai si può dedurre che questi creda che la svalutazione risolve tutto o quasi), ma anche senza convincere chi, come noi, vede nelle tesi di Bagnai un importante contributo alla definizione di una strategia che liberi i lavoratori ed il paese dal giogo che da tempo è stato loro imposto. Vediamo meglio.
Bellofiore e Garibaldo ritengono che Bagnai ben descriva gli squilibri tra le economie dell’Unione europea ed il ruolo in essi giocato dalle bilance dei pagamenti, ma non credono che siano questi squilibri ad aver generato la crisi europea – che è piuttosto una conseguenza della crisi del capitalismo anglosassone e quindi del modello neoliberista in quanto tale – né credono che il recupero della sovranità monetaria e dunque della possibilità di svalutare possano risolvere i problemi dell’innovazione produttiva e della redistribuzione del reddito. Anzi: come l’esperienza italiana dimostra la sovranità monetaria e la svalutazione possono ben essere compatibili con politiche economiche pro-business; ed in più le svalutazioni di oggi (in un ambiente mondiale assai turbolento, conflittuale e segnato dalle incognite derivanti dalla crisi di un intero modello economico) possono avere esiti del tutto imprevedibili.

Lampedusa non è solo l’estremo lembo dell’Italia e dell’Europa, la cosiddetta porta della penisola e del continente sull’altra sponda del Mediterraneo. E’ anche, come sa chiunque ci abbia messo piede per poche ore, un microcosmo delle contraddizioni feroci della globalizzazione. E’ un posto dove la presenza spettrale dei migranti rinchiusi e stipati nel centro di accoglienza convive, per molti mesi dell’anno, con la presenza spensierata dei turisti in vacanza. Dove l’incombenza quotidiana della morte convive con l’eterno presente dell’industria dello svago. Dove accade - è accaduto, tante volte - che i corpi dei vivi che si immergono nel mare si imbattano con i cadaveri che il mare sospinge verso le spiagge o sbatte sugli scogli. E’ il posto dove i corpi che contano, e che si contano uno per uno perché equivalgono ad altrettanti consumatori di alberghi, bar, creme abbronzanti e spray antizanzara, si muovono contigui a quelli che non contano, e che si contano a grappolo, a decine o a centinaia quando arrivano dal mare vivi o morti, senza singolarità senza nome senza storia. E’ un posto dove noi europei arriviamo con un trolley carico di tutti i nostri (vacillanti) diritti, e loro, i migranti, arrivano senza neanche il diritto a essere sepolti e compianti.
Chiamata ’’frontiera d’Europa’’ dai nostri politici che non sanno di che parlano, Lampedusa è dunque precisamente il posto dove l’idea di frontiera e di confine si vanifica, dissolta dal mare. Obbedendo a un nome più antico della geopolitica, il Mediterraneo - mare di mezzo, e di mediazione – rimescola quello che i confini della politica e della legge pretendono di dividere.

«È come un grande terremoto preceduto da piccoli traumi quello che apre spazi come il teatro Valle, ma anche altrove, nelle fabbriche recuperate o nell'attivismo nei quartieri» afferma il geografo David Harvey, tra i più ascoltati intellettuali marxisti nel mondo. Parole che stridono con la campagna de Il Messaggero e Il Corriere della Sera contro il Valle.
Gli attacchi, anche personali, sono ricominciati il 18 settembre scorso quando il Valle occupato ha presentato la sua fondazione, finanziata con 250 mila euro da cittadini e artisti, risultato della scrittura collettiva di uno statuto che rende il teatro un «bene comune», in altre parole un'istituzione dell'auto-governo. Per i quotidiani, invece, il teatro sarebbe stato «privatizzato» da una «minoranza», un'accusa che viene formulata contro tutte le occupazioni, e non poteva mancare anche nel caso di un teatro che è diventato un simbolo. Il punto di vista di Harvey, frutto dell'assidua frequentazione delle città globali, è utile per smontare questa campagna politica. Per usare un'espressione cara al geografo americano, quello del Valle è uno dei sintomi della «lotta di classe» che si svolge nelle «città ribelli», titolo del suo ultimo libro pubblicato in Italia da Il Saggiatore.
La conversazione è avvenuta nel foyer del teatro affollato da centinaia di persone, durante una pausa del seminario sulle «lotte spaziali».

Il dibattito sull’euro, sul quale molto è stato detto e scritto, resta incollato ad alcune contrapposizioni che non hanno alcuna base reale, né nei fatti storici né nei dati empirici.
Euro o caos politico e istituzionale nel progetto europeo, quando è ormai un fatto acquisito che l’euro è la causa prima dell’attuale situazione di stallo e di crisi del progetto europeo. Questo per due ragioni. La prima è che la moneta unica introdotta in alcuni paesi per ragioni di compromesso e opportunità politica tra due stati europei, la Germania e la Francia, ha introdotto una divisione tra gli Stati membri dell’UE - tra i 17 dell’eurozona e i 10 che hanno conservato le monete nazionali - arrestando così quello che era e poteva essere il processo graduale di una ever closer union. La seconda è che l’auspicato processo di avanzamento verso forme più strette di cooperazione politica e istituzionale tra gli Stati membri è stato interrotto e compromesso proprio a causa dell’impopolarità, e quindi della delegittimazione di entrambi, prodotta dagli orientamenti neoliberisti delle politiche imposte dalla Troika, cioè dalla BCE, dal FMI e dalla CE come dimostrato dai referendum popolari in Francia, Danimarca, e dalla loro crescente impopolarità.

Intervista uscita in tedesco il 24 maggio 2013 sul Frankfurter Allgemeine Zeitung e poi pubblicata in inglese dalla casa editrice Verso il 4 giugno 2013. La traduzione è di Nicola Perugini
Professor Agamben, quando lo scorso marzo ha proposto l’idea di un “impero latino” contro il dominio tedesco in Europa, s’immaginava che questa idea avrebbe avuto una tale risonanza? Nel frattempo il suo saggio è stato tradotto in molte lingue e discusso appassionatamente in mezzo continente…
Giorgio Agamben: No, non me lo aspettavo. Ma credo nella forza delle parole, quando sono pronunciate al momento giusto.
La frattura dentro l’Unione Europea è davvero una frattura tra economie e modi di vita “germanico” del nord e “latino” del sud?
G.A.: Vorrei chiarire il fatto che la mia tesi è stata esagerata dai giornalisti e quindi fraintesa. Il titolo del mio articolo, “L’impero latino al contrattacco!”[1], è stato scelto dalla redazione di Libération ed è stato ripreso dai media tedeschi. Non ho mai utilizzato quella frase. Come potrei contrapporre la cultura latina a quella tedesca, quando qualsiasi europeo dotato d’intelligenza sa che la cultura italiana del Rinascimento o della Grecia classica sono oggi parte integrante della cultura tedesca, la quale le ha riformulate e se n’è appropriata!
Dunque non è una questione di “impero latino” dominante o di tedeschi ignoranti?
G.A.: L’identità di ogni cultura europea è un’identità di frontiera.

La tempesta perfetta più famosa, dal punto di vista meteorologico, fu quella che si abbatté sull’Oceano Atlantico in prossimità dei banchi di Terranova nel 1991, descritta nell’omonimo libro di Sebastian Junger del 1997 e nel film di Wolfang Petersen, dallo stesso titolo, del 2000. Ma la tempesta perfetta di cui occorre qui parlare è quella che sta per abbattersi sull’intero sistema politico-economico occidentale a partire dal quello che un tempo si sarebbe chiamato l’anello debole: l’Italia.
L’attuale crisi politica italiana, con tutte le conseguenze sociali ed economiche che ne deriveranno, va inquadrata infatti in un orizzonte molto più ampio, in cui la sempre più evidente debolezza diplomatica e militare dell’impero americano incrocia il costante rischio di défaut economico dello stesso (rinviato sino ad ora soltanto dalla continua immissione sul mercato di nuovi dollari che valgono come carta straccia e sono garantiti unicamente dalle portaerei di Washington); la crisi del progetto europeo (misurabile nella distanza sempre più evidente tra la Germania e gli altri paesi del Sud e dell’Ovest, nei sempre più marcati dubbi Londra nei confronti del progetto e nell’inutile rigonfiamento di penne militari da parte del galletto francese); la presa di distanza che per la prima volta, dalla Seconda Guerra Mondiale, ha caratterizzato le scelte del parlamento inglese rispetto a quelle politico-militari americane e la gigantesca crisi economica (caratterizzata da una disoccupazione senza precedenti) che caratterizza l’assetto generale dell’economia occidentale.

La velocità con cui si è realizzata in Italia la trasformazione del PD in partito neoliberista che cerca qui di imporre i dettami di quella ideologia e gli interessi dei circoli atlantici, capofila dello smantellamento dello Stato sociale e sponsor delle guerre neocolonialiste, ha creato nuovi spazi per la sinistra riformista e socialdemocratica che spera di ritagliarsi un ambito, sia pure solo in termini elettorali gestendo in qualche modo il movimento.
E’ la miseria dei partitini, a sinistra del PD, che implementati nell’omologazione dentro il dettato di potere, hanno come unico scopo la propria riproduzione.
Questo è il senso della manifestazione del 12 ottobre prossimo “La via maestra”, trasformazione e appiattimento che si riduce tutto ad un problema di difesa della Costituzione, mentre non è altro che un tentativo presuntuoso e maldestro di dirigere il dibattito e di ritagliare il movimento a propria immagine e somiglianza.
Nella crisi del riformismo, nell’incapacità di rappresentare anche solo dal punto di vista dei numeri elettorali, interessi di classe o segmenti di essi, si strumentalizza tutto e tutti e volutamente si omette che il PD ha violato e viola la Costituzione là dove vota, partecipa e finanzia le guerre umanitarie e foraggia le scuole private.

1) Non c’è molto da questionare, perché in una situazione così pesante, e finanche drammatica per lavoratori, disoccupati, precari, e per le classi subalterne in genere, il primo imperativo è senz’altro quello di resistere: difendendo con i denti il lavoro che c’è, contrastando con le lotte le diffuse povertà cresciute nella crisi, rivendicando i diritti di piena cittadinanza umana per tutti e tutte, ponendo la salvaguardia e il risanamento dell’ambiente al centro di qualsiasi scelta politica ed economica. Si tratta di resistere in senso letterale, e di farlo in tutti i modi possibili, provando ad impedire, con tutte le (poche) forze di cui disponiamo, l’ulteriore peggioramento delle condizioni di vita delle persone.
Se si sono aziende che chiudono (e ce ne sono molte), occorre provarci con tutte le forme di mobilitazione della tradizione operaia a non farle chiudere; e se ci sono licenziamenti che vengono attivati (e ce ne sono tantissimi), occorre tentare di rispondere colpo su colpo per impedirli; e se ci sono fenomeni vistosi di inquinamento ambientale (e ce ne sono di gravissimi ad ogni latitudine), occorre attivarsi in modo molto pratico per costruire e rafforzare tutta la resistenza possibile delle comunità; e se ci sono situazioni di sofferenza esistenziale evidenti e incancrenite (e ce ne sono sempre di più, e ormai non riguardano solo gli immigrati), occorre lavorare con determinazione a congiungere denuncia, lotta e proposta, individuando nell’universo variegato delle istituzioni il punto specifico dove insistere per aprire un varco.

Si è recentemente svolto, sulle pagine di “La Repubblica”, un dialogo epistolare tra Papa Francesco ed Eugenio Scalfari. Si tratta di un avvenimento importante, su cui occorre soffermare l’attenzione, sia pure da una prospettiva differente rispetto a quella che si è imposta come egemonica negli scorsi giorni.
Ho già affrontato la questione in una lunga intervista apparsa – a cura di Moreno Pasquinelli – sul blog “Sollevazione” e, pertanto, in questa sede non farò altro che riprendere cursoriamente alcuni punti che reputo particolarmente degni d’attenzione e che, in quell’intervista, ho sviluppato più estesamente. In primo luogo, merita di essere analizzata la tragicomica inversione delle parti a cui si è assistito: dialogico, aperto, denso di dubbi e di incertezze, il Papa; dogmatico, pontificante e senza la minima incertezza, Scalfari.
Prescindendo dalle tesi esposte e dalla notorietà dei due personaggi, a leggerli si sarebbe potuti plausibilmente essere indotti a ritenere che, tra i due, il pontefice non fosse Bergoglio. Il fondatore di “Repubblica” si pone oggi come pontefice di una religione atea e scientista, intollerante verso ogni forma di sapere che non sia quello piegato ai moduli della ratio strumentale, sotto i cui raggi risplende l’odierna barbarie della finanza e dell’austerity, dell’eurocrazia e della religione neoliberale.

La questione Telecom chiama in causa tre altre questioni fondamentali: le trasformazioni economiche strutturali degli ultimi quindici anni, la difesa della Costituzione e la ricostruzione della sinistra in Italia.Il problema nel caso Telecom non è soltanto la perdita dell’italianità, ma soprattutto la sistematica distruzione operata ai danni di uno dei fiori all’occhiello dell’industria italiana. Il lascito più importante dello Stato-imprenditore, che condusse l’Italia a posizioni di leadership mondiale nel settore strategico delle telecomunicazioni.
Il vero responsabile del disastro attuale si chiama privatizzazione, eseguita dal governo di centro-sinistra Prodi I (1997) e successivamente avallata anche dal governo D’Alema (Opa di Colaninno 1999). I nomi più prestigiosi del capitalismo italiano si sono passati il bastone del comando in Telecom: Agnelli, Colaninno (oggi ancora “capitano coraggioso” in Alitalia), Tronchetti-Provera.
I privati che acquistarono, però, lo fecero con una forte leva di debito (leverage buyout) e controllando la società con investimenti minimi, attraverso il sistema delle scatole cinesi. In questo modo, i privati hanno finito per saccheggiare risorse, anziché investirne per innovare.
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