
Karl Marx ha offerto in molte sue opere, non solo nei “giovanili” Manoscritti economico-filosofici del 1844 o ne L’ideologia tedesca, ma anche nei più “maturi” Grundrisse e ne Il capitale, una profonda riflessione sulla relazione e, in particolare, sulla convergenza, compresenza e complementarietà di natura e storia1.
Le sfere della natura e della storia non costituiscono infatti per Marx degli «opposti reali»2, inconciliabili tra loro; esse concorrono a formare piuttosto quello che Marx, sulla scorta di Hegel, definisce una «unità dialettica», ovvero «differenze nell’ambito di una unità», «articolazioni di una totalità» e tra questi due momenti, come «avviene in ogni insieme organico», si esercita «un’azione reciproca [Wechselwirkung]»3.
Per questo Marx, nelle sue opere, parla sempre di una «natura storica» e di una «storia naturale»4 dell’uomo, a seconda dell’elemento che al momento e nel contesto specifico egli desidera o è necessario prediligere e mettere in evidenza, senza per questo voler o dover assolutamente escludere l’altro momento dell’«unità dialettica».
Una volta premessa e chiarita la loro convergenza, compresenza e complementarietà e per non sacrificare ad esse la differentia specifica di ognuna delle due sfere, direi di iniziare, per comodità e chiarezza espositiva, con la «natura storica» dell’uomo, con il suo essere, “per natura”, un ente storicamente generato e determinato.
Nella prima sezione de L’ideologia tedesca, intitolata Feuerbach e rimasta a uno stato altamente frammentario, dovendo aver a che fare «con gente priva di presupposti come i tedeschi» e in dichiarata polemica con la concezione idealistica della storia di Hegel e dei Giovani hegeliani, Marx ed Engels cominciano con l’enunciare e con il constatare il «presupposto di ogni esistenza umana, e dunque di ogni storia», il presupposto cioè che per essere in grado di “fare storia”, gli uomini «devono essere in grado di vivere»5.

Il flop di Rivoluzione civile non era scontato, ma largamente prevedibile. Quella lista era stata promossa da tre ex pm che portavano in dote uno, una sacrosanta polemica con il presidente della Repubblica e un’inchiesta contrastata sulla trattativa Stato-mafia, ma che era solo all’inizio, o era stata interrotta precocemente (mancava sicuramente, in quell’indagine, lo scambio tra l’arresto di Riina e la «messa in salvo» del suo archivio, consegnato indenne a Provenzano.
E il ruolo in tutto ciò del procuratore Caselli (oggi grande fustigatore dei NoTav); l’altro portava in dote una strepitosa vittoria alle comunali di Napoli, che però comincia a far acqua di fronte ai lasciti catastrofici delle precedenti amministrazioni (è la stessa situazione in cui si trova Pizzarotti: non si possono affrontare a livello locale burocrazia, patto di stabilità, debiti pregressi, banche e altro ancora, senza mobilitazioni di respiro nazionale); quanto al terzo, ecco una lunga militanza a favore del massacro dei manifestanti del G8 di Genova, del Tav Torino-Lione, della legge obiettivo, della Tem e delle altre autostrade lombarde, di una serie di malversazioni nei finanziamenti pubblici al suo partito e l’elezione di tre parlamentari (De Gregorio, Scilipoti e Razzi), raccattati tra la feccia del paese per regalarli a Berlusconi.
A queste tre toghe se ne è poi aggiunta un’altra: quella dell’avvocato Li Gotti, già segretario del Movimento sociale di Catanzaro, che si era impegnato a fondo, come patrono delle vittime della strage di Piazza Fontana, a proteggere fascisti e servizi dagli indizi che li inchiodavano,

Le critiche alle politiche di austerità che l’unione monetaria europea vorrebbe imporre a tutti i paesi dell’area ormai provengono da molti economisti, che temono una spirale deflazionistica e una disintegrazione della zona euro con gravi conseguenze sociali e politiche. Tra questi, Wolfgang Munchau con un articolo sul Financial Times del 20 gennaio che prende di mira la politica di Mario Monti: “Monti is not the right man to lead italy”. In realtà l’attacco è rivolto contro le politiche europee ed un assetto istituzionale che esaspera le differenze interne all’area dell’euro e mette in crisi la coesione.
L’avvitamento della crisi
Le politiche di rigore consistono nell’adozione del pareggio di bilancio (recepito nelle Costituzioni dei singoli paesi), nel rimborso nei prossimi venti anni del debito che superi il 60 per cento del prodotto interno, nella deflazione salariale come strumento di aggiustamento degli squilibri dei conti correnti esistenti fra i paesi. Queste politiche, e l’esistenza di una banca centrale europea che non può acquisire i titoli del debito pubblico, e non può quindi determinare i saggi di interesse, ha conseguenze depressive sui paesi con alti livelli di debito sia pubblico che privato.

Un patto per l'austerità perpetuaLa crisi attuale, iniziata nel 2007, ha messo in evidenza i pericoli della costruzione europea attuale dominata dal neoliberismo. Nei primi mesi del 2012, le classi dirigenti così come la tecnocrazia europea sono state incapaci di superare la crisi. Ancora peggio, oggi utilizzano la crisi per raggiungere il loro principale e costante obiettivo: ridurre la spesa pubblica, indebolire il modello sociale europeo, il diritto al lavoro, e impedire ai cittadini di avere una qualsiasi voce in capitolo.
La situazione diventa così catastrofica. Per ammissione stessa della Commissione, la zona euro prevede un calo del Pil nel 2012 (-0,3%). Nel marzo 2012, il tasso di disoccupazione della zona euro ha raggiunto il 10,9%. La crisi si è tradotta nella perdita di circa il 9% del Pil. Tuttavia, la Commissione continua a imporre politiche di austerity, che spingono l’Europa verso una recessione senza fine. Sebbene siano la cecità e l’avidità dei mercati finanziari ad aver causato la crisi, sono la spesa pubblica e la protezione sociale a essere colpite.
La Commissione, la Bce e gli stati membri consentono ai mercati finanziari di speculare contro i debiti pubblici. Hanno permesso ai creditori di imporre tassi d’interesse esorbitanti all’Italia e alla Spagna.

Il signor euro aveva più volte rischiato l’infarto. Il dottor Draghi decise allora di metterlo in coma farmacologico. Sulla cura però indugiava, e a intervalli periodici il dilemma amletico gli si ripresentava: lasciarlo dormire o farlo morire? Draghi insisteva per la prima soluzione. Ma ad un tratto il popolo italiano ha improvvisamente optato per la seconda: ormai l’euro è solo uno zombie, un morto che cammina. Volenti o nolenti, prendiamone atto.
Vedrete che nel Direttorio della Bce l’avranno già capito. A Francoforte si accingeranno a modificare la “regola di solvibilità” della politica monetaria: il famigerato ombrello europeo contro la speculazione verrà pian piano chiuso, per poi finire in cantina [1]. La dottrina del falco Jurgen Stark, uscita dalla porta, si appresta dunque a rientrare dalla finestra. Si può star certi che il dottor Draghi dovrà accoglierla con tutti gli onori. Le più fosche previsioni di un appello di 300 economisti, pubblicato nel giugno 2010, si stanno dunque avverando [2]. La pretesa della Bce di proteggere dagli attacchi speculativi solo i paesi devoti alla disciplina dell’austerity, si è rivelata un clamoroso errore, logico e politico. L’Italia, che ha dato i lumi al Rinascimento ma anche al Fascismo, ieri ha sancito che per l’euro non resta che recitare il De Profundis.

Mi fanno scompisciare dal ridere tutti quegli insulsi sinistrorsi che in queste ore di sgomento e di dolore post-elettorale («Hanno vinto due buffoni!») stanno cercando di dimostrare ai «grillini in buona fede» che Grillo e Casaleggio, «due ricchi sessantenni provenienti dalle industrie dell’entertainment e del marketing» (Wu Ming), non intendono in alcun modo porsi alla testa di un processo rivoluzionario anticapitalista, né di un movimento di protesta sociale autenticamente progressista, se non proprio rivoluzionario. È ora che la base del M 5 S capisca che i «due guru miliardari» hanno ricevuto dagli oscuri poteri della conservazione l’incarico di sabotare una possibile soluzione rivoluzionaria della crisi italiana. Nientemeno!
«Nonostante le apparenze e le retoriche rivoluzionarie … il movimento 5 stelle ha difeso il sistema … Noi crediamo che negli ultimi anni Grillo, nolente o volente, abbia garantito la tenuta del sistema» (Wu Ming, Internazionale, 26 febbraio 2013). Domanda nient’affatto pignola: a quale rivoluzione, ancorché apparente e retorica, si allude? A quale sistema si fa riferimento?
«In questo Paese abbiamo messo all’ordine del giorno la legalità». «Da oggi non mi vergogno più di essere un italiano». «L’onestà andrà di moda». «Noi appoggeremo tutte le buone proposte, da qualunque parte esse arriveranno. Il nostro è un movimento che non ha nulla a che fare con le vecchie ideologie: per noi destra e sinistra pari sono.

Non so se in questa campagna Bersani, Vendola o addirittura Ingroia abbiano detto qualcosa di sinistra. Mi sono reso conto, però, anche se tardi, che Grillo ha fatto qualcosa di rivoluzionario. Ognuno ha il suo dio delle giustificazioni, in ogni caso il 2,2% di Ingroia la dice lunga sulla stagione della politica fatta dai magistrati, e la dice lunga anche su quel che resta di Rifondazione Comunista e sulla sua attuale capacità di aggregazione dei movimenti. Con tutto il rispetto di quei magistrati che sono in perpetua lotta contro la metastasi del sistema italiano, non basterà il loro lavoro per venirne fuori. E non solo per i limiti del legalismo democratico, ma per i limiti intrinseci del metodo: una classe dirigente disastrosa non si rinnova con la moltiplicazione delle perquisizioni. Da tangentopoli si gioca a guardie e ladri senza che il tasso di corruzione e di collusione con la criminalità organizzata sia mai davvero declinato.
Grillo ha fatto qualcosa di rivoluzionario. E lo ha fatto senza bisogno di spaccare le vetrine, ma facendo diventare il Movimento 5 Stelle il primo partito italiano. Vendola, d’un tratto, è sembrato ieri sera rendersene conto, che Grillo era, in fondo, dalla sua parte. È stato come rompere un tabù: lui è dei nostri, fa le battaglie che condividiamo, è di sinistra in fondo. Rottura di tabù fuori tempo massimo?
Ma il problema non è solo di Vendola, o dei rintronatissimi dirigenti del PD, ma è pure mio, di molti amici, di molti compagni, che hanno ritenuto Grillo un fenomeno irrilevante dal punto di vista politico, o in ogni caso un fenomeno puramente sintomatico. (O ancora, un esempio di controrivoluzione, come lo vedono i Wu Ming. Ma sul loro giudizio tornerò alla fine.)

Dopo il non esito del voto di domenica e lunedì, si pongono diverse alternative cui bisognerebbe rispondere in modo netto.
La prima. I mitici e famigerati mercati non hanno gradito. La Borsa di Milano chiude con meno quattro, ma anche le altre capitali europee viaggiano con il segno meno. E’ tutta l’Europa che traballa, e non potrebbe essere diverso date le premesse.
Contrariamente al leit motiv di Bersani, noi non siamo la Grecia quanto a impatto sullo scenario europeo. Lo spread rimbalza a 340, 50 punti in più, pari ad un aggravio di costo per lo Stato di circa 1,5 mld su base annua. Il quadro macroeconomico non è buono, ma pensare che esso sia solo il frutto della instabilità politica italiana significa vivere in un mondo virtuale e non avere mai capito le dinamiche di fondo di questa crisi economica epocale.
Quindi o si dà retta ai mercati o si dà retta alla esigenza di democrazia. Questa è la prima scelta da fare. Se si dovesse scegliere la prima strada, si andrebbe incontro a soluzioni che tutte più o meno portano a grandi coalizioni e alla rimessa in campo della destra di Berlusconi, visto che i numeri al Senato mandano in fumo l’ipotesi su cui il centrosinistra si era fin qui basato in caso di insufficienza - al di là delle punture di spillo in campagna elettorale - ovvero l’alleanza con Monti.

“Un risultato schizofrenico: l’Italia ha attraversato la crisi e affrontato i sacrifici imposti dalle misure di risanamento con più compostezza, con meno proteste e tensioni sociali degli altri paesi europei. Poi, al momento di votare, ecco che il paese che era considerato tra i più europeisti, premia un movimento anti-UE come quello di Grillo e la coalizione di Berlusconi, sotto l’effetto di impulsi populisti e di ostilità nei confronti di Bruxelles”. Firmato: Charlie Kupchan, politologo statunitense del Council on Foreign Relations.
Iniziamo da queste parole, lette oggi sul Corriere della Sera, che da sole confermano tutto ciò che andiamo dicendo da anni, che abbiamo detto il giorno stesso delle elezioni, e che la cosiddetta “sinistra radicale” continua a non capire, chiudendosi nel suo ostinato quanto sprezzante tentativo di aggirare la realtà provando a chiedere un voto basato sul nulla. Voto che ne ha decretato l’ulteriore scomparsa da qualsiasi orizzonte politico. Un accanimento terapeutico, questo, a cui avremmo tutti il dovere di porre fine con una significativa eutanasia per impossibilità di rianimazione.
L’assenza di qualsiasi organizzazione politica che sappia stare nelle lotte sociali produce assenza di conflitto politico. Le varie forme di conflittualità che emergono rimangono infatti ferme allo stadio vertenziale, prive di qualsiasi prospettiva che possa incidere sui meccanismi del potere.

È finita che poi il giaguaro non l’hanno smacchiato e neppure il grillo parlante è stato schiacciato contro il muro. A Bersani le metafore riescono male e comunque non portano fortuna. L’abuso che lui e i suoi competitori ne hanno fatto nell’orrenda campagna elettorale era nefasto presagio della distrazione rispetto alla realtà che ci sta portando al disastro tutti – anche chi non li ha votati per residua razionalità o istintivo ribrezzo. Dunque, è finita, secondo previsione, con un verdetto di ingovernabilità, certo dovuto al Porcellum, ma che rispecchia la vischiosità di una società invecchiata e disperata, che continua a credere alla favole o si attarda nelle giaculatorie dell’usato sicuro e del voto “utile” senza affrontare le sfide poste dalla crisi economica e dal fallimento di un certo welfare e della logica rappresentativa che ne era l’ombra democratica.
Si è conclusa con scarti minimi fra i due maggiori contendenti, entrambi in regresso rispetto al 2008, e vistose incongruenze fra voto popolare e distribuzione dei seggi, su cui fioriranno contestazioni e recriminazioni.

Due ottuagenari potenti e fiacchi si aggirano in queste ore in due sontuose regge di Roma, entrambe a lungo abitate dai papi. Uno è proprio il Papa, benché solo per poche ore ancora. L’altro è il Presidente della Repubblica, con qualche ora di carica in più. Sono svigoriti, perché quel che volevano tenere fuori dalle loro stanze sfarzose rientra invece con ancora più energia, e travolge le loro inutili e senili prudenze conservatrici. Joseph Ratzinger fin da ora ha preso atto della sproporzione di forze con la Storia: esce già di scena, ci pensino altri, e via il mal di testa. Giorgio Napolitano invece l’emicrania se la deve tenere tutta: un parlamento ingovernabile, un sistema politico formato da partiti troppo forti per permettere agli altri di governare, e troppo deboli per governare da soli, mentre il primo partito gli è alieno. È stato lui a portare dentro la reggia uno dei minori economisti della storia, per poi nominarlo senatore a vita, per fargli quindi governare malissimo una nazione, e per vederlo infine sconfitto miserevolmente, dopo una campagna elettorale disastrosa: Mario Monti, l’uomo che per mostrarsi empatico agli elettori affittava un cagnolino da esibire in favore di telecamera. Eccoli sconfitti, il robot e il cane. Gli sconfitti d’altronde non si contano, in queste elezioni, dentro e fuori il perimetro del Quirinale.
Pierluigi Bersani, ad esempio, non aveva proprio speranza. Solo il codazzo di incapaci che ancora si agita nel sottobosco mediatico intorno al PD poteva pensare che vincesse con una certa larghezza.

Bipolarismo addio
Doveva essere un terremoto. E lo è stato. Da questa tornata elettorale il sistema politico italiano esce a pezzi. E non solo perché l'outsider assoluto, il cane in chiesa di tutta la politica professionale - il teorico del «partito non-partito» -, balza al centro della scena politica per eccellenza. Né soltanto perché, per effetto di una legge elettorale scellerata, Camera e Senato si contraddicono a vicenda, mandando in cortocircuito il nostro bicameralismo simmetrico. E producendo l'unica cosa che tutti avrebbero voluto evitare: l'ingovernabilità.
Ma anche perché è la struttura stessa del nostro assetto istituzionale che subisce un cedimento strutturale. Sono i suoi «fondamentali» a sgretolarsi, tanto che è assai più facile dire che cosa finisca che non che cosa nasca o anche solo si annunci.
Finisce sicuramente la cosiddetta Seconda Repubblica. Quella in cui due schieramenti, di volta in volta identificati da una persona - di cui da una parte Berlusconi rappresentava la costante e dall'altra si ruotava - monopolizzavano il campo, e mimavano una sorta di alternanza. Ora il meccanismo si è rotto: la platea dei competitor si è ampliata con una presenza inaspettata, e l'impossibilità di alternarsi si conclude in una caduta libera. Finisce così anche il bizzarro bipolarismo maggioritario e più o meno egemonico, che era stato teorizzato nel 2008 (ricordate Veltroni?) e che si era già schiantato nel novembre del 2011, col «governo del Presidente».

Il consenso raccolto da Beppe Grillo e dal suo Movimento 5 Stelle alle elezioni comunali della scorsa primavera e poi alle regionali in Sicilia, ora atteso alla prova delle politiche, ha generato una serie di interessanti analisi, concentrate su diversi aspetti della galassia grillina. Abbiamo già segnalato "Un Grillo qualunque", di Giuliano Santoro (di cui ospitammo un'anticipazione nel primo numero dei Quaderni Corsari), ed è ora appena uscito (chi scrive non l'ha ancora letto, quindi per ora lo consigliamo sulla fiducia) "L'armata di Grillo", di Matteo Pucciarelli. Analisi interessanti e condivisibili, nonché portatrici di un punto di vista inevitabilmente critico nei confronti del Movimento 5 Stelle, sia per i suoi aspetti di populismo digitale, intimamente connessi ai meccanismi della politica-spettacolo di cui Silvio Berlusconi è stato il massimo inteprete negli ultimi 20 anni, sia per le dinamiche interne tutt'altro che democratiche.
Resta però, un nodo rimosso, su cui a sinistra non ci sta interrogando abbastanza, tanto che notizie come questa, con il celebre attivista No Tav Alberto Perino che annuncia pubblicamente il proprio voto al Movimento 5 Stelle, vengono accolte da un silenzio che è metà stupore e metà alzata di spalle. Fondamentalmente, facciamo gli gnorri, nella speranza che nessuno se ne accorga. Eppure il nodo esiste: ci sono innegabili elementi di continuità e di contiguità tra la proposta politica del Movimento 5 Stelle e il portato delle mobilitazioni sociali degli ultimi anni.

Da tempo l’elaborazione di Gianni Marchetto ruota attorno al rapporto tra democrazia e produttività, e la sua impostazione viene sintetizzata nelle formula +democrazia = +produttività. Ne abbiamo discusso più volte, e qui cerco di sistematizzare le mie obiezioni
1. Più democrazia = più produttività? considerazioni introduttive
La formula +democrazia = +produttività compare spesso, nei testi di Marchetto, collegata a una citazione di Norbert Wiener, secondo il quale, nell’industria capitalistica, l’operaio utilizza un milionesimo delle sue capacità cerebrali. C’è indubbiamente un nesso tra le due cose, e a prima vista sembra quasi una questione di buon senso: certo, se si utilizzassero di più le capacità intellettuali dei lavoratori (e “più democrazia” significa anche questo), la produttività aumenterebbe. In questi termini, l’affermazione potrebbe coincidere con la definizione del comunismo, ed essere una sorta di “utopia regolativa”. (Naturalmente, ci sarebbe poi da vedere cosa si intende per “produttività” in una società comunista).
Ma l’impostazione che dà Marchetto al problema non è questa: egli affronta il problema non in termini di utopia regolativa, ma di linea strategica, riferita alla società attuale. E infatti si riferisce a “produttività” nella sua accezione capitalistica, e – spesso anche se non sempre – nella sua specifica dimensione aziendale. Insomma, +democrazia=+produttività è una linea strategica che viene proposta alla lotta di classe (anzitutto, ma non solo, alla lotta sindacale) in questa società capitalistica.
Questa impostazione, a parer mio, non tiene conto di due elementi essenziali.
Difficile dire se la piazza stracolma di Susa, giovedì scorso, sia stato più un appuntamento di massa del movimento No Tav o una delle numerose e partecipate tappe del giro elettorale di Beppe Grillo. Certo, a differenza delle altre, questa è stata un incontro tra due realtà, diciamo così, ben note l’una all’altra. Nessun “andiamo a vedere” cosa offre – nella desolazione generale di questa tornata elettorale – il comico, da parte di individui isolati che in piazza scoprono poi con gioia di non essere proprio pochi e anzi di nutrire una passione forse condivisibile. Ma anche ben consapevole, Grillo, di rivolgersi a un soggetto collettivo, eterogeneo e collettivo, al quale il M5S deve molto della sua spinta ideale, molto del suo attuale se puede.
Nulla di nuovo, dunque? Non proprio. Grillo ha chiesto alla piazza No Tav di ascoltarlo questa volta su di una proposta sua e di affrontare insieme -con il peso che il movimento ha saputo acquisire in questi anni- un passaggio politico a scala nazionale. Più che i singoli elementi di un programma ancora poco lineare, importa il cuore della proposta grillina: farsi comunità di cittadini per sbaraccare chi si sta letteralmente mangiando e svendendo il paese. Un discorso dunque di “potere”.
In termini di mobilitazione prevalentemente elettorale, certo, ma almeno per ora senza compromessi. Senza le mani in pasta nel “sistema”, quello oramai strettamente intrecciato dei partiti, tutti, e della finanza.
«Attese un poco sul viale, quindi rientrò in casa a correggere le sue bozze e a escogitare qualche espediente per nascondere la verità»: con questa istantaea scattata sulla borghesia inglese dell’età edoardiana si conclude l’opera postuma di E. M. Forster, ultimata nel 1914 e pubblicata soltanto nel 1971. Che l’«anno migliore» a cui il romanzo è dedicato sia ancora di là da venire, almeno per quanto riguarda la disponibilità dei ceti medi riflessivi a fare i conti con gli aspetti più scandalosi del reale, è dimostrato dal fatto che la frase in questione potrebbe valere come epigrafe per almeno tre quarti della cultura accademica contemporanea: la quale sembra non volersi fare carico di altro mandato oltre a quello di far dimenticare l’esistenza di una società divisa, «in ultima istanza», in sfruttati e sfruttatori.
Escogitare espedienti per nascondere la verità comporta programmare nel tempo gli effetti di un discorso e, quindi, prevederne la circolazione sociale: obiettivo centrato, fino a prova contraria, dalla selettività inespressiva e livellante (soggetti e interessi) del vocabolario «tecnico» che entra in funzione non appena si tratta di giustificare «responsabilmente» la necessità politica di sacrifici umani.
A questa caduta verticale di problematicità tenta di reagire quella parte della cultura accademica che, a differenza della frazione egemone, la verità vorrebbe dirla tutta intera e senza sconti: ma con discrezione professionale, senza compromettersi, mantenendosi a rigorosa distanza di sicurezza dal proprio oggetto; esponendosi, dunque, alla paralisi dovuta alla coabitazione forzata di queste spinte contraddittorie.

Dobbiamo dire un grazie a studi come quelli di Ascheri, perché ci aiutano a capire cosa è successo e cosa succede, sia nell’economia che nella politica. Questo è necessario perché politica ed economia sono come due iceberg.
Degli iceberg noi vediamo, si e no, 1/3, i 2/3 sono sott’acqua —non andate mai a sbattere contro un iceberg, anche se vi sembra piccolo, perché quello che c’è sotto è un continente, che si trascina.
Il punto è quindi riuscire a vedere meglio cos’è la politica e cos’è l’economia. Cosa che non avviene nei dibattiti economici e politici, perché nei dibattiti economici gli economisti litigano su ciò che si vede, che è relativamente insignificante rispetto al potere di questo iceberg. Questo avviene anche nella politica, ormai, diventata sempre meno visibile e trasparente, in cui tutti i processi sono processi inutili. Cosa apprendiamo da studi come quello di Ascheri, anzitutto sull’economia? Io ho due osservazioni.
Sul piano dell’economia, si sapeva tutto, tra l’altro certi economisti avevano detto ciò che si stava manifestando. In pochi anni, in pochi decenni, il rapporto tra economia reale espressa in valori ed economia finanziaria è diventato non più confrontabile, ovvero c’è una massa monetaria in giro per il mondo ottenuta grazie alla globalizzazione, quindi ai famosi processi di liberalizzazione e privatizzazione, che ha creato una montagna finanziaria che oggi domina l’economia e non solo.
“L'Agenda Fassina non è scritta da nessuna parte, mentre da tempo il PD
ha la sua che è in rete e tutto sommato non è così diversa da quella del premier”.
Massimo Mucchetti, Corriere della sera, 31 dicembre 2012.
Un progetto per la società italiana da sottoporre agli elettori non si misura a numero di pagine, come nella patetica esperienza delle 252 pagine del programma dell’Unione guidata da Prodi nel 2006, ma in una chiara ispirazione di fondo sul dove si intenda guidare la società italiana. Si vota, credo, fondamentalmente su temi economici - che tipo di economia desideriamo - e diritti civili – quali relazioni sociali desideriamo. Con buona pace di tanti bei discorsi, la drammaticità della crisi rende l’economia prioritaria. Inoltre, diciamocelo chiaramente, il secondo tema non pone tanto sfide intellettuali, quanto piuttosto indignazione nell’incontrare pregiudizi e intolleranze. Una sinistra pigra intellettualmente – il che è una scelta politica – fa però talvolta dei secondi il terreno privilegiato, dimenticando che una società in cui sono assicurati i diritti sociali, lavoro e reddito, fa da base a un’evoluzione positiva in senso libertario.
La sinistra si confronta con il disegno di Monti, il quale ha certamente una visione di fondo per l’economia italiana che è poi quella tradizionale della borghesia liberale italiana (su cui si veda Fernando Vianello, Lo sviluppo capitalistico italiano dal dopoguerra al «miracolo economico»: una veduta di insieme, in Il profitto e il potere, Torino 1979). Tale disegno è stato perseguito in maniera cialtronesca da Berlusconi - a cui le classi dominanti italiane si sono affidate per un ventennio, sostituendo il coagulo di consenso popolare rappresentato dalla DC con quello televisivo del Cavaliere (che ora gli è però sfuggito di controllo). E’ con questo disegno che la sinistra si deve confrontare.[1]
Il disegno della borghesia italiana
Le classi dominanti italiane muovono dalla tradizionale constatazione che il paese è privo di materie prime e risorse naturali esportabili, è tecnologicamente di seconda linea e soffre di eccesso di manodopera (nonostante il calo demografico ampiamente compensato, peraltro, da un’ampia tolleranza verso i flussi migratori, altro cavallo di battaglia della sinistra nostrale).

L’informazione nell’età dell’euro
Con l’avvicinarsi dell’inevitabile epilogo, quello che la Storia ci racconta, il dibattito sull’euro assume toni sempre più concitati. Il crescente nervosismo è comprensibile. Da circa un trentennio l’Italia è governata dal partito unico del vincolo esterno: prima sotto forma di Sme, oggi, sotto forma di PUDE (Partito Unico Dell’Euro). I personaggi sono sempre quelli, e da trent’anni sono dietro, sotto, sopra, o dentro al governo. L’informazione, che è un bene costoso, è stata comprata da chi aveva i soldi per farlo: gli azionisti di maggioranza di questo partito unico, le grosse lobby finanziarie che dominano le scelte di Bruxelles. Ne è risultata una plumbea uniformità: nessuna voce di dissenso aveva finora raggiunto i media, eccezion fatta per alcune strampalate organizzazioni, o movimenti, o iniziative, meritatamente prive di credibilità agli occhi degli elettori, e visibilmente strutturali a un disegno reazionario di canalizzazione del dissenso (come il nostro caro amico Donald).
Ma ora la situazione è cambiata. Per motivi vari e complessi, che vanno dal desiderio di alcuni politici e organi di informazione di predisporre un piano B onde evitare il totale discredito e assicurarsi la sopravvivenza (vedi Fassina), alla pressione che iniziative indipendenti e credibili hanno saputo promuovere presso i media tradizionali, capita che ogni tanto si riesca a sentire una voce seria e argomentata di dissenso, come quella di Claudio Borghi Aquilini.

G. Allegri, A. Amendola, A. Arienzo, M. Blecher, M. Bussani, P. Femia, A. Negri, U. Mattei, G. Teubner, Il diritto del comune. Crisi della sovranità, proprietà e nuovi poteri costituenti, a cura di Sandro Chignola, Ombre Corte, Verona 2012, pp. 236, € 20,00
Questo volume, che raccoglie parte dei materiali prodotti in occasione di una giornata di studi nel marzo 2011, ha la sua ragion d'essere in almeno due temi: la crisi del diritto e della sovranità, e la pratica necessità di processi costituenti messi all'opera dai movimenti globali.
Che in un'epoca di crisi dell'economia globale siano entrate in crisi tanto gli istituti della rappresentanza politica "democratico-costituzionale", quanto il diritto in quanto tale; che si debba parlare di una crisi delle costituzioni sia dal lato teorico (fondamenti formali dell'architettura giuridica che regolamenta la produzione di leggi e la loro applicazione), sia dal lato materiale (garanzia dell'inviolabilità dei diritti fondamentali iscritti nelle carte costituzionali e tutela sostanziale del cittadino), non è una novità per gli studiosi di questi argomenti.
Meno comune è la comprensione di questa crisi da parte della (cosiddetta) opinione pubblica, e le sue conseguenze nella precaria quotidianità di questo lungo fine secolo.
Partiamo da alcuni concreti casi esemplari di violazione dei diritti umani da parte di società multinazionali: «l'inquinamento ambientale e il trattamento disumano di gruppi di popolazione locale, come nel caso della Shell in Nigeria; la catastrofe chimica di Bophal;

La tradizione italiana marxista di riflessione sulle scienze e il loro uso sociale è sempre stata reticente nei confronti del realismo epistemologico, marcata dallo storicismo e dall’idealismo soggettivo: bisogna risalire alle opere troppo trascurate e notevoli di Ludovico Geymonat (e di certi dei suoi alunni) – come tra l’altro Filosofia e filosofia della scienza (1960), Scienza e realismo (1970) e la monumentale Storia del pensiero scientifico e filosofico – per vedere proposta un’interpretazione materialista e dialettica della storia della conoscenza scientifica, che difenda del tutto l’obbiettività di questa conoscenza e la sua necessaria utilizzazione da parte delle forze desiderose di trasformare la società capitalista. Bisogna anche tenere conto del materialismo leopardiano di Sebastiano Timpanaro, critico di qualunque progressismo.
Il riferimento al materialismo dialettico, ispirato all’Engels della Dialettica della natura ed a Lenin, è ancora più rara, tanto fu compromessa dal percorso del dia-mat sovietico. È un segno del tempo che alcuni filosofi, Roberto Sidoli, Massimo Leoni e Daniele Burgio, osino ritornare su questo problema riferendosi ancora a Marx, Engels, Lenin, pur sempre rimanendo consapevoli che la prospettiva di un’ontologia materialista generale, dall’atomo alla Storia, ha perso qualunque giustificazione e che il sogno della filosofia che si trasforma in una scienza enciclopedica delle scienze è o impossibile o da incubo.
Non si tratta pertanto di un ritorno, ma di una nuova proposta fondata su una storia di lunghissima durata storica, che ha per oggetto il dimostrare che il complesso formato dalle scienze e dalle tecniche deve essere considerato a partire dalle proto-scienze e dalle proto-tecniche, che hanno permesso all’umanità di prodursi come specie distinta da tutte le altre in seno alla natura, e così dall’età del paleolitico e del neolitico.

Non è quantitativa la differenza tra riforismo "debole" e riformismo "forte". Si tratta di scegliere tra normalizzazione della democrazia e critica dell'economia politica
La campagna elettorale in atto è dominata dagli «equilibrismi della mistificazione», dalla «fraudolenza retorica», da un meccanismo accelerato di distruzione della lingua, la risorsa profonda del legame sociale (P.P. Portinaro, la Repubblica 3 febbraio). È del tutto illusorio, quindi, pensare che le dichiarazioni fatte dalla grande maggioranza degli uomini politici in questa contingenza possano modificare lineamenti di fondo, iscritti nelle logiche di più lungo periodo. Ad esempio, non ha niente di realistico credere che in seguito alle polemiche della campagna elettorale, i corposi incroci, nei fatti, delle agende di Monti e di Bersani, finiranno per scomparire nella nuvola della retorica funzionale al breve respiro delle tattiche di posizionamento. Quanto aderenti, invece, all'immanenza dei percorsi già sedimentati i molti contributi che il manifesto ha sempre continuato a pubblicare (Gianni, Pizzuti ed altri) sui processi della trasformazione economica, della trasformazione sociale. Contributi fortemente ancorati alla «realtà effettuale» tramite analisi ed argomentazione sulle «cose» e non sulle «parole». Non è, forse, il momento migliore per porre l'accento sulle questioni che la politica deve affrontare in combinazioni temporali assai più complesse. Tuttavia bisogna sforzarsi di ragionare anche sugli incroci dei tempi brevi e dei tempi lunghi, sul senso che assume in questo presente il nostro venire «da lontano». Nella prospettiva della costruzione/ricostruzione di una sinistra che si ponga davvero come «erede della storia del movimento operaio» i risultati delle prossime elezioni avranno certamente un peso. Saranno in grado di rallentare o accelerare un percorso.

Chi non apprende dalle lezioni della storia è condannato a ripetere i propri errori. E chi pensa di muoversi senza curarsene non è solo cieco, è pericoloso, come ebbe a dire Hobsbawm.
A guardare il contegno assunto dai vari riformismi di fronte alla crisi e all’offensiva reazionaria che si è scagliata contro i popoli europei balza agli occhi l’assoluta mancanza di una risposta adeguata, all’altezza della sfida.
L’accondiscendenza verso le politiche di austerità delle tecnocrazie liberali e la sostanziale sudditanza teorica alle ricette del pensiero economico mainstream negli ambienti politici che si rifanno al riformismo la fanno ancora grandemente da padrona, nonostante tutto.
Anche nel corso della campagna elettorale per le elezioni politiche in Italia si è sviluppato un grave equivoco, foriero di serie conseguenze, e si è persa una grande occasione ad urne nemmeno aperte.
L’equivoco è dovuto al fatto che una coalizione di centrosinistra che riscopre, almeno a parole, il valore del “lavoro” continua a sostenere la necessità di un incontro con il così detto centro liberale (che può essere definito centro solo con una buona dose di fantasia) e questo la porta ad essere più tenera e più invischiata con le politiche di austerità e macelleria sociale del governo uscente presieduto da Monti di quanto sarebbe lecito e, anche dal punto di vista puramente elettoralistico, conveniente.

I media spesso si riferiscono all'Irlanda come alla "prima della classe" tra i paesi che lottano per uscire dalla disastrosa crisi Europea.
Ma un'analisi del "successo" degli Irlandesi ci rende benissimo l'idea di cosa sia veramente quell'economia dell' 1% che predica il Vangelo dell'austerità in Europa. ...
Se delle importazioni in eccesso possono generare problemi quando perdurano a lungo, [...] quando un paese registra un surplus commerciale, i consumi e degli investimenti dei suoi residenti devono essere inferiori alla produzione e al reddito nazionale. Questa eccedenza può finanziare i flussi di capitale, il che spiega perché gli investimenti esteri tedeschi, giapponesi e cinesi si sono moltiplicati nel corso degli ultimi venti anni. Il mantenimento di un surplus commerciale come politica del governo, è definita "mercantilismo".
In un numero recente, il giornale britannico The Guardian ha riportato un caso da manuale di strategia mercantilista. All'inizio di questo articolo il lettore scopre che negli ultimi tre mesi del 2012 l'economia tedesca ha mostrato il suo secondo maggior surplus commerciale in quasi 60 anni, in parte a causa di "un inaspettato calo delle importazioni nel mese di dicembre."

Le difficoltà che si incontrano nel distinguere il “governo tecnico” da quello “politico” sono la spia di difficoltà ancora più grandi, quelle che riguardano il processo di legittimazione del governo. È perciò la stessa categoria del governo che deve esser ripensata, fuori da ogni sua riduzione a “potere esecutivo” e dentro un modo diverso di intendere il comando e la dimensione politica dei cittadini
In relazione alla situazione politica che si è determinata nell’ultimo anno si può tentare un esperimento inconsueto. Non tanto cioè di dare per scontato che si è trattato di una situazione eccezionale e che è ben diverso un governo “tecnico” da uno “politico”, e nemmeno di giudicare l’operato di questo governo tecnico (cosa che si può e si deve fare), ma piuttosto di trarre motivo da questa esperienza per una riflessione critica sulla modalità diffusa di pensare la politica, condivisa anche da coloro che si contrappongono nella lotta politica. Il piano in cui si dà la lotta culturale e politica e la forma della democrazia rappresentativa devono essere accettati come inevitabili e necessari, oppure emerge l’esigenza di nuove categorie per pensare la politica?
Possiamo partire dalla definizione di “governo tecnico” che è stata usata, sia pure con giudizi diversi, per indicare una tale vicenda politica. In questa espressione il termine “tecnico” vuole segnalare la presenza diretta nel governo delle competenze e conoscenze necessarie a risolvere i problemi che ci assillano. L’identificazione del governo con queste competenze e saperi non appare tipica della forma democratica, al punto che spesso si sente parlare di una “sospensione della democrazia”. Cosa significa ciò? Che di norma si pensa che il governo che non è tecnico, ma è invece “politico”, può essere privo delle conoscenze necessarie a governare i processi e a risolvere i problemi? Si è tentati di rispondere di no; ma in realtà, anche se sembra ovvio che nei ministeri e nel personale amministrativo ci sia competenza tecnica, si è costretti ad ammettere che tale sapere non è ritenuto necessario per la guida politica, in quanto si pensa che questa debba essere determinata dalla scelta della linea di fondo e dei valori che connotano una politica in luogo di un’altra.
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