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manifesto

I germogli della nuova società

di Roberto Finelli

Prima e dopo l'Ottobre. «La rivoluzione russa e i contadini. Marx e il populismo rivoluzionario» di Pier Paolo Poggio, per Jaca Book. La ripubblicazione di un testo uscito nel 1978 che propone la questione rurale alla lente dello sguardo moderno del «Moro»

In questo anno centenario della Rivoluzione sovietica appare quanto mai utile la ripubblicazione da parte della Jaca Book (con l’aggiunta di un’ampia e approfondita nuova introduzione) del libro di Pier Paolo Poggio, La rivoluzione russa e i contadini. Marx e il populismo rivoluzionario (LXXXII, pp.308, euro 25). Poggio non è solo lo storico che dirige da anni la Fondazione Luigi Micheletti di Brescia e il Museo dell’Industria e del Lavoro (Musil), ma è soprattutto il curatore di un’impresa, tanto significativa e ricca nei contenuti quanto assai poco nota e letta, che è il progetto, in cinque volumi, L’Altronovecento. Comunismo eretico e pensiero critico, di cui sono usciti sempre per la Jaca Book i primi quattro poderosi volumi.

Il suo scopo è quello di salvaguardare e riproporre all’attenzione, affinché non scompaiano, sotto le macerie del muro di Berlino e l’autodissoluzione dell’Urss, i filoni di quel comunismo eretico e di quel pensiero critico prossimo o dialogante con il comunismo – ma lontano dal bolscevismo, dal marxismo-leninismo e dall’organizzazione teorica e politica dei partiti della III Internazionale – che ha attraversato, secondo molteplici ispirazioni, la storia del Novecento.

QUESTO TESTO (uscito in prima edizione nel 1978 con il titolo Comune contadina e rivoluzione in Russia. L’obscina) ripropone la questione del rapporto tra Marx e il mondo contadino, specificamente quello delle forme collettive di associazione e di comunità delle campagne russe, cui Marx ed Engels (ma con diverse accentuazioni tra loro) rivolgono la loro attenzione soprattutto dopo la liberazione dei servi della gleba, promulgata dallo zar nel 1861, con le trasformazioni nei rapporti sociali del feudalesimo russo che ne conseguirono. La messa a tema più rilevante che si ricava dal testo di Poggio è la riformulazione profonda che emerge della figura e del pensiero di Marx. Qui il Moro, infatti, non è più solo lo studioso della società industriale moderna, della fabbrica capitalistica e di quella scienza critica del capitalismo, che rimane, a parere di chi scrive, ancora la chiave di volta senza la quale si capisce assai poco del mondo contemporaneo.

Ma è anche, in connessione profondissima e intrinseca con tale prima dimensione, lo studioso delle società precapitalistiche e di quell’enorme storia dell’umanità che si è svolta secondo un’economia agricola e premercantile. Marx ha dedicato studi ed estratti approfonditi alla storia del premoderno, in particolare alle forme dei rapporti sociali nelle società che precedono l’economia della merce e del capitale. E solo la fuga dal marxismo intrapresa precipitosamente davanti all’altare heideggeriano o ai rizo-desideranti francesi da molti intellettuali, che pure prima avevano cantato l’Hosanna Domini nei vari cori del marxismo, può spiegare perché a un certo punto solo al Polany di La grande trasformazione s’è attribuito il merito di aver ridimensionato il ruolo e la durata della società capitalistico-moderna all’interno di una storia lunghissima dell’umanità fatta di lavoro agricolo e di un’economia sostanzialmente senza moneta.

È del resto proprio la genesi storica, e non logico-dialettica, della forza-lavoro come cuore della identità e soggettività moderna nella sua subordinazione al capitale a costituire il nesso per eccellenza tra storia del premoderno e storia del moderno in Marx. Come scrive lui stesso, va interrotta l’esposizione dialettica-sincronica nel primo libro del Capitale e introdotta la storia per spiegare la riduzione della forza-lavoro a merce: attraverso la dissoluzione di tutte le forme socio-economiche comunitarie premoderne che, appunto, dall’inizio della storia dell’umanità, non avevano mai visto l’essere umano quale individuo che, come accade al giorno d’oggi, originariamente privo di rapporti sociali, si socializza in modo estraneato solo attraverso la mediazione del mercato e del denaro.

PER SPIEGARE la forza-lavoro della società contemporanea ci si deve riferire cioè per Marx a quei passaggi storico-epocali che sono delineati magistralmente nel capitolo del Capitale sull’accumulazione originaria e nel capitolo dei Grundrisse dedicato alle Forme che precedono la società capitalistica: in particolare nel quale Marx abbandona, con sorpresa piacevolissima del lettore, il meccanicismo riduzionistico di struttura e sovrastruttura, per argomentare che in tutte le società premoderne il legame sociale, nelle sue articolazioni di ceti e di classi, non è prodotto dal lavoro, ma, incredibile dictu, da appartenenze comunitario-simboliche la cui natura non-economica, non prodotta dal lavoro, consente e regola l’accesso all’economico propriamente detto.

È in questo studio a ritroso della storia – a partire dalle categorie da spiegare nella società capitalistica – dei modi e dei princìpi di socializzazione precapitalistici che Marx matura una conoscenza e una sensibilità verso modalità organicistiche di vita sociale, con le quali non collude ovviamente mai per la loro natura localistica e premoderna, ma che lo predispongono a quei singolari pronunciamenti nella sua tarda età sulla comune contadina russa che sono al centro dello studio di Pier Paolo Poggio.

Com’è ben noto, Marx in alcune lettere del 1877-1882, dichiarando che una rivoluzione in Russia potrebbe saltare la fase storica del capitalismo e approdare direttamente al comunismo muovendo da quella dimensione collettiva della vita che connota da secoli la storia rurale del paese, scrive: «In Russia, grazie a una combinazione di circostanze uniche, la comune agricola, ancora stabilita sull’intera estensione del paese, può gradatamente spogliarsi dei suoi caratteri primitivi e svilupparsi direttamente come elemento della produzione collettiva su scala nazionale».

CONSIDERANDO che nella obscina, oltre la porzione di terra dominica (sulla quale i contadini lavorano per il nobile proprietario), foreste, pascoli, terre incolte restavano verosimilmente proprietà comune, mentre la terra coltivabile apparteneva in proprietà privata ai coltivatori, ma spesso con rotazione delle parcelle e che in determinate occasioni la coltivazione potesse avvenire in comune, Marx, riferendosi alla posizione di un autore come Cernysevskij, può notare che «in una serie di articoli degni di rilievo, questi ha affrontato il problema se la Russia debba cominciar col distruggere la comune agricola (come vorrebbero gli economisti liberali) per passare di qui al regime capitalista, o invece possa, senza incorrere nei lutti e nelle sofferenze di questo regime, farne proprie le conquiste sviluppando il retaggio del suo passato storico».

INSOMMA UN MARX, come sottolinea con vigore Poggio, sensibile a tematiche di alcune correnti del populismo russo: certamente non concorde, in alcun senso, con valorizzazioni regressive e celebrazioni mistico-religiose della comunità rurale, ma capace di ripensare e rifiutare una visione univoca e obbligata dell’evoluzione storica, che pure lui stesso aveva contribuito a costruire con le pagine dell’Ideologia tedesca e della Prefazione del 1859.

VA AGGIUNTO che il Marx di quegli ultimi anni poteva pensare che la proprietà comune del suolo nell’obscina potesse offrire, come scrive, «la base naturale dell’appropriazione collettiva» della futura società comunista, solo a condizione che in pari tempo vi fosse un sviluppo del movimento e della rivoluzione operaia nell’Europa occidentale e che l’agricoltura russa potesse usufruire di tutte le conquiste tecniche del sistema capitalistico, per «gradualmente sostituire all’agricoltura particellare l’agricoltura combinata con l’aiuto di macchine, che la configurazione del suolo russo invita».

Ma al di là della profondissima problematicità della cosa, ciò che rimane è l’apertura, che sia stata anche solo momentanea per lo stesso Marx, riguardo alla «più bella occasione che la storia abbia mai offerta a un popolo» di una modalità peculiare di passaggio storico dal precapitalismo al comunismo. Una modalità peculiare, che sarebbe stata poi del tutto negata e cancellata, sottolinea Poggio, dal modello industrialista, a tappe forzate, del leninismo e dalla filosofia coercitiva della storia che lo ha strutturalmente improntato.

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Comments   

#2 clau 2017-12-20 18:47
Non sono un profondo e raffinato conoscitore dell’opera di Marx, tuttavia vorrei fare alcune brevi considerazioni e porre una domanda squisitamente politica in merito allo scritto soprastante in cui si dice che lo scopo della riedizione del libro di Pier Paolo Poggio è quella di:”.. riproporre all’attenzione il comunismo eretico e quel pensiero critico lontano dal bolscevismo…”. In sostanza si tende a contrapporre l’operato di Lenin, la Rivoluzione Bolscevica, a ciò che si pretende essere il pensiero degli ultimi anni di Marx, in cui avrebbe prefigurato “di poter saltare la fase storica del capitalismo (in Russia) e approdare direttamente al comunismo partendo dalla dimensione collettiva della comune agricola” presente in tutto il paese.
A fine scritto s’aggiunge però che “il Marx di quegli ultimi anni poteva pensare (che ciò potesse avvenire) solo a condizione che in pari tempo vi fosse uno sviluppo del movimento e della rivoluzione operaia nell’Europa occidentale…”, che però non c’è stata e quindi il tutto viene a cadere. Ma dal momento che anche Lenin ha concepito la rivoluzione in Russia come un primo passo ed un incentivo per i comunisti e i proletari dell’Europa occidentale sviluppata a seguirne l’esempio, e la Nep come un arretramento necessario per poter resistere in attesa che ciò avvenisse in tali paesi, la domanda che pongo è la seguente: quali gravi errori avrebbero compiuto Lenin, il partito Bolscevico e la III Internazionale, da prenderne così drasticamente le distanze, se la rivoluzione nei paesi dell’Europa occidentale non è avvenuta? Che poi sia andata com’è andata, per via di tale mancato sviluppo e per il fatto che Stalin e compagnia hanno poi sviluppato il capitalismo di stato anziché il socialismo, è un altro discorso.
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#1 Ennio Abate 2017-12-20 11:01
"Ma al di là della profondissima problematicità della cosa, ciò che rimane è l’apertura, che sia stata anche solo momentanea per lo stesso Marx, riguardo alla «più bella occasione che la storia abbia mai offerta a un popolo» di una modalità peculiare di passaggio storico dal precapitalismo al comunismo. Una modalità peculiare, che sarebbe stata poi del tutto negata e cancellata, sottolinea Poggio, dal modello industrialista, a tappe forzate, del leninismo e dalla filosofia coercitiva della storia che lo ha strutturalmente improntato."

Vorrei capire - da Poggio o da Finelli se possibile - se questa scoperta di un Marx in vecchiaia vicino ai populisti russi è una semplice e amara constatazione di una strada "del tutto negata e cancellata" dagli sviluppi della storia o se tale strada potrebbe ancora essere ripresa e in qualche modo riproposta.
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