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“Moduli di guerra”

di Elisabetta Teghil

Con un lavoro lungo, di anni, un passo dopo l’altro, il neoliberismo ha ridisegnato tutta la società, ha investito tutti gli aspetti della vita, da quelli del mondo del lavoro a quelli ludici e personali, dalla sfera della sessualità a quella sociale, dai rapporti con gli oppressi e tra gli oppressi.

Questo attacco di cui si è fatta carico in prima linea la socialdemocrazia riformista è stato portato avanti con una determinazione, una pervicacia e una perfidia da lasciare gli oppressi e le oppresse attoniti, indifesi, spiazzati.

Tanto attoniti da non ragionare con la loro testa, tanto spiazzati da non seguire l’istinto, tanto indifesi da non recepire il ribaltamento totale che i termini e il lessico di sinistra avevano assunto nella sostanza. Hanno seguito i pifferai del PD e della triplice sindacale, hanno dato spazio alla “meritocrazia”, alla gerarchia, al “rendimento”, hanno accettato il controllo, le limitazioni del diritto di sciopero, i tagli, le privatizzazioni …si sono prestati alla guerra fra poveri, stigmatizzando il collega che non rendeva abbastanza, che non era ligio all’azienda, l’impiegata che portava i bambini a scuola o faceva la spesa nell’orario di lavoro, come se questo non fosse lavoro….

Ora sono basiti, muti, inermi, dotati/e di strumenti inadeguati per rispondere ad un attacco così violento che investe il mondo del lavoro…l’istruzione…la sanità…lo stato sociale…e questo attacco non ha solo valenza economica, ma è anche un attacco all’idea e alla pratica di comunità.

Il tessuto sociale ne è sconvolto: lavoratori/trici, contadini/e, donne, addette/i ai servizi…popoli del terzo mondo…sono tutti dentro un comune progetto di sfruttamento, questo sì diventato globale.

Dentro questo processo siamo tutti/e poveri/e, siamo tutti/e nelle mani di un potere che ci infantilizza, che ci plasma per uno sfruttamento in tutti i momenti della nostra vita.

Ad un attacco politico a tutto campo, la risposta non può che essere sullo stesso piano.

Le lotte devono essere immediatamente politiche, gli spazi di mediazione, di contrattazione, di richiesta sono stati rimossi dal neoliberismo.

Per ora ha vinto, ci ha tolto la parola, cambiato i riferimenti, azzerato la memoria.

Questo mondo si è convertito ai valori nazisti attraverso lo Stato etico e il suo sviluppo secondo moduli di guerra.

Le dimensioni del neoliberismo tendono ad occupare tutti gli spazi e, addirittura, a non avere niente al di fuori di se stesse.

Il mondo è, mai come oggi, minuscolo, ma hanno tolto al genere umano l’immaginario di un mondo diverso, l’orgoglio di essere portatore di speranza, la fiducia in se stesso, la consapevolezza di poter essere l’artefice di giustizia sociale, la voglia di lottare. Non a caso oggi la guerra non è più la continuazione della politica con altri mezzi, ma è diventata la base stessa della politica e, pertanto, rappresenta un nuovo ordine che si riflette nei rapporti interni e nelle regole stesse della cittadinanza. Da qui il controllo sempre più serrato, la militarizzazione di intere aree geografiche, l’invasività della polizia e della magistratura. Esercito e polizia hanno ruoli interscambiabili. Quanta acqua è passata sotto i ponti da quei lontani anni ’70 quando i carri armati sono entrati a Bologna e tutte/i abbiamo rabbrividito per l’immaginario che evocavano.

Ora la gente passeggia tra vetrine di natale e blindati dell’esercito con militari in mimetica e mitra, soldate comprese, uno scenario che dovrebbe far riflettere sul punto di non ritorno che abbiamo raggiunto e, invece, nessuno si scandalizza, le persone continuano a passeggiare, a ridere, a scherzare, a tenere i bambini per mano. L’essere umano è ridotto a un punto tale da non riuscire più a pensare? da non rendersi conto di essere un animale rinchiuso in un recinto? Ha perso così stupidamente ogni dignità da accettare di essere controllato a distanza ravvicinata? L’assuefazione al controllo e alla mancanza di libertà fa paura.   

L’immigrazione non è un problema in più che si aggiunge a quelli che già ci sono nei vari paesi dell’Europa occidentale, ma è il prodotto legittimo e programmato, non solo per la soppressione delle economie di autosussistenza nei paesi del terzo mondo, non solo per le guerre interetniche e interconfessionali promosse volutamente, ma anche perché è funzionale dal punto di vista economico e della strumentalizzazione della così detta “sicurezza”.

Il capitale, nella sua caratteristica principale che è quella autoespansiva, è arrivato alla stagione neoliberista e, questa, non è tanto una tendenza quanto una necessità per garantire la propria sopravvivenza e porta la guerra sul fronte esterno con le truppe coloniali di aggressione e occupazione e sul fronte interno con le truppe di controllo urbano e territoriale.

Il collante con cui compattano questa società è costituito dalla guerra e dal terrorismo.

Per questo è necessario analizzare le modalità con cui si sviluppa e si presenta, per poterlo contrastare.

E’ necessario recuperare il concetto di libertà. E’ questo il senso del nostro impegno, costruire momenti di resistenza e di antagonismo, rimuovere un concetto di libertà tutto chiuso nell’ordinamento capitalistico e patriarcale così come oggi lo si conosce, un concetto di libertà ridotto ad emancipazionismo, a rituali vuoti e ripetitivi che si traducono in un asservimento volontario e che, perciò, diventa un concetto morto, mentre la libertà è un processo espansivo.

Per noi la liberazione significa liberare la libertà.

La libertà è un sottrarsi ai limiti dentro gli orizzonti che sono stabiliti dal capitale e dal neoliberismo, è produzione di soggettività, è un’alternativa alla colonizzazione neoliberista e patriarcale della vita, è capacità di rompere, in maniera autonoma e autofondante, con il comando.

Noi viviamo nella solitudine, nella miseria, nella paura e, invece, vogliamo vivere la nostra condizione esistenziale.

Per questo la libertà non è un desiderio o un auspicio, ma è necessaria come l’aria per vivere, è ribellione, rifiuto, è forza di dire no.

Deve riuscire a rappresentarsi in ogni momento della vita, nella sfera del linguaggio, nella sfera della comunicazione, nelle relazioni interpersonali, è altro rispetto alla metabolizzazione dei valori capitalistici e patriarcali della società fondati sulla negazione della dimensione politica delle lotte del terzo mondo, sul discredito delle lotte di liberazione nazionale, sulla demonizzazione della ribellione e perfino dell’insofferenza, sul silenzio e la damnatio memoriae della lotta armata nei paesi occidentali.

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