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Criptofeticcio: il caso bitcoin

di Christian Marazzi

Inevitabile che in queste settimane molti economisti e analisti abbiano cercato di capire e mettere in prospettiva il destino, per così dire, dei bitcoin. E ci mancherebbe! Dall’inizio dell’anno corrente questa moneta elettronica è passata da un valore di 1’000 dollari a oltre 10’000 dollari, e nessuno sa veramente quando finirà questo “viaggio epico” a più zeri. Sembra di sognare, eppure la storia della finanza è punteggiata da febbri misteriose, a partire da quella per i tulipani d’inizio Seicento, in Olanda, quando il prezzo di un bulbo raggiunse quello di una casa signorile. Almeno su questo sembra ci sia un accordo generale: i bitcoin sono un attivo speculativo. Altro che denaro, per quanto elettronico, per quanto scritturale, come per il 90 percento del denaro in circolazione! Gli mancano alcuni dei requisiti fondamentali per essere una vera moneta, quale quello di essere una riserva di valore, un mezzo di scambio e addirittura un’unità di conto.

Non solo non si può acquistare un granché con i bitcoin, ma è la velocità di variazione del suo valore che impedisce ai bitcoin di assomigliare anche lontanamente ad una normale valuta.

Immaginatevi di esservi indebitati in bitcoin, lo scorso anno, per acquistare una casa. Quale sarebbe l’ammontare del vostro debito ipotecario oggi, quando nel frattempo vi è stata una rivalutazione dei bitcoin superiore al 1’700 per cento rispetto alla moneta con cui vi versano il salario, ad esempio Franchi? E non si creda che i bitcoin siano un attivo liquido tale da poter essere venduto quando avete bisogno di liquidità, di cash, per comprare quel che vi pare. Ci si arricchisce solo accumulando attivi liquidi, e i bitcoin non lo sono.

C’è un altro aspetto di questa pseudo-moneta che merita di essere messo in evidenza. Si tratta delle ricadute ambientali generate dal funzionamenmto stesso del sistema Bitcoin. In estrema sintesi: ogni transazione in bitcoin deve essere verificata da “minatori” (data miners), veri e propri operai digitali che per il loro lavoro hanno bisogno di un sacco di energia computazionale e soprattutto di energia elettrica. 275 kwh per ogni transazione (secondo il sito Digiconomist). In totale, Bitcoin usa annualmente una quantità di energia pari al consumo energetico di un paese come il Marocco, o a quello annuale di 2,8 milioni di economie domestiche americane. Se poi si aggiunge che i “minatori digitali” sono pagati in bitcoin, non è difficile capire quanta altra energia elettrica è destinata ad essere consumata in questa “corsa all’oro digitale”.

Il fatto che Bitcoin sia nato nel 2009, a un anno esatto dall’inizio della grande crisi monetario-finanziaria, induce a pensare che la sua nascita abbia a che fare con la crisi di fiducia nel sistema monetario ufficiale e nelle politiche fin troppo espansive delle banche centrali. Può darsi, anche se queste politiche non hanno affatto generato quell’inflazione e svalutazione delle monete che normalmente porta a cercare beni rifugio quali gli odierni bitcoin. Che dietro la bolla bitcoin ci sia il classico effetto contagio, tale per cui gli investitori seguono mimeticamente l’onda finché il prezzo dell’attivo cresce, beh non è una gran scoperta, dato che è sempre così. Il bitcoin è, invece, il feticcio dei nuovi tempi moderni, quella “cosa” che nasconde i nuovi rapporti di produzione digitali e il rapporto (pessimo) tra l’uomo e l’ambiente. E che sia un feticcio criptato lo rende ancor più pericoloso.

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