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Perché la sinistra non capisce niente della questione fiscale

di Aldo Giannuli

Da circa venti anni assistiamo ad una sceneggiata per cui la sinistra (o quel che si definisce tale) è il partito delle tasse che, appena ha il governo, si affretta golosamente ad aumentare, e la destra è quella che protesta e strepita contro questi aumenti (“Stanno mettendo le mani in tasca agli italiani!”), ma che poi, andata al governo, non solo non toglie nessuno di quegli aumenti, ma ne aggiunge di suoi.

Per la sinistra si tratta di un riflesso condizionato che la induce a pensare che le tasse siano un bene in sé, perché servono a finanziare la spesa sociale e come meccanismo di redistribuzione della ricchezza. Ma le cose sono molto più complicate.

In primo luogo, si pone un problema di quantità: quale è la soglia di un prelievo fiscale sopportabile? Non poniamo la questione in termini etici, ma in termini economici: è evidente che più alto è il prelievo fiscale e meno soldi hanno i cittadini per i consumi e, se i consumi calano, ne soffrono le imprese che, oltre certi livelli di guardia, potrebbero crollare una dopo l’altra, provocando un crollo occupazionale.

Si innesca così in circolo vizioso, per cui l’aumento delle disoccupazione riduce ulteriormente il monte salari e, quindi, i consumi, questo produce nuovi fallimenti e così via. Peraltro la flessione occupazionale, in termini lineari, produce anche una contrazione del gettito fiscale, con il risultato di spingere ad una nuova stretta per mantenere costante il gettito. E di questo passo si fa bancarotta.

Naturalmente ci sono una serie di soglie per cui il risultato finale può prodursi più o meno lentamente. Ed esistono anche controtendenze che limitano gli effetti negativi di un’eccessiva pressione fiscale: ad esempio, evasione fiscale e lavoro nero, per quanto condannabili sul piano morale ed indesiderabili su quello politico, però hanno l’effetto di sottrarre una parte della ricchezza all’appropriazione statale, mantenendo quindi, almeno in parte, il potere d’acquisto dei cittadini. Con il risultato che più è elevata la pressione fiscale, più aumenta la propensione a pratiche illegali o condannabili come evasione e lavoro nero, il che poi sposta il carico del gettito inevaso sulle spalle dei contribuenti onesti o che non possono sottrarsi agli obblighi fiscali, il che moltiplica tanto le ingiustizie sociali quanto gli effetti antieconomici dell’eccessivo carico fiscale.

Dunque occorre capire quale possa essere una soglia accettabile di pressione e qui dobbiamo constatare che da 6 anni in qua, la pressione (grazie ai governi del Pd o magari sostenuti dall’esterno dal Pd, come il governo Monti) è salita a circa il 55% del Pil, tenendo conto, oltre che della tassazione diretta, di quella indiretta , dei ticket, delle tariffe dei servizi pubblici eccetera. Un prelievo di quelle dimensioni sarebbe eccessivo anche per un breve periodo, ma qui ormai siamo entrati nell’ordine di idee che questo è un livello “normale” destinato a durare a tempo indeterminato.

Il secondo ordine di problemi è chi sia il soggetto tassato, in che misura e con quali meccanismi. Una delle grandi falsità del neo liberismo è quella per la quale, siccome i ricchi sono quelli che hanno più potenziale di spesa, più detassiamo i ricchi (secondo le politiche di tassazione regressiva sul reddito inaugurate dalla Reaganomics negli Usa degli anni ottanta), più aumentano i consumi e, quindi, si spinge verso una dinamica virtuosa.

Chiunque sappia qualcosa di economia e non sia un venduto sa che la propensione all’accumulazione è direttamente proporzionale al reddito: il “ricco” (usiamo questo termine vago) spende una parte minima del proprio reddito in consumi, poi spende una quota più alta di esso in investimenti nell’economia reale, ma la parte più consistente la accumula come riserva di valore in impieghi finanziari, che, in quanto tali, sono improduttivi se non nella parte (più o meno minoritaria) destinata all’economia reale. Più denaro resta immobilizzato nella riserva finanziaria, meno risorse ci sono a disposizione.

In terzo luogo è decisivo come si spende il gettito fiscale. La sinistra immagina (o fa finta di crederci) che la voce più consistente sia quella della spesa sociale (pensioni, sanità, istruzione, ammortizzatori sociali) il che non è vero, se non in parte. Sicuramente le voci che abbiamo indicato sono consistenti, ma ci sono anche capitoli di spesa tutt’altro che irrilevanti come la spesa militare, quella per i lavori pubblici e, soprattutto, quella per il personale della Pa (per cui, dando lo stipendio a un fannullone, si fa una spesa improduttiva, ma si sostengono i consumi). In ciascuno di questi capitoli di spesa ci sono sprechi e diseconomie che si potrebbero rivedere facendo dimagrire la spesa complessiva, senza per questo danneggiare la spesa sociale. Ma, soprattutto ci sono spese assolutamente negative come i compensi eccessivi ai dirigenti, l’eccessivo numero di enti eccetera che neppure alimentano i consumi ma finiscono in rendita finanziaria ed è qui che occorre andare col machete (ma ne riparleremo).

Poi c’è un a spesa direttamente finanziaria: gli interessi per il debito che crescono costantemente (siamo a 84 miliardi l’anno, destinati a crescere perché in 4 anni di governo Pd il debito è cresciuto di altri 200 miliardi). Ma se la spesa rimane questa il gettito fiscale non ce la fa a si produce nuovo debito, nonostante l’aumento delle tasse. Ma con questo livello di pressione fiscale non c’è ripresa immaginabile e, prima o poi, lo sbocco è il default.

Dunque, per una vera ripresa, occorre tagliare il prelievo fiscale con una cura drastica: diciamo almeno 7-8 punti in un anno. E per far questo occorre una vera spending review (non l’attuale pagliacciata) e ricontrattare le condizioni di debito.

Ma questo nella sinistra chi lo dice? Chi si preoccupa del fatto che il prelievo fiscale è diventato un moltiplicatore di ingiustizie sociali?

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Comments   

#5 Mario Galati 2018-01-09 16:26
Sottolineerei. La i è un'intrusa.
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#4 Mario Galati 2018-01-09 16:17
Sono d'accordo con i commenti precedenti. Sottolinierei alcuni punti specifici, sostenuti da Giannuli, che si inscrivono nel paradigma liberista. Nel rapporto tra livello fiscale ed evasione-elusione sembra assumere il ragionamento alla base della curva di Laffer, spacciato per oggettivo-scientifico e non ideologico, alla base della controriforma regressiva dell'imposizione fiscale. In un altro passo aderisce chiaramente all'idea liberista che la domanda possa e debba essere sostenuta solo dai consumi privati e non anche da investimenti pubblici diretti. In un altro passo ritiene i lavori pubblici e il personale pubblico improduttivi e parassitari. Evidentemente non si prende minimamente in considerazione l'intervento pubblico diretto in economia e in settori diversi da quelli "sociali". Quindi si finisce per proporre la solita spending rewieu (i tagli alla spesa pubblica). Quella mirata e buona, naturalmente.
Non dico che bisogna essere marxisti, ma ci si aspetterebbe almeno un po' di keynesismo e di indipendenza dal teorema liberista dominante.
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#3 Eros Barone 2018-01-08 22:09
Il discorso “anti-tasse” è un 'topos' del pensiero conservatore e liberista contemporaneo. Il fatto che sia diventato centrale anche nei programmi politico-elettorali della cosiddetta 'sinistra' dimostra quanto sia ancora pervasiva e fino a che punto sia dominante l'ideologia neoliberista. In realtà, la rivolta fiscale della borghesia (grande, media e piccola) è, oltre che un'espressione del sovversivismo delle classi dominanti, una forma di “falsa coscienza” con cui vengono dissimulati precisi e corposi interessi di classe, ponendo, tra l'altro, fra parentesi le numerose funzioni che lo Stato svolge a beneficio del capitale e che sono rese possibili unicamente dalla tassazione. Basti pensare agli ingenti trasferimenti alle imprese che vanno sotto il nome di agevolazioni pubbliche o sotto altri nomi, nonché alla realizzazione delle condizioni generali di produzione (infrastrutture, formazione, ricerca e sviluppo tecnologico). È evidente che tutte queste funzioni – essenziali per la stessa riproduzione allargata del capitale – hanno un costo, che qualcuno dovrà pur sostenere. Ma la rivolta fiscale delle classi abbienti, testimoniata da uno dei livelli di evasione e di elusione più alti del mondo capitalistico, chiama questo costo, per l'appunto, “oppressione fiscale”. La verità è che la politica fiscale in atto ha connotati tipicamente classisti, colpisce in basso anziché in alto ed ha di fatto trasformato la progressività fiscale in una vera e propria regressività, con tanti saluti al principio costituzionale. Occorre poi considerare che la crisi fiscale dello Stato e la regressività delle imposte sono perversamente intrecciate a causa della riduzione della spesa pubblica. In questo modo lavoratori salariati e pensionati, già penalizzati perché pagano le tasse, perché le pagano in misura proporzionalmente superiore alla loro capacità contributiva e perché vedono aumentare le tasse indirette sui beni e sulle tariffe dei servizi pubblici, vengono colpiti una volta di più: attraverso la riduzione della qualità e dell’ampiezza di copertura dei servizi sociali, che essi dovranno quindi comprarsi “sul mercato”. Che cosa questo significhi lo capisce bene ogni lavoratore che abbia dovuto pagarsi una visita medica o dentistica in uno studio privato. E poi ci sono dei "sicofanti della borghesia" che, fingendo di rivolgersi ai lavoratori, parlano (non di lotta alle privatizzazioni e di tassa sui grandi patrimoni ma) di riduzione della pressione fiscale di 7 od 8 punti in un anno e inverecondamente fanno mostra di stracciarsi le vesti per la crescita degli interessi sul debito pubblico!
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#2 carlo 2018-01-08 19:47
30 anni fa l'irpef della fascia più alta di reddito era quasi al 70% ora è al 43%, se per Giannuli i ricchi non fanno girare tutti i loro soldi bisogna essere fenomeni per rialzare l'irpef sulle fasce alte?
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#1 Riccardo 2018-01-08 16:24
Dopo tutti i quantitative easing (volgarmente stampa di denaro) della federal reserve della banca del giappone della banca d'inghilterra e non ultima della banca centrale europea, il signor giannuli ce la mena ancora con il debito pubblico? Ma non si vergogna?
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