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contropiano2

I pusillanimi sull’uscita dall’euro

Un referendum per sparigliare

di Stefano Porcari

Al forum Ambrosetti di Cernobbio, nel settembre scorso, gli aspiranti premier Luigi Di Maio e Matteo Salvini hanno spiegato ad un pubblico di manager, banchieri, tagliatori di teste, la loro idea politica sull’Italia.

Com’è noto, manager e banchieri ancora li guardano con una studiata prudenza. Ma sia Di Maio che Salvini hanno tranquillizzato quelli che stanno rovinando la vita a milioni di persone, non affondando la lama nel tema più destabilizzante, quello che metterebbe maggiormente in discussione le attuali relazioni di potere. La fuoriuscita dalla Ue, dall’euro e dunque dall’Eurozona, appunto.

Era solo il 2014 quando Salvini organizzò un “Basta euro tour” in giro per l’Italia andando in giro (accompagnato spesso dai fascisti di CasaPound) per dire che occorreva uscire dall’euro. Poi Salvini su questo tema si è via via silenziato e con lui anche i fascisti, che bofonchiano contro banche ed eurocrati, ma preferiscono accanirsi contro gli immigrati.

Lo stesso è accaduto al M5S, che prese una barca di voti nel 2013 annunciando di voler fare un referendum sull’euro. “Il referendum sull’euro è una estrema ratio, che spero di non dover usare” – ha affermato invece Di Maio intervistato da Bruno Vespa. “Non credo che per l’Italia sia più il momento di uscire dall’euro, anche perché per l’Italia ci sarà più spazio visto che l’asse franco-tedesco non è più così forte come prima”.

Che Di Maio non sia un’aquila politica non è una sorpresa, ma che gli sia sfuggito il recentissimo vertice franco-tedesco del 4 gennaio che ha rinnovato il Trattato bilaterale dell’Eliseo, è sintomo di ignavia e di pusillanimità politica. Tant’è che il parlamento francese e quello tedesco il prossimo 22 gennaio voteranno una risoluzione comune per coordinare regole comuni su imprese, diritti sociali e tecnologie. I due paesi pensano ormai apertamente ad una Unione Europea “a due velocità”. Affermare che l’asse franco-tedesco non sia forte come prima è un atto di cecità incommentabile. Peggio di Di Maio era riuscita a fare solo la parlamentare del M5S Laura Castelli, che alla domanda diretta di una giornalista su cosa avrebbero fatto nel caso del referendum sull’euro evocato dal M5S stesso, ha risposto imbarazzata di “non saperlo”. Insomma alla faccia delle idee chiare.

Di Maio e Salvini, mai così simili come adesso, probabilmente guardano al su e giù dei sondaggi sulla questione dell’euro, rilevando che l’incognita di una fuoriuscita dall’Eurozona in qualche modo ancora preoccupa la gente, ma soprattutto preoccupa i banchieri e gli imprenditori (i medio-grandi non certo i piccoli che sono stati stritolati) presso i quali entrambi vogliono accreditarsi come forza di governo.

Ma l’eventuale fuoriuscita dall’euro e dall’Eurozona sarebbe davvero così drammatica? Più che discuterne, la questione viene esorcizzata sotto un fuoco di sbarramento preventivo – e per molti aspetti terroristico – che ha il compito di impedire qualsiasi confronto su parametri anche semplici, come il rapporto costi-benefici. Indicativo quanto scrive un economista eterodosso come Guido Salerno Aletta: “Sui temi europei, le forze politiche italiane sono già tutte allineate e coperte, quasi remissive…. di uscire dall’euro non se ne parla più, se non come pistola poggiata su un tavolo che non c’è, come se fosse l’Isola di Peter Pan; della moneta parallela, analoga alle Am-lire, si sono perse le tracce; neppure si accenna alle diverse proposte di introdurre i titoli di credito fiscale, che pure avevano trovato un inatteso consenso financo da parte di Mediobanca Securities in un report che fece clamore nell’ormai lontano novembre 2015”.

Per onestà dobbiamo ammettere che anche dentro il percorso di Potere al Popolo, contro l’adesione all’Eurozona, non si è riusciti a declinare il terzo NO (oltre a Unione Europea e Nato), che pure è tra i punti costituenti della Piattaforma Eurostop. Un pizzico di coraggio politico in più non avrebbe guastato, proprio per spezzare l’incantesimo indicato da Salerno Aletta sul fatto che “In Italia tutte le forze politiche sono allineate e coperte sulle materie europee”.

Un nuovo movimento politico che avesse il coraggio di accettare questa sfida, strappandola – ormai fin troppo facilmente – all’abbaiare della destra e ai mugolii del M5S, forse avrebbe sparigliato e inciso ancora più a fondo. Ma i processi sono processi e i percorsi unitari presuppongono convergenze, pazienza, maturità politica e lungimiranza. Nel programma di Potere al Popolo c’è la richiesta di referendum sui Trattati Europei che fa ben sperare, sicuramente più della pusillanimità dimostrata sul tema dalla leadership del M5S.

La realtà però ha la testa dura, e qualcosa di duro e reale lo vedremo già nei prossimi mesi, appena passate le elezioni. E’ già pronta la “manovra aggiuntiva” lacrime e sangue prevista dal rispetto dell’Italia ai vincoli dell’Unione Europea e dell’Eurozona. Senza dimenticarci mai l’ipoteca tagliente del Fiscal Compact che incombe. Sarebbe meglio cominciare a gridarlo nelle piazze e, anche nella campagna elettorale, a dirlo alla nostra gente, quella che dentro la gabbia dei Trattati Ue e dell’Eurozona in questi 25 anni è stata stritolata.

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