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Preve e la verità filosofica

di Salvatore Bravo

La prassi filosofica di Costanzo Preve è stata antinichilista poiché Preve ha testimoniato con la sua vita lo statuto epistemico della Filosofia: la verità, come totalità, interna a processi dialogici e dialettici. La Filosofia contemporanea è innocua in quanto vive ai margini dei saperi, anzi la Filosofia è associata ai movimenti di liberazione dalla verità. In media lo storico della filosofia legge positivamente il dissiparsi della verità dialettica, della totalità, che consente di leggere il contesto sociale e storico. Il trionfo della prospettiva sulla totalità è considerato disalienante, è il materializzarsi dei ditirambi di Dioniso in un mondo liberato dalla gravità perniciosa della verità. Il capitalismo assoluto al suo apice è il regno delle merci, la totalità veritativa è sostituita con la merce e la conseguente poietica. Non essendoci verità, non vi sono limiti pertanto rovesciando l’imperativo kantiano “Usa l’altro come mezzo e mai come fine”, anche se stessi.

Il nichilismo è la pratica alla formazione dell’entificazione del mondo. L’emancipazione dalla totalità è dunque il nichilismo liturgicamente consacrato. Con il trionfo della prospettiva, la storia liberata dai “ceppi dialettici” è solo cenere. Il tramonto della filosofia della storia, è il tramonto della dialettica. Se non vi è alcuna verità, ma tutte le prospettive sono equipollenti, la storia torna all’anno zero senza possibilità che vi sia la progettualità, una verità a cui tendere.

Il mondo collassa su stesso e non restano che il tempo cronologico segnato dal trionfo hobbesiano della guerra di tutti contro tutti. Il tempo cairologico, del vissuto pensato, è oggetto di perenne sospetto dall’impero della quantificazione. Le controriforme di questi decenni non trovano l’opposizione adeguata, per lo smarrimento dinanzi ad un mondo indecifrabile, mosso drammaticamente da forze incomprensibili, dall’incapacità di discernere tra la verità e il falso, tra l’autentico e l’inautentico.

L’alienazione non è individuale, ma sempre sociale, e la filosofia è divenuta funzionale all’attuale sistema, lo legittima con il relativismo, e con la rinuncia alla ricerca della verità. Nel circo mediatico è ammessa come serva fedele, la quale deve utilizzare parole e gesti adeguati per santificare il nulla imperante e con esso l’assenza di ogni alternativa possibile. La storia è giunta al suo termine, per cui con la fine della storia cade la speranza. E’ un mondo in cui l’unico movimento annesso è di tipo poietico- produttivo, mentre la prassi trasformatrice è anestetizzata e vilipesa mediante un’abile associazione della prassi con i totalitarismi pur in assenza di nazismo e fascismo. Non resta che il corpo con le sue pulsioni da vivere come gioco per uccidere il tempo della noia che trascorre, mentre nulla cambia, e il solo pensiero della prassi è vilipeso. Eppure la verità non la si può uccidere completamente, malgrado la manipolazione mediatica, la libertà divenuta esercizio ginnico senza inibizioni, la verità esiste, o meglio il noto è sconosciuto, come affermava Hegel.

La filosofia di C. Preve non ha mai rinunciato al difficile esercizio della verità, incarnando in tal modo il senso della Filosofia. Se la scienza fonda l’esattezza, la filosofia fonda la totalità, da intendere come la struttura portante che consente di orientarsi e specialmente di riorientarsi da un punto di vista fenomenologico e gestaltico. Nessun dogmatismo, la filosofia si espone al confronto logico e dialogico e documenta con rigore filologico i passaggi argomentativi. C. Preve per rendere con un’immagine la condizione filosofica, ha utilizzato la metafora della pozza nel deserto. L’acqua nella pozza è la filosofia con i suoi metodi che lavora per la verità, acqua in questi decenni inquinata dalla sabbia, dal tentativo di tacitarla mescolando alla verità la pratica del falso

“Questo cinquantennio 1920-1970 assomiglia ad una pozza d’acqua nel deserto, bevibile ma talmente impregnata di sabbia da dover essere “filtrata” per poterla bere. In questa fase storica di <<seconda restaurazione>>, tolte poche eccezioni, che come tutte le eccezioni non fanno che confermare la regola generale, gli apparati universitari omologati delle facoltà di filosofia occidentali sono dominati da una sorta di ortodossia ideologica postmoderna, che in vario modo e con varie tattiche argomentative proclama la fine definitiva del pensiero del cinquantennio 1920-1970, e l’entrata in un mondo di cui è ancora possibile dare cosiddette “mappe”, purché sia ben chiaro che devono essere escluse tutte le ipotesi pratico-politiche di cambiamento. Il pensiero controrivoluzionario, oggi, ha cambiato pelle fino a sembrare del tutto irriconoscibile, e nei paesi occidentali ha anzi assunto una veste di “sinistra”, una sinistra liberabile antitotalitaria che coniuga varie versioni di uno stesso identico contenuto, la fine capitalistica della storia. Per poter quindi “ filtrare” l’acqua potabile del cinquantennio 1929-1970 è necessario impadronirsi di due tecniche principali, e cioè in primo luogo la deideologizzazione della filosofia (o, detto altrimenti, la separazione logica e metodologica tra spazio filosofico e spazio ideologico), ed in secondo luogo la liberazione dello spazio filosofico dalla dicotomia politica ed impropria e fuorviante Sinistra/Destra, e questo-si noti bene- sia che la si accetti e la si consideri valida in campo politico ed ideologico sia che invece per vari motivi la si consideri obsoleta, e cioè valida in passato, ma oggi non più”1

Dunque per potersi abbeverare alla fonte autentica è necessario disporsi ad un doppio movimento gestaltico: in primis deideologizzare la filosofia, e dunque non perdersi nel prospettivismo ideologico in cui la stessa filosofia sarebbe implicata. L’azione filosofica è analisi dei contesti di autogenerazione per cui mediante la critica con i passaggi di formazione dei concetti, può discernere gli elementi contestuali dalle verità acquisite, pensate e concettualizzate. Insomma che lo stato attuale ha come matrice di verità la mercificazione totale, il darwinismo sociale è una verità dimostrabile e razionalmente condivisibile. L’altro movimento è il superamento di riduzionismi ed esemplificazioni, in questo caso ideologici, che non consentono di cogliere la presenza dell’acqua anche tra autori e filosofi che si dispongono su versanti di pensiero opposto o semplicemente diverso.

Tracce di verità, per chi ama i procedimenti veritativi, albergano in autori tra loro differenti, poiché la filosofia è al plurale, e nessuno può arrogarsi di detenere in toto la verità. C. Preve ha vissuto la sua esperienza filosofica, volendo denunciare con una marginalità voluta i limiti della riduzione della filosofia a cultura addomesticata e socialmente inutile. Destino dell’uomo e destino della filosofia sono un connubio inscindibile. La decadenza della filosofia, la sua riduzione ad ornamento coincide con un’umanità passivizzata dalla violenza del pensiero unico. Contro la quotidianità manipolata la filosofia deve rivendicare il suo ruolo, ovvero partecipare ad elaborare percorsi di liberazione collettiva mediante l’inevitabile confronto con il negativo, accettando il rischio di perdersi in esso, per fondare la consapevolezza della verità.

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Comments   

#1 Eros Barone 2018-04-17 01:05
Costanzo Preve è stato uno dei massimi conoscitori del pensiero di Karl Marx e dell’intera tradizione marxista, a cui ha recato un contributo critico notevole attraverso una mole imponente di scritti. Intorno alla metà degli anni novanta del secolo scorso, Preve era diventato, al termine di una combattiva militanza politica ed intellettuale che lo aveva portato dal Pci a Lotta Continua e da questa organizzazione a Dp, un convinto sostenitore della necessità di superare la dicotomia ‘sinistra-destra’: posizione, quest’ultima, che nasceva senza alcun dubbio dalla consapevolezza della degenerazione politica, culturale ed umana della sinistra storica e di larga parte di quella cosiddetta ‘radicale’.
Il filosofo torinese, paradossalmente escluso dall’insegnamento universitario nonostante la quantità e la qualità dei titoli culturali e scientifici che poteva far valere, pagò certamente lo scotto dell’ostracismo accademico e mediatico per le posizioni comuniste, antimperialiste ed antisioniste che egli aveva sempre sostenuto, spesso controcorrente, con un coraggio ammirevole e con grande forza dialettica.
Negli ultimi anni Preve, pur senza cessare di dedicare la massima attenzione al rapporto tra marxismo e filosofia, aveva concentrato le sue riflessioni sulla geopolitica, sulla questione nazionale e sull’universalismo, avvicinandosi a (e collaborando con) correnti politico-culturali della "nuova destra".
Ma, al di là del suo profilo di marxista più o meno eterodosso e della sua specializzazione di ‘marxologo’, Costanzo Preve era - come viene giustamente sottolineato in questo articolo - un filosofo nel senso socratico e illuminista di questo termine e nutriva, come chiunque abbia avuto modo di conoscerlo di persona può testimoniare, un amore vero per la ragione, per il dialogo e per la chiarezza, che lo rendeva del tutto alieno da qualsiasi forma di boria o di disprezzo verso chi non ne condivideva le idee. Pertanto, il paragone con la pozza d'acqua nel deserto rende bene il significato e il valore della sua lezione. Per definire la quale si possono ripetere, ovviamente interpretate in un'accezione radicalmente laica, le parole dell'"apostolo dei Gentili": "Veritas liberabit vos".
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