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Cernobbio vota per un governo Renzi-Berlusconi

di Carlo Formenti

Sapevamo da tempo che, estinti i grand commis del nostro capitalismo di stato, spazzato via dalla rivoluzione liberista, l’economia italiana è ora in mano a un’imprenditoria privata di basso profilo, incline a svolgere il ruolo di borghesia compradora per conto della grande finanza e dei monopoli globali, terrorizzata da ogni cambiamento politico “destabilizzante” e incapace di produrre visioni all’altezza di un tempo di radicale e tumultuoso cambiamento come quello che stiamo vivendo. Il meeting di Cernobbio di primavera, dedicato alla finanza, conferma e rafforza tale giudizio.

Richiesti di un parere sul governo più auspicabile, un’ampia maggioranza relativa si è espressa per una coalizione fra centrodestra (con Berlusconi a frenare gli spiriti animali di Salvini) e Pd di rigorosa osservanza renziana (cioè liberista, antisindacale e antipopolare). Il tutto condito da peana (due terzi di giudizi favorevoli) sull’operato del governo Gentiloni, appena “licenziato” dalla stragrande maggioranza dei cittadini elettori, celebrato come un fulgido esempio di “stabilità”. Altre possibili soluzioni - da un governo Di Maio-Pd a una coalizione M5S-Salvini - vengono visti come il fumo negli occhi, a conferma che gli enormi sforzi che Di Maio ha compiuto negli ultimi mesi per liquidare ogni velleità “antisistema” e darsi un’immagine moderata, europeista ancorché critica, attenta a non ledere gli interessi delle élite industriali e finanziarie, non vengono giudicati sufficienti.

Un quadro talmente desolante (per tacere dell’incapacità di valutare realisticamente i rapporti di forza: un governo Berlusconi-Renzi avrebbe vita brevissima) che perfino l’autorevole cronista del meeting, quel Dario Di Vico che nessuno può accusare di nutrire sentimenti negativi nei confronti della borghesia nostrana, si vede costretto a denunciare la totale incapacità di questa imprenditoria di prendere atto del crescente distacco fra popolo ed élite e di valutarne i rischi: “mentre avremmo bisogno di qualche Eracle e qualche Ulisse troviamo solo aspiranti Cassandre. E in queste condizioni riavvicinare élite e società appare un’impresa disperata. Il populismo sembra aver fiaccato anche lo spirito dell’establishment”.

Inutilmente il “Corriere della Sera” insegue il sogno di un Macron in salsa italiana: per produrre leader di destra di rango occorrono classi dominanti dotate di ben altra tempra culturale e politica di quelle chiamate a fare passerella sul Lago di Como. Perfino Mario Monti, accademico bocconiano, alto funzionario della finanza globale, nonché ex presidente del famigerato governo “tecnico” di qualche anno fa, chiamato a presiedere il conclave, si è lasciato andare a denunciare la voragine di sfiducia che si allarga sempre più fra governi e persone, arrivando addirittura ad auspicare un nuovo patto fra Sud Europa e Germania (invitata a sciogliere i cordoni della borsa e a finanziare gli investimenti produttivi, se non la spesa corrente, dei propri satelliti meridionali) e ad ammonire dal “nutrire eccessiva deferenza nei confronti dell’egemonia intellettuale di Berlino”, parole che, in bocca a una vestale dell’ideologia ordoliberista come Monti, danno la misura della gravità della crisi sistemica che stiamo attraversando.

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