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Cronaca sportivo-mondana o propaganda di guerra?

di Carlo Formenti

Inviato a raccontare la cerimonia di apertura e l’incontro inaugurale dei Mondiali 2018 fra Russia e Arabia Saudita, Aldo Cazzullo si è piuttosto esibito (vedi “Corriere della Sera” del 15 giugno) in quello che, senza eccessive forzature, si potrebbe classificare come un esempio di propaganda di guerra nell’epoca in cui la guerra si combatte (almeno per il momento) sui media più che sul campo. Per giustificare tale affermazione citerò alcuni passaggi significativi dell’articolo in questione. <<Ieri i russi hanno acclamato il loro capo, interrompendolo con un’ovazione nonostante il discorso né breve né brillante>> (notare l’uso del termine capo al posto di presidente e l’allusione al servilismo di un popolo che plaude al duce a prescindere dai contenuti del discorso). <<Gli unici fischi vengono dal settore della stampa>> aggiunge l’autore poche righe sotto (il popolo è bue ma a noi giornalisti non la si fa).

Segue la sarcastica descrizione di una tribuna d’onore che <<sembra un vertice di partiti fratelli dell’Unione Sovietica più che una vetrina del mondo libero>>. A parte la qualifica di <<mondo libero>> (riferita a quelle nazioni occidentali che appoggiano il regime neonazista di Kiev; hanno negato al popolo greco il diritto di decidere democraticamente del proprio destino; dichiarano, con le parole del commissario europeo al bilancio, che <<i mercati insegneranno agli italiani come votare>>;

contestano ai cittadini “incompetenti” il diritto di decidere su temi “complessi” come la Brexit, il referendum italiano sulle riforme costituzionali, ecc.), l’elenco dei “nemici” totalitari e antidemocratici  comprende: i leader delle ex repubbliche sovietiche dell’Asia centrale, il <<caudillo rosso>> Maduro, nonché l’ex leader socialdemocratico Schroder (<<ormai un famiglio>>). Quanto al principe ereditario saudita (esponente di un regime liberticida tenuto in piedi dalle potenze occidentali!) è lì <<per concordare con Putin il calo delle estrazioni di petrolio in modo da far ulteriormente aumentare i prezzi>>. E qui si tocca il nervo scoperto: il nemico non si definisce in base all’ideologia (a Davos il presidente cinese è stato applaudito come paladino del libero mercato globale) ma allo scontro di interessi (l’affacciarsi della Russia sul teatro mediorientale mette in discussione la secolare egemonia occidentale).

Nel vecchio Corriere - ai tempi in cui la stampa non era ancora ridotta a volgare coro del pensiero unico neoliberista - il compito di parlare senza ipocrisie dei conflitti di interesse era affidato al cinismo disincantato degli Ostellino e dei Romano, oggi tocca all’ipocrisia di “firme” che dissimulano la posta in palio dietro le battute sul folklore: la statua di Lenin accanto ai marchi degli sponsor, Putin che canta (male) qualche nota de la Donna è mobile, gli spettatori obbligati a sfilare fra due ali di militari, <<tipo prigionieri di guerra>> (e qui l’ipocrisia si fa eccesso di zelo antirusso: qualsiasi altro Paese, in tempi di paranoia sul rischio attentati, avrebbe schierato migliaia di agenti e soldati per proteggere un simile assembramento di massa, ma se, malgrado tutto, si verificasse un attentato, scatterebbe immediatamente il coro delle denunce sull’inadeguatezza del sistema di sicurezza).

Finiamo con l’inno russo: musicalmente è meraviglioso ma, a parte le nuove parole, resta quello <<commissionato da Stalin in piena guerra mondiale>>. Insomma, l’accostamento fra Putin e Stalin (come quelli che. in un recente passato, accostarono senza vergogna Saddam Hussein e Milosevic a Hitler per giustificare i bombardamenti “umanitari” su Iraq e Serbia) è di rigore. Putin gode del consenso della schiacciante maggioranza del suo popolo? Ciò durerà solo finché <<la società civile non si farà sentire con maggior forza>>. Quale società civile? Gli oligarchi? Le infime minoranze filo occidentali?

Ma ha davvero senso parlare di propaganda di guerra? Non si tratta semplicemente di un brutto articolo, macchiato da un eccesso di tendenziosità? Purtroppo penso ci sia di peggio e di più. La martellante propaganda antirussa orchestrata dai media occidentali eredita argomenti e stile dalla vecchia propaganda antisovietica per costruire una narrazione che associa vecchia e nuova Russia sotto la categoria del dispotismo e della barbarie orientali; una mistificazione ispirata da una duplice paura: 1) quella per l’ondata populista che, assumendo il ruolo un tempo svolto dal blocco socialista, sfida il dominio delle élite finanziarie e delle caste politiche occidentali (sfida sempre più spesso rappresentata come un rischio di crollo della civiltà democratica e di guerra civile); 2) quella di una crisi geopolitica che rischia di sancire la fine della globalizzazione, ridisegnando i rapporti di forza fra Stati Uniti, Europa, Russia, Cina e una serie di potenze regionali (papa Francesco la chiama la terza guerra mondiale strisciante). E quando cominciano a spirare venti di guerra arriva puntuale la propaganda di guerra.

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Comments   

#2 Eros Barone 2018-06-25 22:05
Certo, è propaganda di guerra, per ora mediatica, ma è anche un esempio paradgmatico del ruolo spregevolmente servile a cui si è ridotto un giornalista borghese. E bene ha fatto Formenti a segnalare l'articolo per la sua perfida esemplarità denigratoria. Che il giornalismo borghese fosse specializzato nel fare dell’intelligenza l’uso più perverso possibile, lo si sapeva da lunga pezza, ma che nelle sue ben pagate superfetazioni potesse battere ogni primato di insulsaggine, provocazione, mistificazione e scorrettezza professionali lo dimostra l’articolo in questione. Abbiamo qui a che fare con un ‘pezzo’ (nel gergo giornalistico si usa questa parola equivoca di carattere vagamente escrementizio) che merita soltanto di essere definito, per la sua sostanza, una polpetta avvelenata servita al lettore del “Corriere”, affinché si faccia di Putin un’idea che sia la meno elevata possibile. Del resto, la reazione che l’autore dell’articolo mirava a suscitare è ben documentata dai commenti di stampo anticomunista e qualunquista, che ne costituiscono l'inevitabile complemento, e la cui infamia traduce coerentemente una prosa giornalistica, non meno corriva che sguaiata, nell’oscenità delle scritte che si leggono sulle pareti dei cessi pubblici.
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#1 Mario Galati 2018-06-24 21:47
Nomen omen; nomina sunt consequentia rerum. Nel caso di Cazzullo siamo oltre la semplice assonanza.
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