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lacausadellecose

Il marxista Cottarelli e i sovranisti di sinistra

di Michele Castaldo

Qual è la differenza che passa tra un materialista e un non materialista? Il primo ragiona delle cose reali, il secondo parla di ideologia.

Chi volesse capirci qualcosa in questo periodo di quello che sta accadendo tra europeisti e antieuropeisti basterebbe che leggesse l’articolo – breve – di Carlo Cottarelli su La Stampa di Torino di mercoledì dieci ottobre, dopo tanti sproloqui sulla fuoruscita dall’euro di una certa sinistra; perché è sempre preferibile leggere i nemici piuttosto che farsi affascinare dai falsi amici.

Due questioni pone il Cottarelli: a) piuttosto che sulla crescita interna è necessario aumentare l’esportazione ed essere più competitivi dei partner europei, in primis la Germania (ahi Germania l’incubo di tutti i resistenti vecchi e nuovi); b) per essere competitivi bisogna ridurre i costi di produzione, aumentare la produttività per ridurre i costi per unità di prodotto a parità di salario. Altrimenti detto: l’A B C della concezione marxista su come funziona il modo di produzione capitalistico specialmente in una fase di crisi acuta come quella attuale.

Cottarelli usa un linguaggio di cui Marx avrebbe detto “senza lasciar nulla fra le righe”, cioè schietto e vero, senza fronzoli, senza pittoresche capriole keynesiane dei bei tempi andati di grigi personaggi di sinistra che ancora pretendono di stare a galla salendo sul carro col vento in poppa del momento.

Dice Cottarelli: «Occorre portar via quote di mercato alla Germania». Viva la faccia! Finalmente!

Ora, la questione delle questioni, che Cottarelli pone da un punto di vista capitalistico borghese, viene rimossa totalmente dalla sinistra sovranista. Perché vien da chiedersi: perché non si fa cenno in nessun modo del fattore concorrenza, della riduzione dei costi di produzione ecc. come fanno i borghesi? Forse perché non parlandone si rimuove il problema o piuttosto lo si vuole esorcizzare perché è troppo scomodo e difficile da affrontare con l’ideologia? Questa è la vera questione.

I borghesi, messi con le spalle al muro dalla crisi che avanza, sono obbligati a chiamare le cose col loro nome. Perché la sinistra non è in grado di farlo? Insomma c’è o non c’è concorrenza fra le merci sia inanimate che animate, cioè la forza lavoro? E se c’è, in che modo la si deve affrontare da parte di chi pretende di stare a sinistra e di parlare per conto dei lavoratori? Come è possibile continuare a voler discutere di sovranità nazionale e rimuovere totalmente le leggi oggettive di un modo di produzione che detta regole urbi et orbi? Perché orientare l’odio contro la Germania quando invece questo è dovuto ai vincoli del Capitale e del suo sistema nel quale la Germania cerca di stare con la sua forza e la sua coesione nazionale per battere la concorrenza e conquistare quote di mercato?

Si dirà: ma Cottarelli è la voce del padrone, il che è vero, ma fa il suo mestiere e indica il nemico identificandolo nella concorrenza, di cui la Germania è parte in causa perché «ha saputo attrezzarsi preventivamente» (dice Cottarelli), mentre l’Italia è rimasta indietro. Sicché il nemico strutturale è ben identificato, è la concorrenza, e la Germania è il paese contro cui fare la battaglia per sottrarle quote di mercato. Come mai la sinistra sovranista non è in grado di capire questa verità? Cosa ci impedisce di affrontare di petto il problema?

Azzardo una ipotesi: se la sinistra – tutta dalla più moderata alla più “estrema” – dovesse prendere in considerazione la tesi che la concorrenza delle merci è il fulcro su cui ruota il moto-modo di produzione capitalistico, e che il proletariato è merce fra le merci, dovrebbe arrivare alla conclusione che l’unica prospettiva è rappresentata dal suo superamento e dunque impugnare la parola d’ordine «Proletari di tutto il mondo unitevi!». Ma di questi tempi lo stato reale del proletariato a livello mondiale è disarmante, cioè di fronte alla crisi piuttosto che tentare di organizzarsi e dare segni di esistenza, si va addirittura compattando con le relative borghesie nazionali, anche se solo a livello elettorale. Come se ne esce? Ha ragione la destra ed i sovranisti?

Si, col permanere degli attuali livelli della crisi. Il punto è che la storia non è mai ferma anche quando si mostra apparentemente come tale. Questo vuol dire che la crisi spingerà le nazioni – e dunque gli Stati – d’Europa a una sempre maggiore competitività e per farlo dovranno comprimere sempre di più la forza lavoro e impoverirla fino al parossismo, fino al punto da farla scattare in improvvise mobilitazioni. Questa questione – ben presente nelle alte sfere della Chiesa cattolica - non viene per niente presa in considerazione dalla sinistra sovranista, mentre rappresenta invece l’A B C del materialismo storico su cui come comunisti dovremmo puntare.

Ma allora deve valere il principio del tanto peggio tanto meglio? Come se fossimo noi a comandare la furia dei venti o le dinamiche del moto capitalistico. E’ questo sistema impersonale che rincorrendo la concorrenza sta andando lì dove gli uomini non credono di arrivare. E la sinistra è così immiserita di idee da accodarsi al peggior sentimento del presente, ritenendolo eterno. O poveri voi, il movimento, ogni movimento, senza eccezione alcuna, è un vento che nasce, cresce e muore. Il capitalismo è un movimento che nacque, si è sviluppato in tutto il mondo secondo le sue caratteristiche casuali, e si sta avviando verso una crisi sistemica irreversibile. Si tratta della stessa legge fisica dei venti: quando un fenomeno ha espresso tutte le sue potenzialità comincia il suo riflusso. L'unica differenza, di non poco conto, è che il moto di produzione capitalistico prima di implodere raggiunge livelli disastrosi nei rapporti umani e tra gli uomini e il resto della natura. Ma proprio per questo i comunisti non dovrebbero contribuire a che le classi si compattino nazionalmente e inseguire l’accelerazione della concorrenza delle merci fino ai disastri immani, come un nuovo conflitto mondiale. Lo capiscono o no i sovranisti di sinistra?

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