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eticaeconomia

A qualcuno piace austero

di Civil Servant

La lettura dei documenti programmatici di tutti i governi, puntigliosamente prescritti dalle norme europee, è tra le meno affascinanti ed è consigliata solo nei casi di insonnia grave. Tuttavia, qualche volta questo esercizio di pazienza buddista riserva alcune perle, come quella che si trova a pagina 5 della Nota di Aggiornamento del DEF, appena presentata in Parlamento, dove si trova l’inquietante ammissione di come: “le stime di finanza pubblica non comprendano effetti di retroazione della maggiore crescita sul saldo di bilancio…”. Tradotto dal gergo del ministero dell’economia e finanze ad un linguaggio umano, questa affermazione significa che, quando il governo formula le sue previsioni sul deficit pubblico, non tiene conto del fatto che ogni variazione del Pil indotta dalle sue politiche cambia anche il gettito fiscale e l’ammontare di alcune spese (particolarmente quelle per i cosiddetti ammortizzatori sociali). In altre parole, il deficit comunicato a Bruxelles e al parlamento italiano è consapevolmente sbagliato, anche se sarebbe abbastanza facile correggerlo. È come se nel bugiardino di un farmaco fosse scritto che i suoi effetti collaterali sono stati del tutto trascurati nello stabilire dosaggio e modalità di somministrazione. Naturalmente nessun medico prescriverebbe roba del genere, invece a Bruxelles continuano da anni ad accettare (e sollecitare) bilanci pubblici che contengono questa palese falsificazione.

Trascurare la “retroazione della maggiore crescita sul saldo di bilancio” potrebbe essere considerata una semplice ipotesi tecnica senza troppa importanza, come tante di quelle necessarie a formulare qualsiasi previsione. Invece ciò determina una significativa sovrastima del deficit quando la politica fiscale è espansiva ed una sottostima quando si prevede una manovra restrittiva lacrime e sangue. Nel primo caso, infatti, si auspica che il Pil cresca oltre il ritmo indicato nel quadro “tendenziale” e quindi garantisca maggiori introiti fiscali e meno spese per cassa integrazione, sussidi alle imprese in crisi, ecc., il che riduce il deficit di bilancio rispetto ai dati pubblicati nel DEF. Al contrario, una manovra restrittiva, che rallenta o riduce il Pil, fa anche abbassare il gettito fiscale ed aumentare la spesa sociale, gonfiando il deficit ben oltre le cifre indicate nel quadro programmatico ufficiale.

Quello che potrebbe sembrare un semplice dettaglio operativo si traduce così in uno strumento per scoraggiare le manovre espansive e sostenere le politiche di austerità. Si tratta evidentemente di una asimmetria intollerabile, frutto di un pregiudizio ingiustificato contro la spesa pubblica e di una inspiegabile propensione per le strette fiscali. Bisogna tuttavia riconoscere che questa è forse la prima volta che un governo è stato così trasparente da esplicitare questa distorsione presente da sempre nelle previsioni ufficiali. Questa volta i famigerati “tecnici del MEF”, spesso insultati senza ragione, sono stati lasciati liberi di dire la verità e lo hanno fatto con tutta l’onestà e la sfrontatezza di cui è capace un tecnico. Stupisce che a Bruxelles, prima di inveire contro le violazioni delle regole fiscali europee, non abbiano criticato la metodologia delle previsioni italiane, stigmatizzando la sovrastima del deficit e del debito pubblico e riconoscendo che la deviazione rispetto alle regole è quindi inferiore a quello indicato dal governo.

Per valutare gli effetti di questa ipotesi tecnica basta mettere assieme le cifre riportate nella Tavola I.3 a pagina 7 della Nota di Aggiornamento. Confrontando il quadro previsionale tendenziale (ossia quello costruito a legislazione vigente) e quello programmatico (calcolato dopo l’implementazione della manovra) si vede che il Pil nominale dovrebbe crescere di 0,4 punti percentuali in più il prossimo anno, dell’1,1% nel 2020 e dell’1,6% nel 2021. Il gettito “dimenticato” dai previsori del MEF è evidentemente proporzionale al Pil nominale e nella successiva tabella si fanno due ipotesi (molto prudenziali) sulla elasticità tra deficit e Pil. Se prendiamo per buone queste cifre, le stime ufficiali del deficit risultano gonfiate tra 1 e 3 decimi di Pil ogni anno (che equivalgono a circa 12 miliardi nel triennio) perfino ipotizzando che ogni euro di Pil in più produca entrate fiscali aggiuntive di soli 20 centesimi (che corrispondono a malapena al maggior gettito delle imposte indirette nette). Se invece si tiene conto che la pressione fiscale complessiva si aggira sul 50% (che è l’ipotesi adottata normalmente dai previsori) l’extragettito andrebbe da 2 decimi di Pil nel 2019 fino a 8 nel 2021, per un totale di circa 30 miliardi (16 se si considerasse solo la variazione annuale del Pil in eccesso rispetto a quella tendenziale) Con un “tesoretto” di questa entità, il governo avrebbe potuto presentare a Bruxelles ed ai mercati un profilo di deficit e di indebitamento molto meno allarmante, e non si può escludere che ulteriori risparmi sarebbero dunque venuti da una attenuazione dello spread.

La distorsione delle previsioni sull’indebitamento

(percentuali sul Pil ove non specificato altrimenti)

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L’asimmetria nella costruzione del quadro programmatico tra le fasi di espansione e restrizione fiscale è difficile da giustificare in base a criteri prudenziali, perché un previsore veramente avverso al rischio avrebbe dovuto anche accentuare l’impatto negativo sul Pil dei tagli alla spesa e degli inasprimenti fiscali, mentre ciò non è avvenuto. Al massimo si può immaginare che, grazie a questa pratica contabile, si siano evitate manovre ancora più restrittive, dettate dalla necessità di riportare il deficit al di sotto di una determinata soglia anche tenendo conto della presumibile diminuzione delle entrate. In ogni caso, negli anni scorsi una semplice ipotesi di lavoro sbagliata è stata utilizzata per giustificare stime di deficit non troppo attendibili e decisioni politiche inutilmente regressive, aggravando un quadro economico già abbastanza deteriorato e compromettendo la coesione sociale. È difficile stabilire fino a che punto questa distorsione sistematica delle previsioni ufficiali sia stata voluta consapevolmente dai policy makers e quanto sia stata semplicemente subita acriticamente, ma resta il fatto che essa produce da anni effetti perversi sull’economia, sulla società e sul dibattito politico.

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Comments   

#2 Mario 2018-10-26 10:40
[quote name="Mario"]Forse è proprio questo aspetto ( la retroazione della maggior crescita sul saldo di bilancio ) che fa dire a Mario Draghi che un accordo tra la commissione ue ed il governo è possibile.
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#1 Mario 2018-10-26 10:32
Forse è proprio questo aspetto ( la retroazione della maggior crescita sul saldo di bilancio ) che fa dire a Mario Draghi che un accordo tra la commissione ue ed il governo è possibile.
Ma, a differenza di civil servant, ho forti dubbi che quella presentata sia una monovra espansiva.
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