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sinistra

Habermas dinanzi all’integralismo dell’economia

di Salvatore Bravo

Gli integralismi dell’epoca attuale non sono semplicemente eventi senza nessuna ragione, fenomeni naturali che in quanto tali devono essere accettati con una semplice constatazione. Gli integralismi hanno la loro genesi in una serie di cause, la Filosofia in tal senso ha le sue responsabilità. J. Habermas nel testo “Tra scienza e fede”, constata l’avvento dell’era postmetafisica ed il trionfo della cultura democratica pur minacciata da integralismi che le mordono il fianco. Dinanzi allo svuotamento di senso della democrazia, all’attacco degli integralismi oppone la ragione con i suoi nessi comunicativi. La ragione ha la funzione attraverso la sua capacità di traduzione comunicativa di fare da collante tra le diverse situazioni degli interlocutori, essa diviene il debole universale delle prospettive che si affrontano. Debole universale in quanto Habermas giudica ogni fondazione metafisica tramontata, la ragione è il residuo restante della Filosofia dopo che la sua fondazione veritativa è stata praticamente cancellata dagli eventi storici. Si consegna la Filosofia al nichilismo storicistico sottraendole l’eterno. Dunque ragione senza fondamento, spogliata di ogni fondamento veritativo diviene il residuo filosofico dell’occidente, del pianeta globalizzato su cui fondare la comunicazione tra prospettive differenti. Essa è il punto archimedico di incontro di una realtà sociale sempre sul punto di frammentarsi in un pulviscolo di conflitti.

Con stupore preoccupato Habermas constata il riemergere di integralismi, ad iniziare dall’economia che con la sua potenza materiale domina in ogni ambito e minaccia di disintegrare la comunità. Verifica che la cultura della competizione sta sostituendo la cultura del benessere dei cittadini. Il fanatismo dell’economia è divenuto l’unico scopo di ogni scelta, prodeo larvatus, affermava Cartesio, il cittadino dell’occidente sta occultando la propria soggettività per lasciarsi modellare dall’economia, dai numeri, dalle previsioni, si orienta nel mondo in modo superstizioso, l’oroscopo dell’economia fonda le sue scelte quotidiane. L’abitudine a cancellarsi, a rimuovere pensieri e stati d’animo in favore dell’adeguamento, dell’immediatezza fiduciosa senza la mediazione della ragione struttura il fanatismo dell’economia che minaccia la ragione comunicativa:

L’autolimitazione, voluta politicamente, dallo spazio d’azione della politica in favore di forze sistemiche di autogoverno priverebbe le future generazioni proprio dei mezzi indispensabili per correggere la rotta intrapresa. Anche se ogni nazione decide consapevolmente e democraticamente di essere uno ‘Stato della concorrenza’ piuttosto che uno ‘Stato del benessere’, questa decisione democratica dovrebbe distruggere i propri fondamenti, se portasse necessariamente a un’organizzazione della società nella quale sia impossibile revocare a sua volta democraticamente quella stessa decisione1 ”.

 

Il pensiero debole contro l’economicismo

L’economia senza misura metron e senza limite katecon non risponde più a nessun criterio di giustizia sociale, non è contenuta da nessuna razionalità sociale, i sudditi dell’economia sono passivizzati dalla violenza, dal proliferare senza limiti e confine dell’economia. Habermas mette in atto un metodo descrittivo ovvero si limita a verificare l’integralismo dell’economia e le sue ingiustizie, senza mettere in atto il metodo genetico della Filosofia che riprocessualizza i dati ricostruendoli nel loro formarsi. Descrive la presenza dell’integralismo e dei suoi effetti occultando un dato non indifferente: la ragione filosofica di cui si fa portavoce, ha rinunciato ad ogni fondazione veritativa e metafisica, pertanto si limita ad una critica senza teoretica, alla verità dell’economia la Filosofia non oppone l’universale veritativo, ma semplicemente espone proposte e critiche prospettiche in un mondo di relativismi. La Filosofia di Habermas insomma è parte del sistema che vuol criticare e limitare. La ragione di Habermas senza fondamento metafisico può fluttuare nel sistema degli integralismi, in quanto è una parte della cultura liberale e liberista, anzi benedice l’economia di mercato e teme che i suoi stessi eccessi possano scuotere le fondamenta della democrazia ritrovata. Le sue critiche in assenza di un’elaborazione alternativa forte sono ammesse dal mercato della cultura, in quanto non creano faglie, ma rischiano di essere usate per rafforzare la democrazia delle semplici opinioni razionali, che tali restano e dunque non avendo valore di rottura epistemica, non sono certo una critica filosofica che l’integralismo dell’economia con i suoi centauri può temere.

 

L’epoca dei centauri dell’economia

Ma gli s’offrì invece di Giunone una nube che aveva l'aspetto della dea, onde nacquero i Centauri, metà uomini e metà cavalli, razza turbolenta e combattiva. Spogliata dall’allegoria, la storia viene a significare che gli uomini, chiamati a prendere parte alle decisioni dello Stato, desiderarono sottomettere al loro intelletto la Giustizia, sorella e sposa del poter supremo, ma, impossessatisi solo di una sua immagine falsa e vacua come una nuvola, fecero nascere i dogmi biformi dei filosofi morali, in parte giusti e belli, e in parte brutali e bestiali, causa di tutte le lotte e di tutte le stragi. Poiché opinioni di questo genere vengono alla luce tutti i giorni, se qualcuno sciogliesse quelle nubi e mostrasse, con ragionamenti saldissimi, che non vi sono teorie autentiche sul giusto e l’ingiusto, sul bene e il male, all’infuori delle leggi istituite in ciascuno Stato, e che nessuno può ricercare se un’azione sia giusta o ingiusta, buona o cattiva, ad eccezione di coloro cui è stata deferita l’interpretazione delle leggi, costui, certamente, non solo mostrerebbe la gran via della pace, ma indurrebbe a paragonarla con i sentieri equivoci e oscuri della ribellione; e non si potrebbe pensare nulla di più utile2 ”.

I centauri nel De Cive di Hobbes sono figure irrazionali che perseguono il proprio potere senza razionalità, demolitori delle istituzioni, oggi l’economia sta logrando le istituzioni e la Filosofia accademica accerta quanto accade. L’ex filosofo della Scuola di Francoforte oppone la ragione comunicativa all’atomismo crescente, o in casi anche peggiori le accademie filosofiche si dedicano all’epistemologia o alla “neutra filosofia analitica”. Nel pensiero di Habermas è ancora vivo, in parte, la coscienza infelice della Scuola di Francoforte, per cui registra gli attuali stati di regressione, pur non osando radicalizzare la sua Filosofia:

L’economia deve promuovere produttività e benessere, senza violare i criteri di giustizia distributiva (deve avvantaggiare quante più persone possibile, danneggiarne quante meno possibile) e la società civile deve provvedere alla solidarietà fra cittadini indipendenti dello Stato, senza scivolare nel collettivismo e nell’integrazione forzosa, o provocare frammentazione o la polarizzazione delle visioni del mondo3 ”.

La violenza della privatizzazione delle coscienze lo coglie scandalizzato e meravigliato, la globalizzazione e la competizione intercontinentale è fautrice dello stato minimo, come del soggetto minimale, atomizzato ed astratto, ma dinanzi alle potenze della privatizzazione, dell’atomistica delle solitudini, all’integralismo del guadagno che tratta come mezzo ogni essere umano in quanto è vissuto come fonte di guadagno, capitale umano/ plusvalore, ne descrive semplicemente gli accadimenti, fa degli appelli morali:

Oggi si sta verificando una sempre più ampia privatizzazione di quelle funzioni che in passato erano assolte, e per buoni motivi dallo Stato nazionale. Col trasferimento a gestori privati, si rallenta il legame tra questi prodotti e servizi e le prerogative della costituzione. Ciò è tanto più rischioso quanto più la privatizzazione penetra fino ai nuclei centrali della sovranità come la pubblica sicurezza, l’esercito, la giustizia penale o anche l’approvvigionamento dell’energia4 ”.

 

L’integralismo scientifico

L’integralismo scientifico è l’altro volto dell’integralismo dell’economia. Le scienze sono organiche all’economia e pertanto devono ideologicamente diffondere l’immagine antropologica di un essere umano ridotto ad ente manovrabile, ad oggetto meccanico senza alcuna libertà, se passa l’idea antropologica, secondo la quale l’essere umano non è libero, e le neuroscienze dimostrano oggettivamente ed in modo “neutro” che l’essere umano è parte dell’attività meccanica della natura, ogni totalitarismo sarà giustificato. Habermas critica le neuroscienze, distingue le cause dalle ragioni per denunciare il fanatismo delle neuroscienze, ma non spiega le motivazioni sociali del riduzionismo scientifico, né ad esso la Filosofia impotente di Habermas che non crede nel valore veritativo della Filosofia, può opporre all’esattezza delle scienze smascherata nella sua falsa oggettività la verità filosofica. Il giudizio di Habermas sul riduzionismo scientifico è parziale, è una semplice critica che non scalfisce il loro radicamento ideologico:

Quando noi facciamo valere le premesse della teoria evolutiva per spiegare il valore della ricerca scientifica ai fini della riproduzione, le attribuiamo un importante ruolo causale per la sopravvivenza della specie. Ciò contrasta con la visuale neurobiologica in base alla quale questa prassi, come ogni altra prassi di giustificazione, viene classificata come epifenomeno. Tale concezione epifenomenica scaturisce da un approccio riduzionistico di ricerca. Le ragioni non sono situazioni fisiche osservabili, variabili secondo leggi naturali; perciò non possono venire identificate con le normali cause. (..) Le ragioni non galleggiano come bolle di grasso sul brodo della vita inconscia. Piuttosto, per i soggetti interessati i processi del giudicare e dell’agire sono sempre collegati a ragioni5 ”.

 

Il fanatismo religioso

La religione e l’integralismo religioso sono ritornati nell’occidente, Habermas non si limita banalmente al fanatismo islamico, ma verifica che il fanatismo maggiormente pericoloso è il carattere religioso provvidenziale dell’attacco globale in nome dei diritti civili degli Stati Uniti ammantato dal più bieco fanatismo religioso. Anche in questo caso pur in presenza di taluni e vari rigurgiti religiosi estremi presenti nell’occidente, non descrive sufficientemente la loro genetica. Le esistenze sempre più precarie, il laicismo nichilistico spingono gruppi umani in forme religiose spesso fuori dalle istituzioni. La stessa chiesa cattolica sta abbracciando con il lassismo etico la cultura dello spettacolo. Per Habermas la cultura religiosa deve avere uno spazio all’interno dello Stato, in quanto la religione è portatrice di valori universale e pungola verso la verità, purché non tradisca il nesso comunicativo della ragione, purché resti all’interno della razionalità, e traduca nel linguaggio della razionalità, l’unico accessibile a tutti, i suoi valori:

I cittadini religiosi possono esprimersi nel loro linguaggio soltanto con la riserva della traduzione: quest’onere viene compensato dall’attesa normativa che quelli laici si aprano ad un contenuto di verità dei contributi religiosi, e si impegnino in dialoghi dai quali è possibile che le ragioni religiose emergano nella forma mutata di argomentazioni universalmente accessibili6 ”.

La religione per Habermas è parte della dialettica dello Stato laico, avversa i fanatismi, ma non ne spiega la genetica.


Note
Insomma si tratta di constatare la miseria della Filosofia ed eventualmente di uscirne, rendendosi consapevoli che la notte oscura della Filosofia non avrà fine, se la stessa Filosofia non avrà la forza etica e motivazionale di opporsi al nichilismo dell’economia ed ai suoi pericolosi sgabelli riconfigurando un percorso veritativo che risponda alle tematiche del presente nell’alveo della tradizione veritativa, altrimenti non potremo che descrivere la deriva nichilistica senza porre “il freno” ad essa.
1 J. Habermas Tra Fede e scienza, Laterza Bari, 2018 pp.252 253
2 Hobbes, Opere politiche, vol. 1, Utet 1959, p. 66
3 J. Habermas, Tra scienza e fede, Laterza Bari, 2018 pp. 231 232
4 Ibidem pag.233
5 Ibidem pp. 65 66
6 Ibidem pag. 35
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