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Mambij: i curdi con Damasco. Scacco a Erdogan in Siria

di Piccole Note

L’esercito di Damasco ha alzato la bandiera siriana sulla città curda di Mambij. Una mossa che ha spiazzato diversi attori del conflitto siriano. In particolare quanti stanno lavorando attivamente a rendere inefficace un’altra (per loro) amara sorpresa: la decisione di Trump di ritirare le truppe americane dal teatro di guerra.

 

La bandiera siriana sventola su Mambij

Il ritiro delle truppe americane aveva destato preoccupazione sia in ambito neocon, che vede chiudere (almeno in parte) un conflitto che volevano restasse aperto, che nella destra israeliana, che riteneva la presenza Usa necessaria a contrastare l’Iran.

La bandiera siriana su Mambij ha invece sorpreso Erdogan, il quale aveva salutato l’iniziativa di Trump come un via libera a una campagna militare turca contro i curdi che all’ombra degli americani sognavano la costituzione di un loro Stato, il Rojava.

A tale scopo il presidente turco aveva già ammassato truppe ai confini siriani e comunicato l’imminente attacco. A quanto pare i curdi hanno compreso, dopo anni di tragica ambiguità e di scontri con l’esercito siriano, che Assad era l’unico che poteva evitare il massacro.

E hanno accettato il ramoscello d’olivo offerto loro da tempo da Damasco, che li aveva invitati ad accogliere l’idea di uno Stato federale curdo all’interno di una federazione siriana.

Va da sé che l’esercito siriano non poteva arginare da solo l’aggressività turca. Proprio per questo Assad si è premurato di chiedere l’aiuto dei russi, che hanno coperto l’iniziativa siriana inviando loro ufficiali a Mambij.

Un deterrente efficace: Ankara non può permettersi di sfidare apertamente Mosca. Da qui certo nervosismo di Erdogan, che ha dapprima minimizzato la mossa di Damasco, spiegandola come una iniziativa “psicologica”, ovvero di nessuna importanza, per poi però inviare suoi delegati a Mosca per capire l’effettiva determinazione russa.

Putin ha tenuto il punto, cercando però di rassicurare l’ambiguo alleato. Come evidenzia il cenno alla “vantaggiosa” cooperazione tra Mosca e Ankara, con particolare riguardo alla Siria, contenuto nel messaggio di auguri diramato dal Cremlino per l’inizio dell’anno nuovo.

 

Siria: guastatori al lavoro

Lo sviluppo, abbiamo accennato, ha mandato in fibrillazione i neocon, tanto che il consigliere per la sicurezza nazionale Usa John Bolton ha annunciato a sorpresa che a gennaio si recherà in Turchia.

Probabile voglia tentare di far leva sul malcontento di Erdogan per far saltare un qualche accordo sulla Siria. L’alfiere neocon ha mille frecce al suo arco. E tutte incendiarie.

Allo stesso tempo, cresce il nervosismo in Israele, che lamenta di essere stata lasciata sola a contrastare l’Iran.

In controtendenza, però, le parole del Capo di Stato Maggiore Gadi Eisenkot, il quale ha invitato a “non esagerare” la portata del ritiro Usa, ricordando come Israele abbia “affrontato questo fronte da solo per decenni”.

Osservazione realistica, che presuppone la necessità di evitare un’escalation con l’Iran, scenario che invece necessiterebbe l’affiancamento degli Stati Uniti, ché Israele non può sostenere un conflitto aperto con Teheran (troppo alti i costi).

Quanto accaduto in questi giorni in Siria – ritiro truppe Usa e presa di Mambij da parte dei siriani – sembra frutto di un coordinamento tra russi e americani, anche se tale non è, troppi gli ostacoli a un dialogo tra i due presidenti.

Appare più frutto di quell’armonia nascosta che lega quanti, più o meno potenti, stanno cercando di spingere il mondo fuori dalle secche delle guerre neocon, con tutto il doloroso travaglio del caso.

Travaglio dato dal contrasto di quelle forze che hanno precipitato il mondo nell’abisso e non intendono allentare la presa.

Ne rende testimonianza una nota di Debka, che riferisce indiscrezioni di alti funzionari Usa, secondo i quali, nonostante il ritiro delle truppe, gli Stati Uniti sarebbero intenzionati a mantenere una non meglio specificata “presenza” in Siria.

Ancora più interessante l’annotazione successiva: Trump ha chiesto che le truppe siano ritirate entro 40-60 giorni. Secondo le fonti americane, tale tempistica andrebbe a dilazionarsi, tanto da arrivare a 4-6 mesi.

“Durante questo periodo – annota Debka – la Siria è destinata a conoscere sviluppi che potrebbero richiedere a Washington di rivedere i suoi piani” di ritiro. Il neretto è nostro. Vedremo.

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