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Di quale “patto” per la scienza ha bisogno la ricerca scientifica in Italia?

di Francesco Coniglione

Che senso ha un “patto trasversale per la scienza” comequello proposto da Roberto Burioni e firmato persino da Beppe Grillo con grande disappunto dei suoi seguaci, che hanno visto in ciò un tradimento della politica no-vax sino ad ora sostenuta? E in particolare quale il significato di proporsi di difendere la “scienza”, quando tutta la nostra società, sin nei suoi più minuti gangli produttivi, è pervasa da essa e ad essa è indirizzata, sicché il dissenso e la critica sono semmai diretti non alla scienza in quanto tale, bensì a sue particolari teorie scientifiche, a sue specifiche conoscenze e a certe forme in cui essa si manifesta? Ecco dunque il primo punto da chiarire: cosa si intende per scienza? Infatti essa può essere concepita come il patrimonio di tutte le teorie e leggi, cioè le conoscenze scientifiche, attualmente disponibili, depositate nei manuali e professate nei corsi universitari. Essa è così un patrimonio di conoscenze a disposizione della società, che sono consolidate e non sono messe in discussione, sicché chi è esterno al suo dominio può solo avere un atteggiamento passivo, di fruitore. È di solito di essa che si fa divulgazione. Ma essa può anche essere intesa come quella attività di ricerca portata avanti da ogni bravo scienziato, che in questa veste non fa il divulgatore: essa è aperta, mai conclusiva, provvisoria, spesso imbocca strade cieche.

La scienza come attività scientifica è quella consegnata principalmente nei rapporti di ricerca, negli articoli scientifici, nei dibattiti e nelle discussioni che avvengono nelle varie comunità e nelle diverse scuole che la portano avanti, spesso in aspro conflitto le une con le altre. Questa è una “scienza di frontiera” nella quale non sempre i metodi, le procedure o le tecniche ricevute e appresi nei manuali sono adeguati e i canoni metodologici, nel momento in cui hanno a che fare con domini sconosciuti e fenomeni prima scarsamente studiati, devono spesso essere reinventati, perché quelli già utilizzati si dimostrano inadatti.

Se si intende la scienza nel primo modo e ci si appella alla politica per difenderla si assume in sostanza un atteggiamento conservatore: si vuole proteggere il sapere consolidato da coloro che vogliono metterlo in discussione. In tal modo si sottrae la scienza al suo dinamismo interno, alla discussione tra pari, per garantire al sapere già consolidato la protezione esterna da parte del potere costituito; il che porta di fatto allo scoraggiamento di ogni ricerca innovativa che possa destituirlo di fondamento. E siccome la scienza consolidata non è un’entità evanescente avente una sua natura metafisica, ma di solito si identifica con scienziati e gruppi di ricerca che spesso hanno una funzione inibente verso le ricerche innovative che la mettano in discussione, un tale appello al potere politico si converte di fatto in una protezione assicurata ai gruppi dominanti di potere all’interno della comunità scientifica.

Insomma saremmo ritornati a una condizione analoga a quella contro cui dovette lottare Galileo e che vedeva la massima dispensatrice di forza di quel tempo, la Chiesa, schierata a difesa della scienza a suo tempo ritenuta valida dalla universalità degli uomini di sapere. Ciò in sostanza farebbe correre il rischio di una ricaduta nel dogmatismo, che di fatto porta alla stasi conoscitiva, in una sorta di nuovo buio medioevo in nome di una scienza immutabile e sempre eguale a sé stessa.

Se invece con scienza si intende l’attività di ricerca in fieri, quella dei concreti scienziati e studiosi impegnati nei loro laboratori, allora l’appello al Governo e alla politica dovrebbe rivolgersi non a difendere la Scienza (con la S maiuscola), bensì a sostenere e finanziare molto più di quanto adesso si faccia la “ricerca scientifica”. Nel presupposto che affinché questa possa svolgersi quanto più liberamente e creativamente possibile, portando innovazioni e svolte cognitive, si debba lasciare massima libertà di dibattito e di contestazione anche di quelle che si ritengono le più consolidate conoscenze scientifiche, finanziando di conseguenza non solo le ricerche effettuate all’interno di quella che è stata definita la “scienza normale”, ma anche quelle innovative, che portano avanti idee a prima vista bizzarre, strane, non condivise dalla maggior parte degli studiosi, ma dalle quale può nascere l’innovazione e la vera svolta creativa. In fondo la scienza è andata avanti sempre così: coraggiosi pionieri che si sono messi contro l’opinione dei più, o in microsettori o su grandi questioni fondamentali, ricevendo all’inizio il disprezzo, la sfiducia e anche l’irrisione dei colleghi.

Fatta questa distinzione doverosa (che non mi invento, visto che è consolidata e ben nota nei migliori autori di epistemologia del Novecento e che ogni autentico scienziato ben conosce), allora viene da domandarsi quale sia il senso di questo appello, in questo momento e in un ambito come quello medico e farmacologico. E questo innanzi tutto perché proprio questo settore è quello che ha uno statuto epistemologico meno forte rispetto ad altri (quali ad es. la fisica o la matematica) e che ha conosciuto negli ultimi decenni parecchie discussioni sul concetto di malattia, su come intendere il malato e così via (anche qui v’è un’ampia letteratura). In secondo luogo perché è in esso che si sente maggiormente il bisogno di investimenti pubblici che potrebbero avere la funzione di assicurare allo scienziato una maggiore indipendenza da possibili interferenze esterne. Una situazione in cui il finanziamento da parte dei privati, interessati non al mero perseguimento della conoscenza, bensì alla sua valorizzazione in termini economici, diventi progressivamente crescente farebbe correre il rischio di una dipendenza più o meno diretta del singolo scienziato e lo sottoporrebbe a una pressione psicologica e materiale cui solo una tempra da eroe della conoscenza potrebbe essere in grado di resistere.

Ecco perché da un ventennio almeno – con la sempre maggiore incidenza di certe ricerche in campi attinenti la vita di ogni giorno (si pensi alle biotecnologie o anche ai settori legati alla qualità della vita) – è via via cresciuta la diffidenza verso una scienza che sembra tutt’altro che al riparo da una possibile “politica del sospetto”. Quando poi a ciò si accoppia da parte dei suoi rappresentanti un atteggiamento saccente, autoritario e di scherno per chi la pensa diversamente, per chi pone dubbi ed esercita la cautela critica, allora si corre il rischio di alimentare ulteriormente la diffidenza e di ingenerare una infezione sociale in cui finiscono per trovare credito persino i famigerati terrapiattisti.

Un appello che non sia semplicemente per “la Scienza” – e che può facilmente trasformarsi in un appello a favore di chi si sente la Vestale di un sapere scientifico ormai consolidato, il cui sviluppo può avvenire solo sotto sua tutela – bensì a favore della ricerca scientifica, dovrebbe innanzi tutto assicurare, oltre ad un forte investimento pubblico proprio nei settori più a rischio (appunto quelli medici, farmacologici, ambientali ecc.), anche una adeguata informazione e un maggior coinvolgimento della società, mediante opportune forme di consultazione allo scopo di indicare non certo le soluzioni, bensì i campi e i fini cui potrebbe essere anche indirizzata la ricerca: solo dalla partecipazione democratica e non da una visione in cui v’è chi sa e chi non sa, e dove chi non sa deve stare solo in silenzio e apprendere il sapere che gli viene ammannito dall’alto, può nascere la fiducia nella ricerca scientifica. Che non può essere fiducia nella Scienza in quanto tale, staticamente, e in chi si ritiene suo interprete e custode, come fosse il fuoco nel tempio di Vesta. Infatti, un patto per la scienza rivolto alle forze politiche, affinché nessuna di esse «si prest[i] a sostenere o tollerare in alcun modo forme di pseudoscienza e/o di pseudomedicina», richiederebbe un Direttorio di Saggi che sia in grado sempre e in ogni momento di definire cosa sia scienza e cosa pseudoscienza; e allo stato attuale tutti i criteri e i principi di demarcazione per effettuare tale distinzione hanno mostrato i loro limiti (anche su questo v’è un’ampia letteratura).

Il potere politico non deve vigilare in questo modo sulla scienza, anche se, quando delibera su questioni aventi una prevalente valenza scientifica, può e deve farlo sulla base di quella che al momento è la conoscenza meglio consolidata e prevalentemente riconosciuta dagli esperti: non può aspettare che il dibattito in un certo campo sia definitivamente concluso, nella illusione di pervenire a certezze assolute, inesistenti in campo scientifico. Ma esso mai può vigilare sulla Scienza e impegnarsi nel contrasto o nell’incoraggiamento di ricerche scientifiche che solo un ristretto direttorio di Vestali ritiene siano le uniche degne di considerazione.

È quindi opportuno un appello per la scienza, ma a condizione che esso sia a difesa di quella ricerca scientifica che è tanto da ammirare quanto più non ha idoli da difendere e nella quale ogni scienziato o ricercatore sia libero di dire la sua, di avanzare le proprie proposte, di sottoporle al giudizio dei suoi simili (non della politica!) e di battagliare intellettualmente con loro. Una scienza in continuo divenire, sempre in svolgimento, i cui dogmi – che inevitabilmente si vengono a formare anche in questi ambiti – possono essere liberamente contestati senza che vi sia una Autorità superiore che scenda in loro difesa. E da questo punto di vista la scienza è profondamente democratica: lo sapevano e lo hanno sostenuto grandi scienziati e filosofi, anche se non i piccoli Simplicio del sapere consolidato di oggi.

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