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“Capitalismo digitale. Google, Facebook, Amazon e la nuova economia del web” di Nick Srnicek

di Francesco Asante

Recensione a: Nick Srnicek, Capitalismo digitale. Google, Facebook, Amazon e la nuova economia del web, LUISS University Press, Roma, 2017, pp. 136, 12 euro (scheda libro)

Platform Capitalism, tradotto in Italia con il titolo Capitalismo digitale. Google, Facebook Amazon e la nuova economia del web è un testo di Nick Srnicek, pubblicato nel 2016 ed edito in Italia nel 2017 dalla Luiss University Press. Esso è un tentativo di lettura del ruolo delle piattaforme come elementi che compongono il paesaggio economico contemporaneo, in riferimento a quella che viene definita economia digitale.

Con questo termine non si intende soltanto l’idea che l’economia odierna sia sempre più basata sull’impiego di canali digitali, e quindi sul progressivo ridursi del contatto fisico tra i soggetti del processo economico; né indica il settore tecnologico così come definito dalle classificazioni standard[1], il cui sviluppo ne costituisce la base, ma non ne esaurisce il senso. Con economia digitale Srnicek si riferisce a «quel tipo di imprese che sempre più fanno affidamento sulla information technology, sui dati e su internet per il proprio modello di business»[2].

L’oggetto del testo sono quindi le piattaforme, considerate in relazione al loro progressivo configurarsi come infrastruttura dell’economia presa nel suo complesso.

La tesi è che «a causa di un lungo declino della redditività nel settore manifatturiero, il capitalismo abbia iniziato a occuparsi dei dati come un mezzo per mantenere crescita economica e vitalità in presenza di un settore produttivo altrimenti pigro»[3].

Per renderne ragione della sua posizione, Srnicek ha articolato il testo in tre parti, con l’obiettivo di inquadrare le principali aziende tech all’interno di una sintesi storica del capitalismo[4]: nel primo capitolo, le tecnologie emergenti vengono storicizzate come «risultato di più profonde tendenze del capitalismo»[5]; nel secondo, le piattaforme vengono inquadrate in un una classificazione che ne comprende cinque tipologie (di advertising, cloud, industriali, prodotto, lean); il terzo e ultimo capitolo ha un valore prognostico, in cui Srnicek, a partire dalle tendenze dell’economia digitale, cerca di individuarne le sfide e gli scenari futuri.

Per restituire uno sguardo complessivo sul testo, in questa recensione partiremo dall’esposizione dei contenuti principali del secondo capitolo, per mettere successivamente in relazione la parte storica con quella prognostica.

 

Il panorama delle piattaforme

Il primo elemento da analizzare è il modo in cui Srnicek classifica le piattaforme. Ciò ci permette di chiarire uno dei perni della sua riflessione, trait d’union con la prospettiva storica: l’elemento centrale dell’analisi delle piattaforme risiede nella loro relazione con i dati, ovvero con le registrazioni dell’attività degli utenti. Nell’analisi di Srnicek, i dati rappresentano il nuovo materiale grezzo immagazzinato dalle imprese, e le piattaforme fungono da infrastruttura per la loro raccolta.

Il primo tipo descritto è quello delle piattaforme cosiddette di advertising, ovvero la cui principale fonte di ricavo è data dagli inserzionisti: siti web come Google e Facebook raccolgono dati che vengono in seguito venduti ad altre società che pubblicizzano i propri prodotti (nei primi quattro mesi del 2016, l’89% delle entrate di Google e il 96,6% di quelle di Facebook sono arrivate dagli inserzionisti»[6]). I ricavi vengono poi utilizzati per fusioni e acquisizioni di alto livello (come, per esempio, l’acquisto di WhatsApp da parte di Facebook per 22 miliardi di dollari)[7] o per investimenti in start-up del settore tech (operazioni che contribuiscono al consolidamento di posizioni monopolistiche).

Il secondo tipo descritto è quello delle piattaforme cloud, che affittano servizi di cloud computing (hardware, software e strumenti di analisi) ad altre imprese. È il caso, ad esempio, di Amazon, che affitta ad altre imprese i suoi “Amazon Web Services” (nei primi quattro mesi del 2016 hanno generato più profitti del core business di vendita al dettaglio[8]): questo tipo di piattaforme non punta sulla vendita diretta dei dati, ma sul noleggio dell’infrastruttura, il che permette di raccogliere sempre più dati, aumentandone il valore.

Il terzo tipo di piattaforme sono le piattaforme industriali, ovvero quelle «che funzionano come il core framework di base nel collegare sensori e azionatori, fabbriche e fornitori, produttori e consumatori, software e hardware»[9]: in questo caso i dati raccolti provengono dal processo produttivo, permettendo di ottimizzarlo attraverso l’automazione.

Il quarto e il quinto tipo di piattaforme sono le piattaforme prodotto e le piattaforme lean, che possono essere trattate insieme in quanto caratterizzate dal modo in cui si relazionano con la proprietà. In particolare, le piattaforme prodotto sono quelle che forniscono prodotti come se si trattasse di servizi, ovvero quello che li offrono in noleggio e, tramite essi, raccolgono dati (è il caso di Zipcar); le piattaforme lean[10]sono invece quelle riducono i costi al minimo, ovvero si costituiscono come semplice interfaccia tra erogatori e utenti, come nel caso di Uber o Airbnb: queste non posseggono i beni per l’erogazione del servizio richiesto, ma posseggono lo strumento di comunicazione, che permette la raccolta e l’analisi dei dati.

A partire da un paesaggio così composto, l’analisi di Srnicek mira a ricostruire il legame tra le piattaforme e il modo di produzione capitalistico, demistificando la retorica che vorrebbe l’idea di un’economia digitale come una forma economica post-capitalistica.

 

Platform capitalism: tendenze di lungo periodo

Il primo capitolo di Capitalismo digitale mostra, la genesi dell’economia digitale, ricollegandola alla tendenza alla ristrutturazione che caratterizza le fasi di crisi del capitalismo. In particolare, la tesi di Srnicek è che «tre momenti nella storia recente del capitalismo siano particolarmente rilevanti per la presente congiuntura: la risposta alla recessione degli anni Settanta; il boom e la recessione degli anni Novanta; la risposta alla crisi del 2008»[11].

La recessione degli anni Settanta aveva rappresentato la fine di quel momento di crescita economica post-bellica che alcuni economisti, tra cui Thomas Piketty, ritengono abbia rappresentato un’eccezione rispetto alla regola generale del capitalismo[12]. La crisi del modello manifatturiero americano e l’ascesa di concorrenti come il Giappone e la Germania, favoriti dal Piano Marshall, innescò un momento di ristrutturazione, che ebbe una triplice conseguenza: l’affermazione del modello toyotista, un attacco al potere del lavoro tramite la deregulation e l’outsourcing, la gestione della filiera attraverso software volti a sveltire il processo produttivo. In quest’ultima si vede già il germe dell’economia digitale.

Infatti, è a partire dall’ambito tecnologico che nasce il boom degli anni Novanta, il quale ebbe come esito la cosiddetta “bolla delle Dot-com”. La diffusione di Internet e le prospettive di commercializzazione che esso apriva portarono una mole di investimenti nel settore informatico sempre crescente: «Nel 1980, il livello annuale di investimento in computer e loro periferiche era di 50,1 miliardi di dollari […] per arrivare a un picco, mai più raggiunto, di 412,8 miliardi di dollari al massimo della bolla, nel 2000»[13].

Se da un lato l’attrazione di capitale ha permesso la costruzione e la diffusione dell’infrastruttura della futura economia digitale (in termini fisici per quanto riguarda server e fibre ottiche), dall’altro la bolla speculativa diede vita ad una politica monetaria accomodante[14]. L’abbassamento dei tassi ipotecari che ne seguì pose le condizioni per la bolla immobiliare del 2008, la cui esplosione indusse un’ulteriore riduzione dei tassi di interesse: un ambiente così costituito significò una riduzione del tasso di profitto su un’ampia gamma di attività finanziarie[15], costringendo gli investitori a trovare altri settori per i propri capitali e finendo per incentivare il settore tech (in cui il carattere intellettuale delle proprietà ha reso possibile una forte migrazione in paradisi fiscali[16], fungendo da ulteriore incentivo).

Il terzo e ultimo capitolo di Capitalismo digitale individua alcune tendenze del momento attuale, che in realtà non sono altro che la continuazione delle tendenze già tracciate: l’aumento dell’estrazione, il posizionamento come gatekeeper, la convergenza dei mercati e la chiusura dei sistemi. Tutte queste tendenze confermano che, al di là della retorica sul superamento del capitalismo e sul passaggio ad un’economia basata sulla condivisione[17], il momento storico che viviamo condurrà ad una crescita delle disuguaglianze. Queste, nel movimento di chiusura progressiva che potrebbe essere necessario alle piattaforme per poter mantenere la redditività, si tradurrebbe da una disparità di ricchezza in una disparità di accesso[18].

In ultima analisi, il testo di Srnicek raggiunge pienamente il suo obiettivo, compensando ciò che manca in termini di approfondimento analitico con uno svolgimento chiaro e preciso. La ricostruzione che egli opera non solo fornisce uno sguardo lucido su uno degli aspetti più importanti dell’economia odierna (fosse anche soltanto per i patrimoni delle aziende che costituiscono le piattaforme del capitalismo digitale) ma la sua analisi riconduce con puntualità la ricostruzione a quelle che sono le tendenze immanenti del capitalismo: da un lato l’imperativo fondamentale della creazione di profitto, al quale ogni impresa lega la propria produzione; dall’altro la tendenza del capitale a trovare nuovi territori[19] di accumulazione che, nel caso delle piattaforme, sono costituiti dalla grande mole di dati divenuta disponibile. Capitalismo digitale rappresenta un’ottima piccola introduzione per capire il paesaggio economico in cui viviamo e come questo può evolversi nell’immediato futuro.


Note
[1] N. Srnicek, Capitalismo digitale. Google, Facebook, Amazon e la nuova economia del web, Luiss University Press, Roma, 2017, p. 11
[2] Ibid.
[3] Ivi, p. 12
[4] Ivi, p. 10
[5] Ivi, p. 13
[6] Ivi, p. 49
[7] Ivi, p. 54
[8] Ivi, p. 58
[9] Ivi, p. 60
[10] Queste piattaforme sono dette lean per il loro riflettere l’omonimo modello di business, che prevede l’eliminazione di tutti i costi “inutili”, ovvero non direttamente legati ai ricavi. Srnicek osserva che non tutte le piattaforme sono lean: Amazon, per esempio, perde guadagni ad ogni ordine effettuato con il servizio Amazon Prime, ma tale servizio permette di attirare utenti e generare profitti in altro modo. Si tratta del meccanismo delle “sovvenzioni incrociate”.
[11] Capitalismo digitale, cit., p. 15
[12] Ivi, p. 18
[13] Ivi, p. 25
[14] Per tenere a bada il crollo la Federal Reserve decise una veloce sere di riduzioni del tasso di interesse, primo atto della suddetta politica monetaria accomodante. Si veda ivi., p. 26
[15] Ivi, p. 31
[16] Si pensi che il 92, 8% delle riserve di capitale di Facebook a marzo del 2016 erano depositate off-shore. Per un confronto con le altre società si veda la tabella in ivi, p. 33
[17] Ivi, p. 97
[18] Ivi, p.107
[19] «Da un punto di vista della produzione dei dati, le attività sono come territori che aspettano di essere scoperti. Chiunque arriverà lì per primo e li occuperà, avrà le sue risorse – in questo caso, abbondanza di dati» da MIT Technology Review, 2016, citato in ivi, p. 84 
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