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manifesto

La Commissione scarica sull’Italia i suoi fallimenti

di Felice Roberto Pizzuti, Roberto Romano

La Commissione europea taglia le stime della crescita italiana per il 2019 dall’1,2% allo 0,2%; il Fondo Monetario la riduce allo 0,6%. La tempistica delle differenti proiezioni è significativa: le prime erano del novembre 2018, mentre le ultime sono di fine gennaio. L’aspetto su cui riflettere è che il modello europeo di previsione della crescita, in meno di due-tre mesi, cambia il risultato di un punto di Pil, cioè di 17 mld (l’errore del Fmi è più contenuto).

Se in meno di due-tre mesi l’Italia e l’Europa registrano un crollo così evidente della crescita, forse c’è qualcosa di più grave e profondo che l’Europa prima e l’Italia dopo devono affrontare. Altro che misure correttive, semmai sarebbe necessaria un’azione urgente di spesa da parte delle istituzioni europee per tenere in tensione la domanda (effettiva), a cui dovrebbe seguire un intervento coordinato degli stati dell’area euro per rispondere al crescente disagio sociale.

L’evidenza suggerisce anche un altro e non banale quesito: l’Europa e in particolare l’Italia sono mai uscite dalla crisi del 2008? L’Europa ha castigato la crescita con delle politiche restrittive e non è sorprendente che gli effetti prima o poi si manifestino. Mentre gli Usa crescevano di 17 punti di Pil, l’Europa ha realizzato una crescita di soli 8 punti, mentre l’Italia ha fatto molto peggio. In altri termini, il tema centrale non è se e come il governo debba correggere i conti pubblici, piuttosto come affrontare una crisi i cui contenuti travalicano la congiuntura economica (non solo nazionale).

Questa crisi solleva poi dei paradossi che c’è ritrosia a discutere per motivi ideologici. L’output gap (la differenza tra il Pil effettivo e quello potenziale che si avrebbe se fossero utilizzati tutti i fattori di produzione) sta crescendo, mentre per lustri è stato basso e stabile. Il cattivo uso dell’econometria fa male all’economia, in particolare quando è noto a tutti che sul tema non esiste un modello condiviso: tra l’output gap del Fmi e quello della Commissione c’è una differenza di 1 punto di Pil. Il dibattito è ancora più assurdo se consideriamo che i segnali di generalizzato rallentamento delle economie erano visibili fin dalla metà dell’anno scorso, ma nessuno ha voluto prenderli in considerazione seriamente.

Nonostante il dibattito teorico e le risultanze empiriche abbiano fatto chiarezza sulla confusione che era stata ideologicamente profusa negli ultimi anni. Si è tornati a riproporre l’ossimoro della “austerità espansiva” nella nuova formula della “espansione restrittiva”, coniata di recente per ostacolare la nostra manovra di bilancio in deficit; la quale era e sarà tanto più necessaria se l’economia internazionale eserciterà effetti peggiorativi (anche) sulla nostra (siamo invece al paradosso che il rallentamento dell’economia italiana contagerebbe quella mondiale!).

Negli anni della globalizzazione neoliberista l’aumento delle diseguaglianze, l’autonomizzazione dei mercati rispetto alle istituzioni, le politiche fiscali restrittive hanno aumentato l’instabilità e ridotto la dinamica della domanda rispetto a quella della capacità produttiva. Sul piano finanziario la dimensione della “Bolla” è pericolosamente aumentata.

Il dibattito sulle nostre prospettive economiche è diventato più miope e provinciale. La discussione – concentrata essenzialmente su provvedimenti come il reddito di cittadinanza e Quota 100, che sicuramente presentano aspetti critici che vanno discussi – è condizionata più dal frastornamento di una situazione politica compressa tra le ultime elezioni e quelle in arrivo che non dalle specifiche questioni di merito di quelle misure e dalla considerazione dell’incertezza connessa alle ben più rilevanti tendenze strutturali internazionali e nazionali.

Stiamo vivendo una fase storica complessa e fluida che dovrebbe indurci a individuare le responsabilità delle scelte passate che hanno portato alla insoddisfacente e pericolante situazione attuale; in secondo luogo a non illudersi che per uscirne lungo sentieri progressivi si possa semplificare e improvvisare. Ma peggio ancora sarebbe rimanere nei vecchi schemi della politica che hanno decretato il fallimento delle maggioranze e delle opposizioni nei passati decenni.

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