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La secessione reale e il “Cigno nero”

di Sergio Cararo

La politica si è svegliata come al solito troppo tardi. Il processo che può portare alla secessione reale del nostro paese ha macinato già parecchi chilometri e consensi, soprattutto nel Nord. Fermarlo non sarà un pranzo di gala, ma non ci si può in alcun modo sottrarre alla necessità di provarci, con ogni mezzo necessario.

“Non c’è nessuno slittamento. I testi sono pronti e li porto in Consiglio dei Ministri. Restano dei nodi politici sui quali discutere”. La conferma è venuta dal ministro per gli Affari Regionali Erika Stefani (Lega, ndr) relativamente al testo per l’autonomia rafforzata del Veneto, Lombardia e Emilia Romagna. Per il ministro “ il regionalismo differenziato è la chiave di volta per le regioni. È un’occasione da cogliere e non – conclude – un pericolo da scampare”.

Le fa eco uno dei caterpillar della secessione reale: “C’è finalmente un documento finale sulla autonomia che, se fosse confermato avere i contenuti proposti dal Veneto, per noi è immediatamente sottoscrivibile”, ha detto il presidente del Veneto, Luca Zaia, dopo l’annuncio dato dal ministro.

L’onda nefasta dei danni provocati dal governi di centro-sinistra che misero mano al Titolo V della Costituzione e dei governi di centro-destra intrisi dalla Devolution leghista, potrebbe arrivare a sintesi con un governo diverso da quelli che lo hanno preceduto.

Questo è lo stato delle cose. Venerdi 15 febbraio è stata convocata a Montecitorio una manifestazione di una alleanza di forze sociali, sindacali e politiche su impulso della Usb, che si oppongono al cosiddetto “regionalismo differenziato”, rivendicando al contrario un criterio di uguaglianza dei diritti su tutto il territorio nazionale e una distribuzione delle risorse che lo tuteli e non lo distrugga. Il nostro giornale, inascoltato, aveva suonato l’allarme da tempo. Da gennaio del 2018 abbiamo messo in circolazione una serie di articoli, documenti, intuizioni che provavano a indicare un processo dalle conseguenze politiche, sociali, economiche inquietanti.

Vogliamo provare nuovamente a segnalare i problemi che, a nostro avviso, perimetrano l’origine e le ripercussioni di questo processo di disgregazione del paese:

A) Da tempo nelle tre regioni di quella che abbiamo definito “la Baviera del Sud” (Lombardia, Nordest, Emilia Romagna) si concentra non solo quasi il 50% del Pil dell’intero paese, ma si concentra anche l’80% del valore aggiunto e dell’export. Nelle analisi internazionali sulle realtà a capitalismo avanzato che contano di più – in termini di produzione, tecnologie, servizi avanzati, occupazione etc. – questa “regione allargata” viene presa come parametro per l’intera Unione Europea insieme ad altre macroregioni simili: Rhone Alpes (Francia), Baden Wuttemberg (Germania), Catalogna (Spagna).

B) Dentro l’ultima fase della crisi, quella iniziata nel 2008, il sistema produttivo italiano ha subito un’ulteriore e feroce selezione. Le imprese sopravvissute ai brutali processi di concentrazione/internazionalizzazione, sono quelle che si sono legate alla filiera produttiva tedesca in una posizione di subfornitura. Contestualmente si è realizzato quel processo che abbiamo definito come “cannibalismo industriale”, nel quale molte aziende italiane sono state acquisite da gruppi internazionali non per essere ristrutturate, ma per essere via via smantellate e per acquisire esclusivamente la loro quota sul mercato “italiano”. Non solo. La destrutturazione sistematica dei sistemi formativi nel nostro paese e lo stato miserrimo della ricerca, è la causa voluta e conclamata di quella che viene liquidata come “fuga dei cervelli” dall’Italia verso il cuore economico, scientifico e tecnologico nel centro-nord Europa.

C) Questo processo di destrutturazione produttivo, ha prodotto conseguenze anche sul piano territoriale e sociale. Le tre regioni che su molte materie strategiche puntano alla totale autonomia dallo Stato centrale, da tempo vengono attratte da sorta di “magnete” intorno alla Germania. Da qui la definizione di Baviera del Sud. Ma, si badi bene, non è una deformazione impazzita del processo di integrazione europea, è un effetto voluto e fisiologico. Così come il nucleo “carolingio” concentra le risorse e indebolisce i paesi periferici – adesso ratificato dal Trattato di Aquisgrana tra Germania e Francia – a loro volta le aree ricche dei paesi periferici si concentrano e assumono sempre più poteri nel quadro della governance multivello dell’Unione Europea, a totale discapito del resto dei loro paesi. Anzi fungono a loro volta da “magnete interno” nel drenare risorse economiche e umane, sottraendole al ruolo re-distributore e di coesione sociale dello Stato.

D) E’ evidente che le conseguenze di questo processo non saranno leggibili nell’immediato, ma una volta che saranno fatti compiuti – per cui reversibili solo attraverso scelte traumatiche – la disgregazione del paese che è venuto determinandosi nell’ultimo secolo e mezzo diventerà reale. Intorno al magnete delle regioni ricche verrà scomposto e subordinato tutto il resto del territorio, non solo il Meridione o l’area metropolitana di Roma Capitale, ma anche le aree di crisi del vecchio triangolo industriale come Piemonte e Liguria. Insomma uno strattonamento molto brusco dagli esiti politici, sociali ed economici estremamente inquietanti

E) Su questo processo si va delineando però un “cigno nero”, un imprevisto che già facendo sentire i suoi effetti sull’economia italiana in recessione. La locomotiva tedesca, come abbiamo documentato nelle scorse settimane, sta rallentando e di parecchio. Chi ha reso subalterno il sistema economico, industriale, tecnologico dell’Italia a questa locomotiva, collocandosi in una filiera fortemente asimmetrica, potrebbe vedersi sballare tutti i propri conti. Una accelerazione sulla concentrazione e distribuzione asimmetrica delle risorse del paese intorno alle tre regioni più ricche, non potrebbe inoltre che avere effetti devastanti che si vanno ad aggiungere – non ad alleviare – quelli già dovuti alla crisi e alla feroce competizione globale in corso.

F) Di fronte a questo processo parallelo di disgregazione e concentrazione, le classi dominanti nel Meridione vedono come unica risposta l’abbassamento degli standard generali per cercare di mantenere un minimo di possibilità nella competizione. La trappola si chiamano Zone Franche o Zone Economiche Speciali (una sorta di maquiladoras in salsa italiana) su cui stanno aprendo i varchi alcuni governatori e sindaci delle regioni meridionali, zone dove praticare regimi di agevolazioni fiscali, contributivi e salariali tali da attrarre investitori.

Quindi meno imposte alle imprese, meno contributi alla previdenza sociale, e salari più bassi per lavoratrici elavoratori. In pratica è il ritorno delle gabbie salariali e non solo. Un dumping sociale e fiscale che renderà ancora più stringenti le condizioni di dipendenza, subordinazione e semi-schiavitù lavorativa chi vive e lavora nelle regioni meridionali. Una sorta di colonialismo interno che riporta il paese alla condizioni della conquista “piemontese” del Sud dell’Ottocento.

Il carattere regressivo di questo processo era, ed ora sembra essere più evidente, anche a chi ha una visione meno corta e meno corporativa di quanto abbiamo visto in questi mesi. Ma soprattutto occorre leggerla in relazione ai processi di costruzione prima, e di ristrutturazione poi, dell’Unione Europea che di tutto questo è stato l’acceleratore. Le basi sociali di consenso o dissenso verso questa deriva, non saranno affatto omogenee nel paese, tra il Nord beneficiario e il resto penalizzato, questo è bene dirselo sin da ora. Occorre fare tutto il possibile per inceppare la macchina che ha preso velocità e, se possibile, fermarla.

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