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“Verso la secessione dei ricchi?” di Gianfranco Viesti

di Giacomo Bottos

Recensione di: Gianfranco Viesti, Verso la secessione dei ricchi? Autonomie regionali e unità nazionale, Editori Laterza, Roma-Bari 2019, 53 pagine

Il primo elemento di interesse legato all’agile libretto di Gianfranco Viesti, Verso la secessione dei ricchi? Autonomie regionali e unità nazionale, è legato alla sua, non casuale, forma e modalità di pubblicazione. Il testo è disponibile solo in formato elettronico e scaricabile gratuitamente dal sito dell’editore Laterza in quanto «il tema delle autonomie regionali è passibile di forti cambiamenti in breve torno di tempo», pur lasciando aperta la possibilità di una «pubblicazione ordinaria sia in digitale sia su supporto cartaceo» (p. 3).

Si potrebbe aggiungere che questa scelta è anche legata alla volontà di intervenire con celerità ed efficacia in un dibattito in corso. Centrale nel testo è infatti la sottolineatura dell’importanza cruciale delle conseguenze che le richieste di “autonomia differenziata” potrebbero comportare «per il benessere dei cittadini italiani e la stessa unità sostanziale del paese» (p. 5). Alla rilevanza di tali tematiche non corrisponde, secondo Viesti, una consapevolezza adeguata della posta in gioco presso l’opinione pubblica, né un dibattito sufficientemente articolato e informato.

Di grande interesse ed efficacia risulta dunque la modalità scelta dall’Editore e dall’Autore, che si servono del supporto digitale e della gratuità per rendere massima l’efficacia del testo in relazione all’obiettivo dichiarato, quello di suscitare una discussione più ampia possibile sul tema in oggetto, in modo da evitare che provvedimenti di fondamentale importanza siano adottati in sordina e senza adeguata contezza delle implicazioni.

E si potrebbe dire che questo obiettivo sia stato almeno in parte raggiunto, vista la diffusione dell’espressione “secessione dei ricchi”, largamente ripresa sugli organi di stampa e nel dibattito mediatico.

Venendo al libro in quanto tale, esso riesce, nonostante una lunghezza estremamente contenuta, a dare un quadro esauriente dei temi in discussione, attraverso un confronto con altri casi significativi a livello internazionale e una ricostruzione delle radici storiche della questione del decentramento in Italia. Pur non nascondendo la sua posizione – fortemente critica nei confronti delle modifiche in discussione – l’Autore pone in primo piano l’istanza democratica di un’adeguata informazione da parte dei cittadini e del necessario coinvolgimento del Parlamento nelle scelte in corso. Tale coinvolgimento appare di fatto fortemente pregiudicato dalle modalità dell’iter, consistente sostanzialmente in una trattativa tra governo e Regioni, che vedrà le Camere coinvolte solo per un’approvazione finale – senza possibilità di emendamento – dell’intesa raggiunta. Stando alla pre-intesa raggiunta poco prima delle elezioni dal governo Gentiloni con le prime tre Regioni che hanno fatto richiesta di ulteriori competenze – Veneto, Lombardia ed Emilia-Romagna – la questione cruciale delle risorse ulteriori che andranno attribuite per far fronte alle nuove competenze viene demandata a una Commissione paritetica Stato-Regione, escludendo dunque ancora una volta il Parlamento. Non solo: le intese raggiunte non potranno essere riviste prima di dieci anni, se non di comune accordo con le Regioni coinvolte.

Vi è dunque in primo luogo, da parte di Viesti una forte critica di metodo relativa al carattere scarsamente trasparente e democratico della discussione. Questa critica risulta ancora più rilevante in considerazione del carattere fortemente politico e delle implicazioni delle questioni in campo.

Ma di cosa stiamo parlando? Il processo di richiesta di maggiori competenze, avviato da Veneto e Lombardia a seguito di referendum consultivi – superflui ai fini della richiesta ma giustificati politicamente dagli allora Presidenti di Regione Luca Zaia e Roberto Maroni con la volontà di disporre di maggior forza contrattuale nella trattativa con il governo – e dall’Emilia-Romagna con una semplice risoluzione del Consiglio Regionale, nonché, in seguito, da diverse altre regioni italiane, è previsto dal terzo comma dell’articolo 116 della Costituzione, così come emendato a seguito della riforma del Titolo V approvata nel 2001.

A prescindere dal giudizio che può emergere da un bilancio retrospettivo della revisione costituzionale allora decisa – bilancio che appare oggi piuttosto problematico agli occhi di diversi osservatori e dello stesso Viesti – una delle criticità maggiori delle richieste di autonomia differenziata, oltre alla vastità delle competenze richieste, è legata al collegamento con il tema del “residuo fiscale”. L’espressione farebbe riferimento – in una maniera in qualche modo analoga alla retorica del saldo tra contributi versati e risorse ricevute dall’Unione Europea – alla differenza, peraltro di difficile calcolo, fra ammontare dei tributi raccolti e risorse pubbliche spese nello stesso territorio. L’intenzione, esplicitamente dichiarata, è dunque quella di trattenere una quota maggiore di risorse, a discapito di altri territori. Si comprende dunque l’espressione “secessione dei ricchi” che dà titolo al libro.

Questo orientamento appare in linea con una generale tendenza, che si manifesta non solo a livello italiano, a concepire i rapporti tra diversi soggetti – individui, entità economiche e territoriali – come parte di un gioco a somma zero, nell’ambito del quale i benefici debbono necessariamente attingersi a discapito di altri, escludendo meccanismi di cooperazione e solidarietà volti a raggiungere un maggiore benessere collettivo. L’effetto finale è ovviamente quello di una crescente disgregazione, di un approfondimento delle fratture e delle disuguaglianze, nonché dell’erosione dei legami socio-politici e di natura fiduciaria, in un circolo vizioso che rischia di minare i fondamenti della convivenza civile.

Il punto centrale non è, infatti, il grado maggiore o minore di decentramento, che può essere preso in considerazione come soluzione ai problemi del governo e dell’amministrazione – tema sul quale può naturalmente esservi un dibattito, con ragioni pro o contro che possono essere ragionevolmente addotte, e a cui nel libro si accenna – ma la messa in discussione del vincolo solidaristico che costituisce l’essenza di una comunità nazionale. Nel quadro di un tale vincolo i trasferimenti interni – tra individui, territori e gruppi sociali – sono non solo legittimi ma necessari e fondanti. Ovviamente sull’entità, sulla forma e sulla destinazione di tali trasferimenti c’è ampio margine di discussione e di discrezionalità, e in questo spazio possono agire le scelte politiche, gli orientamenti culturali, le visioni in materia economica e di politica industriale. Ma sulla legittimità di tali trasferimenti, in quanto tali, non dovrebbe esservi discussione. È tuttavia questa legittimità che si tende, di fatto, a negare, quando si pretende di trattenere i nove decimi del gettito fiscale sul territorio.

Questo è il punto politico di fondo che si nasconde dietro questioni apparentemente tecniche come quelle del residuo fiscale, dei fabbisogni standard, dei livelli essenziali delle prestazioni. E la politicità di questo punto, ci dice Viesti, va resa esplicita e discussa come tale. Al contrario, accettando il piano della discussione “tecnica”, il rischio è quello di giungere ad ammettere modifiche che finiscono per violare sul piano sostanziale i fondamenti del patto sociale che sostanzia l’unità nazionale.

 

L’Italia deve tornare ad essere “espressione geografica”?

Particolarmente rilevanti rischiano di essere le conseguenze in relazione ad ambiti come la sanità e l’istruzione. Nel primo caso il rischio è quello di un aumento delle diseguaglianze, già peraltro marcate, nella qualità delle prestazioni e nell’accesso alle cure. Nel secondo ci troveremmo di fronte a scenari inediti con le Regioni che si troverebbero ad avere voce in capitolo sulla definizione «delle finalità, delle funzioni e dell’organizzazione del sistema educativo regionale, e nella disciplina dell’organizzazione e del rapporto di lavoro del personale delle scuole» (p. 46). La diversa possibilità di finanziare i vari sistemi scolastici regionali potrebbe portare poi a divaricazioni sostanziali nella possibilità di accesso ad uno degli elementi fondanti della cittadinanza, come l’istruzione.

Da un punto di vista generale, Viesti non nega, invece, l’importanza che rivestirebbe, nel medio termine, la tematica di un riordino complessivo dei livelli delle competenze e del decentramento. Questo richiederebbe però una discussione di respiro ben più ampio: occorrerebbe un bilancio relativo alla storia ormai quasi cinquantennale dell’istituto regionale, una riflessione sul residuo significato delle regioni a statuto speciale, una visione orientata al riordino dei livelli di governo inferiori (comuni, province e aree metropolitane) non legata a campagne demagogiche ed estemporanee come quella sui cosiddetti “costi della politica”, un’individuazione sulle competenze essenziali che lo Stato nazionale deve necessariamente trattenere per sé, anche in relazione ai livelli di integrazione sovranazionale. Ma questo richiederebbe una riflessione culturale e politica sul senso e sull’identità del nostro Paese nell’attuale fase storica, su cos’è e cosa vuole essere l’Italia. Di tutto questo oggi non si vede traccia.

Ma qui siamo ancora a monte di tutto ciò. Il dibattito sull’autonomia differenziata pone implicitamente questioni ancora più basilari. Occorre capire se si vuole ancora essere una comunità nazionale: se l’Italia deve tornare ad essere “espressione geografica” o se esiste la volontà di continuare a credere in essa, affrontando gli enormi problemi che essa presenta come compagine nazionale e che le sue classi dirigenti hanno cercato di porsi fin dal momento dell’Unità. E tra questi problemi quello delle fratture territoriali – in primis quella Nord-Sud, ma anche quella fra centri e periferie, tra aree urbane e aree interne – è sempre stato decisivo. Decidere come affrontare questo tema è compito della politica, del dibattito pubblico, delle classi dirigenti. Occorrerebbe un grande lavoro per ricostruire uno spazio di discussione all’altezza, dove questi problemi possano essere discussi adeguatamente. Da questo punto di vista, l’iniziativa di pubblicare l’instant book di Viesti rappresenta un modello di grande interesse. Ma prima di tutto questo occorre che vi sia da parte dei diversi attori la volontà di riconoscersi come appartenenti ad una comunità di senso, nell’ambito della quale può avvenire la ricerca difficile – come sempre è stata – delle soluzioni ai problemi posti dall’entità nazionale italiana. Chi sia interessato a tutto questo – sembra dirci Viesti – dovrebbe pretendere quantomeno che su temi come quello dell’autonomia differenziata si faccia spazio ad una discussione molto più ampia e democraticamente avvertita delle implicazioni di una scelta di così grande portata.

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