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micromega

M5S, cronaca di una morte annunciata

di Angelo D'Orsi

Avevo scritto in un precedente articolo su AlgaNews che il destino dei Cinquestelle appariva segnato: erano stati sconfitti, e inglobati, in certo senso, dalla Lega modello Salvini. Si erano infilati da soli in un cul-de-sac per cui se tentavano di preservare una propria identità politica, si condannavano ad essere sconfitti e in prospettiva a non lungo termine ad essere esclusi dalla stanza dei bottoni da un alleato che era palesemente sulla cresta dell’onda; se al contrario gli si piegavano, rinunciando ad ogni tentazione identitaria, non potevano che essere fagocitati dall’alleato stesso.

Oggi, con la farsa del voto sulla “Piattaforma Rousseau” (mai nome fu oggetto di stupro come quello del ginevrino), che ha sottratto Matteo Salvini al processo per il caso Diciotti, il destino del movimento “grillino” sembra deciso. I Cinquestelle, con questo atto che appare il rovesciamento di uno delle assi portanti della propria ragione sociale, hanno realizzato una formidabile accelerazione verso il baratro. Sulla base di una volontà imperscrutabile di chi comanda nel movimento, essi confermano di essere per così dire obbligati a diventare una costola della Lega (altro che la Lega “costola della sinistra” come ebbe a dire con una boutade poco felice D’Alema: ma era peraltro la Lega Nord Padania, quella degli anni Novanta).

Lega-Cinquestelle: ovvero il confronto-scontro ineguale, tra due entità con numerose affinità e altrettante divergenze, in un processo di chiarificazione che è iniziato lo scorso 4 di marzo, con gli esiti elettorali ben noti.

Due movimenti anti-partito e anti-sistema caratterizzati entrambi dal richiamo al “popolo”, dalla polemica contro i professionisti della politica, contro la casta e le caste. La scopa e il cappio, dei leghisti, il “vaffa”, di Grillo, erano rispettivi elementi identificanti ma in certo senso erano intercambiabili, mostrando il dato negativo più che positivo; ossia due forze che l’avversità al “sistema” avvicinava, anche se la componente sociale era piuttosto diversa. L’avversità al sistema trovava un centro di gravità nel giustizialismo, che diventava sovente furiosa volontà di resa dei conti. Ma le differenze c’erano. Al popolo degli evasori fiscali, degli aiutiamoli a casa loro, dei razzisti italioti, che vedevano in Bossi prima, in Salvini poi, il duce che li avrebbe liberati dall’oppressione delle tasse e dall’invasione degli stranieri, dal servaggio all’Euro, ossia alla Germania, faceva riscontro una platea assai più variegata nei Cinquestelle, che avevano attratto molti delusi e disillusi della sinistra, compresa quella cosiddetta “radicale”, ma soprattutto i numerosi fuggiaschi dal Partito Democratico, specie a partire dalla fase renziana, un bacino a cui ha attinto largamente il movimento di Grillo e Casaleggio, anche se in esso non mancano certo uomini e donne di destra e generici portatori di un verbo anti-sistema, privo di autentica qualificazione politica.

L’avvicinarsi alle soglie del potere ha però fatto rapidamente prevalere le similitudini, smorzando via via le differenze tra i due movimenti, a cominciare da una sorta di odio per lo Stato, a dispetto di parole d’ordine che confusamente si vanno richiamando, più o meno spesso, a Stato, nazione, addirittura patria. L’antistatalismo è per le due filiere politiche un residuo di anticomunismo (nella volgarissima idea che il comunismo sia l’esaltazione dello Stato), ma era per i leghisti la vecchia aspirazione secessionista, messa da parte, magari sotto le mentite spoglie di un “federalismo” peloso, ora riaffiorata con lo sciagurato disegno dell’autonomismo delle regioni ricche; per i Cinquestelle l’antipatia per lo Stato era l’insofferenza per la legge, le regole, e lo stesso ordine repubblicano.

I due soggetti, si badi, sono accomunati da una sostanziale eliminazione delle procedure democratiche: Lega e M5S procedono per nomine, non per elezioni, per acclamazioni non per votazioni, per designazioni dall’alto non per selezione dal basso. Con la differenza, tra i due, che il Movimento di Grillo enfatizza la Rete, vero feticcio, che dovrebbe incarnare la democrazia 2.0. Ma come ha mostrato una volta di più, in modo irrefutabile, la vicenda della imputazione del ministro Salvini che, come era stato facile prevedere, si è conclusa col nulla di fatto, si tratta della finzione della democrazia. La pretesa “democrazia diretta” si rivela un gigantesco inganno, una potente mistificazione, rovesciandosi nel suo opposto: una forma di grave autoritarismo, intriso di demagogia, ma soprattutto è stata definitivamente archiviata la conclamata visibilità degli atti del movimento, su cui questo aveva costruito larga parte della propria “diversità”. Chi non ricorda l’agghiacciante colloquio tra un paio di delegati del M5S e la delegazione PD guidata da quel buonuomo di Bersani, dopo le precedenti elezioni del 2013? Colloquio che Grillo/Casaleggio avevano imposto avvenisse in streaming, non certo per amore di glasnost, ma come mossa propagandistica e come forma di intimidazione del competitor.

Una finta democrazia, all’ombra un potere occulto, che manovra e indirizza i votanti, secondo procedure grottesche, e sulla base di un quesito ingannevole. Un’accorta regia che garantiva l’impunità a Salvini, il quale conserva tutti gli assi nelle sue mani e, non per nulla, tronfio e più sicuro che mai di sé, nella medesima giornata della sua “assoluzione”, con il ghigno scimmiottante l’uomo forte che non è, annunciava i soliti porti chiusi alla nave di una ONG tedesca carica di migranti che stava forse puntando verso le nostre coste.

Il trionfo della Lega è dunque la disfatta dei Cinquestelle, come inesorabilmente, impietosamente, si incaricheranno di mostrare i risultati delle Europee di maggio. E, sia detto una volta per tutte, la scomparsa politica e in seguito numerica del movimento di Grillo sarà un elemento utile di chiarificazione in un panorama politico disastrato, in cui forse la sinistra (quella autentica, degna di questo nome), potrebbe persino tentare di ricuperare agibilità politica. Potrebbe. Ne sarà capace?

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