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Il morto lasciato lì per afferrare il vivo

di Dante Barontini

Da ragazzo mi è capitato di partecipare a un corso di salvataggio in mare. Il primo consiglio dell’istruttore, a noi angelici aspiranti “soccorritori”, fu drastico: “se vi avvicinate a uno che sta affogando ed è andato in panico, prima di tutto tirategli un cazzotto per tramortirlo; poi lo afferrate saldamente da dietro e provate a tirarlo verso una barca o verso riva”.

Sgranammo gli occhi e ci spiegò: “un uomo che annega si aggrappa a qualsiasi cosa con una forza mostruosa, perché sente la morte vicina; se lo lasciate aggrapparsi a voi, vi impedirà di nuotare e vi trascinerà a fondo con lui; e invece di avere un uomo salvato avremo due morti”.

Ciò che resta della “sinistra” italiana è in posizione assai simile a colui che sta per annegare. Da anni, non da un minuto. Anni passati senza eleggere qualcuno in un posto importante, quindi con sempre meno visibilità mediatica, meno finanziamenti da utilizzare per tenere insieme l’organizzazione (va riconosciuto che in parecchi casi gli eletti versavano al proprio partito quote rilevanti dello stipendio), meno agibilità politica e meno mezzi. Dunque campagne elettorali asfittiche, viaggi col contagocce, contatto con l’elettorato sempre più difficile (se si vendono le sedi per fare cassa si perde anche quel poco di presenza sul territorio). E quindi sempre meno voti, irrilevanza politica, scoramento, defezioni, scissioni, ecc.

Ogni scadenza elettorale diventa in questo clima “l’ultima spiaggia” per sopravvivere e provare a tornare nella politica che conta. E a ogni scadenza ci si arrabatta per creare una lista immancabilmente “nuova, larga, aperta, antirazzista, ambientalista, pro questo e quello e anche il loro contrario per non scontentare nessuno, ecc”, cercando “un nome importante che faccia da capolista” e acchiappavoti.

Il giorno dopo ogni elezione – inevitabilmente fallimentare, viste le premesse – ci si abbandona a recriminazioni, scoramento, altre scissioni, maledizioni reciproche. Fino alla successiva scadenza elettorale, dove gli stessi soggetti, le stesse facce, gli stessi vestiti (per chi ricorda Il maestro e Margherita), tornano a riunirsi come fosse la prima volta per celebrare l’identico rito.

Quando nacque l’idea di Potere al Popolo, effettivamente una seria novità rispetto a quello schema, ci premurammo di avvertire tutti, visto che molti compagni scendevano in campo per la prima volta: impediamo che il morto afferri il vivo. Battaglia durissima, ma vinta per un soffio, non senza perdite, dolori, fatica e un vago accenno di nausea.

Anche in vista delle elezioni europee di fine maggio, l’antico caravanserraglio della “sinistra” è tornato a rinchiudersi in interminabili riunioni senza via d’uscita, tra fratelli coltelli alla caccia di un posto buono per “eleggere” almeno uno dei propri e tirare avanti qualche altro anno.

Questa volta l’uomo del miracolo doveva essere Luigi De Magistris, sindaco di Napoli davvero eccentrico rispetto al panorama italico. Ha proposto una coalizione larghissima, con i partitini messi sullo sfondo, con pochi punti di programma, molto generici per non incontrare troppe resistenze.

Sembrava potesse essere l’unica proposta in campo, specie dopo la riapertura di un dialogo con Potere al Popolo, che decideva di “andare a vedere” dopo un sofferto voto tra gli aderenti e con “quattro punti” in grado di qualificare come effettivamente “nuova” (o quasi) una lista.

Sembrava del resto alquanto singolare che si discutesse di candidarsi al parlamento europeo senza affrontare di petto il nodo centrale: l’Unione Europea, appunto. Siamo nell’epoca del caffè decaffeinato, del tè deteinato, dei dolci senza zucchero, ma pure le elezioni senza politica è un po’ troppo…

Sono passate le settimane, il “tavolo” della coalizione si è più volte allargato o ristretto, con varie forze che pretendevano l’estromissione di Potere al Popolo perché “settario e antieuropeo”, il sindaco ha tenuto il punto e tutto sembra ora finito nel nulla.

E’ a questo punto che emerge Sergio Cofferati – il cui nome come possibile candidato era stato avanzato da Sinistra Italiana – a rivendicare d’aver lavorato contro De Magistris per affossare questa lista e provare a farne un’altra, ovviamente senza Potere al Popolo né il sindaco.

“Il Cinese” espone con la massima chiarezza il punto che quasi tutti, fin lì, avevano provato a considerare “marginale”, o addirittura “ideologico” (quanto stronzate si dicono dietro questa parola…):

De Magistris di Europa non ha mai parlato, se non genericamente. La sua attenzione è per le regionali e le europee gli erano utili per la visibilità, lo ha detto apertamente. Per ragioni a me incomprensibili ha provato a mettere insieme formazioni incompatibili fra loro. Fra queste Prc, Si, L’Altra Europa, Diem, Possibile, fanno riferimento al partito della sinistra europea e sono europeiste. Invece Potere al popolo ha un orientamento distruttivo verso l’Europa. Non c’era convergenza possibile… Noi siamo contro alcuni Trattati. Pap non c’entra con il partito della sinistra europea, ne è un feroce oppositore, come il francese Mélénchon a cui si collega, che è contro l’Europa.”

E’ abbastanza chiaro, ora? Il ruolo di Cofferati, e di una parte di quella che si autodefinisce “sinistra”, è quello di impedire che nasca anche sul piano elettorale una forza politica che mette radicalmente in discussione il sistema di trattati ordoliberisti e istituzioni sovranazionali chiamato “Unione Europea”.

Impedire insomma che si faccia avanti qualcuno in grado di sostenere davvero – nell’organizzazione concreta o e non solo nella propaganda elettorale – un programma sociale popolare (dal salario minimo a 1.200 euro alle aliquote fiscali fortemente progressive, dalla nazionalizzazione dei settori strategici e delle industrie che vorrebbero delocalizzare all’abolizione del jobs act, dall’abbassamento dell’età pensionabile a un nuovo “piano casa” con obiettivo zero senza fissa dimora, ecc). Perché un programma del genere fa toccare con mano – non con l’ideologia – che il principale ostacolo è l’Unione Europea, i suoi trattati, i suoi tecnoburocrati.

I vecchi capibastone della “sinistra europeista” stanno lì, non contano socialmente più nulla, hanno praticato per decenni politiche che hanno spianato la strada alla peggiore destra parafascista, non rientreranno mai più in gioco… ma brigano, telefonano, frenano, premono, lusingano, promettono, inciuciano. Il perché è ora dichiarato: sono “il morto” incaricato di afferrare “il vivo” e trascinarlo a fondo. Conto terzi, da veri “europeisti senza se e senza ma”.

Quando li sentite gridare “uniamo la sinistra”, ricordatevi del consiglio dell’istruttore di salvataggio…

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