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Slowbalisation

di Christian Marazzi

Nelle ultime settimane la politica monetaria di alcune tra le più importanti Banche centrali, a cominciare da quella statunitense, sembra aver cambiato decisamente direzione. Di fronte all’accumularsi di una serie di rischi di recessione, di “rallentamento della crescita” (la slowbalisation, come l’ha chiamata l’Economist), di una Brexit senza accordi con la UE e del rischio di fallimento dei negoziati commerciali tra USA e Cina, la Federal Reserve ha pensato bene di passare da una politica di rialzi graduali dei tassi di interesse ad una politica di segno opposto, cioè espansiva, con addirittura possibili riduzioni dei tassi d’interesse nel corso di quest’anno.

A questa scelta della Fed hanno fatto seguito le Banche centrali australiana, indiana e inglese. L’effetto di questo voltafaccia monetario è stato immediato, con i mercati finanziari che hanno ripreso a gonfiarsi e la ripresa degli investimenti esteri nell’economia cinese. È la dimostrazione che l’economia globale non ce la fa ad uscire dalla stagnazione secolare senza il sostegno di politiche monetarie espansive, politiche che hanno però un prezzo sempre più elevato, e cioè quello di aumentare a dismisura il debito globale, sia pubblico che privato.

In Europa, di fronte all’affermazione di movimenti e forze politiche populiste e alla prospettiva di un cambio alla direzione della Banca centrale europea con la partenza di Mario Draghi, si incomincia a riconoscere l’assurdità delle politiche di austerità perseguite nel corso degli ultimi dieci anni. Il margine di manovra per politiche di investimento infrastrutturali e anche redistributive si è ampliato, anche grazie al minor costo del debito sovrano, conseguenza (anche qui) di politiche di allentamento monetario (quantitative easing).

È ancora presto per cantare vittoria, ma qualche segnale in questa direzione post-austeritaria indubbiamente c’è. Paradossalmente, a fronte di questo rilancio di politiche monetarie espansive, o comunque di stabilizzazione verso il basso dei tassi di interesse, negli Stati Uniti qualcosa va in controtendenza. Si tratta niente meno che del debito pubblico americano che non solo è in aumento in conseguenza dei tagli fiscali a favore dei ricchi voluti da Trump, ma è anche sempre meno finanziato dall’estero. L’anno scorso, ad esempio, la Cina, a causa della riduzione delle sue esportazioni, ha ridotto di parecchio la detenzione di Buoni del Tesoro statunitense.

Chi finanzierà un debito pubblico destinato a crescere vertiginosamente nel prossimo decennio? I risparmiatori americani, sì certo, ma solo in minima parte. Per il resto occorrerà convincere i grandi investitori a dirottare non pochi capitali sul debito americano, come occorrerà rastrellare all’estero dollari in cerca di rendimento. Il che comporterà inevitabilmente una forte pressione sui tassi d’interesse. Come dire: per evitare la recessione ci vogliono tassi bassi, per favorire la crescita ci vogliono tassi alti.

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