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Il made in Italy nel 4.0, il lavoro nell’epoca della sua riproducibiltà tecnica

di Andrea Aimar

Le cernitrici stanno lì, al fondo della linea, a guardare il pomodoro già pelato. Conoscono i difetti e le tipiche macchie sulla pelle dell’«oro rosso» italiano. Quando scovano il difetto, quello che le macchine prima non hanno trovato, prelevano il pomodoro dal nastro. A inizio stagione, quando fanno i test, ne riescono a individuare in media quindici al minuto. Dopo settimane di pratica di solito migliorano.

Dopo le cernitrici alla fine di una linea altamente automatizzata si posizionano le apparatrici, che soccorrono le bilance elettroniche: quando la scatola di latta passa, con un solo colpetto sanno capire se serve aggiungere o meno un pelato. Ci mettono un istante. Sono donne precisissime.

Il loro know how è la somma degli anni di esperienza in questo lavoro stagionale. Aristocrazia operaia campana: «i giapponesi su queste cose si incantano» dice Pasquale D’Acunzi della Fratelli D’Acunzi s.r.l., un’industria di conserve alimentari a Nocera Superiore.

 

Innovazione e buoi dei paesi tuoi

In Italia la narrazione sull’innovazione tecnologica è spesse volte il risultato di una traduzione. Si prende ciò che si scrive negli (e sugli) Stati Uniti e con un italiano meticcio si tracciano gli scenari sul futuro del lavoro e dell’era 4.0.

È così per i libri su cui si è acceso il dibattito, è così per buona parte dei quotidiani, è così anche per i siti specializzati. È indubbio, come per il passato, che il vento nordamericano porti con sé tracce di futuro ma raccontare l’Italia con lenti prodotte in California rischia di far vedere solo un pezzo del paese.

Il lavoro che serve. Persone nell’industria 4.0 (Guerini e Associati) è un libro inchiesta /ricerca che ha il merito di calare le retoriche sull’innovazione dentro una parte importante del tessuto produttivo italiano. Annalisa Magone e Tatiana Mazali sono le curatrici, insieme al contributo di Salavatore Cominu, a cui va iscritto il merito di aver intrapreso un viaggio tra alcune imprese italiane per capire cosa sia per loro la trasformazione digitale.

Casappa, Pedrollo, LIMA, Bottero, Eurotech, Cosberg, Intercable per molti sono nomi che non dicono niente. Ancora più complicato è trovare qualcuno che sappia indicare su di una carta geografica dove si trovino Baccanello, Francenigo, Amaro, Anduins, San Bonifacio, Bonate Sopra, Lemignano di Collecchio.

Le prime sono alcune delle aziende oggetto della ricerca. Si tratta di medie imprese che non rientrano nella media: sono dei campioni del loro settore. Rappresentano realtà produttive che hanno saputo eccellere specializzandosi in uno specifico segmento della catena del valore. Esportano la maggior parte di ciò che fanno ma mantengono un forte radicamento in un’Italia di provincia (il secondo elenco di nomi). Sono l’ossatura del cosiddetto «made in italy»: artigiani cresciuti, che di quel passato mantengono forti caratteri, oggi alle prese con le sfide dell’innovazione.

 

Organizzare il saper fare

In fondo per raccontare ciò che sta accadendo basterebbe la storia di qualche tessitore biellese sul finire dell’Ottocento oppure la testimonianza di uno dei compagni di lavoro di Frederick Winslow Taylor alla Midvale Steel.

Perché le innovazioni tecnologiche hanno sempre comportato nuove forme di organizzazione del lavoro e un crescente livello di razionalizzazione della produzione.

Razionalizzazione che ha significato incorporare in processi produttivi più standardizzati il saper fare e le conoscenze tacite che appartenevano al singolo lavoratore.

Sino all’avvento del telaio meccanico i tessitori detenevano le competenze necessarie e l’esperienza per realizzare dei tessuti. Gli operai specializzati, quelli che Taylor osservava per capirne i movimenti e misurarne i tempi, portavano le capacità di natura artigianale all’interno della fabbrica.

La digitalizzazione oltre a riorganizzare, codificare e produrre dati, presenta qualcosa che si avvicina moltissimo alla mentalità artigiana: la modularità

Lavoratori specializzati che detenevano un forte potere di contrattazione e di controllo sul proprio lavoro grazie alle proprie competenze: «cui ca san fè i ciapin a le musche» recitava un vecchio modo dire piemontese (quelli che sanno mettere i ferri di cavallo alle mosche).

I dispacci di questo viaggio nelle imprese del made in Italy raccontano soprattutto il digitale come un agente di trasformazione che sta rielaborando le basi artigianali del lavoro per standardizzarle.

Oggi queste aziende stanno mettendo in interconnessione le varie parti del proprio processo produttivo, incorporano sistemi di rilevazione (sensoristica) per raccogliere dati e diffondere (rielaborandole) le informazioni «nel punto esatto in cui servono».

Questi processi, in ambienti che presentano forti caratteri di artigianalità, comportano periodi di osservazione dei reparti e di codificazione di saper fare che sta nelle mani dei singoli. Il coinvolgimento del lavoratore con esperienza («l’anziano in officina che ti insegnava come lavorare») è importantissimo.

La digitalizzazione oltre a riorganizzare, codificare e produrre dati, presenta qualcosa che si avvicina moltissimo alla mentalità artigiana: la modularità. «Il lavoro digitale può essere scomposto in tasselli riutilizzabili anche con diverse configurazioni, rendendo tale contenuto economico, replicabile, standardizzabile ma anche variabile nel senso che può mutare forma finale».

È il cosiddetto «modello Lego», ovvero la possibilità di scomporre tutto in piccoli moduli che assemblati possono dare risultati diversi e unici di volta in volta. Detto in altri modi è la possibilità di standardizzare l’artigianalità e renderla economica.

 

Fino a qua tutto bene

L’impatto dell’innovazione per queste aziende, e anche per i lavoratori, sembra essere assolutamente positivo. Si fa meglio, e con meno sprechi, ciò che si faceva prima. Nelle dichiarazioni dei lavoratori la qualità del loro lavoro è migliorata: c’è meno dispersione, minore fatica e più coinvolgimento.

Il maggior livello di standardizzazione non pare aver comportato una minore qualità: «vedo persone più specializzate e con più tempo dedicato al lavoro che fanno, senza inefficienze, senza problemi. Sono più serene, non più stupide». Per alcuni queste medie aziende stanno semplicemente vivendo che quello le grandi hanno affrontato molto prima: produzione flessibile e toyotismo, con un digitale più maturo di allora.

Il tipo di professionalità richiesta in queste realtà muta all’incrementarsi della digitalizzazione: dalla manualità della produzione si passa al controllo del processo. Sono lì che servono competenze, quindi sempre meno il «meccanico con le lime e l’esperienza» e sempre più il tecnico con competenze elettroniche e di programmazione.

E in questa transizione che promettono non breve, come sembrano suggerire le storie del libro, la trasformazione digitale non è solo una questione di tecnologia. Servono competenze in grado di «coordinare persone, processi, strumenti» per sfruttare a pieno le opportunità dell’ondata di innovazioni.

la trasformazione digitale non è solo una questione di tecnologia. Servono competenze in grado di «coordinare persone, processi, strumenti»

Per le aziende si profila un futuro di maggiore produttività, costi decrescenti e una maggiore qualità. Il passaggio verso un’artigianalità standardizzata si presenta come un salto a somma positiva per imprenditori e dipendenti. Ma c’è un aspetto di questa vittoria collettiva che apre a scenari contraddittori e a qualche ombra.

«Dipendere da lavoratori con molta esperienza ha un costo […] ma è anche un vantaggio competitivo: se un giorno la tecnologia davvero sostituirà l’uomo garantendo una qualità standardizzata, quale nuovo tratto distintivo farà mantenere a Mi-Me la sua posizione e il suo mercato?». Questo commento, ispirato a una delle curatrici del libro dalla visita di un’azienda vicina a Lecco, scopre il punto debole e apre al vero nodo della questione.

 

Italians Do It Better?

Il paradosso è che la svolta digitale permette di superare produzioni con un forte residuo di artigianalità, mentre nel senso comune il digitale è presentato come l’occasione per superare nei fatti la rigidità delle produzioni standardizzate. Cosa significa questa novità per il contesto italiano?

Dal punto di vista occupazionale nel breve periodo l’impatto sembra positivo. Un aumento di domanda e nuove competenze anche se c’è il rischio di espulsione dal ciclo produttivo di quei lavoratori e lavoratrici che non saranno in grado di aggiornarsi. Sul medio periodo la crescita della produttività e la maggiore razionalizzazione se non accompagnate dalla crescita di quote di mercato, potrebbero comportare la necessità di minore manodopera.

Inoltre l’affinamento degli algoritmi, e la loro nota capacità di autoapprendimento, in contesti produttivi legati a procedure rese più o meno standard, potrebbe rendere superflue alcune figure lavorative meno efficienti delle macchine.

Le cernitrici e apparatrici della Fratelli D’Acunzi potrebbero andare incontro a questo destino. Prospettiva di per sé non negativa se si scegliesse di redistribuire il lavoro rimanente e la ricchezza guadagnata grazie all’innovazione.

C’è un ultimo aspetto che investe la divisione internazionale del lavoro e il ruolo del nostro paese. L’Italia, così come la raccontiamo nelle retoriche, in un mondo di produzioni ad alta standardizzazione a basso costo avrebbe un proprio spazio nel valorizzare il saper fare unico di alcune sue produzioni: quel misto di artigianalità e industria smart che dovrebbe configurare il nostro made in Italy.

Ebbene se, come si è visto, i processi di digitalizzazione stanno potenzialmente indebolendo proprio questa unicità, rendendo possibile la riproduzione artigianale di ciò che sappiamo fare, che succederà alla nostra economia e a quelle imprese che ne rappresentano l’ossatura principale? Se in un mondo della personalizzazione di massa sarà possibile produrre pezzi unici in maniera standardizzata in qualunque luogo che ne sarà del made in Italy?

Nel romanzo Gog del 1931, immaginato per dialoghi immaginari, Giovanni Papini fa dire a Henry Ford in un colloquio con il protagonista in merito all’impatto sul mondo della produzione automatizzata nordamericana: «I clienti stranieri ci pagheranno cogli oggetti prodotti dai loro padri e che noi non possiamo fabbricare nelle nostre officine: quadri, statue, gioielli, libri e mobili antichi, reliquie storiche, manoscritti e autografi. Tutte cose uniche che noi non possiamo riprodurre colle nostre macchine».

E se il 4.0 fosse la pietra tombale di questa ipotesi di geografia del lavoro? E se il 4.0 non permettesse più all’Italia di essere una di quei clienti stranieri in grado di fare “cose uniche” ? Chi avverte i vari Farinetti che il nostro vantaggio competitivo potrebbe esaurirsi a suon di algoritmi intelligenti come il nostro saper fare artigiano?

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