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mondocane

Venezuela-Siria, Tav- Eastmed, secessione dei ricchi-reddito di cittadinanza… o si muore

Al crocevia del destino

di Fulvio Grimaldi

Potevano essere indotti ad accettare le più flagranti violazioni della realtà, poiché non hanno mai pienamente compreso l’enormità di quanto da loro si pretendeva e non erano abbastanza interessati ai fatti pubblici per accorgersi di cosa stava succedendo”. (George Orwell)

Di questioni che ci impongono a scegliere fra due o più strade in direzioni divergenti, perché sono in grado di determinare il nostro presente e futuro, dopo che è stato alterato e travisato il nostro passato, ce ne sono molte. Mi sono limitato a considerarne, a volo d’uccello, alcune, quelle che mi paiono al momento le più pressanti.

 

Siria e Venezuela: non è fatta!

Vedo buontemponi che si fregano le mani convinti che in Siria, se non alla vittoria completa di quel popolo, dei suoi alleati e della sua dirigenza, con relativo riequilibrio geopolitico, si sia quanto meno alla sconfitta di assalitori e loro mercenari. Quando gli assalitori covano progetti elaborati nei decenni, in buona parte realizzati, dotati di forza militare (nucleare) e mediatica senza pari, decisivi per il loro ruolo e i loro obiettivi nel mondo, e dunque irrinunciabili, nessuna partita si può dire vinta, anche se nemmeno persa. E di mercenariato, tra masse alienate e alla canna del gas, ce n’è una fonte inesauribile. Colonialismo e neoliberismo ne sono prodighi.

La stessa schiatta di fiduciosi nelle “magnifiche sorti e progressive”, ma ignari del pessimismo cosmico leopardiano, passato un mese dalla grottesca epifania di un teppistello da angiporto, però addestrato da Otpor a Belgrado e dalla leggi CIA) a Washington, sottovalutando la psicopatologia dei mandanti e la determinazione dei banchieri sulle loro spalle, crede che basti la mancata defezione dei militari e il sostegno popolare maggioritario per affermare la vittoria di Nicola Maduro e della resistenza bolivariana. Magari restando un tantino interdetti per i tre micidiali colpi cibernetici che hanno annientato il funzionamento energetico del paese.

Il primo dei quali subito smascherato come atto bellico Usa dalla rivista “Forbes”, ma, prima ancora, in quanto annunciato, a 2’40” dal suo verificarsi, dal vaticinatore per il presidente venezuelano della stessa fine di Gheddafi, Marco Rubio, uno di cui andrebbe messa in discussione la natura umana. Con ogni evidenza, la guerra per cancellare dalla faccia della Terra la realtà bolivariana e l’intera emancipazione latinoamericana è appena iniziata. E se il moloch ripete con accanimento “tutte le opzioni sono sul tavolo”, sa quel che si dice e il blackout in atto si può definire l’inizio della guerra (economica) totale.

 

Chi vince prende tutto

Di crocevia della Storia, in entrambi i casi si tratta. Qui (ma anche in Afghanistan, Yemen, Libia, Iraq, Iran, Ucraina, Corea del Nord, Europa) alcuni miliardi di esseri umani sono coinvolti in un processo che li pone al bivio tra la fine dell’uomo voltairiano e socratico, e l’uomo del consumo-autoconsumo, abbarbicato alla slotmachine, o affogato nello smartphone, con zero altre opzioni o diritti. Ma anche tra esproprio totale e fine dell’uomo tout court. E, meglio ancora, tra mafia e padrini, definitivamente elevati al rango di governo globale, e quanto ci resta di sovranità dell’individuo, sublimata in sovranità di popolo e Stato.

O vince l’imperialismo USA (con l’appendice junckeriana UE e del neofeudalesimo tirannico dei detriti antistorici sauditi), strumento dei finanzdittatori del mondialismo, o resiste uno straccio di potere del diritto, come emerso dai bagni di sangue della storia con il Trattato di Westfalia e poi la Carta dell’ONU. O il governo della legge, o l’arbitrio di chi si arroga il diritto di imporre gli interessi del proprio 1% al resto del pianeta vivente. Tipo tagliandoti le mani se non ottemperi alle sanzioni all’Iran, ti incammini sulla Via della Seta, sposti denaro dall’alto al basso, non accetti di fare da bersaglio alle rappresaglie missilistiche russe a missili Usa, o non riconosci un turpe fantoccio emerso dal laboratorio di pendagli da forca per rivoluzioni colorate e colpi di Stato, inaugurato a Belgrado contro la Jugoslavia e ricaricato a molla ovunque occorresse.

 

Camere a gas 2.0

Il TAV non serve a nessuno, se non alle mafie degli appalti e loro padrini politici, è il doppione di una ferrovia esistente, ma costa/rende 20 miliardi e la devastazione di Prealpi e Alpi, con relativa umanità, fauna e flora. L’Eastmed, il gasdotto ora all’esame del governo, sarà il più lungo del mondo, con 1.500 km subacquei che passano su faglie sismiche e vulcaniche, costa 12 miliardi di euro (in effetti il doppio) e fornisce appena il 5% della domanda europea (contro il terzo fornito a prezzo più basso dalla Russia), coinvolge Israele, Cipro, Grecia e Italia e sbocca, come il TAP, in Puglia. Taglia fuori Turchia, Libano, Siria e Palestina (Gaza), che si affacciano sugli stessi giacimenti del Mediterraneo Orientale. Cerca di ridurre il ruolo della Russia. Ma elimina dal gioco soprattutto l’Egitto e l’ENI, possessori del giacimento più vasto e fornitori più ricchi, meno costosi e a noi vicini. Dal che si capisce meglio, sia l’operazione Regeni, che la spaventosa guerra terroristica lanciata contro l’Egitto dai Fratelli Musulmani (Isis) a nome dei concorrenti.

TAV, TAP, Eastmed, Italia hub del gas europeo, trionfo del fossile e sacrificio della nostra residua integrità ecologica nel tempo in cui incontrovertibili studi e conseguite evidenze ci lasciano 10 anni perché l’inizio dell’estinzione di massa (già in atto per il 40 % dei vertebrati e per molto di più degli insetti), sia irreversibile. Grazie all’energia fossile siamo stati capaci di arrivare a fine agosto avendo già esaurito quanto il pianeta può fornire in un anno. Non c’è un vertice sul disastro climatico e sulle morìe che provoca, tranne quello di Kyoto, dove personalmente ho visto gli Usa, con l’ambientalista Al Gore, bloccare l’obbligatorietà dei vincoli, che imponga sanzioni agli Stati che non raggiungono i già tardivi e minimalisti obiettivi di riduzione dei gas serra e di consumo del suolo. Abbiamo un piede sospeso sul baratro, ma i padrini della criminalità organizzata politico-economica si costruiscono bunker e isole buenos retiros. E ricercatori Frankenstein ben pagati cercano tecnologie per spegnere il sole due ore al giorno, o raccogliere le alluvioni in innaffiatoi.

 

Sbloccare i cantieri o bloccare le frane?

Lo sfessante e ormai ridicolo rinvio della decisione sul TAV, per sentire francesi ed europei che sanno benissimo come tutto il Corridoio 5 non esista più e fare quel buco serva solo a bastonare gli sconvenienti 5 Stelle, finirà in parlamento. Qui il da sempre finto bipolarismo si tradurrà in perfetto monopolarismo, come del resto su tutto ciò che conta (Atlantismo, Israele, Venezuela, Via della Seta, trivelle, affari, malaffari), e il TAV finirà,.anzi partirà, come il TAP e l’ILVA. Di Maio ha detto: “Noi le infrastrutture le vogliamo fare, anche quelle nuove” e tutti i gialloverdi si riempiono la bocca dello “Sbloccacantieri”, eco tonitruante del renziano “Sbloccaitalia”. Mica hanno detto “Qui tocca rifare l’Italia”. Dissestata, inquinata, franata, siccitata, alluvionata, cementificata, soffocata, con i ratti che impazzano e gli esseri umani che stanno a guardare. E a morire. C’è uno che lo dice. Si chiama Costa e fa il ministro dell’ambiente, come nessuno l’aveva fatto prima. Al crocevia non va lasciato solo.

 

Fare o disfare l’Italia

In compenso qualcuno ha detto, anzi ha bisbigliato, dato che ancora le plebi non hanno saputo niente, che l’Italia va… disfatta. E qui siamo a un altro crocevia del destino, dalla scelta irrinunciabile. Speravamo in un nuovo bipolarismo: 5 Stelle da una parte, tutti gli altri, come loro natura e le rimpiante larghe intese bancarie comandano, dall’altra. Invece siamo al monopolarismo con frange. E siccome noi di signori abbiamo i signorotti di provincia, il nostro nuovo feudalesimo subimperiale si articolerà in piccole unità monovernacolari, monoculturali, monofiscali, insignificanti e inoffensive sulla scena europea e mondiale, con la classica vocazione dei microbaroni e microprincipotti italioti: Francia o Spagna purchè se magna. Nel caso si tratta di Francia e Germania. E gli altri? Un volgo disperso che nome non ha.

E questi che governano, lo stesso custode della Costituzione, di cui il valore più alto è l’unità d’Italia, si rendono meritevoli delle misure che la Patria prevedeva per alto tradimento Perciò lo fanno di soppiatto. Come ladri nella notte. E nessuno, né tantomeno Salvini, gli spara.

 

Al bivio tra Via del Padrino e Via dei picciotti

Resta un ultimo bivio tra la via al mondo dei gangster e quella al mondo degli umani, con il loro indispensabile corredo animale, vegetale, ambientale. Non s’era mai visto, dopo gli uomini saggi e buoni di Neanderthal, che il flusso della ricchezza dalla terra agli uomini e, tra questi, da quelli bassotti a quelli altotti, cambiasse verso, dall’alto verso il basso. Attimi, in migliaia di anni, si sono avuti dopo il 1917, qua e là nel mondo. Ma è durato poco. Poi quattro stenterelli, intestatisi le stelle, ci hanno riprovato. Un piccolo esperimento, capace però di fare da innesco, soprattutto alla consapevolezza che il trasferimento dal basso verso l’alto non era necessariamente nella natura delle cose. E per cinque milioni di italiani hanno invertito la corrente. E’ successo il finimondo. Anatemi, scomuniche, roghi (mediatici) Come quando Copernico (15°secolo D.C), informatosi da Aristarco di Samo (terzo secolo A.C), asserì che la Terra girava intorno al sole. E non viceversa, neanche se è sulla Terra che era venuto Gesù bambino.

E fu il reddito di cittadinanza. Quello per i fannulloni sul divano. Quello del suo più nevrastenico oppositore. Tale Roberto Ciccarelli che, a disco rotto, ha ripetuto 127 volte l’esorcismo: “sussidio di povertà impropriamente detto reddito di cittadinanza”. E’ uno che vanta tutti i crismi della credibilità: sull’11 settembre ha sepolto sotto sberle e sputazzi oltre 3000 scienziati e tecnici che non erano proprio d’accordo con il racconto di Bush. Scrive sul “quotidiano comunista” . Quindi i soldi per i poveri gli vanno proprio di traverso. All’incrocio, non ha esitato un attimo.

Possiamo esitare noi che siamo il 99% e abbiamo la scelta tra il padrino, che infila popoli tra i tondini delle fondamenta dei suoi edfici e quelli che mafiosi non sono. Ci facciano un pensierino colui che si chiama con termine antipatizzante “capo politico” e la polvere di stelle che lo segue. Al crocevia, che strada sceglieranno, dato che la scelta di Salvini, e dei suoi compari nel monopolarismo, chierici del pensiero unico, quello del padrino, la conosciamo bene?

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Comments   

#1 francesco giordano 2019-03-21 09:01
Ecco perché siamo andati
alla fiaccolata
per l'esistenza di Israele
Ivan Bonfanti,
Guido Caldiron,
Stefania Podda

Caro direttore
Noi alla fiaccolata per il diritto all'esistenza di Israele c'eravamo
e per parecchie ragioni. La prima, fin troppo ovvia, è nell'appello
che invitava in piazza chiunque creda che Israele abbia diritto ad
esistere entro confini sicuri e inalienabili. Siamo d'accordo. Senza
se e senza ma.
Le parole di Ahmadinejad sono espressione di un fascismo intollerante
e intollerabile. Dichiarare di voler «cancellare il cancro sionista»
dalla cartina geografica e dai libri di storia è l'annuncio di una
guerra, l'espressione di una volontà di distruzione di un intero
popolo che non si può liquidare con leggerezza o richiamandosi alla
(supposta) coerenza della sinistra, se non altro per la chiarezza
delle parole del presidente iraniano che parlava in un convegno dal
titolo esplicito: A World without Zionism, Un mondo senza sionismo.
Nessuno vuole cancellare dalla storia l'Italia o la Francia, nessuno
ha mai messo in discussione l'esistenza della Germania o dei tedeschi,
neppure dopo il nazismo e l'Olocausto.
Ecco perché non è affatto scontato dire che Israele ha diritto ad
esistere. Così come non è scontato affermare che il popolo palestinese
ha diritto a uno Stato, anche questo libero e dai confini sicuri e
inalienabili. E proprio qui sta il punto.
Perché la battaglia per difendere la vita e la libertà di una singola
persona, è la battaglia per difendere la vita e la libertà di tutti.
Dunque alla fiaccolata siamo andati per coerenza. Perché siamo
antifascisti, perché affermare il diritto alla vita e
all'autodeterminazione del popolo israeliano vuol dire affermare il
diritto alla vita e all'autodeterminazione di tutti i popoli, compreso
quello palestinese.
L'unica ragione che, nei giorni scorsi, ci ha fatto dubitare
dell'opportunità di essere presenti è stato il tentativo di
strumentalizzarlo con la logica ricattatoria del «O con noi o contro
di noi», commento che alla fine è rimasto isolato e prontamente
smentito dalla maggioranza della comunità ebraica.
Ci ha tuttavia amareggiato molto la reazione scomposta di una parte
della sinistra di cui ci sentiamo parte. Ci ha sconcertato il
contenuto e il tono di alcuni commenti apparsi sul nostro giornale,
che non hanno trovato di meglio che evocare «la lobby sionista», come
se chiunque abbia ritenuto giusto essere in piazza sia un lobbysta,
come se il termine «sionismo» possa essere un insulto. Non lo è.
Sionismo significa appoggiare la volontà del popolo ebraico di avere
un proprio Stato. Si può essere o meno sionisti, non si può
mistificare la realtà.
No, caro direttore, non è stata una fiaccolata di Stato, né una
manifestazione pro-Sharon. In piazza c'era soprattutto la comunità
ebraica romana, quelli di destra e quelli di sinistra. In piazza c'era
chi pensa che Israele abbia diritto a vivere. E ci sembra che questo
non sia un tema che si possa lasciare alla destra, specie a una destra
erede delle "Leggi razziali".
Al contrario, paragonare chiunque abbia risposto all'appello per
l'esistenza di Israele ai sostenitori di Sharon o ai membri di uno
«schieramento apertamente ostile al mondo arabo e islamico», è la
stessa logica strumentale (e questa sì guerrafondaia) di chi accusa di
antisemitismo chiunque critichi un governo israeliano o sostenga il
diritto dei palestinesi ad avere il loro Stato.
Ricordiamo bene le accuse di chi cercava di delegittimare i cortei
pacifisti («Perché non protestate anche contro il dittatore Saddam?»
Perché lo diciamo da anni e oggi il tema è un altro: la guerra, le
bombe, i morti) per non essere sorpresi nel ritrovare la stessa
contrapposizione a sinistra. Stavolta rovesciata («Perché non si
parlava anche del diritto dei palestinesi ad avere uno Stato?» Perché
lo diciamo da anni e oggi il tema è un altro: le parole di
Ahmadinejad, la retorica dell'odio di certi regimi).
Ci hanno accusato perfino di farci strumentalizzare, ma non ci
interessa mettere i paletti contro questo o quel direttore di
giornale. Non ci interessa perché l'emergenza, a nostro avviso, è la
pace in Medio Oriente e il diritto di entrambi i popoli ad avere uno
Stato. Chi pensa che Israele sia talmente potente da non rischiare
nulla in termini di sicurezza sbaglia di grosso. L'integralismo
islamico, figlio della crisi culturale e politica che ha investito il
mondo arabo e soprattutto della sconfitta della sinistra in quei
Paesi, è un movimento reale le cui prime vittime sono le stesse
società mediorientali. Una tendenza che la guerra in Iraq e la
repressione delle aspirazioni nazionali palestinesi hanno alimentato.
Ma è inutile far finta che non ci siano, tra i palestinesi e tra gli
israeliani, ampi settori della popolazione e della politica che non
riconoscono il diritto all'esistenza dell'altro. Lo Stato di Israele,
stabilito dall'Onu nel 1948, non è riconosciuto dalla maggioranza dei
Paesi arabi, che gli hanno mosso guerra il giorno dopo la risoluzione.
Quello di Palestina, decretato dalle stesse Nazioni Unite nel 1967,
non esiste neppure: figuriamoci.
La pace, se finalmente arriverà, passa solo per il riconoscimento
reciproco e la fine della retorica dell'odio. Quello di Ahmadinejad
come quello dei coloni di Kiryat Arba. E noi - almeno noi che non
abbiamo morti in quei cimiteri e non siamo prigionieri della storia di
guerre e tragedie che immobilizza il Medio Oriente - possiamo fare lo
sforzo di dialogare senza trincee. Almeno noi lasciamo a casa l'odio.
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