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laboratorio

Centralizzazioni e salvataggio statale della Deutsche Bank

di Domenico Moro

Come abbiamo rilevato in un precedente articolo, “il manifesto franco-tedesco per una politica industriale europea”, firmato da Francia e Germania, facilita i processi di centralizzazione nella Ue. Le acquisizioni e fusioni tra imprese sono funzionali alla competizione su un mercato più difficile, a causa della globalizzazione, della perdurante stagnazione economica e delle più restrittive regole bancarie europee. Aspetto importante del processo di centralizzazione è il ruolo centrale che vi riveste lo Stato, a dispetto della retorica neoliberista e delle regole europee contro gli aiuti di Stato.

Un esempio emblematico di tale tendenza ci è offerto in questi giorni dalla Germania, dove è in atto un grande processo di ristrutturazione del settore bancario. A tenere banco è la fusione di Deutsche Bank e Commerz Bank, le due principali banche tedesche, che porterebbe al terzo gruppo europeo. Il ruolo dello Stato federale in questa operazione è centrale. In primo luogo, perché lo Stato detiene il controllo di Commerz, con il 15% delle azioni. In secondo luogo, perché sarà lo Stato tedesco ad accollarsi gli enormi costi della ristrutturazione delle due banche. Infatti, si prevedono tagli di almeno 30mila posti di lavoro, svalutazioni di portafoglio e badwill[1], cessioni di rami d’azienda, chiusura di centinaia di filiali e soprattutto una massiccia iniezione di capitale.

In particolare, si ipotizza l’intervento nell’azionariato del futuro gruppo bancario di KFW, la banca di sviluppo nazionale di cui è azionista lo Stato. KFW è stata già utilizzata nel passato per evitare che gruppi tedeschi in difficoltà diventassero facili prede di fondi di investimento stranieri, come nel caso di IKB, un’altra banca che era piena di titoli tossici. Le stesse Deutsche Bank e Commerz Bank, con le loro capitalizzazioni attuali di 16 e 8 miliardi, potrebbero essere facile preda di fondi d’investimento stranieri e la Germania verrebbe così privata di un campione nazionale di livello europeo, rimanendo solo con banche di dimensioni medie e piccole. Del resto, fino a poco tempo fa il maggiore azionista di Deutsche era la cinese Hna, che, anch’essa in difficoltà e a sua volta sostenuta dallo Stato cinese, ha deciso di mettere sul mercato la sua quota azionaria. La fusione tra Commerz e Deutsche non è l’unica in Germania: processi di centralizzazione sono, infatti, previsti anche per le Sparkassen (casse di risparmio) e le Landesbank, che sono controllate dagli stati regionali. Queste ultime due tipologie di banche hanno 1.200 miliardi di depositi a fronte dei “soli” 780 delle tre grandi banche “private”, Deutsche, Commerz e Hypo Vereinsbank, controllata dall’italiana Unicredit[2].

La Germania è ritenuta un modello di efficienza economica. In effetti, l’eccellenza tedesca nella manifattura è indubbia, sebbene la competitività delle sue esportazioni dipenda in parte dell’euro sia nei confronti dei suoi concorrenti europei sia nelle esportazioni verso gli Usa. Nel settore bancario la Germania è, invece, in una situazione molto meno brillante. Le banche più grandi, Deutsche e Commerz, per redditività sono in fondo alla classifica europea. Il Roe[3] della prima, dopo anni di perdite, è appena dello 0,3% e quello della seconda è appena del 3%. Infatti, il valore delle azioni di entrambe le banche hanno perso il 90% in undici anni. In particolare, la capitalizzazione di Deutsche nel 2018 si è ridotta di un terzo, tanto che alcuni commentatori hanno adombrato il possibile fallimento della banca, che ovviamente lo Stato tedesco non può permettere, date le dimensioni e l’importanza sistemica della banca.

Le altre banche, cioè le Sparkassen e le Landesbank, hanno utili più alti. Ma, in generale, anche queste banche tedesche, come tutte quelle europee, risentono dei bassi tassi d’interesse della Bce e delle severe norme europee legate all’introduzione bail in, che ne riducono la redditività. Inoltre, il sistema bancario tedesco è ridondante, molto più di quello italiano, contando su 1.580 banche, di cui 385 casse di risparmio e 875 cooperative. Infine, all’epoca del denaro facile prima della crisi dei mutui del 2007-2008 le banche tedesche, per cercare di aumentare utili troppo bassi, avevano investito massicciamente in titoli tossici statunitensi, che non sono stati smaltiti del tutto. La fragilità del sistema bancario tedesco è dimostrata dal fatto che nel periodo più difficile della crisi, tra 2008 e 2014, e prima della introduzione delle nuove regole bancarie europee che vietano i salvataggi di Stato, la Germania ha speso più di tutti gli altri Paesi europei per salvare le proprie banche, ben 238 miliardi, pari all’8% del Pil, mentre la Spagna ha speso solo 52 miliardi, pari al 4% del Pil, e il governo italiano ha addirittura guadagnato un miliardo dai suoi interventi a favore delle banche, dal momento che ha ricevuto indietro più di quello che aveva prestato[4].

La fusione tra Deutsche e Commerz consiste in pratica nel salvataggio statale della Deutsche. Attraverso la Commerz entrerà nel capitale del nuovo mega-gruppo anche lo Stato tedesco, che, come abbiamo visto, ne è l’azionista principale, assumendo in questo modo il ruolo di garante nei confronti del mercato. Il rafforzamento del ruolo dello Stato federale tedesco nella nuova mega-banca ha due implicazioni. Una consiste nel rafforzamento del controllo nazionale nel settore bancario e in particolare nella Deutsche Bank, di cui nel 2017 circa il 47% delle azioni era detenuto da investitori esteri. Al 31 gennaio 2019 i principali azionisti erano i fondi statunitensi come BlackRock, Hudson executive, Cerberus capital investment[5]. La seconda consiste nell’appoggio “pubblico” al capitale. In questo modo, la ristrutturazione del settore bancario è scaricata, attraverso l’intervento statale, sulla collettività (e quindi soprattutto sui lavoratori salariati), mentre i profitti rimarranno in mani private. Si tratta quindi di quel classico meccanismo con cui si socializzano le perdite e si privatizzano i profitti. In questo modo lo Stato è subalterno al capitale, cioè alle necessità di accumulazione, anche se dovesse assumere il controllo o essere il primo azionista della nuova banca. Del resto, anche in Germania funziona il meccanismo delle “porte girevoli”, cioè l’interscambio di personale tra il settore pubblico e quello privato. Tra i responsabili statali che si stanno occupando della fusione c’è un ex della banca statunitense Goldmann Sachs, Jörg Kukies, vice ministro delle Finanze. Pur con le necessarie distinzioni, quello della socializzazione delle perdite e della privatizzazione dei profitti è un meccanismo non nuovo, che abbiamo già visto in altri periodi storici, per esempio durante la crisi degli anni ‘30 in Italia.


Note
[1] Minore valore di quanto dovrebbe essere nelle attività e passività dell’impresa.
[2] Il Sole24ore, 19 marzo 2019.
[3] Il reddito sul capitale investito (Return on equity).
[4] https://www.infodata.ilsole24ore.com/2016/02/16/quali-banche-europee-hanno-ricevuto-piu-aiuti-pubblici-tra-il-2008-e-il-2014-spesi-800-miliardi-di-euro/
[5] https://www.db.com/ir/en/shareholder-structure.htm
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