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scenarieconomici

Sulle crisi e i mutamenti (geo)politici

Una recensione al nuovo libro di Gianfranco la Grassa

di Aldo Scorrano

Nel 2007, negli Stati Uniti, scoppia una crisi finanziaria che segnerà l’inizio di un lungo periodo di recessione economica e che investirà tutto l’occidente e buona parte del globo. Le insolvenze dei mutui bancari statunitensi ad alto rischio, cosiddetti subprime, produssero effetti che si riverberarono sui mercati finanziari internazionali, con il traumatico caso del fallimento, nel 2008, della Lehman Brothers. Molti analisti accostarono questo evento drammatico ad una nuova “crisi del ‘29”.

Una crisi la cui genesi ebbe origine all’interno del settore finanziario-bancario per poi trasformarsi in crisi della, cosiddetta, economia reale. Al di la degli effetti, certamente visibili e devastanti ex post, ciò che colpì maggiormente fu il fatto che la maggior parte dei sedicenti “esperti”, nonostante i segnali fossero presenti e disseminati, o non furono in grado di prevederla o ne sottostimarono la portata durante il verificarsi. Con una piccola eccezione rappresentata da alcuni economisti “fuori dal coro” (eterodossi) 1che, invece, ne “fiutarono” l’approssimarsi con alcuni anni d’anticipo, prevedendone gli effetti che si sarebbero verificati soprattutto in Europa nei paesi aderenti all’Unione Monetaria Europea (a causa del suo assetto) e, poi, in quella che fu definita come la “crisi greca”.

Ciò che accadde dopo è ormai storia, seppur recente, che ha visto un altalenarsi di dibattiti economici su quale dovesse essere la “ricetta” giusta per superare questa fase, appunto, critica: da una parte i propugnatori di un ritorno alle “vecchie” teorie keynesiane (intervento statale, con politiche fiscali di spesa in disavanzo per supportare la domanda aggregata), dall’altra i neoliberisti con il mito del mercato e delle sue “virtù”, con i privati (imprenditori) lasciati “liberi di competere” ed uno Stato che, si, interviene ma è un “tipo” di intervento pubblico che non favorisce affatto le classi lavoratrici (, verrebbe da dire…).

Tuttavia analizzare la crisi attuale (o le crisi del passato) ‘solo’ in chiave economico-finanziaria non basta ed è anche un errore. Molti tra neoliberisti, keynesiani ed anche “marxisti” sono, per così dire, “affetti da quella grave deviazione che, nella storia del pensiero, è stata definita economicismo”. D’altro canto c’è chi ostenta, quasi in antitesi con i primi, un sofisticato modo di ragionare, con atteggiamento di “raffinata superiorità intellettuale”, secondo cui il tutto sarebbe da ricondurre ad una “crisi culturale” o dei “ valori” e così via.

E proprio dove questo tipo di analisi finisce che inizia, invece, quella più profonda di Gianfranco La Grassa* con il suo ultimo libro “Crisi economiche e mutamenti (geo)politici” (edito da Mimesis Edizioni, 2019). Un libro, come definisce Gianni Petrosillo (di Conflitti e Strategie) nella parte introduttiva, che “nasce da un’esigenza, quella di decifrare il problema delle crisi economiche nella società capitalistiche. Teoricamente e storicamente.”

Un libro che sin dalle prime pagine ci costringe a “scavare” al di sotto della superficie, caratterizzata, appunto, da quella analisi mainstrem o anche eterodossa che però tende a sottovalutare le dinamiche sottostanti, imputando alla mera sfera finanziaria e/o economica le cause della/e crisi.

Volendo fare un esempio mutuato dai fenomeni naturali, un terremoto non è che un fenomeno di superficie, sintomo ed effetto, di grandi scontri tra placche tettoniche a ben maggiore profondità. Così le crisi economiche (e quelle finanziarie che precedono queste ultime), come lo stesso autore in più occasione ha voluto mettere in evidenza, sono il “sintomo” (superficie) anche doloroso che colpisce le popolazioni.

Al fine di spiegare meglio, nonché analizzare in maniera puntuale, le crisi economiche, bisogna compiere il necessario sforzo di “calarsi un po’ più in profondità” per comprendere, alla fine, quali siano le reali dinamiche che sottendono a questi “movimenti” di superficie.

Considerare quali siano gli elementi strutturali, sistemici, che determinano una crisi richiede un’accurata analisi che impone di affrontare i fatti per come si determinano nelle “profondità dei rapporti di forza”. Rapporti che si determinano anche, se non soprattutto, in ragione dei “mutamenti geopolitici” in atto: un acutizzarsi di conflittualità inter-nazionali, tra declini e ascese di potenze (tali per l’intreccio tra funzioni politico-militari, economico-finanziarie e ideologico-culturali) che lottano per la supremazia. Si tenga a mente che la crisi della fine degli anni venti del XX secolo coincise con l’indebolimento e poi declino di Londra, in un succedersi di eventi determinanti culminati con le due grandi guerre. In particolare fu la seconda guerra mondiale a ridefinire lo scacchiere mondiale, con la fine della supremazia dell’impero inglese e l’emergere, nei due emisferi (occidentale ed orientale) di due potenze quali USA e URSS.

Dunque è a queste conflittualità, tra nazioni e rispettivi gruppi strategici negli apparati statali che bisogna volgere l’attenzione, come l’autore del libro ci suggerisce:

“Per capire veramente le crisi, sarebbe necessario non tener conto esclusivamente di quelle che colpiscono il capitalismo considerato in generale; importante diviene invece l’individuazione delle diverse formazioniparticolari in cui si articola quella mondiale. Nell’evoluzione, con trasformazione, di quest’ultima, sono presenti ulteriori e diverse ricorsività che ho denominato epoche o fasi di mono e policentrismo. I “terremoti” di maggiore entità – prima finanziari e poi anche reali o produttivi – sono in genere sintomo del progressivo avvicinamento ad una fasepolicentrica, come sta accadendo nel presente in cui siamo già, a mio avviso, nel multipolarismo, essendo fallito il disegno degli USA di comandare il mondo intero (creazione di un Impero). Inutile predire qualche “big one” del tipo delle novecentesche guerre mondiali; ci si farebbe cattiva figura.

L’importante è afferrare a grandi linee quali sono le tendenze in atto e non invece immaginare ossessivamente la morte di un organismo a causa della sua crisi definitiva. Al massimo, si è finora assistito storicamente a “crisi di crescenza”, spesso sotto forma di eventi politico-militari di prima grandezza – il conflitto policentrico per la supremazia – che fanno passare ad un successivo monocentrismo, quindiad una nuova forma di capitalismo (una nuova formazione capitalistica) caratterizzante la maggior parte, o comunque quella più rilevante e sviluppata, del globo.”


Note
* Economista, saggista e professore universitario italiano
1 Come riportato dal sito Bloomberg in questo articolo “Nine People Who Saw the Greek Crisis Coming Years Before Everyone Else Did”(https://www.bloomberg.com/news/articles/2015-07-15/nine-people-who-saw-the-greek-crisis-coming-years-before-everyone-else-did). Tra questi nove economisti anche alcunieminenti esponenti della Teoria della Moneta Moderna (MMT).
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