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Missili da sfornare nelle fabbriche ukro-europee: l'odore della pecunia attrae i guerrafondai europeisti

di Fabrizio Poggi

16 luglio. Soldi e armi. Armi e soldi. Ma soprattutto tanti tanti soldi. Entro queste coordinate, si può raccontare di tutto sui rapporti tra Unione Europea e Ucraina, blaterando di “valori europei”, bofonchiando di difesa della “vittima dell'aggressione russa”. Basta non arrivare a confessare che, come anticipava l'imperatore Vespasiano duemila anni fa, pecunia non olet e che, dunque, ai farabutti delle cancellerie europee, usi a declamare su “democrazia”, “libertà”, “valori liberali”, non importa proprio nulla che a Kiev imperversi la più sfacciata corruzione tra le alte sfere del potere nazigolpista e che al centro di tutto ci siano proprio i soldi che vanno e vengono tra Bruxelles e le ville di Versilia o Costa del sol, dove albergano i ras nazisti tra un vertice G7 e un summit di “Volenterosi”. 

In questo senso, non potevano essere più espliciti gli ultimi incontri di Ankara, Parigi, Kiev: soldi per le armi; tantissimi miliardi sottratti alle necessità elementari delle masse popolari europee e dirottati sulla produzione di guerra, che porta così tanti profitti nelle tasche delle varie Eurosam, Leonardo, Thales, Saab, Hensoldt, Diehl Defense, Safran e tante altre, insieme alla ucraina “FirePoint”, tanto magnificata dai media guerrafondai e che non fa mistero delle proprie ambizioni di intascare la pecunia europeista a scapito delle concorrenti italiane, britanniche, tedesche, untuosamente presentate però come “partner strategici” con cui avviare una produzione comune, per la verità da tempo iniziata. Si tratta solo di mettersi d'accordo sulla dislocazione, in base alla redditività dei singoli soggetti e, come si direbbe citando Marx alla bell'e meglio, spartendosi il lucro in base alla misura del singolo capitale. 

Sono testimonianza della questione, da un lato, le truffaldine esternazioni di Gertrud-Brunilde-Ursula a Kiev, quando, tra una lacrima per la “tragedia nazionale” presentata dai nazigolpisti ucraini quale “Holodomor” e un singhiozzo sulla più recente messinscena della “carneficina russa” a Bucha, la perfida valchiria norrena ha promesso al nazigolpista-capo Vladimir Zelenskij «sicure fabbriche di droni» in Europa. Dall'altro, le lamentele del direttore di quella medesima “FirePoint”, che pretende di ricevere finanziamenti UE per aprire nuovi siti produttivi in Ucraina, dove più sicuro è l'accesso all'agognata pecunia. L'Europa, ha detto Ursula, dispone di un potenziale tecnologico e industriale in grado di essere rapidamente implementato e ci sono siti di produzione sicuri; ma «non possediamo le competenze collaudate in combattimento che hanno gli ucraini. Pertanto, dobbiamo unire le nostre forze e impegnarci in una produzione congiunta». È così che, tra una medaglia e un abbraccio col «caro Vladimir», a Kiev è stato firmato un memorandum d'intesa sulla produzione di droni per l'Ucraina in paesi UE, sul tipo dei documenti firmati da Zelenskij a Ankara coi paesi NATO. L'accordo, ha detto ancora l'infida Brunilde, «unirà l'ingegno ucraino e la capacità industriale europea... è giunto il momento di investire in Ucraina. Perché questo significa investire nella nostra sicurezza». Sottinteso: nella sicurezza di ricavi miliardari. Il tutto, naturalmente, sotto l'ombrello delle rituali litanie secondo cui «Oggi, la lotta dell'Ucraina non è solo una lotta per la sua libertà. È una lotta esistenziale per le libertà in Europa: per i nostri valori, il nostro diritto all'autodeterminazione, la nostra indipendenza morale e geografica»: valori neonazisti, libertà di arricchire le industrie di guerra e affamare le masse popolari. In questo senso, ha detto la moderna norrena ai nazisti di Kiev «non state combattendo solo per il vostro futuro, ma per la sicurezza dell'intero continente»: la sicurezza di accumulare profitti e state combattendo «anche per proteggere i valori su cui si fonda l'Europa»: le truffe, la “morale” a doppio standard, la “libertà” dei licenziamenti di massa, dello sfruttamento più estremo del lavoro, della “sacralità” del profitto sancita dai salari di fame. «Ogni giorno l'Ucraina rende l'Europa più forte. Per questo oggi posso affermare che l'Ucraina, sotto molti aspetti, è passata dall'essere un acquirente a un contributore netto alla sicurezza europea... Per questo sono lieta di avviare con te, Volodymyr, una nuova partnership tra UE e Ucraina nel settore della difesa. Quello che firmiamo oggi è un accordo sui droni... In Europa, possediamo già un'enorme capacità tecnologica e industriale che può essere impiegata. E disponiamo di siti di produzione sicuri e protetti che ci consentono di aumentare la produzione. Ciò che ci manca, però, è la conoscenza e l'esperienza che l'Ucraina ha acquisito in ambito bellico». 

A questo punto, però, l'odore della pecunia ha il sopravvento sugli abbracci e le promesse e Denis Štilerman, direttore di “FirePoint”, sbotta che, per un verso, l'Europa impedisce a Kiev di bloccare la maggior parte delle esportazioni di petrolio dalla Russia e per un altro verso, anche sotto la minaccia di distruzione, l'Ucraina ritiene più redditizio costruire impianti di produzione di missili sul proprio territorio. Sul primo punto, l'armiere-affarista lamenta che Kiev dipenda «molto dai nostri partner occidentali per i finanziamenti. Dipendiamo completamente da loro. E non possiamo fare nulla che possa essere interpretato in un certo modo, con la conseguente interruzione di questi aiuti» e se l'Ucraina compisse un simile passo di propria iniziativa, le verrebbero «tagliati i fondi». Per quanto riguarda la dislocazione di impianti produttivi di armi fuori dall'Ucraina, Štilerman dice che al momento è in sospeso la questione della realizzazione in Europa di fabbriche per la produzione di motori per i missili della “FirePoint”. Stiamo aspettando, dice l'armiere nazista, «beh, ci sono parecchi soldi da investire. Abbiamo tutte le attrezzature pronte, possiamo trasferirle e installarle. Stiamo aspettando i contratti... Per noi è più facile costruire in Ucraina perché, con i soldi che spendiamo per costruire un impianto in Europa, potremmo costruirne tre in Ucraina». Di sicuro, chiosa PolitNavigator, peccando certamente di idealizzare “l'onestà” europeista, Štilerman non è interessato a trasferire la produzione in Europa, dove ci sarebbe un controllo rigoroso sulle spese e, di conseguenza, molte meno opportunità per gli affari loschi in cui è coinvolta la sua azienda. 

Per il momento, dunque, pur con le tempistiche nient'affatto ottimistiche per la junta nazigolpista, a essere più in evidenza sul tappeto è la questione delle licenze USA per i sistemi “Patriot”. Questo, nonostante che sia stata messa in luce la pochezza di tali sistemi, valutata non al 90%, bensì del 2-3%, come emerso già all'epoca della guerra in Iraq. Questo è quanto affermato da Ted Postol, professore del MIT e consulente del Pentagono, in un'intervista col professore norvegese Glenn Diesen. Postol ha raccontato un episodio accaduto durante un'audizione al Congresso USA, dove stava testimoniando: «A un certo punto, il presidente della commissione ha chiesto al generale responsabile del programma cosa intendesse l'esercito con il termine “intercettazione”... tra l'ilarità generale, il generale ha risposto che «per “intercettazione” intendiamo quando un “Patriot” e uno “Stingray” si incrociano in cielo, uno accanto all'altro». Questa è “l'efficacia” dei “Patriot”. 

Ecco allora che il “vertice degli invalidi” - il summit dei “Volenterosi” del 13 luglio a Parigi si è tenuto nello storico Hôtel des Invalides – si è parlato di una fantasmagorica “cupola” anti-balistica, sul modello del “Iron Dome” israeliano, denominata “Freya” e di produzione congiunta di missili e altre armi, oltre all'ennesima promessa di miliardi a Kiev. In sostanza, afferma su Komsomol'skaja Pravda il colonnello a riposo Viktor Baranets, si è trattato di un'ennesima congrega anti-russa, una sorta di piano "Barbarossa 2" franco-tedesco-britannico contro la Russia, una preparazione congiunta della “Eurocooperativa” alla guerra con la Russia, in corso sul fronte ucraino, ma di cui si vuole estendere il campo d'azione. Concretamente: si tratta di una nuova fase di armamento dell'Ucraina con armi europee e di espansione della loro produzione su licenza in Ucraina. Ma, dice Baranets, tutto ciò non è altro che un'operazione di propaganda; c'è ancora molta strada da fare per passare dalle storie allarmistiche all'azione concreta. Parigi, Berlino e Londra un tempo si entusiasmavano all'idea di creare congiuntamente aerei e carri armati europei, ma tutti questi progetti sono poi naufragati silenziosamente. In concreto, a Zelenskij si sono promessi nuovi caccia Rafale nel 2028-2029 e Parigi consentirà a Kiev di produrre missili intercettori Aster-30, missili da crociera SCALP e bombe guidate AASM Hammer. Di fatto: l'addestramento di piloti Rafale richiede fino a un anno e mezzo; per quanto riguarda i missili intercettori Aster-30 e i missili da crociera SCALP da produrre su licenza, questo richiederà almeno un anno e mezzo o anche due e «ovviamente, il comando russo non aspetterà che ucraini e francesi "avviino il processo", ma lancerà attacchi contro le fabbriche in cui vengono prodotti questi missili. A proposito della "coalizione antimissile" europea, cui aderiscono dieci paesi, i "difensori contro la Russia" intendono mettere in comune le capacità delle loro fabbriche militari e l'esperienza di combattimento ucraina nell'intercettazione di Iskander o Kinžal russi: nessuno dei dieci Iskander lanciati contro installazioni militari a Kiev è stato intercettato. Per inciso, Parigi e Berlino propagandano da tempo il sistema europeo antimissile European Sky Shield Initiative (ESSI); ma quello è tuttora in fase di progettazione, dato che il processo di sviluppo e avvio della produzione in serie di nuovi sistemi antiaerei e antimissile richiede in genere dai 10 ai 15 anni. Quanto al proclamato dispiegamento di forze multinazionali in Ucraina, che in sostanza sarebbe un dispiegamento di truppe NATO, questo non avverrà “a breve”, come prima promesso, ma, prudentemente, solo "dopo il cessate il fuoco". Sembra che il cambiamento, osserva Baranets, sia una diretta conseguenza dell'avvertimento di Moskva: «Se entrate senza il nostro consenso, colpiremo», quale "obiettivo militare legittimo". 

Nella realtà delle cose, la carenza di intercettori contro i missili balistici russi sta diventando un problema a lungo termine per l'Ucraina, dice Valerij Borovik, fondatore dell'azienda militare ucraina “First Contact”. La Russia ne sta approfittando e aumenta al massimo la capacità produttiva di missili balistici. Secondo Borovik, la situazione potrebbe essere risolta implementando la produzione congiunta di missili intercettori col progetto “Freya”, ma ammette che «progetti del genere richiedono anni per essere realizzati» e, soprattutto, riconosce che i rappresentanti delle aziende occidentali si mostrano riluttanti a consentire a Kiev di produrre prodotti simili negli stabilimenti ucraini su licenza.

Ma Zelenskij afferma il contrario; e Zelenskij “è uomo d'onore”, come direbbe il Marco Antonio shakespeariano. Otto paesi produrranno congiuntamente sistemi di difesa aerea con l'Ucraina, condividendo componenti e tecnologie e Kiev dovrà assemblare i sistemi antimissile: «Collaboreremo con Francia, Svezia, Danimarca, Italia, Norvegia e altri paesi. Si tratta di otto paesi in totale che potranno condividere molte parti. È come una coalizione antimissile balistica. La cosa più importante che i nostri partner ci chiedono di fare è la componente missilistica. Pertanto, l'Ucraina produrrà i missili». Al contempo, el jefe de la junta ha proclamato che, oltre alla licenza per i “Patriot”, punta anche a quella per il sistema franco-italiano “SAMP/T”... Abbiamo centinaia di siti produttivi. Vogliamo ottenere le licenze per i missili terra-aria... Se vogliamo che l'Europa sia al sicuro con uno scudo aereo molto forte, qualcuno dovrà pagare, qualcuno dovrà produrre». 

In pratica, agli “Invalidi”, l'Europa ha deciso che non ci sia la pace e si è sottoscritta la guerra alla Russia, scrive Viktorija Nikiforova su RIA Novosti. Questi falchi europei sono davvero incredibili: negli ultimi mesi hanno insistito sull'argomento dei negoziati con la Russia, hanno cercato negoziatori, litigato su chi dovesse guidare il processo e avanzato richieste così deliranti da sembrare uscite da una mostra sulla "Creatività dei malati di mente". Tuttavia, la Russia, incurante di questo borbottio fuorviante, ha continuato metodicamente a portare avanti la propria opera: giorno e notte ha distrutto impianti di produzione a Kiev e infrastrutture portuali a Odessa, fabbriche di droni e aeroporti militari, impianti energetici sono andati a fuoco, da Khar'kov a Dnepropetrovsk. È chiaro che Bruxelles usa i colloqui semplicemente per fare pressione su Moskva, cercando di intrappolarla: “o perdi il tuo vantaggio militare, o ti smaschereremo come guerrafondaio”. Ma nessuno è caduto in questo patetico tranello. Il Cremlino ha annunciato che i negoziati sono assolutamente possibili e, contemporaneamente, le forze russe continuano l'offensiva. Gli europei, conclude Nikiforova, dovrebbero studiare attentamente i video di Kiev in fiamme: se la Russia si presenterà alla guerra in cui la si sta così diligentemente trascinando, si troveranno in una brutta situazione.

Ma l'odore della pecunia è troppo attraente per i guerrafondai europeisti perché cambino direzione di marcia.


Fabrizio Poggi: Ha collaborato con “Novoe Vremja” (“Tempi nuovi”), Radio Mosca, “il manifesto”, “Avvenimenti”, “Liberazione”. Oggi scrive per L’Antidiplomatico, Contropiano e la rivista Nuova Unità. Autore di "Falsi storici" (L.A.D Gruppo editoriale)

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