L’ipocrita “contrordine compagni” di Ocasio Cortez e Giuseppe Conte
di Fabrizio Marchi
Il leader del M5S, Giuseppe Conte, ha detto che “l’ideologia woke non serve alla sinistra perché il nemico vero da battere sono le diseguaglianze sociali”. Naturalmente lo ha dichiarato con quella cautela e quel cerchiobottismo tipici del democristiano qual è, nella sostanza. “Il Woke – ha spiegato – ha avuto anche aspetti positivi, ha spinto ad allargare il concetto di giustizia, ad adottare un linguaggio più rispettoso, ha contribuito a creare spazi simbolici e pratiche di riconoscimento che si sono diffuse nei luoghi di lavoro, nelle università, nei media, però ha avuto anche effetti perversi: conformismo ideologico e, in talune punte, repressione della libertà di opinione”. E ha soggiunto:” non è con il woke che la sinistra può fare giustizia perché una forza progressista deve necessariamente interveniresulle radici materiali delle diseguaglianze, assumendo quale prioritario obiettivo la riduzione (se non l’eliminazione) degli squilibri economici e delle iniquità sociali”.
Meglio tardi che mai, potrebbe dire qualcuno. No, “spiaze”, come si suol dire, troppo tardi e troppo strumentale. Conte ha fatto finta di nulla in tutti questi anni rispetto alla deriva woke di tutta la “sinistra” occidentale e italiana e ora cerca di smarcarsi perché ha capito che proprio quella deriva ha consegnato milioni di persone, soprattutto, se non prevalentemente, dei ceti popolari, alla destra.
E siccome ha il problema di vincere le prossime primarie del “campo largo” deve differenziarsi dal PD e in modo particolare dalla sua leader, Ely Schlein, che è una campionessa del woke; diciamo pure che quest’ultima si affermò alle primarie del PD che le consentirono di diventare segretaria di quel partito proprio in virtù del fatto che lei stessa è una delle principali esponenti di quella “cultura” e di quella ideologia.
Non solo. Conte fa questa dichiarazione dopo che negli stessi ambienti democratici americani è iniziato l’ipocrita e strumentale ripensamento sul woke. Anche in questo caso prevalgono – né poteva essere altrimenti – l’ipocrisia e la strumentalità. Soprattutto la Ocasio Cortez – che si è prodotta negli ultimi giorni in una sorta di falsa quanto penosa autocritica – è stata anch’ella una campionessa, e fra le più agguerrite, del wokismo. Anche intellettuali ultra liberal maitre a penser (l’ “italo-americano” Federico Rampini fra gli altri) sono arrivati a criticare il wokismo per quanto era asfissiante e fanatico negli anni in cui a governare negli USA era la fazione dem del sistema capitalista americano. Ora i democratici si accorgono (ma guarda un po’) che essersi occupati dei deliri wokisti, genderisti e transfemministi piuttosto che delle diseguaglianze sociali, della precarizzazione del lavoro e della vita e dell’affossamento dello stato sociale (in un contesto come quello americano dove le diseguaglianze sociali hanno raggiunto livelli parossistici) ha portato consensi alla destra.
Ma il problema è strutturale. La “sinistra” occidentale e ovviamente quella italiana, tutta, senza nessuna esclusione, da Italia Viva a PaP, è quella “roba” lì, non è altro, di conseguenza non è recuperabile. Quella di Ocasio Cortez è soltanto una maldestra arrampicata sugli specchi che le serve per proporsi come una candidata credibile per il partito democratico (ammesso che riesca a prevalere alle primarie) per le prossime elezioni del 2028. Per perseguire questo obiettivo deve cominciare, sia pur timidamente, a prendere le distanze dal fanatismo ideologico che l’ha contraddistinta in tutti questi anni; proprio lei che è stata una sorta di inquisitrice, di vestale del wokismo e del politicamente corretto, insieme naturalmente a tante altre e altri, in primis Kamala Harris. Quest’ultima andò al disastro elettorale contro Trump, proprio sventolando la bandiera di tutti i deliri politicamente corretti, wokisti e neo, post e transfemministi che, appunto, contribuirono a spostare consistenti fette di elettorato, anche tradizionalmente democratico (pensiamo alla famosa “Cintura della ruggine” tra il Michigan e l’Illinois dove è concentrata una gran parte dei lavoratori metallurgici americani) nelle braccia di Trump e Vance.
Il tentativo, dunque, è di salvare il salvabile, cominciando una sia pur timida autocritica rispetto ai temi di cui sopra, ma questo ovviamente non sarà sufficiente. L’attuale “sinistra” è ormai giustamente letta da gran parte dei ceti popolari per quello che è, cioè un “salotto” radicalchic del tutto funzionale e organico all’attuale ordine sociale e politico e alle sue strutture di comando, gli USA, la NATO e l’UE. Il problema, come abbiamo più volte denunciato, è che questi stessi ceti sociali finiscono in buona parte per rivolgersi alle destre, passando in tal modo da una padella ad un’altra. Ma l’abilità della destra o di una parte di essa è proprio quella di riuscire a darsi un’immagine di forza “antisistema”, quando in realtà gli è del tutto organica.
In tal senso, l’”invenzione” del partito di Vannacci è stata geniale. Un partito che si presenta appunto come “antisistema” quando in realtà è ad esso completamente organico. FN è infatti filo atlantico e filo sionista fino al midollo ma questo viene occultato anche e soprattutto dai media controllati dal centrosinistra che picchiano duro sulle questioni di genere ma si guardano bene dal denunciare l’organicità di FN alla Nato e agli USA (e a Israele) per la semplice ragione che è anche la loro.
Nello stesso tempo però Vannacci e chi gli sta dietro hanno capito perfettamente che il “politicamente corretto” in tutte le sue declinazioni, dal “femminismo reale” attualmente dominante fino alle sue propaggini woke, costituisce una questione concreta, un racconto demonizzante e deformante la realtà stessa sempre più mal sopportata da larghi settori popolari, sia da uomini che da donne, e la affrontano di petto e senza mediazioni, a differenza dei balbettii di Conte, naturalmente interpretandola dal loro punto di vista neoconservatore o neo tradizionalista, leggasi l’idea bislacca di tornare ad un non ben precisato “patriarcato mediterraneo”.
Superfluo sottolineare da parte nostra, ancora una volta, per l’ennesima volta, che la crescita di una forza politica come quella di FN è dovuta alla inesistenza, al momento, di un’autentica forza Socialista, di classe e popolare in grado di produrre una critica radicale ma tutt’altro che reazionaria (anche) a quell’ideologia politicamente corretta (in tutte le sue articolazioni) che costituisce uno dei perni fondamentali dell’ideologia neoliberale dominante. Per parte nostra, per quelle che sono le nostre modeste possibilità, stiamo cercando di lavorare per costruirla.













































Comments
Nessuna speranza realistica a breve termine
https://sinistrainrete.info/teoria/6905-costanzo-preve-contro-il-politicamente-corretto.html
Il punto in questione non è e non può essere la difesa della natura woke, ma perché essa si è prodotta.
Sicché denunciare la non presenza di una forza socialista capace di una critica radicale - da sinistra - a tale cultura, fotografa SOLO il fatto, senza spiegare le cause sia della scomparsa di una classe di riferimento attiva, quale noi pensavamo dovesse essere, che il sorgere di detta cultura woke.
Ora la sola constatazione del fatto, può soddisfare tutt'al più una tifoseria di gruppo, ma non aiuta né a capire il perché, né a sviluppare una radicale critica al modo di produzione capitalistico in questa fase di crisi acuta.
Domando: Fabrizio Marchi pensa (o messa al plurale:pensiamo) che si possa e si debba ricostituire una classe e intorno ad essa sviluppare una radicale critica e un programma? Se si quale?
È questo il vero punto interrogativo cui siamo chiamati - in quanto anticapitalisti - a riflettere.
Se non lo facciamo seriamente non ce la possiamo prendere con quelle mezze calzette che vengono tenute in piedi per forza d'inerzia e che si dibattono fra mille specchi convinti di rappresentare una moltitudine.
Siamo disposti a confrontarci per mettere in discussione certi nostri pilastri che il tempo ha dimostrato essere ideologici e di cartapesta?
È questa la vera questione. Se si, diamoci da fare, se no, avanti un'altro, tanto c'è sempre una folla di quelli disposti a parlare e raccontar sciocchezze.
Michele Castaldo