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sinistra

Assistenzialismo, due pesi e due misure

di Francesco Coniglione

Il 4 agosto 2026, nel corso di una conferenza stampa ospitata al Senato, esponenti della maggioranza hanno presentato quella che il governo definisce la propria “Rivoluzione Welfare”: 52 miliardi complessivamente destinati, secondo quanto rivendicato, alle politiche sociali in meno di quattro anni, con l’obiettivo di superare finalmente “la logica dell’assistenzialismo”. Poco più di un mese prima, commentando l’approvazione del decreto Lavoro, la presidente del Consiglio aveva adoperato la stessa parola d’ordine: sostenere il lavoro e non la dipendenza dai sussidi, creare opportunità e non “assistenzialismo esasperato”.

Alle spalle dell’annuncio, però, vi era una realtà più ambivalente. La legge di bilancio 2026 ha ridotto di 267,16 milioni di euro, per quell’anno, il Fondo per il sostegno alla povertà e per l’inclusione attiva. È vero che tale riduzione concorreva a finanziare l’abolizione del mese di sospensione fra due cicli dell’Assegno di inclusione e non può quindi essere descritta come un semplice taglio lineare ai poveri; restava tuttavia la struttura categoriale del nuovo sistema, che, secondo Caritas Italiana, aveva ristretto del 40-47% la platea delle famiglie raggiunte rispetto al Reddito di cittadinanza, mentre l’Istat indicava nel 22,6% la quota di persone a rischio di povertà o esclusione sociale. In pochi mesi, la stessa parola ha potuto celebrare una vittoria politica e insieme separare i poveri meritevoli di accompagnamento da quelli sospettati di dipendenza. È da questa ambivalenza, tutt’altro che isolata, che vale la pena ripartire per chiarire un termine quanto mai equivoco.

Tra le parole più maltrattate del lessico politico italiano c’è certamente “assistenzialismo”. Lo si pronuncia quasi sempre con disprezzo, come se recasse già in sé una condanna morale. Assistenzialismo sarebbe lo Stato che invade la società, soffoca l’iniziativa privata, deresponsabilizza i cittadini, distribuisce risorse senza chiedere nulla in cambio, trasforma gli individui in sudditi dipendenti dalla mano pubblica. Nella retorica liberista, e spesso anche in quella della destra conservatrice, l’assistenza pubblica diventa così una forma di minorità civile: chi riceve aiuto perderebbe autonomia, libertà, capacità di decidere.

Ma prima ancora di difendere l’assistenza pubblica bisognerebbe chiarire le parole. Assistenza, welfare e assistenzialismo non sono la stessa cosa. L’assistenza è la risposta organizzata a una condizione specifica di bisogno che l’individuo non può fronteggiare da solo: malattia, vecchiaia, disabilità, povertà, perdita del lavoro, infanzia, istruzione, non autosufficienza. Il welfare è il sistema più ampio di diritti, servizi, assicurazioni sociali e trasferimenti attraverso cui una comunità sottrae questi bisogni alla carità, al favore, alla sola famiglia o alla fortuna. L’assistenzialismo, invece, è la possibile degenerazione dell’assistenza: quando l’aiuto non emancipa ma trattiene, non restituisce autonomia ma produce dipendenza, non costruisce diritti ma clientele, non abilita la persona ma la inchioda alla propria condizione.

La critica è nota. Lo Stato sociale sarebbe paternalista, costoso e inefficiente; produrrebbe dipendenza invece che emancipazione; i sussidi disincentiverebbero il lavoro e le tasse punirebbero chi produce per mantenere chi non produce. In questa visione, ogni richiesta di intervento pubblico viene sospettata di essere un cedimento morale: non più diritto, ma pretesa; non più solidarietà, ma parassitismo; non più welfare, ma assistenzialismo.

Questa critica ha avuto interpreti diversi e non tutti assimilabili. Hayek non negava ogni garanzia minima contro la privazione, ma temeva che la ricerca di una sicurezza assoluta potesse aprire la strada alla pianificazione e alla perdita della libertà individuale. Friedman vedeva nel welfare burocratico un sistema inefficiente, costoso, capace di moltiplicare apparati e distorcere gli incentivi, tanto da preferirgli strumenti più semplici come l’imposta negativa sul reddito. Nozick, da una prospettiva libertaria più radicale, contestava la redistribuzione come violazione della proprietà individuale. Charles Murray avrebbe poi sostenuto che molte politiche sociali, nate per aiutare i poveri, finivano per produrre dipendenza, disincentivo al lavoro e disgregazione familiare. È un dettaglio non secondario: persino una parte della critica liberale al welfare non rifiuta ogni sostegno pubblico, ma ne contesta l’architettura, le modalità di erogazione e gli incentivi che produce.

Sono critiche diverse, e sarebbe un errore liquidarle tutte come caricature dello Stato minimo. Alcune colpiscono problemi reali: la burocrazia che umilia, il sussidio che non accompagna, la spesa opaca, la protezione trasformata in immobilità, l’aiuto usato come merce elettorale. Ma proprio per questo occorre distinguere. Quelle sono patologie dell’assistenza, non la sua essenza. Confondere il welfare con l’assistenzialismo significa fare della malattia il nome dell’intero organismo; significa prendere la cattiva sanità per condannare il diritto alla cura, la cattiva scuola per screditare l’istruzione pubblica, il clientelismo per demolire ogni forma di solidarietà istituzionale. Chi conosce da vicino la storia del welfare meridionale sa che il clientelismo non è un fantasma retorico, ma un fenomeno reale; la cura, tuttavia, sta nella trasparenza dei criteri e nel controllo democratico dell’erogazione, non nella soppressione del diritto all’assistenza.

L’equivoco più grande sta nel rappresentare l’assistenza pubblica come un’invasione dello Stato nella libertà dei privati. Nella sua forma migliore accade l’esatto contrario: non è lo Stato che irrompe arbitrariamente nella società, ma la società che, attraverso le proprie istituzioni, chiede risposta a bisogni che essa stessa produce, riconosce e non può lasciare alla pura forza individuale. Chi si ammala non subisce l’invadenza dello Stato se trova un ospedale pubblico capace garantirgli cure adeguate. Al contrario, esercita una richiesta elementare di civiltà: essere curato al meglio, indipendentemente dal reddito, dal patrimonio, dal mestiere, dalla fortuna familiare.

Nessuno considera “assistito” in senso deteriore il cittadino che entra in pronto soccorso dopo un incidente, il malato oncologico che riceve una terapia costosa, l’anziano che ha bisogno di cure continuative, il bambino che frequenta una scuola pubblica, lo studente che accede all’università grazie a una borsa, la persona disabile che chiede strumenti per vivere con dignità. In tutti questi casi l’assistenza non cancella la libertà: la rende possibile. Non sostituisce l’autonomia: ne ricostruisce le condizioni minime. Non umilia l’individuo: lo sottrae all’umiliazione ben più radicale di dipendere dal caso, dalla ricchezza privata, dalla benevolenza altrui.

È qui che la retorica anti-assistenziale mostra il suo limite. Essa parla dell’individuo come se fosse sempre sano, giovane, forte, competitivo, autosufficiente, pienamente padrone delle proprie condizioni di vita. Ma l’esistenza reale è fatta anche di malattia, vecchiaia, disabilità, disoccupazione, nascita, maternità, infanzia, solitudine, crisi improvvise, fragilità non scelte. Una società che finge di ignorare tutto questo non difende la libertà: difende il privilegio di chi può comprarsela.

L’assistenza pubblica nasce da un dato semplice: nessuno è autonomo sempre. Tutti, prima o poi, dipendiamo da altri. La civiltà politica consiste nel trasformare questa dipendenza inevitabile in un diritto organizzato, non in una concessione umiliante. Il welfare non è la negazione della responsabilità individuale; è il riconoscimento che la responsabilità ha bisogno di condizioni materiali per esercitarsi. È difficile essere liberi se non ci si può curare, se non si può studiare, se si perde il lavoro senza alcuna protezione, se una malattia familiare distrugge in pochi mesi una vita intera.

Per questo la distinzione decisiva non è tra Stato e libertà, come vorrebbe una certa propaganda. È tra assistenza che emancipa e assistenza che intrappola. La prima offre strumenti, diritti, servizi, cure, istruzione, sicurezza sociale; la seconda distribuisce dipendenza, favore, subordinazione, consenso. La prima appartiene alla democrazia; la seconda al clientelismo. La prima amplia la libertà concreta; la seconda può effettivamente ridurla. Il problema, dunque, non è assistere chi è caduto. È impedire che l’assistenza, da strumento di riscatto, trasformi la caduta in una condizione permanente.

La sanità pubblica non è assistenzialismo: è il modo in cui una comunità decide che la vita non deve dipendere dal conto corrente. La scuola pubblica non è assistenzialismo: è il modo in cui una società impedisce che il destino dei figli sia già scritto dal reddito dei padri. Il sostegno a chi perde il lavoro non è assistenzialismo: è il modo in cui si evita che una crisi economica diventi una condanna personale. Le politiche per la disabilità, l’infanzia, la non autosufficienza, la casa, la povertà non sono invasioni della libertà privata: sono tentativi, sempre imperfetti ma necessari, di rendere la libertà qualcosa di più di una parola.

Naturalmente, ogni sistema pubblico può essere inefficiente, ingiusto, burocratico, persino oppressivo. Ma la risposta non è distruggerlo: è renderlo migliore, più trasparente, più esigente, più capace di raggiungere chi ha davvero bisogno. La denuncia dell’assistenzialismo è funzionale alla destra economica: delegittimata l’assistenza, resta soltanto il mercato; e questo, lasciato a se stesso non assiste: seleziona. Non cura secondo il bisogno: distribuisce le cure secondo la capacità di pagare. Non educa secondo il diritto: istruisce secondo il reddito. Non libera dalla dipendenza: la privatizza.

I due pesi e le due misure cominciano già dalle parole. Il denaro pubblico che raggiunge un povero si chiama sussidio; quello che raggiunge un’impresa diventa incentivo, credito d’imposta, garanzia o politica industriale. Il primo deve dimostrare di non produrre dipendenza; il secondo gode in partenza della presunzione di produrre sviluppo. Eppure anche un’impresa può essere assistita male: può vivere di concessioni, protezioni, salvataggi e rendite pubbliche senza innovare né restituire valore alla collettività. Il punto non è condannare ogni aiuto alle imprese, ma sottoporlo allo stesso criterio applicato alle persone: crea capacità e autonomia oppure cristallizza dipendenze e privilegi?

Per questo l’accusa va rovesciata, o almeno resa simmetrica. Non è assistenzialista una società che cura i malati, istruisce i giovani, sostiene i fragili, protegge chi cade. Assistenzialista, nel senso peggiore, è una società che assiste i forti chiamandoli meritevoli e abbandona i deboli chiamandoli irresponsabili; che considera scandalo il sussidio al povero e presume produttivo qualsiasi trasferimento destinato ai soggetti economicamente forti.

L’assistenza non è una colpa. È il nome civile della nostra vulnerabilità comune. Diventa vizio solo quando non emancipa, quando non restituisce possibilità, quando non accompagna verso una maggiore autonomia. Ma quando permette a una persona di curarsi, studiare, vivere, lavorare, ripartire, non è una catena: è una soglia. Non toglie libertà. La rende praticabile. Chi, in Senato, ha festeggiato il superamento dell’assistenzialismo dovrebbe allora spiegare non soltanto quali dipendenze intenda spezzare, ma perché questa parola venga riservata quasi sempre ai sostegni destinati ai deboli. Il vero discrimine non è fra chi riceve e chi non riceve, ma fra l’aiuto che emancipa e quello che conserva rendite e dipendenze. La domanda, dunque, non è se superare l’assistenzialismo, ma quale dipendenza si voglia colpire e quale altra si preferisca continuare a chiamare incentivo.

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