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effimera

La falsa alternativa del Bitcoin

di Gruppo Ippolita

Una conversazione con il gruppo Ippolita  sullo sviluppo del Bitcoin e delle blockchain come potenziale strumento decentralizzato e peer-to-peer di emissione di una nuova moneta. A otto anni dalla sua creazione (2009), il Bitcoin mantiene ancora quell’aurea di alternatività (ammesso che l’abbia mai avuta) che ha accompagnato la sua diffusione? O, invece, non è altro che un’ennesima innovazione “sociale” funzionale alla crescita del capitalismo finanziario e alla soluzione di alcuni nodi nati con la crisi finanziaria dei sub-prime?

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  1. Il Bitcoin è la cripto-moneta che senza dubbio ha avuto il maggior successo. Secondo voi, quali sono le ragioni del suo successo?

Il bitcoin (XBT), creato nella rete Bitcoin, è la prima criptovaluta decentralizzata che non è rimasta al semplice stadio di prototipo. Ha avuto un periodo di incubazione durato anni, durante i quali, si presume, sono stati messi a punto i particolari che la definiscono: il limite assoluto di produzione della moneta, i tempi e i mezzi per farla (l’attività di mining – verifica delle transazioni), le caratteristiche di funzionamento della blockchain, l’utilizzo della crittografia asimmetrica per i wallets (portafogli). Inoltre ha avuto il destino di diventare una valuta molto apprezzata sul mercato nero del cosiddetto dark web, sicuramente per praticità ma anche a causa di un fraintendimento nel pensare che la crittografia sia usata per rendere anonime, se non addirittura cifrare, le transazioni; cosa assolutamente falsa: la crittografia serve a firmare e indicizzare le transazioni, che al contrario sono pubbliche ed inscindibilmente legate agli utenti. Infine, essendo la prima criptovaluta balzata agli onori della cronaca in tutto il mondo, ha catalizzato gli interessi e l’attenzione di un gran numero di persone, diventando una specie di fenomeno di massa. Di fatto, anche se esistono moltissime sperimentazioni in corso, la gran parte dei non addetti ai lavori ignora l’esistenza e il funzionamento delle altre criptovalute e tende a identificare ogni moneta digitale con i bitcoin, facendoli diventare semanticamente sinonimi.

 

  1. Il Bitcoin è nato come moneta alternativa in grado di prefigurare nuovi immaginari. Ha mantenuto tale immaginario oppure si è trasformata in moneta semplicemente complementare?

Di quale immaginario stiamo parlando? Andiamo a rivedere le pratiche discorsive usate agli albori del fenomeno. Per riconoscerne l’origine culturale è interessante riprendere alcuni documenti, molto noti, della mailing list Cypherpunk, si tratta dello spazio virtuale di elaborazione più importante per quanto riguarda la crittografia e la nascita delle cryptocurrency. Dalla documentazione si evince con molta chiarezza l’aera semantica e politica che ha informato queste tecniche.

Ci riferiamo in particolare a testi come A Cypherpunk’s Manifesto (1993) di Eric Hughes, e ancor di più a The Crypto Anarchist Manifesto (1992) e a Cyphernomicon (1994) di Timothy C. May. In questi documenti alla base del suprematismo fallo-tecnocratico, l’unico immaginario prefigurato è quello anarco-capitalista cui si aggiunge qualche vago richiamo contro i poteri istituiti: soprattutto appelli contro le tasse e per il mercato liquido.

Nei testi si rintraccia già il progetto di una criptovaluta. Una delle domande poste in Cyphernomicon è appunto “cosa rende una moneta digitale più robusta e credibile [“what is needed to make digital money more robust and trustable?”] Una cultura già elitaria, comincia ad alzare il tiro, sempre più consapevole di avere tra le proprie mani le leve del potere futuro e impaziente di applicarle. Si assiste dunque a una stratificazione di immaginari, alcuni di questi sono anche molto lontani da altri, in alcuni casi addirittura in contraddizione.

Dal punto di vista della complementarietà nelle cryptocurrency ci troviamo di fronte a un falso problema.

Per l’ideologia anarco-capitalista, e seguendo il ragionamento dell’economista austriaco F. A. von Hayek in Denationalisation of Money: The Argument Refined (1990), anche le monete devono essere messe in concorrenza e gli individui devono essere liberi di scegliere la moneta che ritengono la più consona ai propri interessi. Una criptovaluta come il bitcoin costituisce una “disruzione” (disruption) del sistema delle monete monopolistiche nazionali, un’interruzione nel flusso regolare che crea disordine, ovvero un nuovo ordine. In questo senso assume l’immaginario e si comporta come un contropotere, ma privo di qualunque istanza socialista.

Allo stato attuale, fintantoché non sarà possibile comprare qualunque cosa, sempre e ovunque, tutte le cosiddette monete alternative sono destinate ad essere, in un certo senso, complementari. La conversione in valuta corrente è, al momento, necessaria e ineludibile. Anzi, è proprio uno dei fattori più importanti per la diffusione e il successo di monete come il bitcoin: oggi un utente medio della rete che voglia produrre bitcoin incontrerà molte difficoltà, per poterne avere dovrà comprarli in valuta corrente. Cioè, per poterli spendere. Questo è il punto cruciale della faccenda: spendere, ossia consumare. In nessun caso è prevista una via di fuga dalla logica della produzione per il consumo. È la quintessenza della logica del capitalismo: gli stati nazione o transnazionali sono inutili pachidermi del passato, nel nuovo mercato globale sono solo un peso; per i miei traffici e i miei commerci è molto meglio farmi le monete che voglio, l’importante è spendere, comprare, produrre. Mai interrompere la catena! D’altra parte, quando nella storia dell’umanità l’introduzione di una nuova moneta è stato risolutiva per ottenere maggiore giustizia sociale e non è stata un mezzo per consolidare il potere? E intanto le risorse naturali e le materie prime si esauriscono. L’antropocene è adesso, tutti questi fenomeni non sono affatto scollegati.

 

  1. Uno dei fattori che ha caratterizzato il successo del BitCoin è l’essere una moneta del tutto decentralizzata, peer to peer basata sulle block-chain. E’ proprio così? Quale tipo di gerarchia è insita nelle block-chain, è un sistema di proprietà privata, nella logica libertarian americana?

È il punto di incontro tra la logica fallo-tecnocratica e l’ideologia californiana. È decentralizzata nel senso che non dipende da banche o stati ma nulla vieta il suo accumulo o che emergano degli enti intermediari che, basandosi sulla necessità di utenti meno esperti di monitorare e gestire il loro gruzzolo (i cosiddetti wallet), divengano col tempo dei centri importanti della rete. Di peer-to-peer, inteso come rapporto tra pari basato sul mutuo appoggio e la solidarietà, c’è davvero poco. Ci sono delle differenze insuperabili, basate sulla competenza tecnica e i mezzi a disposizione, tra utenti medi e miners, ossia i produttori di nuovi bitcoin. Perché è un’operazione molto onerosa da un punto di vista computazionale ed energetico. Chi può e chi ci arriva prima ha due moventi: domina la tecnica o ha grossi fondi da investire, gli altri sono dei perdenti. La retorica della disintermediazione fa presa sui narcisisti ego-riferiti che pensano di poter fare a meno degli altri.

 

  1. E’ possibile la costruzione di un circuito monetario alternativo finalizzato alla produzione di valore d’uso?

Privilegiare il valore d’uso rispetto al valore di scambio significa insistere su uno degli aspetti concreti della merce. Ma in un sistema capitalista la merce è sempre bifronte. Qui non si tratta di mettere in discussione la moneta ma l’intero sistema capitalista. A meno di immaginare una scissione da parte di interi settori dell’economia, fenomeni di autonomizzazione su larga scala, gli utilizzatori di criptomonete resteranno sottomessi alle categorie del capitale. In questo contesto possiamo fare scambi con la valuta che vogliamo, e sostenere che si tratta di “valore d’uso”, ma poco importa: continuiamo comunque a produrre cose che possono essere messe a valore, direttamente o indirettamente. In questo modo la valorizzazione e l’efficacia economica astratta dominano il processo di produzione. Il valore d’uso è quindi solamente l’espressione concreta dell’astrazione del valore.

En passant, va segnalato che porre nuovamente la questione dell’utilità del lavoro al centro dell’organizzazione sociale non fa necessariamente scomparire lo sfruttamento nel lavoro, anzi. L’esempio migliore è forse quello dello sfruttamento del lavoro femminile nel quadro dell’economia domestica, e il suo ruolo nell’estrazione capitalista del plusvalore: la moneta non cambia nulla. Possiamo anche retribuire, con la moneta che vogliamo, sempre di sfruttamento si tratta, se non mutano le condizioni, i rapporti di forza, le relazioni di potere.

Ma è così importante monetizzare il vivente? A noi sembra che ce la possiamo raccontare come vogliamo ma sempre lì si va a parare.

Oggi è fondamentale riuscire a guardare lontano, lavorare sulle forme di organizzazione politica non subordinate alla tecnica. Questo ovviamente non significa escludere la tecnica, ma amarla con la consapevolezza che non è mai neutra, che ci pone costantemente difronte al nostro rapporto col potere.

Occorre fare uno sforzo per costruire un immaginario che non sia succube delle logiche “vincenti”, se vogliamo dare vita a un’alternativa favolosa.

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