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piovonorane

Sparite voi e i vostri lavoretti

di Alessandro Gilioli

Le cronache della politica raccontano oggi della determinazione assoluta con cui il governo e la sua maggioranza stanno lavorando per impedire il referendum sui voucher, che in teoria si dovrebbe svolgere il 28 maggio.

Non è difficile vedere le ragioni di questa corsa per impedirci di votare.

Una è quasi ovvia: c'è il rischio che anche questo referendum, così come quello sulla Riforma Boschi, si trasformi in un giudizio sul Pd. E su Renzi, che nel Jobs Act ha alzato del 40 per cento il tetto dei voucher, aumentandone la diffusione. Un bis del 4 dicembre non sarebbe esattamente utile a confermare la narrazione del "ricominciamo", "ci rialziamo", "ora rimontiamo come il Barcellona" che l'ex premier e i suoi hanno inaugurato al Lingotto.

Ma ce ne sono altre due, di ragioni per cui vogliono evitare il referendum, anche se meno visibili.

La prima è che la sinistra di questo Paese - allo stato dispersa e derisa - potrebbe giovarsi molto di una campagna elettorale su un tema concreto come il sottolavoro mal salariato. In altri termini, rischierebbe di crearsi a sinistra di Renzi qualcosa di meno raccogliticcio dell'attuale galassia di partitini e sigle. In ogni caso, una fetta di elettori troverebbe una sua casa in questa battaglia. Con l'aggravante che, se vincessero i Sì, questa casa troverebbe le sue fondamenta proprio in quel grande corpo intermedio - la Cgil - che i tre anni renziani hanno tentato di polverizzare.

Sicché il referendum sui voucher sarebbe un'ufficializzazione - ma anche una rappresentazione evidente - del fatto che in Italia esistono ormai due aree diverse (se non contrapposte) con radici nella sinistra: una liberal-liberista, competitivista, vincista, che propone le stesse ricette di Marchionne e Briatore; l'altra socialista e welfarista, che antepone i diritti alla competizione e che guarda più a Sanders o a Podemos che non a Hillary Clinton o a Macron.

Questo scenario è esattamente il contrario di quello che vuole il Pd renziano, il quale ancora rivendica di occupare il campo della sinistra in Italia e che punta alla dispersione di tutto ciò che sta al di fuori.

Ma c'è anche un'ultima ragione per cui il referendum sui voucher fa tanta paura, molto oltre i suoi specifici contenuti tecnici.

Ed è il fatto che un'agenda mediatica incentrata per un mese o due sui voucher farebbe emergere il significato politico forte del voto: cioè il parere degli italiani sull'economia dei lavoretti, quella che gli anglosassoni chiamano gig economy. Quindi non solo sui voucher, ma su tutte le forme di lavoro senza continuità, senza diritto alla malattia o alle ferie e con salari che gridano vendetta a Dio: dai fattorini di Fodoora alla logistica di Zalando e simili.

Si sa che su queste modalità di impiego "snack" si è fondata tutta l'ideologia economica che ha conquistato l'egemonia culturale negli ultimi decenni: se n'è teorizzata non solo l'ineluttabilità, ma anche i grandi vantaggi che avrebbe portato al Pil e al benessere collettivo e perfino la maggiore libertà e varietà che questi orari iper flessibili avrebbero consentito (cfr Mario Monti, "il posto fisso è noioso").

Tuttavia, siccome puoi ingannare tutti per un po' di tempo ma non per sempre, negli ultimi anni questo modello di società ha, diciamo, subito un certo calo di consenso popolare, specialmente nelle generazioni più giovani, che maggiormente lo subiscono. L'ipotesi che questo modello venga sonoramente bocciato alle urne - sparite voi e i vostri lavoretti - non sarebbe molto gradita a chi ne è stato in questi anni teorico, legislatore o semplice beneficiario.

Di qui tutta questa paura per il voto del 28 maggio. E di qui la decisione con cui Renzi sta cercando di evitarlo.

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