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Verso un "New Deal" europeo, ma anche no

di Alberto Micalizzi

Amanti della statistica, numerologi e persino testate blasonate come il Financial Times parlano in questi giorni dell’apparente inevitabilità di una svolta radicale nella politica monetaria europea, di un possibile New Deal europeo.

Addirittura in un articolo del 7 Febbraio scorso il Financial Times ha ricordato il ruolo determinante di Hjalmar Schacht, noto come “il banchiere di Hitler”, nel risollevare le sorti dell’economia tedesca subito dopo l’ascesa al potere del cancelliere.

A ben guardare un pò di suggestione ci sta. Negli anni ’20 i mercati erano preda dell’euforia, un pò come accadde nella prima parte degli anni 2000. Poi il ’29 portò il “Giovedi Nero” con il crollo dei mercati borsistici e l’inizio di fallimenti a catena, paragonabile al “nostro” Settembre 2008 quando crollarono i colossi bancari di mezzo mondo. Il ’29 innescò una profonda depressione che si protrasse fino alle metà degli anni ’30, anche qui offrendo un parallelo evidente con la recessione che si protrae ormai sino ai nostri giorni. Poi, nel ’33-’34 iniziarono interventi strutturali su ambo i lati dell’oceano che consentirono alle economie di riprendersi vigorosamente.

Roosevelt inventò il “New Deal” (Nuovo Corso) che a partire dal ’34 portò misure drastiche quali l’abolizione delle convertibilità aurea del dollaro, grazie al quale dette luogo ad un massiccio programma di spesa pubblica finanziata dalla banca centrale che assorbì in fretta oltre 3 milioni di disoccupati. Infine combattè la speculazione con la famosa legge “Glass-Steagall” che impediva alla banche commerciali di fare operazioni finanziarie speculative.

Più radicale ed innovativo fu Schacht che dal ’34 nazionalizzò le grandi imprese tedesche, annullò il debito estero, finanziò lo sviluppo economico attraverso obbligazioni riservate a residenti ed adottò un ingegnoso meccanismo di stimolo all’industria tedesca in base al quale gli esportatori esteri che rifornivano di materie prime le aziende tedesche venivano pagati con una moneta di conto spendibile solo per acquistare merci tedesche.

Quindi, qualcuno sostiene che calendario alla mano dovremmo esserci, il tempo di un Nuovo Corso è arrivato o quasi…..

Peccato che da 80 anni a questa parte soprattutto in Europa sia accaduto qualcosa di nuovo: gli Stati dell’Eurozona, ma in larga parte anche gli altri, sono indebitati in “valuta esterna”, con ciò intendo una valuta che non emettono e che quindi non controllano.

Anzi, è vero il contrario: è questa valuta che controlla gli Stati! E lo fa, appunto, attraverso il perverso meccanismo del debito che da pura unità contabile, come era in passato, è diventato dapprima strumento di depauperamento di ricchezza pubblica e privata, attraverso il gioco degli interessi passivi, e successivamente anche strumento di governance, attraverso “agende di governo” dettate nero su bianco dai banchieri agli esecutivi composti dai camerieri di turno.

Mi domando quanta miopia ci possa essere in questi sognatori che cercano ancora i “corsi e ricorsi storici”. La storia non ricorre affatto, almeno quella economica e finanziaria, in quanto da qualche decennio è uscita dalla tangente e non segue più schemi ortodossi.

Roosevelt e Schacht, ma così anche De Gaulle e Mattei tanto per spaziare un po’ hanno vissuto nell’ultima stagione in cui la politica era alla peggio una sfera parallela alla finanza. Magari ne era già succube ma aveva un proprio baricentro e qualche sussulto era ancora possibile.

Oggi la finanza è pervasiva, le proprie regole si sono estese all’ecologia, all’arte, al sociale, e quindi soprattutto alla politica. Non c’è più alcuna contrapposizione in quanto la finanza è l’unico centro che governa il tutto, possiede direttamente giornali, banche, agenzie di rating, multinazionali ed indirettamente controlla esecutivi politici, movimenti culturali, sette religiose.

Nominati miracolosamente a capo di un esecutivo italiano, francese o tedesco dei tempi d’oggi, con carta bianca di intraprendere qualsiasi provvedimento, da soli e senza nulla altro attorno uomini come Roosevelt, Schacht, De Gaulle e Mattei nella migliore delle ipotesi potrebbero oggi rivoluzionare la viabilità stradale, gli orari di apertura dei musei e forse i meccanismi di asta per le opere pubbliche. Ma di più non potrebbero fare.

Se non capiamo questo continueremo ad essere funzionali al meccanismo. Se invece iniziamo a comprendere questa fondamentale evidenza, allora forse una chance può esserci, ma parte dal basso, dal territorio, dall’organizzazione di forze sociali e produttive secondo schemi diversi che ancora le leggi e le Costituzioni nazionali consentono, e che creerebbero una rete sociale di supporto ad un’azione di esecutivo politico di più ampio respiro che a quel punto potrebbe innescare il Nuovo Corso partendo proprio da provvedimenti di legge che prima di tutto taglino gli artigli alla speculazione finanziaria in tutte le sue forme.

Questo è ancora possibile ma non c’è molto tempo.

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