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L'insostenibile leggerezza del Labour

di Vincenzo Scalia

Nel settembre 2015 una vampata di speranza scosse la sinistra britannica e quella europea, in seguito all’elezione a segretario del Labour Party di Jeremy Corbyn, deputato laburista. La sua leadership, per quanto popolare e foriera di rinnovamenti, venne subito messa in discussione dall’apparato del partito, che chiese e ottenne una nuova elezione per la segreteria in seguito a una sfiducia contro Corbyn votata dall’81 per cento dei parlamentari laburisti. L’esito della nuova elezione confermò quello dell’anno precedente, con un’ulteriore aumento dei consensi per il segretario uscente, passati dal 59,5% del 2015 al 64% del 2016. A questo punto – si pensava – un partito più coeso, senza problemi di leadership, avrebbe rilanciato la propria iniziativa sullo scenario politico. Soprattutto, si sperava in una politica alternativa, che potesse fare da guida alle sinistre europee nel contrasto al neo-liberismo. Ci troviamo invece oggi in una situazione scoraggiante: i sondaggi danno i laburisti molto indietro; i Tories, malgrado (o forse, proprio grazie a) le loro lacerazioni interne, occupano il centro della scena politica. Corbyn si trova costretto a inseguire gli umori pro-Brexit, mentre da destra l’ex-premier Tony Blair lo incalza col gruppo Open Britain, che vorrebbe mettere in discussione il referendum del 23 giugno 2016.  Le cause del mancato decollo dei laburisti sotto la leadership di Corbyn sono molteplici.

In primo luogo, molti militanti di base rimangono delusi rispetto all’atteggiamento tenuto dal leader laburista rispetto ai nuovi tagli alla spesa pubblica. I County Councils, ovvero le amministrazioni locali, rischiano di dovere chiudere servizi essenziali come biblioteche, scuole e community centres (centri di quartiere), con un conseguente deterioramento della qualità della vita, nonché con l’espulsione dal circuito occupazionale di decine di migliaia di dipendenti pubblici. Inoltre, anche i benefit, vale a dire i sostegni diretti e indiretti alle classi svantaggiate, che vanno dal sussidio di disoccupazione a un’integrazione sul pagamento di bollette e affitto, stanno subendo tagli drastici. Per quanto a parole Corbyn si sia opposto in Parlamento a questi tagli, a livello locale i consiglieri laburisti, in particolare nei luoghi dove il Labour amministra, si mostrano i più zelanti nell’eseguire questi tagli, rifiutando ogni mediazione con le parti sociali e trincerandosi dietro le responsabilità del governo centrale. In realtà, a livello locale, i laburisti disporrebbero di margini di mediazione. E i nuovi militanti attratti da Corbyn potrebbero fornire loro sostegno. I fatti vanno però nella direzione opposta, anche per il mancato pronunciamento del leader che, sollecitato in più di un’occasione  dai Laburisti locali, ha rifiutato di prendere posizione.

In secondo luogo, tali dinamiche sono possibili in conseguenza della disarticolazione della macchina organizzativa Labour, che dà vita a dinamiche simili a quelle che hanno favorito in Italia l’ascesa di Renzi a leader del PD. Pur essendo un membro del Parlamento, Corbyn avrebbe avuto bisogno del sostegno di trenta parlamentari per candidarsi. Non avendo raggiunto il quorum, la sua candidatura è stata “imposta” da UNITE, la più grande confederazione sindacale britannica (circa un milione e mezzo di iscritti), la cui influenza all’interno del Labour Party non è secondaria. Per frenare i risentimenti della macchina di partito in seguito a questo golpe, Corbyn adotta una strategia improntata alla mediazione, o meglio alla spartizione dei contesti. I maggiorenti locali e nazionali si occupano dei collegi elettorali e delle amministrazioni locali, mentre il segretario funge da catalizzatore dell’attenzione dei media nazionali, coi suoi proclami socialisteggianti. I nuovi iscritti corbyniani stanno cominciando a prendere piede soltanto da poco, ma, se la disarticolazione organizzativa si riverbera – com’è successo finora – nella mancanza di chiarezza strategica, è dubbio che si possa formare una nuova leadership in grado di imprimere un deciso cambiamento di passo e di segno alla politica laburista. 

Infine, Corbyn sconta, come molti altri condottieri della sinistra d’oggi, quella che potremmo definire come “ la patologia dei leader” che affligge ormai da decenni la sinistra occidentale. I partiti socialisti e comunisti si sono distinti storicamente per il loro radicamento presso i referenti sociali da cui attingevano i voti, derivandone sia un progetto politico sufficientemente coerente, sia una leadership coesa e articolata. L’evaporazione dei referenti sociali sopraggiunta alla deindustrializzazione, la crisi dei socialismi, la frammentazione delle classi, l’affermarsi della politica-spettacolo, hanno fatto sentire il loro effetto anche sulle sinistre. In altre  parole, sia che si dichiari di puntare a creare dei partiti di massa (come fece il PRC in Italia negli anni Novanta), sia che si parli di pluralismo e di apertura ai movimenti, il risultato è lo stesso. I partiti sono ridotti a una macchina elettorale che cerca di creare appeal tra gli elettori candidando nomi di richiamo che pronunciano slogan ad effetto. Di conseguenza il leader deve essere la sintesi di questa politica-spettacolo, che però, nei fatti, è slegata dai processi sociali e culturali che proclama di volere promuovere. Corbyn è parlamentare dal 1983, radicato nel suo collegio di Lewisham ma senza grandissimi legami col resto della Gran Bretagna; famoso presso l’opinione pubblica per le sue dichiarazioni pro-Castro e a favore della Palestina, ma non per avere promosso una qualche iniziativa politica in favore di lavoratori, migranti o minoranze. 

Da questo processo non sono immuni elettori e militanti, che decidono di impegnarsi nell’arena pubblica al seguito di un leader piuttosto che per costruire un progetto. Dopo la candidatura di Corbyn a leader, per esempio, il Labour, in certe zone, aveva decuplicato il numero dei militanti, spingendo l’apparato blairiano a chiudere una sezione come quella di Brighton, composta soltanto di corbyniani. Negli ultimi mesi si assiste a un ritrarsi di questi militanti in seguito alle delusioni ricevute dal nuovo condottiero. Come se leader e progetto si identificassero, e non necessitassero della mediazione politica da parte degli iscritti, che dovrebbero essere i veri e propri detentori dei destini del partito. 

Di questa militanza fatua, vaporosa, priva di contenuti, Corbyn non è responsabile. Però, sui tagli alla spesa pubblica, si attende ancora una sua iniziativa....

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