Relativismo o antirelativismo?
Il rispetto delle differenze culturali
di Alessandra Ciattini
Qual è il modo più opportuno per affrontare la questione delle differenze culturali?
La questione che intendo affrontare in questo breve scritto è piuttosto intricata e coinvolge il senso comune (si pensi al problema dei migranti), la filosofia e le scienze sociali, in particolare l’antropologia. In ambito filosofico essa risale al momento in cui alcuni hanno sostenuto che non esistono criteri superiori, validi universalmente, che ci consentano di valutare gli specifici criteri culturali adottati dalle diverse culture. Si potrebbe rimandare a questo proposito a Protagora (V sec. a. C.) e al suo famoso frammento, la cui interpretazione è alquanto controversa, “L’uomo è la misura di tutte le cose” e a Michel de Montaigne (1533-1592), per il quale il nostro modo di ragionare non nasce dalla natura, ma dal costume.
Naturalmente questa visione relativistica ha preoccupato la Chiesa cattolica, che nelle figure di papa Wojtila e papa Ratzinger, l’ha condannata in più occasioni, anche perché ha messo in discussione il monopolio della verità assoluta, che essa si attribuisce.
Benché – come si è visto – il relativismo abbia radici antiche e di tutto rispetto, almeno in ambito antropologico si fa risalire alla crisi dell’evoluzionismo e progressismo ottocentesco, che prefiguravano un avanzamento continuo della società umana e che distinguevano tra i diversi livelli culturali raggiunti dalle differenti forme di vita sociale, le quali erano confrontate a loro svantaggio con la “civiltà occidentale”.



Il commentatore Moi, gran collezionista di bizzarrie, ci segnala un episodio avvenuto l’altro giorno a Londra.
Sei in volo verso Berlino o per la precisione verso Neukolln, che come tutti sanno è il quartiere dove le cose succedono. O forse stai andando a Peckham? Magari Ménilmontant? Poble Sec? Miera Iela? Mariahilf, Exarchia, Bairro Alto? Comunque: è uno squallido volo Ryanair con partenza da Ciampino, ma tuo nonno si poteva permettere al massimo un biglietto del tram per la gita fuori porta della domenica, quindi lo sai bene che quel tuo low cost da pezzenti vale tanto quanto un posto in prima classe. Ti aspetta un mondo di cocktail esotici miscelati da estrosi bartender tatuati, dotte disquisizioni sul rapporto tra Captain America: Civil War e guerra al Terrore, concerti indie per elettronichetta innocua e chitarrine intimiste, apericenacoli con focus su affinità & divergenze tra Lena Dunham e l’adattamento tv del Racconto dell’ancella, e pettegolezzi di quarta mano su Semiotext(e) che chi se ne frega che pubblica Paolo Virno (anche perché chi cazzo è costui?), l’importante è sapere chi scopa con chi perché hai visto I Love Dick? ecc ecc. Ti aspettano giorni di arte, di stile, di IPA, di spunti per sei o sette longform e di tanta, tanta Cultura.
È un luogo comune affermare che i docenti italiani godano di ben due mesi di ferie consecutive[1]. Non è così; ma se anche fosse, il mese di agosto non è stato mai poco significativo per il loro lavoro. È prassi consueta quella di far passare provvedimenti importanti durante il periodo estivo, quando gli insegnanti hanno poche possibilità di organizzare e rendere noto il loro eventuale dissenso. Ciò conferma quanto da lungo tempo in molti hanno fatto notare; e cioè che, al di là della retorica, gli insegnanti non sono oggetto di particolare considerazione né consultati in maniera significativa quando si decidono provvedimenti rilevanti per la qualità della loro professione. In coerenza con un assunto teorico continuamente ribadito dai diversi documenti ministeriali: i docenti, dalla scuola primaria alla secondaria superiore, non sono più considerati depositari di positive capacità professionali, sulle quali la comunità deve investire per la formazione culturale e civile delle nuove generazioni; bensì lavoratori la cui preparazione risulta ormai inadeguata rispetto alle grandiose trasformazioni epocali verificatesi negli ultimi decenni. Essi devono dunque accettare il principio di dover rimettere totalmente in discussione la propria professionalità[2] .

Primo antefatto. Respira e intona il mantra: «Class is not cool»
Roberto Buffagni 17 agosto 2017 alle 13:57
Daniel Lord Smail, professore ad Harvard, ha ereditato dal padre (a sua volta professore di storia) una passione istintiva per la -grande storia naturale dell’umanità-. Portata avanti l’indagine nei corsi si è risolto a buttare giù una introduzione per un volume di storia naturale che ne riportasse i contenuti ma poi si è accorto che l’una e l’altra, introduzione e storia, metodo e contenuto, avrebbero dato vita al classico mattone sulle seicento pagine. Ha quindi deciso di scrivere una libro di sola riflessione metodologica sull’ipotesi di “storia profonda”, la riunificazione di tutti i domini della storia (geologia, biologia, paleoantropologia, linguistica e storia dei fatti umani) alla ricerca di quel sfuggente oggetto che è la fenomenologia dell’umano.


Ancora oggi c'è chi sostiene che Shakespeare sia soltanto un nome fittizio dietro cui si celano altri autori. In particolare si pensa a Michelangelo Florio, frate ed erudito fiorentino, di origine ebraica e siciliana, rifugiatosi a Londra dopo una serie di peregrinazioni in varie parti d'Italia per cercare di sottrarsi alle persecuzioni dell'Inquisizione, dal momento che aveva aderito al calvinismo. A Treviso abitò nel palazzo di Otello, un nobile veneziano che, accecato dalla gelosia, aveva ucciso anni prima la moglie Desdemona. A Milano s'innamorò di una contessina, Giulietta, che, dopo essere stata rapita dal governatore spagnolo, decise di suicidarsi.
In questo articolo vorrei proporre alcune riflessioni a partire dai contenuti dell’intervento, liberamente visualizzabile sul canale Youtube, dal titolo “Politica, verità, testimonianza, rappresentanza”

Da una parte, un giovanotto prussiano che preferiva stare nella Parigi di Napoleone piuttosto che nella provinciale e austera Berlino, che di prussiano aveva solo l’educazione rigorosa e il reddito di famiglia, già famoso in tutta Europa per il suo avventuroso viaggio di quattro anni in Sudamerica, tra fiumi, cataratte, foreste pluviali e vulcani. Nel cuore, le idee del 1789. A suo modo figlio della rivoluzione francese, Alexander von Humboldt dopo aver ammirato la scenografia sublime della natura voleva adesso “godersi lo spettacolo di un popolo libero”.

I saw the charred Iraqi lean
Nella prima stagione di The Leftovers il protagonista della serie, Kevin Garvey, capo della polizia della sperduta cittadina americana di Mapleton, cerca disperatamente di mettere in scena la propria routine quotidiana, nello stesso modo in cui si svolgeva prima che un inspiegabile e inquietante evento, la sparizione nel nulla del 2% della popolazione mondiale, sconvolgesse la vita di tutti. Così, rapiti come lui dall’angosciante sparizione di massa, vediamo Kevin indossare gli indumenti da runner per estenuanti sessioni di corsa mattutina, oppure ancora assistiamo ai suoi maldestri tentativi di addomesticare un cane randagio o di fare una ramanzina alla figlia adolescente. In altre parole chief Garvey tenta un nostalgico e impossibile ritorno alla normalità che precede la catastrofe. Cosa lo spinge, in un mondo in cui il senso della vita umana è stato fatto a brandelli da un avvenimento incomprensibile, a rifugiarsi nella propria divisa da poliziotto? Perché, ritornando al nostro contemporaneo, i movimenti centripeti della modernità, distruttori di Templi e Leggi, hanno lasciato sulla scena un’imprevisto bisogno di servitù volontaria?
Jacques Lacan è di moda. Ha tutte le carte in regola, per esserlo. C’è il personaggio, il dandy drappeggiato di buffe camicie barocche, armato di uno strano sigaro attorcigliato e di una ricca serie di sentenze misteriose e fascinose. E c’è il suo insegnamento psicoanalitico, un discorso che nel giro di una pagina passa con nonchalance dalla drammatica dialettica servo-padrone all’algida eleganza dello strutturalismo, dagli enigmi esistenziali del desiderio all’improvviso balenare del misteriosissimo oggetto a piccolo. Infine c’è la materia bruta, incandescente, concretissima, intorno a cui ruotano il personaggio e l’insegnamento, cioè la vita di chiunque di noi, il suo percorso più o meno felice o infelice, di illusione in illusione, di scoperta in scoperta, di amore in amore. Quei concetti enigmatici e quelle manovre tortuose, di cui l’insegnamento di Lacan è intessuto, dovrebbero seguire nella loro tortuosità, illuminare nei loro anfratti più oscuri, accompagnare sperimentandone il segreto in fondo testardo e silenzioso, il tragitto di una vita. Ce n’è abbastanza, insomma, per essere di moda. E anche per resistere a ogni moda.






































