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Le ragioni della crisi dell'auto tedesca ed europea e dell'affermazione dell'auto cinese

di Domenico Moro

Crisi dellauto tedesca.pngMentre l’opinione pubblica europea ed italiana è concentrata sull’immigrazione come fonte dei problemi dell’Europa occidentale e in particolare dell’abbassamento dei salari, le vere cause della profonda crisi sociale in atto sono ignorate. Nell’ultimo periodo, però, sono accaduti alcuni fatti che dovrebbero far riflettere le opinioni pubbliche dell’Italia e dell’Europa. In Italia al ministero dell’industria è saltata l’intesa tra i sindacati e la Natuzzi, multinazionale leader mondiale dei divani in pelle, che aveva deciso di chiudere due fabbriche nel barese e trasferire la produzione in Romania, dove da anni c’è una sua fabbrica. La chiusura non impatterà solo sui lavoratori di Natuzzi, ma anche su 600 piccole e medie imprese tra Puglia e Basilicata, fornitrici di Natuzzi. Ma la notizia più importante viene dalla Germania, dove un periodico ha rivelato il piano della Volkswagen, secondo produttore mondiale di auto, di licenziare 100mila lavoratori, più del 15% della forza lavoro globale. Si tratta di una delle ristrutturazioni più importanti della storia industriale. Ancora più importante è che tale ristrutturazione sarà incentrata nel cuore della multinazionale, in Germania, dove 50mila addetti verranno licenziati e quattro stabilimenti saranno chiusi.

Non si tratta, però, solo della Volkswagen, ma di tutta l’industria europea dell’auto, che a sua volta rappresenta solo il picco della crisi della manifattura dell’Europa occidentale, che rischia di imprimere una accelerazione alla deindustrializzazione. La multinazionale statunitense Ford ha annunciato tagli del 14% sulla forza lavoro europea (3.900 occupati) in Spagna, Regno Unito e soprattutto in Germania. La Mercedes, dopo aver licenziato 4mila lavoratori con uscite volontarie alla fine del 2025, ha dichiarato di voler procedere ad altri licenziamenti, risparmiando un miliardo di euro sui dipendenti entro l’anno prossimo. La Bmw prevede una riduzione dell’organico del 5% a livello globale entro la fine dell’anno. La crisi dell’auto impatta anche sui produttori di componentistica, ad esempio la tedesca Bosch ha programmato tagli di 18.500 dipendenti. I timori sono molto forti anche per i componentisti dell’auto italiani, che hanno i loro clienti più importanti nei produttori tedeschi, ai quali va il 20% delle esportazioni di parti e accessori di veicoli a motore, anche se il suo valore (2,9 miliardi di euro nel 2025) incide poco sull’export manifatturiero totale italiano verso la Germania (72,2 miliardi)[i].

 

Le cause della crisi dell’auto tedesca ed europea

Di fronte a questa debacle, quali sono le cause della crisi dell’auto europea e specialmente tedesca? Le ragioni generalmente attribuite dagli analisti sono quattro. La prima è stata il venir meno per la Germania e l’Italia, dopo le sanzioni imposte dalla Ue alla Russia, di rifornimenti di gas a basso costo, che ha portato all’aumento dei costi di produzione.  La seconda è rappresentata dall’aumento dei dazi statunitensi per le auto importate dall’Europa dal 2,5% al 15% e poi al 25%. I dazi penalizzano soprattutto la Volkswagen e i suoi marchi di lusso, Porsche e Audi. Volkswagen ha solo un impianto per l’assemblaggio di auto negli Usa, ed è molto più presente in Messico, a sua volta colpito da dazi al 25%. Meno colpite sono Bmw e Mercedes, che hanno maggiore capacità produttiva negli Usa. Una terza ragione è rappresentata dalla transizione energetica varata dalla Commissione europea, la quale ha imposto che le emissioni di CO2 delle auto prodotte nella Ue avrebbero dovuto essere ridotte del 55% entro il 2030 e del 100% entro il 2035, quando sarebbe dovuta cessare la produzione di auto termiche. Di conseguenza, le aziende europee si sono volte verso l’elettrico, investendo cifre colossali che però non hanno trovato riscontro nel mercato europeo, dove i consumatori hanno acquistato solo poche delle troppo costose auto elettriche europee. Da qui il crollo dei profitti delle imprese tedesche ed europee.

La quarta e più importante ragione è rappresentata dalla Cina, che ha impattato negativamente sull’industria tedesca ed europea in due modi. Il primo è la riduzione della capacità del mercato cinese, che vale il 30% del mercato globale dell’auto e il 75% di quelle elettriche[ii], di assorbire le auto tedesche prodotte sia in Germania sia in Cina. La Volkswagen è passata dal picco storico nel 2019 di 4,2 milioni di auto vendute in Cina a 2,7 milioni nel 2025. La perdita di vendite è dovuta alla concorrenza dei produttori di auto cinesi, Byd, Geely e Saic Motor soprattutto, che, mentre i produttori tedeschi continuavano a proporre auto termiche, hanno messo sul mercato auto elettriche meno costose e più ricche di quella tecnologia e di quel software che i consumatori cinesi, soprattutto i più giovani, tanto apprezzano. Nel 2025 i marchi cinesi hanno aumentato le loro vendite sul mercato domestico del 16,8% rispetto all’anno precedente, oltrepassando la quota del 70%; al contrario i marchi tedeschi hanno perso il 7,7%[iii]. Ma la capacità competitiva cinese non si è esplicitata solo in patria, bensì anche all’estero e in particolare nel mercato europeo, dove le auto elettriche e ibride a prezzi contenuti del paese estremo orientale stanno incontrando il sempre maggiore favore dei consumatori.

Queste sono le cause più immediate e visibili. Tuttavia, c’è una causa più di fondo che si collega a quelle più di superficie. Tale causa è la sovrapproduzione di capitale. Ciò significa che si è accumulato un eccesso di capitale (sotto forma di mezzi di produzione) rispetto alla capacità di questo capitale crescente di ottenere il saggio di profitto sperato dai capitalisti. In sostanza il capitale, per aumentare la produttività del singolo lavoratore, introduce una quantità sempre maggiore e più innovativa di macchine e tecnologia in rapporto ai lavoratori impiegati. Quindi, il capitale investito in forza lavoro diminuisce in rapporto al capitale investito in mezzi di produzione. Dal momento, però, che il saggio di profitto è dato dal rapporto tra plusvalore (che compone il profitto ed è creato solo dai lavoratori) e capitale totale investito, si determinerà una tendenza alla diminuzione del saggio di profitto, cioè un calo in percentuale del profitto sul capitale investito. I capitalisti, tuttavia, possono compensare il calo del saggio di profitto con l’aumento della massa del profitto. Quindi il plusvalore o profitto, pur calando in proporzione al capitale totale investito può aumentare in valore assoluto. Questa massa di profitto aumentata si traduce, però, in un aumento della massa di merci prodotte che premono per essere vendute sul mercato. Dal momento che nella società capitalistica la produzione complessiva non è regolata da un piano che commisuri la produzione alla reale capacità di acquisto della società (cioè alle dimensioni del mercato), ogni capitale individuale, operando autonomamente al fine di massimizzare il suo profitto, aumenta le unità prodotte, e, di conseguenza cresce il volume complessivo di merci, che non riescono ad essere vendute sul mercato. Inatti, nel modo di produzione capitalistico il mercato appare ciclicamente troppo ristretto rispetto alla aumentata capacità di produzione.  Si vede così che la sovrapproduzione di capitale genera necessariamente la sovrapproduzione di merci e l’aumento della concorrenza tra capitali, che riduce i prezzi e con essi i profitti[iv].

Questa era la situazione del mercato europeo, dove i produttori nei decenni scorsi, negli anni ’80 e ’90 soprattutto, avevano aumentato la produttività attraverso l’introduzione massiccia dell’automazione e dell’informatica. Il mercato europeo era diventato in questo modo saturo di auto prodotte e l’industria presentava una sovraccumulazione di capitale. Con la successiva globalizzazione si era trovato sfogo al calo del saggio di profitto attraverso l’esternalizzazione della produzione all’estero, dove i salari erano più bassi e quindi i saggi di profitto erano più alti. I produttori europei di auto, a partire da Volkswagen, Renault e Fiat, avevano così spostato capitali e produzione nell’Europa dell’est, dalla Polonia alla Romania alla Serbia, nel Nord Africa, nell’America Latina, soprattutto in Messico e Brasile, e in Asia, dalla Turchia alla Cina. Malgrado ciò, la sovrapproduzione di capitale e di merci non tardò a ripresentarsi, in particolare in Europa occidentale. Non a caso Sergio Marchionne, amministratore delegato di Fiat, era solito ripetere, fino alla sua morte nel 2018, che in Europa c’era troppa capacità produttiva, in altre parole una sovrapproduzione di capitale, e che quindi bisognava procedere con la chiusura di impianti e con accorpamenti tra grandi gruppi. Infatti, la Fiat, dopo aver assorbito la statunitense Chrysler, qualche anno dopo la morte di Marchionne si fuse con Peugeot e assorbì anche Opel in un nuovo mega gruppo, Stellantis, ora al secondo posto in Europa e al quarto nel mondo. Fu a questo punto che, per risolvere la situazione di un mercato europeo ormai saturo, si pensò di determinare una nuova espansione della domanda attraverso la trasformazione del prodotto stesso, passando dall’auto termica all’auto elettrica. Inoltre, l’auto elettrica, essendo molto più semplice da costruire, richiede meno ore di lavoro per la sua realizzazione, e, quindi, si pensava potesse permettere di aumentare la produttività e i profitti.

Tuttavia, questa strategia non ha tardato a rivelarsi fallimentare. La trasformazione della produzione ha richiesto un notevole investimento di capitale in tempi molto rapidi, ma a questo investimento di capitale non ha corrisposto un volume di vendite adeguato, determinando perdite significative e un calo dei profitti generalizzato dei produttori europei. Quindi, ancora una volta nel capitalismo il mercato si è dimostrato non adeguato ad assorbire la produzione, generando una sovrapproduzione di capitale e di merci. Il problema, oltre alla scarsità della infrastruttura pubblica di ricarica, è che le case europee hanno prodotto auto elettriche o ibride troppo costose in rapporto a quelle termiche e il già saturo mercato europeo dell’auto ha continuato a preferire queste ultime o le più economiche auto elettriche o ibride cinesi.

 

Perché l’auto cinese si sta affermando non solo in Cina ma anche nella Ue

A questo punto dobbiamo capire perché la Cina è più competitiva dell’Europa. La Cina, in primo luogo, ha il mercato automobilistico più grande del mondo, per cui può realizzare imponenti economie di scala, risparmiando sui costi, specialmente sulla produzione delle batterie che sono la parte dell’auto elettrica che in Europa ha costi elevati. Inoltre, la Cina è una quasi monopolista mondiale dell’estrazione e della raffinazione delle terre rare, che sono essenziali per la produzione dell’auto e delle batterie elettriche. A questo si aggiunge che la Cina, malgrado l’aumento dei salari reali degli ultimi anni (+10,7% all’anno solo tra 2008 e 2014[v]), ha ancora un vantaggio salariale e abbondanza di forza lavoro. Ma la ragione più importante è che la Cina si sta trasformando da paese periferico, che produce sulla base di tecnologie e capitali occidentali, avendo come leva competitiva i suoi bassi salari, in paese industrialmente autonomo con propri gruppi industriali e con una propria tecnologia avanzata. In pratica, la Cina è forse l’unico paese periferico che sta uscendo fuori dallo sviluppo dipendente dall’Occidente, che riperpetua il sottosviluppo, per portarsi a quello che Samir Amin definiva “sviluppo autocentrato”[vi]. La Cina diventa sempre meno dipendente da catene del valore dominate da imprese occidentali e sempre di più dà vita a catene del valore controllate da sue imprese. L’occupazione della posizione apicale in una catena del valore è un fatto essenziale, perché consente il controllo della produzione di valore lungo tutta la catena e, quindi, la “cattura” di una quota maggiore di plusvalore, cioè di profitto. Di conseguenza, oggi la Cina riesce a trattenere in patria una quota maggiore del plusvalore prodotto dai suoi lavoratori e che era (ed è ancora, ma in misura minore) “catturato” dalle multinazionali europee, statunitensi e giapponesi.

Ma perché questo sta avvenendo in Cina e non in altri paesi del Sud globale?  La risposta è che in Cina lo Stato ha mantenuto ben stretto il controllo sull’economia, al contrario dell’Europa dove il modello liberista si è imposto con forza. Questo è dovuto al fatto che la Cina non è dipendente politicamente dall’imperialismo occidentale e, attraverso il partito comunista, mantiene salda in pugno la sua sovranità politica, a differenza di molti paesi del Sud globale. Il modello cinese si dimostra così migliore di quello europeo, perché basato sul cosiddetto socialismo con caratteristiche cinesi. Il settore dell’auto elettrica è uno degli esempi migliori in questo senso. In esso c’è un settore di imprese completamente di proprietà statale (tra di esse c’è Saic-Motor che produce il marchio Mg, molto diffuso in Italia), che sta accanto a un altro settore di imprese che è guidato da capitalisti privati, ma che comunque nel tempo hanno accolto capitali da fondi di investimento statali e da banche pubbliche, per finanziare il loro sviluppo globale. Qualcuno definisce quello cinese come capitalismo di stato e lo paragona all’Italia della prima repubblica con la sua economia mista privata-pubblica. Ma tra l’ltalia di circa quaranta anni fa e la Cina odierna c’è una importante differenza: in Italia lo Stato continuava a essere dominato dai capitalisti privati, dai quali erano dipendenti la maggior parte dei partiti dell’epoca, e infatti, a un certo punto, si è potuta affermare facilmente la contro-riforma neoliberista. Al contrario, in Cina sono i capitalisti privati a dipendere dallo Stato e dal partito comunista, che controlla le leve dell’economia a partire dalla moneta, attraverso i piani quinquennali economici. È stato, quindi, grazie al suo modello economico che la Cina ha potuto sviluppare meglio e prima dell’Europa e degli Usa le tecnologie legate all’auto elettrica, fuoriuscendo da quel luogo comune diffuso in Occidente secondo cui il socialismo sarebbe necessariamente viziato da una inefficienza di fondo.

 

Come il capitale europeo reagisce alla crisi dell’auto

A questo punto, dobbiamo chiederci come il capitale europeo e le sue multinazionali dell’auto stanno reagendo alla sovrapproduzione di capitale e di merci e, soprattutto, come reagiscono davanti alla concorrenza cinese. La soluzione principale all’eccesso di sovraccumulazione di capitale e cioè di capacità produttiva è la distruzione di parte di questa capacità cioè, in altre parole, di parte del capitale fisso. Infatti, la Volkswagen, dimostrando così il carattere di sovrapproduzione di capitale della sua crisi, ha in programma la chiusura di quattro stabilimenti in Germania. A ulteriore conferma che gli enormi investimenti sull’elettrico hanno contribuito all’eccesso di accumulazione di capitale, quelli che chiuderanno sono stabilimenti che producono auto elettriche, in particolare lo stabilimento di Zwichau, che è stata la prima fabbrica convertita completamente alla mobilità elettrica con un investimento di 1,2 miliardi di euro. Inoltre, gli investimenti di capitale del gruppo verranno ridotti del 15%, portandoli a 130 miliardi di euro nei prossimi cinque anni. Infine, coerentemente con l’obiettivo della riduzione della sovrapproduzione di merci, la Volkswagen ha ridotto la sua produzione da 12 milioni di vetture all’anno a 9 milioni.

Un altro modo di contrastare la sovrapproduzione di capitale è la riduzione del salario dei lavoratori, che porta all’aumento dello sfruttamento e quindi al rialzo del saggio di profitto. L’indiscrezione sull’intenzione di licenziare 100mila lavoratori, di cui la metà in Germania, potrebbe essere anche una mossa negoziale per obbligare il potente sindacato tedesco IG Metal, magari a fronte di una riduzione degli esuberi, ad accettare contrazioni della busta paga. Un altro modo per ridurre la parte dei costi che vanno alla forza lavoro sarebbe, inoltre, lo spostamento della produzione in paesi che hanno il costo del lavoro molto più basso e il saggio di sfruttamento più alto di quello tedesco. In sostanza, la crisi dell’auto e in generale la crisi di sovrapproduzione può generare una ulteriore ondata di delocalizzazioni che porterebbe all’accentuazione della deindustrializzazione dell’Europa occidentale, specie dei due paesi che avevano mantenuto, nonostante la globalizzazione, una forte industria manifatturiera, Germania e Italia. Del resto, per tornare all’esempio, riportato all’inizio, della delocalizzazione della produzione della Natuzzi, il costo del lavoro medio dell’industria, delle costruzioni e dei servizi è in Italia di 32 euro, mentre in Romania è di 13,6 euro, cioè meno della metà[vii]. Quindi, l’esternalizzazione oltre frontiera, specialmente quella delle fasi a più alta intensità di lavoro, consente alla Natuzzi di aumentare sensibilmente il suo profitto. Anche se la differenza tra salario reale italiano e romeno è meno forte in termini reali, visto che i salari in Italia dal 2008 al 2024 hanno perso l’8,7% della capacità d’acquisto, la perdita maggiore tra i paesi del G20[viii], mentre in Romania hanno registrato un aumento e che la parte del costo del lavoro al netto del salario che il lavoratore percepisce realmente è del 28,1% sul totale in Italia e solo del 4,8% in Romania, quello che importa alle multinazionali è la differenza nel costo del lavoro nominale, che impatta sulla distribuzione del valore a livello di catena globale della produzione. Questo discorso vale ancora di più per la Germania e la Francia, il cui costo del lavoro orario è rispettivamente di 45 e 44,3 euro, a fronte di quello della Polonia di 19,1 euro, di quello dell’Ungheria di 15,2 euro e di quello della Bulgaria e della Serbia di circa 12 euro. Ma fuori dall’Ue, ad esempio in America Latina, Asia orientale e Africa del Nord, il divario con il costo del lavoro dell’Europa occidentale è ancora maggiore.

Il capitale europeo può contare anche su un altro strumento per affrontare la crisi dell’auto, il sostegno pubblico da parte della Ue. Tale sostegno si concretizza, in primo luogo, nella riduzione dal 100% al 90% della quota di auto elettriche che la Ue obbliga a produrre entro il 2035, dando così più tempo ai produttori per passare completamente dall’auto termica a quella elettrica. In secondo luogo, la Ue ha aumentato i dazi contro le auto elettriche cinesi, con la motivazione che i produttori in Cina beneficiano di forti sussidi statali, che falsano la concorrenza. Ad ottobre 2024 al dazio standard del 10% è stata sommata una gamma di dazi aggiuntivi che varia, a seconda dell’aiuto di Stato che le imprese ricevono, dal 7,8% per le Tesla prodotte a Shangai al 35,3% applicato alle auto della Saic. Successivamente, dal momento che i produttori cinesi avevano aggirato i dazi, esportando auto ibride al posto di auto totalmente elettriche, la Ue ha esteso i dazi anche alle auto ibride. Infine, da febbraio 2026 la Ue ha consentito ai produttori cinesi di essere esentati dai dazi nel caso in cui adottino un “prezzo minimo consentito” dalla Ue, si attengano a un certo volume di auto importate annualmente e si impegnino a investire nella produzione di auto elettriche in Europa. Il protezionismo è stato efficace nel proteggere l’industria europea? Sì, almeno in parte. Certamente senza i dazi le auto cinesi sarebbero dilagate. Ciononostante, la quota del mercato Ue dei produttori cinesi è triplicata negli ultimi tre anni, passando dal 2,3% del 2023 al 6% nel 2025 e al 9% nei primi cinque mesi del 2026, poco meno del terzo produttore europeo, Renault, con il 10,2%. Il produttore cinese con la quota maggiore è Geely (2,6%), il quale supera produttori blasonati e da lungo tempo presenti in Europa come Ford (2,3%) e Nissan (1,9%), seguito da Saic e Byd (2,1%)[ix].

Oltre ai dazi, la Ue ha deciso di intervenire con l’investimento di 1,8 miliardi di euro per facilitare la realizzazione di una filiera di batterie elettriche per auto in Europa. Inoltre, ha proposto a marzo 2026, attraverso l’Industrial Accelerator Act (IAA), di elargire sussidi per l’acquisto di auto elettriche, a patto che queste siano prodotte per l’85% del loro valore complessivo nella Ue. Se almeno il 70% delle auto elettriche vendute dal singolo produttore avranno questa caratteristica, allora tutte le sue auto elettriche beneficeranno dei sussidi. Più recentemente i tre principali produttori europei, Volkswagen, Stellantis e Renault, hanno inviato una lettera al Parlamento europeo chiedendo delle modifiche all’IAA, che consistono specialmente nella riduzione della quota del valore prodotto nella Ue delle auto vendute dall’85% al 70%, affinché siano meritevoli di sussidi. Si tratta di una richiesta interessante, perché permette ai produttori europei di produrre una parte maggiore dell’auto al di fuori della Ue, dove i costi, compresi soprattutto quelli del lavoro, sono più bassi.

Del resto, la produzione delle multinazionali si basa sulla catena globale del valore, ossia sulla divisione delle fasi di produzione di una merce per il consumatore finale in più stabilimenti, situati in paesi diversi. In ogni fase produttiva, viene prodotta una certa quantità di valore, che poi alla fine, sommando tutto il valore prodotto in tutta la catena, si traduce in un prezzo di produzione. La questione più importante è che la porzione di valore incorporato nella merce in ogni fase produttiva viene calcolato ai prezzi locali, che, nei paesi periferici, sono molto più bassi di quelli dei paesi centrali, come Germania, Francia e Italia. La conseguenza è che, nella contabilità e nelle statistiche complessive, il valore – in termini di tempo di lavoro – effettivamente trasferito nella merce risulta sottostimato nei paesi periferici (Romania, Messico, Brasile, India, Cina, ecc.), a basso costo del lavoro, e sovrastimato nei paesi centrali (Stati Uniti, Germania, Francia, Italia, Giappone, ecc.), ad alto costo del lavoro[x]. Di conseguenza, è certo che la quota del valore reale dell’auto prodotto nella Ue sarebbe in effetti molto inferiore all’85% del totale (o al 70%, se le richieste dei tre gruppi europei dell’auto fossero accettate) previsto dallo IAA. È questa la ragione per la quale le multinazionali europee, come Volkswagen e Stellantis, nel corso della cosiddetta globalizzazione hanno massicciamente delocalizzato in paesi della periferia o del Sud globale, come preferiamo chiamarli, ottenendo degli extra-profitti.

 

Il futuro ci riserva delocalizzazioni e calo dei salari, come contrastarli?

Malgrado la globalizzazione in Germania era rimasta una quota importante della produzione di auto (4,148 milioni di auto nel 2025 da 5,13 milioni nel 2000), la cui esportazione è andata a gonfie vele fino a poco tempo fa. Questo ora non è più possibile per le ragioni che abbiamo illustrato fino a qui. Infatti, “il cda del gruppo [Volkswagen] a più riprese ha dichiarato che il modello di business storico e per anni di successo teso a sviluppare vetture globali in Germania, produrle in Europa e venderle in tutto il mondo non funziona più.”[xi] Quindi, quale sarà la soluzione alla crisi dell’auto tedesca ed europea che le multinazionali metteranno in pratica? Molto probabilmente assisteremo ad una nuova ondata di delocalizzazioni della produzione verso paesi a basso salario dalla Germania e in misura inferiore dalla Francia (che nel 2025 ha prodotto 1,06 milioni di auto da 2,87 milioni nel 2000[xii]) e forse dalla Spagna (1,81 milioni di auto nel 2025 da 2,44 milioni nel 2000). Per quanto riguarda l’Italia, qui la produzione era già stata quasi azzerata negli ultimi anni (237mila auto nel 2025 da 1,4 milioni nel 2000) e l’auto è stata sostituita, come apporto al Pil e all’export, da altri settori ad alta tecnologia, come il farmaceutico e soprattutto il chimico, che insieme nel 2025 hanno rappresentato il 28,8% del valore dell’export totale italiano contro il 2,23% dell’auto[xiii]. Per fare un confronto, possiamo notare che la produzione cinese è passata da 600mila auto nel 2000 a 30milioni nel 2025, rappresentando il 42% della produzione mondiale. La delocalizzazione dell’auto tedesca ed europea occidentale, potrà attuarsi o saturando le capacità produttive degli impianti già esistenti in paesi periferici, o facendo investimenti diretti all’estero (Ide) greenfield, cioè costruendo nuovi stabilimenti, sempre in paesi periferici, oppure procedendo a fusioni con altri produttori e razionalizzando la produzione, cioè facendo economie di scala e tagliando posti di lavoro.

Ad ogni modo, c’è il pericolo concreto che la Germania, il paese economicamente più importante della Ue, si deindustrializzi, almeno parzialmente, con ricadute negative non solo sulla sua economia complessiva, ma anche su quella degli altri paesi europei, in particolare sui suoi fornitori di beni intermedi e componentistica, compresa l’Italia. Fra l’altro, la crisi dell’auto tedesca interviene in una fase storica di stagnazione del Pil tedesco e di altri paesi dell’area euro, Francia e specialmente Italia. Sicuramente un altro effetto di nuove delocalizzazioni può essere la messa in difficoltà del mercato del lavoro tedesco ed europeo, con una contrazione della domanda di forza lavoro, e la conseguente contrazione dei salari. Sempre che la Volkswagen non tratti col sindacato per una riduzione del salario a fronte della riduzione degli esuberi di manodopera previsti.

Questo avrà ripercussioni sulla società e sulla politica europea, specialmente su quella della Germania. Il governo del cancelliere Merz, una coalizione di cristiano-democratici (CDU-CSU) e di socialdemocratici (SPD), ha già raggiunto i minimi storici di gradimento di un governo tedesco. Inoltre, il partito tedesco di estrema destra e fortemente anti-immigrati, Alternative für Deutschland (AfD), ha superato nei sondaggi come primo partito la CDU-CSU di Merz, col 28% contro il 24%. Eppure, di fronte ai licenziamenti annunciati della Volkswagen il governo Merz è rimasto passivo: “Cerchiamo di evitare ogni chiusura di stabilimenti in Germania (…) – ha commentato un portavoce del governo – Ma alla fine si tratta di decisioni delle aziende, che devono essere prese secondo criteri economici.”[xiv] La ristrutturazione dell’intero settore dell’auto, che, senza contare la componentistica, vale il 10% dell’export totale tedesco (156 miliardi su 1.563), può, quindi, accentuare la crisi dell’assetto sociale e politico tedesco, che dalla fine della Seconda guerra mondiale si è fondato sull’alternanza tra CDU-CSU e SPD, e che oggi non riesce a reggere neanche mettendo insieme questi due partiti.

Come rispondere alla delocalizzazione, non solo dell’auto, e alla deindustrializzazione, che abbassa i salari e trasforma posti di lavoro nell’industria in posti di lavoro precari e a basso salario nei servizi?  Certamente, dovrebbero essere generalizzate alcune proposte che i sindacati italiani ed europei hanno elaborato negli ultimi anni, come le leggi anti-delocalizzazione, che impongano sanzioni e restituzioni degli aiuti di Stato alle imprese che delocalizzano, l’aumento della frequenza dei rinnovi dei contratti nazionali, combinati però con l’introduzione di salari minimi, e l’obbligo ai subappaltatori ad applicare i contratti leader. A queste misure ne andrebbero aggiunte altre, tese a ridurre la mobilità dei capitali a livello internazionale, che, aumentata con il neoliberismo, ha dato avvio alla globalizzazione della produzione.  Per quanto riguarda l’Italia, dato che i salari (ed il costo del lavoro) italiani risultano significativamente più bassi di quelli del resto dei paesi avanzati europei e sono quelli che hanno perso maggiore potere d’acquisto nel G20, ci sarebbe bisogno di una campagna nazionale, che coinvolga politica e sindacati insieme, contro i bassi salari in tutti i settori. Ma questo non basta, perché la questione e le soluzioni sono di tipo più generale.

In definitiva, la crisi dell’auto tedesca è la certificazione della definitiva fine del cosiddetto “modello renano” tedesco, già in difficoltà da diverso tempo, basato su una sorta di patto sociale tra imprese, sindacato, banche e governo. Ma è anche la prova del fallimento del modello neoliberista, basato sulle esportazioni, sulla moderazione salariale, sulle privatizzazioni e sul ritiro dello Stato dall’economia, che si è affermato in Europa negli ultimi decenni. Più in generale, è la dimostrazione delle ineliminabili contraddizioni del modo di produzione capitalistico, dal contrasto tra sviluppo delle forze produttive e rapporti di produzione all’anarchia del mercato. Il fallimento dell’Europa risalta particolarmente se confrontato col successo della Cina, che sta vincendo la competizione sempre meno grazie ai bassi salari e sempre di più grazie alla capacità di innovazione tecnologica, basata sull’intervento pianificato e organizzato dello Stato. Sarebbe opportuno, quindi, che la Ue e l’Italia prendessero spunto dall’esperienza cinese, abbandonassero le logiche neoliberiste e applicassero politiche statali di programmazione industriale, previste dall’articolo 41 della Costituzione italiana, e di rinazionalizzazione di imprese. Ma questo è un problema di scelte e, quindi, è una questione che si risolve solo a livello politico. Il che non significa che tutto si esaurisca nella competizione elettorale, ma che si debbano modificare con le lotte, a partire dai luoghi di lavoro, i rapporti di forza complessivi tra classi sociali, cioè tra capitale transnazionale e lavoro salariato.


Note
[i] Nostra elaborazione su dati Eurostat, International trade of EU and non EU countries since 2002 by SITC. È da notare che l’Italia ha un surplus commerciale di 13 miliardi verso la Germania. https://ec.europa.eu/eurostat/comext/newxtweb/submitresultsextraction.do
[ii] Focus2move, China 2026 plunge while Geely displace BYD as leading brand.
[iii] https://www.marklines.com/en/report/rep2969_202602
[iv] Karl Marx, Il capitale, Libro III, Sezione III La caduta tendenziale del saggio di profitto, Newton Compton editori, Roma, 1996.
[v] Organizzazione Internazionale del lavoro (ILO), Wages, Productivity and Labour Share in China, April 2016.
[vi] Amin Samir, Lo sviluppo ineguale. Saggio sulle formazioni sociali del capitalismo periferico, Giulio Einaudi Editore, Torino 1977.
[vii] Eurostat, Data base, Labour cost levels by Nace Rev.2 activity.
[viii] Organizzazione Internazionale del lavoro (ILO), Rapporto mondiale sui salari 2024-2025.
[ix] Sito web di Unrae su dati Acea.
[x] John Smith, Imperialism & the globalization of production, PhD thesis, July 2010.
[xi] Mario Cianflone, Un segnale allarmante ma il gruppo può ripartire, il Sole24ore, 27 giugno 2026.
[xii] Sito web dell’Organization Internationale des Constructeurs Automobiles (OICA), Production statistics.
[xiii] Secondo i dati Eurostat l’export italiano di auto tra 2024 e 2025 è sceso da 15,2 a 14,4 miliardi, mentre quello farmaceutico è salito da 52,9 a 68,76 miliardi e quello del chimico da 101,3 a 116 miliardi.
[xiv] Matteo Meneghello, Volkswagen prepara 100mila tagli e chiude impianti in Germania, il Sole24ore, 27 giugno 2026.
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Comments

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ndr60
Friday, 10 July 2026 12:46
Strano che L'Autore non parli dell'altra strategia per salvare ciò che resta dell'industria in Germania e Italia: la riconversione del settore auto e componentistica nel settore militare&affini. In tal modo, tra l'altro, il problema della sovrapproduzione sarebbe brillantemente risolto: basta che le guerre continuino, più belle e superbe che pria (cit.).
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Fabrice
Friday, 10 July 2026 12:45
Ombre oscure sulla Cina!

1. https://www.raiplay.it/video/2026/06/PresaDiretta-Estate---Puntata-del-21062026-096606bd-c686-4520-9f82-0c1167ac4ed0.html

Commento

L'ho vista tutta quella puntata, praticamente, il conduttore, Riccardo Iacona, era tutto gasato che in Cina stanno progettando un ospedale interamente gestito con l'Intelligenza Artificiale e spacciava la cosa come se fosse una grande conquista per l'umanità quando invece sarà un disastro:


https://lanuovabq.it/it/con-lintelligenza-artificiale-inizia-lera-del-medico-inumano

cioè nella puntata si facevano solo sviolinate all'intelligenza artificiale cinese, questo invece un altro recente disastro:

https://www.renovatio21.com/il-colosso-cinese-della-logistica-jd-700-000-addetti-sostituiti-dai-robot-prima-o-poi/


2. "Questa non è una storia cinese a lieto fine
Il saggio scritto da un manovale su sua madre per una sfida social ha commosso la Cina."

di An Sanshandi per Krisis , 3 Giugno 2026

Il testo di An Sanshan ha scosso il web. Ma la realtà che descrive, con una mamma sfinita dalla fatica prima dei 50 anni e un figlio che a 66 anni trasporta ancora mattoni, rappresenta un atto d’accusa contro la povertà che persiste in alcune zone interne del Paese del dragone.

Proseguimento:

https://krisis.info/it/2026/06/aree/asia_orientale/cina/questa-non-e-una-storia-cinese-a-lieto-fine/

2A. “Riduzione della povertà”, una farsa cinese”, di Gu Xi per Winter.
Marzo 2019

Bugie e inganni nel cuore del comunismo, proprietà distrutte e famiglie devastate solo per nascondere la povertà nelle statistiche ufficiali
Xi Jinping ha promesso che la completa riduzione della povertà sarebbe stata raggiunta entro il 2020, ma con l’approssimarsi della scadenza sono in aumento gli episodi di “riduzione della povertà” forzata.
Secondo quanto riportato dai media cinesi, i segretari provinciali del Partito e i governatori di 22 divisioni amministrative a livello provinciale nella Cina centro-occidentale hanno sottoscritto con le autorità centrali una “dichiarazione di responsabilità” per alleviare la povertà. I funzionari si sono impegnati a raggiungere l’obiettivo della riduzione della povertà o, in caso di insuccesso, a subire severe sanzioni. Questa è l’unica volta dal XVIII Congresso Nazionale del 2012 che i principali responsabili del partito e e delle amministrazioni provinciali hanno assunto un impegno scritto di fronte alle autorità centrali.
Dopo averla promessa, la riduzione della povertà è diventata una priorità assoluta che potrebbe minacciare la sicurezza del posto di lavoro dei funzionari. In precedenza, Bitter Winter ha riferito che alcune amministrazioni locali avevano costretto gli anziani a vivere insieme ai figli nell’ambito della loro strategia per ridurre la povertà. Secondo la logica perversa del Partito Comunista Cinese (PCC), i poveri che si trasferiscono nelle case di altri hanno il beneficio di redditi multipli e quindi si ritiene che essi non siano più poveri. Le case di alcuni anziani sono state definite fatiscenti e demolite.
In questo modo il numero di unità abitative di bassa qualità è diminuito miracolosamente e gli obiettivi dei funzionari locali sono stati raggiunti, ma in tutta la Cina gli anziani continuano a soffrire per le tragedie causate da questa farsesca riduzione della povertà.
Dì solamente quello che il Partito ti dice di dire
Alcuni abitanti poveri del villaggio di Yuncheng, nella provincia settentrionale dello Shanxi, ricevono una “formazione” speciale in vista ispezioni dalle autorità superiori.

Proseguimento:

https://it.bitterwinter.org/riduzione-della-poverta-una-farsa-cinese/

Commento

Della serie: "I panni sporchi si lavano in famiglia", anonimo popolare.


3. ESCLUSIVO – Parla un ex operaio in una fabbrica di iPhone in Cina: ecco come vive chi fa gli smartphone Apple

Kif Leswing per Business Insider
13/4/2017

https://web.archive.org/web/20201020235201if_/https://it.businessinsider.com/esclusivo-parla-un-ex-operaio-in-una-fabbrica-di-iphone-apple-in-cina-ecco-come-vive-chi-fa-i-nostri-smartphone/

Commento

Poi nel paesi occidentali suonano le trombe su quanto è figo avere uno smartphone Apple e sulla gandiosa produttività cinese e nel mentre la dirigenza cinese nasconde la polvere sotto il tappeto..., entrambi ipocriti ma più ridicoli gli occidentali per varie ragioni!

4. Due tesi a confronto sul modello economico vigente in Cina.

“It’s Not Socialism”: China is a Capitalist Cheap Labour Export Economy, Based on Low Wages,
by Prof Michel Chossudovsky for Global Research, April 22, 2025

First published on January 20, 2022. Updated data and analysis, April, 22, 2025

Introduction

Most analysts and historians fail to understand that starting in the early 1980s, China had become a full fledged capitalist country. There are powerful US business interests including Big Pharma, major hi-tech companies, banking institutions which are firmly entrenched inside China. The size of the private sector is overwhelming. see below

The United States has faithful “allies” within China’s business establishment as well as among academics, scientists, medical doctors who tend to be “pro-American”.

China’s Academy of Sciences (中国科学院), China’s business schools (e.g. Beijing, Dalian, Guangzhou) going back to the early 1980s have ties with Ivy League institutions. Many of them have joint MBA programs, e.g. Shanghai’s Fudan University School of Management with MIT. Stanford has a campus in China as well an agreement with Beijing University, etc.

Another example is Tsinghua University’s School of Journalism’s graduate program which is funded by Bloomberg together with several Wall Street banking institutions.

The interests of powerful Chinese business groups (specifically within the pharmaceutical industry) including China’s billionaires (Forbes List 2022, Forbes New Billionaires) are represented at the highest levels of the Chinese Communist Party (CCP) leadership.

Ironically, these US-China “business alliances” are in starch contrast to the ongoing US-NATO threats directed against the People’s Republic of China, not to mention the various US sponsored acts of destabilization of China’s national economy.

Needless to say there are deep divisions within the CCP leadership.

Proseguimento:

https://www.globalresearch.ca/its-not-socialism-china-is-a-capitalist-cheap-labour-economy-based-on-exceedingly-low-wages/5804938

VS

"NÉ COMUNISTA NÉ CAPITALISTA: IL MODELLO MERITOCRATICO DISTINTIVO DELLA CINA"
di di Felix Abt, forumgeopolitica.com, 21 ottobre 2025 — Traduzione a cura di Old Hunter per Giubbe Rosse News


22 Ottobre 2025

I miti occidentali sulla Cina crollano. Dai “cartoni animati vietati” ai “lockdown totali”, la realtà racconta una storia diversa: il dibattito esiste, le minoranze preservano la loro cultura e gli imprenditori prosperano.

Proseguimento:

https://giubberossenews.it/2025/10/22/ne-comunista-ne-capitalista-il-modello-meritocratico-distintivo-della-cina/

Il passaggio chiave di tutto l'articolo:

"L’economia guidata dal sindaco: dinamismo locale per la forza nazionale

Nel suo libro “The New China Playbook: Beyond Socialism and Capitalism”, la professoressa cinese Keju Jin, laureata ad Harvard, descrive un sistema che definisce “l’economia guidata dal sindaco”: i funzionari locali competono per promuovere aziende private allineate agli obiettivi del Partito Comunista. Aiutano le aziende ad ottenere terreni, siti produttivi, prestiti bancari, agevolazioni fiscali e altri vantaggi. Ogni Piano Quinquennale stabilisce nuove priorità – dalla crescita economica e dalla tutela ambientale alla promozione di microchip e intelligenza artificiale – e i funzionari vengono rigorosamente valutati in base ai risultati. Un successo eccezionale può portare a promozioni."

5. Commento finale

La Cina è sostanzialmente un modello ad economia mista ma con svariati tratti autoritari tipicamente cinesi che si rifanno all'epoca storica dei mandarini cinesi e finora vincente, vennero persino in Italia per copiarlo, a tale proposito vedasi significativa testimonianza di Nino Gallon riportata nel precedente post, in Italia invece il modello italiano ad economia mista che si era riivelato vincente venne demolito per fare contenti i padroni atlantici della repubblica italiana:

https://byebyeunclesam.wordpress.com/2008/06/10/di-chi-e-la-repubblica-italiana/

in Cina ovviamente non lo faranno mai perchè non hanno mai avuto padroni non cinesi che dall'estero telecomandano e/o minacciano e/o ammazzano i politici cinesi!!
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Nico
Saturday, 11 July 2026 12:07
Quoting Fabrice:
Ombre oscure sulla Cina!

1. https://www.raiplay.it/video/2026/06/PresaDiretta-Estate---Puntata-del-21062026-096606bd-c686-4520-9f82-0c1167ac4ed0.html

Commento

L'ho vista tutta quella puntata, praticamente, il conduttore, Riccardo Iacona, era tutto gasato che in Cina stanno progettando un ospedale interamente gestito con l'Intelligenza Artificiale e spacciava la cosa come se fosse una grande conquista per l'umanità quando invece sarà un disastro:


https://lanuovabq.it/it/con-lintelligenza-artificiale-inizia-lera-del-medico-inumano

cioè nella puntata si facevano solo sviolinate all'intelligenza artificiale cinese, questo invece un altro recente disastro:

https://www.renovatio21.com/il-colosso-cinese-della-logistica-jd-700-000-addetti-sostituiti-dai-robot-prima-o-poi/


2. "Questa non è una storia cinese a lieto fine
Il saggio scritto da un manovale su sua madre per una sfida social ha commosso la Cina."

di An Sanshandi per Krisis , 3 Giugno 2026

Il testo di An Sanshan ha scosso il web. Ma la realtà che descrive, con una mamma sfinita dalla fatica prima dei 50 anni e un figlio che a 66 anni trasporta ancora mattoni, rappresenta un atto d’accusa contro la povertà che persiste in alcune zone interne del Paese del dragone.

Proseguimento:

https://krisis.info/it/2026/06/aree/asia_orientale/cina/questa-non-e-una-storia-cinese-a-lieto-fine/

2A. “Riduzione della povertà”, una farsa cinese”, di Gu Xi per Winter.
Marzo 2019

Bugie e inganni nel cuore del comunismo, proprietà distrutte e famiglie devastate solo per nascondere la povertà nelle statistiche ufficiali
Xi Jinping ha promesso che la completa riduzione della povertà sarebbe stata raggiunta entro il 2020, ma con l’approssimarsi della scadenza sono in aumento gli episodi di “riduzione della povertà” forzata.
Secondo quanto riportato dai media cinesi, i segretari provinciali del Partito e i governatori di 22 divisioni amministrative a livello provinciale nella Cina centro-occidentale hanno sottoscritto con le autorità centrali una “dichiarazione di responsabilità” per alleviare la povertà. I funzionari si sono impegnati a raggiungere l’obiettivo della riduzione della povertà o, in caso di insuccesso, a subire severe sanzioni. Questa è l’unica volta dal XVIII Congresso Nazionale del 2012 che i principali responsabili del partito e e delle amministrazioni provinciali hanno assunto un impegno scritto di fronte alle autorità centrali.
Dopo averla promessa, la riduzione della povertà è diventata una priorità assoluta che potrebbe minacciare la sicurezza del posto di lavoro dei funzionari. In precedenza, Bitter Winter ha riferito che alcune amministrazioni locali avevano costretto gli anziani a vivere insieme ai figli nell’ambito della loro strategia per ridurre la povertà. Secondo la logica perversa del Partito Comunista Cinese (PCC), i poveri che si trasferiscono nelle case di altri hanno il beneficio di redditi multipli e quindi si ritiene che essi non siano più poveri. Le case di alcuni anziani sono state definite fatiscenti e demolite.
In questo modo il numero di unità abitative di bassa qualità è diminuito miracolosamente e gli obiettivi dei funzionari locali sono stati raggiunti, ma in tutta la Cina gli anziani continuano a soffrire per le tragedie causate da questa farsesca riduzione della povertà.
Dì solamente quello che il Partito ti dice di dire
Alcuni abitanti poveri del villaggio di Yuncheng, nella provincia settentrionale dello Shanxi, ricevono una “formazione” speciale in vista ispezioni dalle autorità superiori.

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https://it.bitterwinter.org/riduzione-della-poverta-una-farsa-cinese/

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Della serie: "I panni sporchi si lavano in famiglia", anonimo popolare.


3. ESCLUSIVO – Parla un ex operaio in una fabbrica di iPhone in Cina: ecco come vive chi fa gli smartphone Apple

Kif Leswing per Business Insider
13/4/2017

https://web.archive.org/web/20201020235201if_/https://it.businessinsider.com/esclusivo-parla-un-ex-operaio-in-una-fabbrica-di-iphone-apple-in-cina-ecco-come-vive-chi-fa-i-nostri-smartphone/

Commento

Poi nel paesi occidentali suonano le trombe su quanto è figo avere uno smartphone Apple e sulla gandiosa produttività cinese e nel mentre la dirigenza cinese nasconde la polvere sotto il tappeto..., entrambi ipocriti ma più ridicoli gli occidentali per varie ragioni!

4. Due tesi a confronto sul modello economico vigente in Cina.

“It’s Not Socialism”: China is a Capitalist Cheap Labour Export Economy, Based on Low Wages,
by Prof Michel Chossudovsky for Global Research, April 22, 2025

First published on January 20, 2022. Updated data and analysis, April, 22, 2025

Introduction

Most analysts and historians fail to understand that starting in the early 1980s, China had become a full fledged capitalist country. There are powerful US business interests including Big Pharma, major hi-tech companies, banking institutions which are firmly entrenched inside China. The size of the private sector is overwhelming. see below

The United States has faithful “allies” within China’s business establishment as well as among academics, scientists, medical doctors who tend to be “pro-American”.

China’s Academy of Sciences (中国科学院), China’s business schools (e.g. Beijing, Dalian, Guangzhou) going back to the early 1980s have ties with Ivy League institutions. Many of them have joint MBA programs, e.g. Shanghai’s Fudan University School of Management with MIT. Stanford has a campus in China as well an agreement with Beijing University, etc.

Another example is Tsinghua University’s School of Journalism’s graduate program which is funded by Bloomberg together with several Wall Street banking institutions.

The interests of powerful Chinese business groups (specifically within the pharmaceutical industry) including China’s billionaires (Forbes List 2022, Forbes New Billionaires) are represented at the highest levels of the Chinese Communist Party (CCP) leadership.

Ironically, these US-China “business alliances” are in starch contrast to the ongoing US-NATO threats directed against the People’s Republic of China, not to mention the various US sponsored acts of destabilization of China’s national economy.

Needless to say there are deep divisions within the CCP leadership.

Proseguimento:

https://www.globalresearch.ca/its-not-socialism-china-is-a-capitalist-cheap-labour-economy-based-on-exceedingly-low-wages/5804938

VS

"NÉ COMUNISTA NÉ CAPITALISTA: IL MODELLO MERITOCRATICO DISTINTIVO DELLA CINA"
di di Felix Abt, forumgeopolitica.com, 21 ottobre 2025 — Traduzione a cura di Old Hunter per Giubbe Rosse News


22 Ottobre 2025

I miti occidentali sulla Cina crollano. Dai “cartoni animati vietati” ai “lockdown totali”, la realtà racconta una storia diversa: il dibattito esiste, le minoranze preservano la loro cultura e gli imprenditori prosperano.

Proseguimento:

https://giubberossenews.it/2025/10/22/ne-comunista-ne-capitalista-il-modello-meritocratico-distintivo-della-cina/

Il passaggio chiave di tutto l'articolo:

"L’economia guidata dal sindaco: dinamismo locale per la forza nazionale

Nel suo libro “The New China Playbook: Beyond Socialism and Capitalism”, la professoressa cinese Keju Jin, laureata ad Harvard, descrive un sistema che definisce “l’economia guidata dal sindaco”: i funzionari locali competono per promuovere aziende private allineate agli obiettivi del Partito Comunista. Aiutano le aziende ad ottenere terreni, siti produttivi, prestiti bancari, agevolazioni fiscali e altri vantaggi. Ogni Piano Quinquennale stabilisce nuove priorità – dalla crescita economica e dalla tutela ambientale alla promozione di microchip e intelligenza artificiale – e i funzionari vengono rigorosamente valutati in base ai risultati. Un successo eccezionale può portare a promozioni."

5. Commento finale

La Cina è sostanzialmente un modello ad economia mista ma con svariati tratti autoritari tipicamente cinesi che si rifanno all'epoca storica dei mandarini cinesi e finora vincente, vennero persino in Italia per copiarlo, a tale proposito vedasi significativa testimonianza di Nino Gallon riportata nel precedente post, in Italia invece il modello italiano ad economia mista che si era riivelato vincente venne demolito per fare contenti i padroni atlantici della repubblica italiana:

https://byebyeunclesam.wordpress.com/2008/06/10/di-chi-e-la-repubblica-italiana/

in Cina ovviamente non lo faranno mai perchè non hanno mai avuto padroni non cinesi che dall'estero telecomandano e/o minacciano e/o ammazzano i politici cinesi!!


Caro Fabrice, se proprio vuole deliziarci con le sue opinioni, può almeno evitare di ammannirci ogni volta la Divina Commedia?
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Fabrice
Saturday, 11 July 2026 17:01
@Nico


Parlare è facile, approfondire è difficile!!

Ergo, problemi suoi se dopo solo un articoletto di Domenico Moro sulle auto elettriche è già stanco di leggere e/o si annoia e prende subito per buona la sua versione solo perché è Domenico Moro!

PS Domenico Moro: ricercatore presso l'Istat, dove si occupa di indagini economiche strutturali sulle imprese. Ha lavorato nel settore commerciale di uno dei maggiori gruppi multinazionali mondiali ed è stato consulente della Commissione Difesa della Camera dei deputati. Collabora con quotidiani e riviste nazionali ed è autore di diversi volumi di carattere economico, politico e militare.

Riferimento:

https://www.economiaepolitica.it/author/domenico-moro/

Comunque, in ogni caso , la sezione commenti di qualsiasi Blog funziona come la TV, se non piacciono i commenti di un lettore, si cambia canale, qui il canale nuovo è il commento di un altro lettore, non è che ci vuole un genio a intuirlo, tutt'altro!!

A titolo di cronaca, non scrivo mai per essere gradito da eventuali lettori, questa vanità egocentrica da bimbi minchia, importata purtroppo anche questa moda idiota da USA, l'ho ritenuta sempre troppo stupida, scrivo solo per criticare con ragionamenti, e mai con opinioni da tifoso politico della curva sud di sinistra, o complimentare l'autore dell'articolo, a seconda dei casi.

Appunto come dicevo: parlare è facile, approfondire è difficile!!
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Nico
Saturday, 11 July 2026 17:48
Quoting Fabrice:
@Nico


Parlare è facile, approfondire è difficile!!

Ergo, problemi suoi se dopo solo un articoletto di Domenico Moro sulle auto elettriche è già stanco di leggere e/o si annoia e prende subito per buona la sua versione solo perché è Domenico Moro!

PS Domenico Moro: ricercatore presso l'Istat, dove si occupa di indagini economiche strutturali sulle imprese. Ha lavorato nel settore commerciale di uno dei maggiori gruppi multinazionali mondiali ed è stato consulente della Commissione Difesa della Camera dei deputati. Collabora con quotidiani e riviste nazionali ed è autore di diversi volumi di carattere economico, politico e militare.

Riferimento:

https://www.economiaepolitica.it/author/domenico-moro/

Comunque, in ogni caso , la sezione commenti di qualsiasi Blog funziona come la TV, se non piacciono i commenti di un lettore, si cambia canale, qui il canale nuovo è il commento di un altro lettore, non è che ci vuole un genio a intuirlo, tutt'altro!!

A titolo di cronaca, non scrivo mai per essere gradito da eventuali lettori, questa vanità egocentrica da bimbi minchia, importata purtroppo anche questa moda idiota da USA, l'ho ritenuta sempre troppo stupida, scrivo solo per criticare con ragionamenti, e mai con opinioni da tifoso politico della curva sud di sinistra, o complimentare l'autore dell'articolo, a seconda dei casi.

Appunto come dicevo: parlare è facile, approfondire è difficile!!


Rosica de meno.
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Fabrice
Monday, 13 July 2026 19:57
@Nico

Ma rosica dé meno dè che?? Delle tue osservazioni idiote da bimbominchia?

Ma và a ciapà i ratt!!!

Rdicolo, per usare un eufemismo!!
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Nico
Monday, 13 July 2026 22:37
Quoting Fabrice:
@Nico

Ma rosica dé meno dè che?? Delle tue osservazioni idiote da bimbominchia?

Ma và a ciapà i ratt!!!

Rdicolo, per usare un eufemismo!!


Un pochino suscettibile, eh.
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Giancarlo
Friday, 10 July 2026 12:14
Una analisi davvero ottima, seria e dettagliata. Grazie all'autore!
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Fabrice
Friday, 10 July 2026 11:38
1." Inoltre, l’auto elettrica, essendo molto più semplice da costruire, richiede meno ore di lavoro per la sua realizzazione, e, quindi, si pensava potesse permettere di aumentare la produttività e i profitti." , estratto dell'articolo di cui sopra.

Commento

Fatti alla mano non risulta che sia molto più semplice da costruire, vedasi:

"Complessità delle auto termiche ed elettriche: il confronto"

di Andrea Spitti per Al Volante
11 settembre 2024

Costruire un’auto in grande serie è un'operazione che richiede enormi investimenti. Ma quanti componenti servono per assemblare un’automobile?

ISTA DELLA SPESA - Vi siete mai chiesti quanto sia complesso assemblare un’auto? Da quante componenti è composta la “lista della speda” utilizzata negli impianti di produzione? Ed è vero che le auto elettriche sono meno complicate rispetto a quelle termiche? Partiamo con il dire che uno degli aspetti da considerare per primi in questo senso è la piattaforma su cui è costruita la vettura: nel caso in cui sia modulare, è probabile che sia necessarie componenti specifiche per il determinato modello che dovrà accogliere.

PIÙ COMPLESSITÀ SULLE IBRIDE - Per un’utilitaria con motore a benzina o diesel (la categoria è quella della Renault Clio o della Peugeot 208 per intedersi) servono mediamente tra 4.000 e 4.500 componenti. Nel caso in cui la vettura sia una mild hybrid, in media si aggiungono tra le 50 e le 100 voci, mentre ancora più complesso è il caso delle ibride plug-in, in cui il numero di parti aumenta tra le 250 e 400 a causa soprattutto del doppio sistema di raffreddamento (uno per il motore termico e uno per il pacco batterie).

MENO PARTI PER LE ELETTRICHE - Se si elimina del tutto il motore a combustione invece il numero delle parti da prendere in considerazione diminuisce drasticamente. Un’utilitaria elettrica prevede un numero di componenti che può variare tra 3.500 e 4.000, quindi mediamente 500 in meno rispetto a un’automobile termica analoga, diminuendo quindi la complessità tra il 10 e 15%. A livello produttivo, da questo punto di vista, è importante sapere se la batteria viene assemblata esternamente o direttamente nell’impianto di produzione della vettura: se arriva da fuori la pila viene considerata come un componente unico.

Riferimento:

https://www.alvolante.it/da_sapere/tecnologia/complessita-delle-auto-termiche-ed-elettriche-il-confronto-397808

2. L'articolo implica che per i possessori di auto, le auto elettriche siano migliori delle auto termiche, fatti alla mano non risulta vero nemmeno questo, anzi avviene il contrario, vedasi:

Da un anno sono possessore di una auto Full Electric

di ultima generazione: una Peugeot E-208 con una batteria da 50 KWh.

Mi sono fatto convincere dalle fandonie raccontate sul fatto che le auto elettriche sarebbero molto più convenienti di quelle con motore termico. Ebbene, posso dire con certezza, scontata sul mio portafogli, che le auto elettriche sono una colossale fregatura.

L’Unione Europea, non ho ben capito con quale logica e per quale interesse, spinge fortemente per la conversione totale della mobilità dal termico all’elettrico. I principali argomenti per convincere gli utenti a passare all’elettrico sono la scelta ecologica ed il risparmio.

Proseguimento:

https://www.ingannati.it/2023/02/20/auto-elettrica-perche/

In particolare, il seguente passaggio dell'articolo:

Veniamo ora alla tanto sbandierata “economicità” delle auto elettriche.

"Mettiamo a paragone una piccola utilitaria con batteria da 40kWh ed autonomia di 170 km (che è la reale autonomia su percorso extraurbano rispettando i limiti di velocità, alla faccia della autonomia di 350 km dichiarata dalla casa), con la stessa utilitaria con motore termico a benzina e Gpl:

A) un “pieno” di energia effettuato collegandosi ad una utenza domestica costa € 20,80 (€ 0,52 x 40kwh = € 20,80);

😎 un “pieno” di energia effettuato collegandosi alle colonnine pubbliche costa € 35,60 (€ 0,89 x 40kwh = € 35,60);

C) un pieno di 40 litri di benzina costa € 74,40 (€ 1,86 x 40lt = € 74,40);
D) un pieno di 40 litri di Gpl costa € 29,44 (€ 0,736 x 40lt = € 29,44).

Nel paragone va considerato un “piccolo particolare“: con un pieno di energia si percorrono al massimo 170 km, mentre con un pieno di benzina si percorrono almeno 680 km (considerando un consumo medio di 17 km/l) e con un pieno di Gpl se ne percorrono 560 (calcolando un consumo di 14 km/l).
E qui casca l’asino:

– costo a km di una ricarica domestica = € 0,122 (€ 20,80 ÷ 170km = € 0,122)

– costo a km di una ricarica pubblica = € 0,217 (€ 35,60 ÷ 170km = € 0,209)

– costo a km di un pieno di benzina = € 0,109 (€ 74,40 ÷ 680km = € 0,109)

– costo a km di un pieno di Gpl = € 0,052 (€ 29,44 ÷ 560km = € 0,052).
Quindi, tirando le somme, un pieno di carica elettrica alla colonnina costa il quadruplo di un pieno di GPL.

Il tutto senza considerare che una auto elettrica costa il 30% in più rispetto ad una pari modello termica e che una auto termica può durare anche 15 anni mentre una auto elettrica all’esaurimento delle batterie o della garanzia sulle medesime(dopo non più di 8 anni) vale zero.

Alla faccia delle “scelte ecologiche” per le quali subiamo pressioni da anni: facile così, tanto paga Pantalone."

3." Ambientalismo? NO, è lotta di classe dell’élite contro le masse"
di Gavino Sanna per ImolaOggi, 23 Agosto 2023


LOTTA DI CLASSE TRAVESTITA DA AMBIENTALISMO
Il susseguirsi di norme UE sempre più restrittive sulla circolazione veicoli è una delle tante facce dell’accelerazione della lotta di classe che le élite conducono contro le masse.


Le politiche di austerità sono risultate particolarmente odiose, hanno ulteriormente depresso l’economia e chi le ho portate avanti (v. governo Monti) è stato sonoramente bocciato alle elezioni, era necessario continuare l’opera sotto una veste più subdola.
Come si possa pensare che la rottamazione di una vettura funzionante (e che al momento in cui è stata acquistata aveva magari una tecnologia avanzata) sia ecologico è un mistero. Le prime norne comunitarie a tutela ambiente (anni 70) fissarono standard minimi per l’omologazione veicoli. Migliori tecnologie comportarono aumento dei costi ma anni 70 e 80 furono periodo di motorizzazione di massa, quasi ogni famiglia poteva permettersi di acquistare un’auto (v. andamento quota salari e PIL).

Il salto di qualità arriva negli anni 90, si passa da divieto di omologazione (cioè produzione) al divieto di circolazione, mettendo in atto un vero e proprio esproprio per obsolescenza legale.
Obbligare chi se lo può permettere a cambiare macchina ogni tot anni è un modo curioso di tutelare l’ambiente, buon senso direbbe che una volta comprata più dura e meglio è, posto che la produzione di veicoli nuovi e smaltimento vecchi ha alto impatto ambientale.
Però se chi non si può permettere un’auto nuova si limiterà a sottoutilizzare o rottamare la vecchia il sistema avrà successo: meno macchine e traffico più snello per i ricchi, mezzi pubblici, bicicletta o a piedi per gli altri. Un bel ritorno al passato, quando un diritto fondamentale come quello alla mobilità era pieno appannaggio di pochi privilegiati.
In questa vicenda spiccano due soggetti, il primo per ipocrisia il secondo per idiozia.
L’Unione Europea che ama presentarsi come grande promotrice dei diritti dei consumatori e proprio in questo periodo si vanta di proteggerli dalla cosiddetta obsolescenza programmata: odioso fenomeno per cui alcune aziende progettano beni durevoli per durare poco, così possono venderne di nuovi. Che bastardi, come quelli che ti costringono a cambiare macchina perché la vecchia non può circolare.
I cd eco-socialisti, personaggi che promuovono una visione ideale dell’ambientalismo che dovrebbe portare a giustizia sociale e riduzione diseguaglianze. Mera utopia in un sistema che procede sempre più veloce nella direzione opposta anche grazie alle politiche ambientali, spinto da istituzioni sovranazionali che loro non mettono in discussione in alcun modo.

Gavino Sanna (Presidente Associazione Consumatori Piemonte)

Riferimento:

https://www.imolaoggi.it/2023/08/23/ambientalismo-no-lotta-di-classe-dellelite-contro-le-masse/

Commento che feci allora

Non fa una grinza , soprattutto il fatto che costruire una macchina nuova per sostituire una che non era da buttare significa sprecare materie prime, energia e lavoro umano, altro che ecosostenibilità, solo solite balle mainstream, tanto per cambiare!


4." Qualcuno definisce quello cinese come capitalismo di stato e lo paragona all’Italia della prima repubblica con la sua economia mista privata-pubblica. Ma tra l’ltalia di circa quaranta anni fa e la Cina odierna c’è una importante differenza: in Italia lo Stato continuava a essere dominato dai capitalisti privati, dai quali erano dipendenti la maggior parte dei partiti dell’epoca, e infatti, a un certo punto, si è potuta affermare facilmente la contro-riforma neoliberista.", estratto dell'articolo di cui sopra.

Fatti alla mano non risulta affatto, anzi tutto il contrario, arriva!

Dott. Nino Galloni (aneddoto sulla Cina): Quando ero al Ministero del Lavoro 30 anni fa, facevo seminari ai cinesi sulla Cassa del Mezzogiorno e le partecipazioni statali. Una sera mi rivelarono che non erano semplici studenti, ma membri del Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese: erano lì per capire come l'Italia fosse diventata la quinta potenza industriale del pianeta attraverso l'intervento straordinario e le partecipazioni statali. Mi dissero: "Se noi riusciamo a capire cosa avete fatto voi, noi domineremo il mondo".

Riferimento, estratto da:

https://it.linkedin.com/pulse/nino-galloni-la-moneta-che-serve-per-ripresa-guido-gennaccari-l4j3f

PS articolo di aprile 2026

Le stesse identiche cose su Cina e IRI, il Dott Nino Galloni le aveve dette in questa altra intervista:

https://www.byoblu.com/2026/02/27/e-la-fine-della-globalizzazione-nino-galloni/

PS link al momento non funzionante perché Claudio Messora ha chiuso il canale TV di Byoblu che andava in onda sul canale 262 del digitale terrestre.

Vista l'occasione, Lectio Magistralis di storia economica del Dott. Nino Galloni su come e perché è avvenuta la svendita dell'Italia, arriva nel prossimo punto.

4A. "La svendita dell’Italia – Intervento di Nino Galloni", Ing Fabio Condit per Scenarieconimici, 1 maggio 2023

Nino Galloni ha parlato della sua esperienza nelle istituzioni negli anni ’80 e ’90, quando l’Italia è stata svenduta per permettere alla finanza internazionale di riprendere il controllo della situazione alla fine e dopo gli anni ’70. Questo è il video del suo intervento :

......

Questo invece è la trascrizione del suo intervento alla Camera :

“Allora, partiamo da quello che per me è stato l’inizio della mia esperienza nella pubblica amministrazione, parliamo degli anni ’70 e quindi della prima Repubblica.

Qual è la differenza tra gli uomini politici della prima Repubblica e quello che è accaduto successivamente ?

Gli uomini della prima Repubblica avevano tanti difetti, ma avevano un pregio principale, l’obiettivo più importante era quello di arricchire gli italiani e quindi potevano litigare fra di loro su come farlo, ma non c’era grande differenza fra i partiti, cioè le differenze riguardavano il come, ma non il che cosa.

E tutti sappiamo che c’è un solo modo per arricchire i cittadini ed è quello di sottrargli con le tasse di meno di quello che spendiamo, quindi se noi ricaviamo 500 dalle tasse e vogliamo spendere 700 per fare le autostrade, i porti, gli aeroporti, le ferrovie ed il più bel sistema, giudicato ai tempi dei tempi, il miglior sistema sanitario pubblico del pianeta, scuola, università, la ricerca, eccetera, eccetera, dobbiamo perseguire questo tipo di politiche.

Allora si pone il problema e pongono il problema a noi funzionari : come si ricavano questi 200 che mancano, come si creano, come si ottengono ?.

Ci dicevano a noi destinati a diventare classe dirigente, sappiate che ci sono due sistemi.

Del primo non dovrete parlare mai, perché se questi politici capiscono che lo Stato può emettere tutta la moneta che vuole senza debito, siamo rovinati, chissà che cosa combinano, chissà dove si spingono. Quindi voi lo dovete sapere, perché la vostra missione sarà quella di resistere alle spese dei politici, ma non glielo dovrete mai spiegare. Poi in realtà non era vero, perché molti politici lo sapevano, qualcuno c’ha rimesso anche le penne, vedi l’anno prima che era stato ucciso Aldo Moro.

L’altro sistema è quello del debito, ma caratteristica della nostra gestione, visto che la Banca d’Italia creava moneta solo per finanziare quei 200, era che il potere di decidere il rendimento di questi titoli del debito, stava al Ministero del Tesoro. Era lui che decideva un tasso di interesse incredibilmente basso, per non bruciare, per non sprecare di quella spesa pubblica, se non il minimo indispensabile.

Ovviamente erano titoli poco redditizi, quindi nessuno li comprava e allora la Banca d’Italia stampava la moneta, la metteva a passività per nascondere quello che stava facendo, all’attivo i titoli che aveva comprato. È grazie a ciò che noi siamo diventati la quinta potenza industriale del pianeta, la quarta potenza manifatturiera e soprattutto davamo fastidio nel mediterraneo, perché quando Kissinger ricevette Moro, gli disse chiaramente “dovete smetterla di crescere in questo modo, state scombinando tutti i nostri piani, quelli della Francia, quelli dell’Inghilterra, quelli di Israele, se tu continui così t’ammazzo”. Poi lui tornò in Italia, lo riferì alle uniche due persone di cui si fidava, che erano sua moglie, che gli consigliò di lasciare la politica, e mio padre, che me l’ha raccontato.

Quindi nel 1981, si decide di interrompere questo sistema, il Ministero del Tesoro si spossessa del potere di decidere il tasso di interesse e lo cede ai mercati, cioè alle grandi banche, che allora erano ancora pubbliche. Le quali banche dicono “ma che io, se c’è l’inflazione al 10% ti compro i titoli al 5%? Almeno voglio il 15%, il 20%”. Quindi così io prevedo che ci sarà una crescita esponenziale del debito pubblico, e che questo provocherà tutta una serie di conseguenze sul sistema economico.

Mi ricordo che Federico Caffè, con cui parlammo a caldo di questa cosa, mi disse caro Galloni, questo è un errore gravissimo, da sottolineare due volte con il matitone blu. Ma speriamo almeno che non buttino via il bambino, cioè lo sviluppo economico, con l’acqua sporca, che era per combattere la corruzione e il clientelismo. Quest’ultimo, ci raccontavano, era il motivo per cui si era cambiato il sistema, in peggio per l’Italia, per lo Stato e per tutti, ma adesso dimostrerò che non era vero.

Infatti, a distanza di tanto tempo, posso dire, senza tema di essere smentito, che il bambino l’abbiamo buttato via e l’acqua sporca, cioè la corruzione, ce la siamo tenuta.

Proseguimento:

https://scenarieconomici.it/la-svendita-dellitalia-intervento-di-nino-galloni/

Commento

".....È grazie a ciò che noi siamo diventati la quinta potenza industriale del pianeta, la quarta potenza manifatturiera e soprattutto davamo fastidio nel mediterraneo, perché quando Kissinger ricevette Moro, gli disse chiaramente “dovete smetterla di crescere in questo modo, state scombinando tutti i nostri piani, quelli della Francia, quelli dell’Inghilterra, quelli di Israele, se tu continui così t’ammazzo”. Poi lui tornò in Italia, lo riferì alle uniche due persone di cui si fidava, che erano sua moglie, che gli consigliò di lasciare la politica, e mio padre, che me l’ha raccontato.", Nino Galloni, riferimento: estratto dell'articolo di cui sopra

Qunidi, da segnalare col pennarello rosso:

quando Henry Kissinger ricevette Aldo Moro, gli disse chiaramente “dovete smetterla di crescere in questo modo, state scombinando tutti i nostri piani, quelli della Francia, quelli dell’Inghilterra, quelli di Israele, se tu continui così t’ammazzo”

+

" A quel tempo però non sapevo - correva il 1981 - che un certo panfilo Britannia aveva ancorato dalle parti della Maddalena: ogni volta che si presentava questo panfilo, avvenivano di lì a poco delle grosse novità. Quindi concludendo questo primo capitolo, ritengo che la decisione del divorzio sia stata architettata dall'estero,"eterodiretta come si dice oggi e che avesse sì, come motivazione ufficiale quella di colpire la classe politica corrotta e clientelare, ma come vera motivazione, quella di contribuire, dopo l'omicidio di Moro, ad aggravare l'indebolimento dell'Italia che era ancora troppo importante e influente nel Mediterraneo", Nino Galloni ( https://it.wikipedia.org/wiki/Nino_Galloni ) , riferimento: pagine 41 e 41 , primo capitolo "Il Quinquennio che precede il divorzio fra Tesoro e Banca d'Italia del libro "Come è stata svenduta l'Italia" , Nino Galloni, Byoblu Edizioni, 2020

Insomma , Fatti alla mano di cui sopra, non opinioni, che "lo Stato continuava a essere dominato dai capitalisti privati, dai quali erano dipendenti la maggior parte dei partiti dell’epoca" , secondo l'autore dell'articolo "Le ragioni della crisi dell'auto tedesca ed europea e dell'affermazione dell'auto cinese", è la classica vulgata anti italiana di TV e giornaloni dé sinistra, i Fatti dicono ben altro, fra le altre cose , Henry Kissinger e Giorgio Napolitano sono stati amiconi di lungo corso, ma che strane coincidenze.......!!

4B. A titolo eventualmente integrativo, su UE come progetto CIA e tematiche connnesse, vedasi i miei post al seguente articolo:

https://www.sinistrainrete.info/neoliberismo/33200-alessandro-volpi-per-uscire-dalla-gabbia-del-capitalismo-finanziario.html

a ulteriore conferma che in Italia il passaggio di modello economico ad economia mista al modello neoliberista tipico della UE è stato telecomandato dall'estero in tutto e per tutto!!
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Marco Tempesta
Tuesday, 14 July 2026 12:15
Complotti e Cia...e gli alieni non ce li mettiamo?
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Fabrice
Friday, 17 July 2026 10:29
1. Dare del complottista a uno studioso serio e preparato come Nino Galloni, pure ex dirigente pubblici di altissimo livello, significa non avere capito un'emetita minchia di niente, poco ma sicuro!!!

2. A proposito di complotti e CIA.

2A. UE ed euro invenzioni della CIA, arriva!

https://web.archive.org/web/20220317170729/https://www.italiaoggi.it/news/la-ue-fatta-nascere-dalla-cia-2053384

In particolare il seguente passaggio finale da sottolineare col pennarello rosso:

"L'archivio scoperto da Paul contiene anche un memorandum datato 11 giugno 1965 in cui la sezione «affari europei» del dipartimento di stato Usa consiglia al vice-presidente dell'allora comunità economica europea, l'economista francese Robert Marjolin, di perseguire l'obiettivo dell'unificazione monetaria europea agendo sottotraccia: gli raccomanda di sopprimere il dibattito al riguardo fino al momento in cui «l'adozione di tali proposte diventerà virtualmente inevitabile»."

+

2B. "Il mito reazionario dei padri fondatori dell'UE
Al di là della odierna retorica smaccatamente filoeuropeista, quali sono i reali valori che si celano dietro all’origine dell’Unione Europea?"

di Francesco Delledonne per "La Città Futura"

08/04/2017

https://www.lacittafutura.it/esteri/il-mito-reazionario-dei-padri-fondatori-dell-ue

In particolare, i seguenti due passaggi dell'articolo:

"Altiero Spinelli scrive infatti nel suo Diario il 12 aprile 1953: “Per quanto non si possa dire pubblicamente, il fatto è che l’Europa per nascere ha bisogno di una forte tensione russo-americana, e non della distensione, così come per consolidarsi essa avrà bisogno di una guerra contro l’Unione Sovietica, da saper fare al momento buono in cui il regime poliziesco sarà marcio[...]."[2]

+

Come scrive Brzezinski, “L’ Europa unita doveva fungere da strumento di colonizzazione Usa e testa di ponte verso il continente asiatico.” [6] Per caso vi suona familiare?

3. Commento finale.

Chi di complottismo ferisce ignorantemente, dell'ignoranza dei complotti a danno del suo popolo perisce!!
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