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sinistra

Il futuro dell'ordine mondiale neoliberista tra trasformazione e resilienza1

di Salvatore Biasco

nwo1. Introduzione

La mia è una riflessione su cosa stia succedendo nell’ordine mondiale della politica e dell’economia, con una domanda in mente: se siamo alla vigilia di una qualche uscita dal regime neo liberale che ha informato questa fase del capitalismo negli ultimi decenni; oppure (ed è la mia tesi) se siamo di fronte a fratture e contraddizioni interne a quel regime, che proprio perché interne, aggiungono elementi al disordine del sistema e aprono dinamiche politiche la cui direzione dipende dalla forza e dalla guida dei movimenti di protesta.

La mia ottica è essenzialmente rivolta al mondo occidentale e a cosa è in gioco per la sinistra. Pur fermandomi sull’ordine economico mi è ben chiaro che si intreccia con tante altre connotazioni del quadro mondiale (militari, geopolitiche, antropologiche, religiose, attinenti al fenomeno migratorio ecc). Dove portino le contraddizioni non si sa. Ma d’altra parte – parafrasando quanto sostiene Streeck2 in una analisi dedicata al capitalismo contemporaneo, quest’ultimo potrebbe autodistruggersi senza che esista un’alternativa. L’ordine liberale potrebbe essere arrivato a un punto critico senza che vi sia all’orizzonte una chiara alternativa.

 

2. Il quadro sintetico di un regime

Il neo liberismo è stato un periodo storico, una fase del capitalismo, una ideologia e un insieme di processi istituzionali e politici. Penso che lo si possa guardare sotto sei profili, sui quali non vado oltre una didascalia riassuntiva perché li suppongo noti:

  1. l’insieme delle politiche (pro mercato);
  2. la pervasività e l’ambito globale della finanza;
  3. la scala planetaria della produzione e del commercio, guidata dalle
  4. multinazionali;
  5. l’assetto geo politico con protagonisti gli Stati nazione, centrato su un ordine internazionale aperto e multilaterale, a sua volta centrato sul Paese che ha garantito e ha diffuso le pratiche neo liberiste;
  6. una regolazione sociale riflesso dei rapporti di forza, con esiti di precarizzazione, marginalizzazione dei sindacati, bassi salari e, al tempo stesso, accumulazione concentrata della ricchezza;
  7. una cultura (tesa a legittimare l’ordine esistente)

Gli esiti sono altrettanto noti: vincitori e vinti e diseguaglianze estreme e crescenti. Per completezza, questi profili andrebbero posti nel contesto di un progresso tecnico sui generis e del rilievo assunto dalla conoscenza e del possesso della scienza, che si relazionano in modo variegato con alcuni di essi e con il quadro generale.

Bastava prendere uno singolo di questi sei profili (ripeto: politiche economiche, finanza, multinazionali, geopolitica, regolazione sociale e cultura) per implicare tutti gli altri, tanto omogeneo ciascuno era con il resto. Oggi quei profili si sono in parte disgiunti e non si combinino e sovrappongono più come prima, ragione per cui andrebbero esaminati ognuno per sé, pur rimanendo interdipendenti.

Sta cambiando l’omogeneità con il resto del quarto e del sesto - equilibri tra stati in un mondo aperto da un lato e cultura diffusa dall’altro – il cui cambiamento lambisce (ma non più di questo) anche il primo, le politiche. Sono questi che hanno ispirato l’articolo.

Sembrano, invece, rimanere sostanzialmente intatte nella loro natura e logica globalizzate le caratteristiche salienti del capitalismo finanziarizzato e produttivo contemporaneo e le sue strutture di organizzazione e di potere. Osserviamole preliminarmente.

 

3. Finanza

Sarebbe difficile cambiare oggi il quadro di descrizione della finanza. L’avremmo descritta ieri e la descriviamo oggi con riferimento a un mondo esteso di gestori di fondi pensione, di fondi comuni, monetari o di investimento, di tesorieri delle grande imprese o dell’attivo liquido delle banche e delle assicurazioni, ecc. che agiscono con scarsi vincoli su scala planetaria comprando e vendendo titoli. Presiedono su una ricchezza di 150 trilioni che si moltiplica per 4 o 5 volte se includiamo il valore nozionale dei derivati; compiono 4 trilioni di dollari di conversioni giornaliere sul mercato dei cambi. Alla base vi sono i risparmi privati, anche se su questi si innalza una piramide finanziaria.

Questi signori verificano giorno per giorno (per non dire in ogni minuto) la composizione del proprio portafoglio sulla base di una valutazione di rischio e rendimento e aspettative che faranno giudicare se confermarlo, correggerlo o allargarlo con debito, determinando vendite e acquisti corrispondenti. lI riguardo per le conseguenze sociali non fa parte degli schemi di riferimento. Sono in concorrenza tra loro per attrarre a suon di rendimenti la quantità più alta possibile di risparmio (o di credito da reimpiegare). Il fine è l’accrescimento di valore azionario, finanziario e

borsistico su scala mondiale (senza vincoli importanti di “creatività”). Non solo questo: nella misura in cui il portafoglio comprende il possesso (o posizioni di controllo o consistenti quote di minoranza) di imprese, eserciteranno il potere di imporre quei criteri di corporate governance che seguono indirizzi di riorganizzazione e ristrutturazione, scorpori o acquisizioni, esternalizzazioni o divisioni funzionali, che introducono nell’impresa una logica finanziaria con lo scopo di favorire nell’immediato l’aumento di valore per gli azionisti. Quasi invariabilmente, gli indirizzi comportano una riduzione dell’occupazione. D’altra parte, le imprese hanno internalizzato da sole questo registro di creazione del valore secondo canoni finanziari.

Tutto questo può avere una forza condizionante verso governi sempre più dipendenti dal credito, rendendoli meno liberi di agire e ponendo i margini di manovra della politica economica sotto attenta vigilanza. Per capire la forza della finanziarizzazione basta considerare che oggi il totale dei debiti privati e pubblici è il 320% del reddito mondiale prodotto.

E’ ovvio che in questo processo alcuni di questi attori finanziari acquisiscano singolarmente una dimensione e un potere straordinario da giocare nel mercato (dove, fortunatamente, spesso le aspettative e le valutazioni sono contrastanti) altrimenti non vi sarebbe mercato) e da far valere nella consulenza alle pubbliche amministrazioni e ai privati nella gestione delle loro attività e passività. Nelle pieghe nasce e si alimenta una classe di superricchi.

Questo gioco coinvolge tutto il mondo, senza risparmiare nessuna area e incontra una scarsa voglia o possibilità delle autorità e delle banche centrali di intervenire e porlo sotto controllo. Non so se i buoi sono scappati da quando i movimenti di capitale sono stati liberalizzati ovunque (nel mondo occidentale) e si è lasciata creare una catena mondiale di debiti e crediti o di obblighi contrattuali, che deve essere ogni giorno convalidata e che, in circolo vizioso, lega le mani alle banche centrali costringendole a tenere bassi i tassi di interesse, al prezzo di fornire incentivi affinché la catena si allunghi.

Rispetto al quadro consueto, rimasto uguale a se stesso, qualcosa è cambiato recentemente solo nell’imposizione alle banche di una maggiore resilienza a fronte di una possibile crisi, tuttavia a scapito della loro disponibilità al prestito. Ma il resto è quasi incontrollato o ha regole blande e favorisce lo spostamento dell’attività creditizia fuori dagli intermediari tradizionali in mercati meno regolati (nei quali gli intermediari fanno comunque la parte del leone). Fatto sta che oggi - dieci anni dalla crisi del 2008 – la finanza è in pieno recupero e i debiti mondiali (pubblici e privati) sono da allora aumentati di oltre 70 trilioni di dollari per raggiungere la cifra di 233 trilioni. E se guardiamo alla qualità e alla composizione dei crediti, queste sono peggiorate sotto vari aspetti, nonostante che la protezione dal rischio che offrono i tassi di interesse si sia abbassata.

 

4. Produzione

Sarebbe altrettanto difficile cambiare il quadro di riferimento nella descrizione della produzione e dell’investimento mondiale perché nei profili essenziali non sembra soggetto a mutamenti di sostanza. Quel quadro fotografa una dispersione in tutto il mondo di unità tecniche di produzione (alquanto ridotte rispetto al passato) la cui dislocazione è mossa dagli investimenti diretti delle multinazionali che posseggono, spostano o acquistano quelle unità. Le stesse multinazionali le ricompongono in rete, centralizzandole e coordinandole in filiere globali secondo gerarchie interne. La possibilità di delocalizzare parti del processo produttivo favorisce i profitti, disperde i posti di lavoro e contiene i salari. Corre in parallelo con l’evoluzione della tecnologia e dell’organizzazione del lavoro verso sistemi di manifattura flessibili (adeguati alla produzione personalizzata e just in time), che, analogamente, contribuiscono a rendere i lavori più individualizzati (e insicuri) e i lavoratori meno sindacalizzabili3.

Questo tipo di competizione su scala mondiale richiede strutture molto solide alle spalle, ragione per cui il controllo dei marchi e delle unità produttive si concentra nelle mani di poche multinazionali. Esse, poi, muovono i contratti di subfornitura e le operazioni di esternalizzazione, che rendono soprattutto i servizi un concentrato di lavori precari. Poche star in quasi tutti i settori produttivi, dotate di un potere immenso, che, parafrasando l’Economist4, usano per condizionare i governi, pagare meno tasse, acquisire i concorrenti, e, aggiungo, far diventare l’interesse commerciale un interesse pubblico. Ma, non solo: per invadere mercati, prima preclusi (i servizi pubblici, ad esempio) e espandersi per acquisizioni in settori fuori dal core business. Nascono grandi conglomerati finanziari con complesse strutture di proprietà (che spesso li legano ai fondi). E’ inevitabile, quindi che sia la convenienza privata di tali soggetti a determinare i settori verso i quali far affluire l’investimento e quali settori far sviluppare e quali trascurare.

Questo panorama, che è il frutto della globalizzazione e della tecnologia, fin qui è immutato. A giudicare dalle statistiche si è consolidato se il 10% delle società genera l’80% dei profitti. In una ricerca di tre studiosi di sistemi complessi svolta su 43.000 multinazionali5, è risultato che sono 747 a detenere l’80% del controllo del loro valore attraverso network di partecipazioni. Il 40% di quel valore era detenuto da 147 multinazionali, di cui il 75% erano intermediari finanziari. C’è perfino un’espansione di trend se si pensa che il 2018 si preannuncia come l’anno record per i dividendi globali (più 9,5% finora in un solo anno)6.

Mentre potrei fermarmi qui se la questione riguardasse solo la sostanza, non si può non mettere in evidenza aspetti evolutivi e sostanzialmente nuovi di composizione interna che trent’anni fa non si vedevano o erano appena agli albori e si sono sviluppati strada facendo, con una accentuazione recente.

Il più rilevante è lo sviluppo cognitivo della produzione, vale a dire la crescente incorporazione in essa della conoscenza scientifica. Per molti versi questa è prodotta da investimenti pubblici in formazione e in Ricerca e Sviluppo, ma la possibilità di tradurla in codici e proteggerli ne fa oggetto di appropriazione e di esclusione. Il che determina un interesse crescente delle imprese a investire in brevetti più che in produzione. Sta di fatto che mentre nel 1985 il valore azionario delle imprese (incluse in S&P 500) derivava per il 32% da immobilizzazioni immateriali (68% da capitale fisico) nel 2015 le proporzioni erano rispettivamente l’84% e il 16%7. Il crescente sviluppo di funzioni cognitive rispetto a quelle ripetitive porta, poi, a un ulteriore elemento di frammentazione del mercato del lavoro.

L’altra novità rilevante è che - in un mondo diventato non solo un mercato mondiale ma una piazza mondiale - le multinazionali del settore dei nuovi media sono la forza principale che disegna il contesto in cui questi si sviluppano. Il potere finanziario, l’assenza di concorrenza e la protezione dei diritti di proprietà intellettuale dà loro la posizione preminente nel mercato dei nuovi media e la libertà di stabilire le traiettorie tecnologiche.

 

5. La regolazione sociale

Finché i profili produttivo-finanziari non mutano (il secondo e il terzo), è difficile intravedere mutamenti anche nella regolazione sociale prodotta dal neo liberismo (il quinto). Mutamenti potrebbero avvenire con una straordinaria e inflessibile volontà politica decisa ad andare controcorrente. Ma è comunque difficile non vedere la fortissima pressione che il quadro esercita in occidente verso una pronunciata polarizzazione sociale, un’instabilità occupazionale, una compressione dei salari, precarizzazione e insicurezza economica che coinvolge anche le classi medie. Dà luogo, in sintesi, a rilevanti e crescenti diseguaglianze e a una distribuzione del potere sociale secondo ricchezza e informazione. Basti pensare che il 95% del reddito aggiuntivo prodotto dopo la crisi è andato all’1% più ricco della popolazione8 e che la ricchezza - da qualsiasi anno si inizi la ricerca - è cresciuta in percentuali crescenti col crescere della posizione occupata nella scala originaria9. E’ un panorama ben descritto da una copiosa letteratura che disegna una spaccatura netta tra vincitori e vinti. Come risultato delle forze in gioco, i lavoratori si presentano nettamente indeboliti, frammentati, disarmati e poco organizzati in sindacati rispetto ai processi di mercato, la disoccupazione è elevata, la crescita della produttività va quasi esclusivamente a vantaggio dei profitti e, nelle qualifiche basse e medio basse – in imprese poco innovative e nei servizi - avanza il fenomeno dei lavoratori poveri. Non è solo questione di lavoro dipendente; anche una parte del lavoro (genuinamente) autonomo e piccolo imprenditoriale vive nella sopravvivenza economica in condizioni di precarietà, di rischio di creditizio o insolvenza, con la possibilità incombente di essere spazzata via dalla concorrenza della grande impresa.

Con queste premesse, gli stessi agenti di aggregazione della rappresentanza dei ceti subalterni e di asserzione delle istanze di democrazia economica (i partiti popolari e, talvolta, classisti, non necessariamente solo socialdemocratici) decadono come veicolo di azione collettiva e di socializzazione delle domande, trovando sempre più difficile conservare la loro missione o mantenere il potere di coalizione per assolverla (direi: fino a rinunciarci del tutto).

 

6. Ordine internazionale 1

Per quanto l’organicità neo liberista rimanga resiliente in alcune caratteristiche chiave, è anche scossa da processi che sembrano distaccarsi da un quadro coeso. Su di essi fermeremo ora l’attenzione.

Il primo che risalta in evidenza è ovviamente la ridefinizione dei rapporti di potere tra Stati che avviene dentro quell’ordine, di cui sono protagoniste le decisioni attive prese a quel livello. Siamo nel quarto profilo. Il regime neo liberale non ha eliminato i conflitti interstatali in nome della dimensione mondiale dell’economia e del dominio di logiche privatstichei, né ha spazzato via gli stati nazione. Ne ha certo ridotto gli strumenti e l’efficacia di azione, ma sarebbe sbagliato non pensarli nella scena internazionale anche come attori autonomi, non necessariamente come mandatari delle forze economiche o delle reti di potere sulle quali governano e con le quali interferiscono.

La contestazione che il Paese centro, gli Usa, sta portando all’ordine liberale internazionale è l’aspetto più eclatante. L’ideologia e la pratica neo liberale erano state fondate in quel Paese sull’idea che nulla sarebbe cambiato nel contesto di libertà degli scambi e della finanza in cui la Cina sarebbe rimasta un mondo a parte e la Russia non avrebbe avuto ruolo a causa della sua debolezza economica. Tutto è, invece è cambiato, proprio, in virtù di quell’ordine e del suo successo. Gli Usa l’avevano promosso e garantito in forme diverse dal dopoguerra, ma la fase neoliberale, quella della maggiore apertura che riferiamo alla globalizzazione, hanno visto sostituire il loro dominio con una multipolarità, sia pure asimmetrica, di poteri statali. Non solo è emersa una superpotenza, la Cina, con identiche aspirazioni imperialiste e che rischia di essere un rivale globale, ma anche la Russia ha conquistato un ruolo rilevante nello scacchiere mondiale e sono emersi poteri regionali concentrati più sui loro interessi che su un atteggiamento cooperativo. Una parte della dirigenza Usa e dell’opinione pubblica si è percepita non solo come perdente nel sistema globale multilaterale, ma ha anche ritenuto di aver fornito un supporto alla potenza rivale perché ciò avvenisse. Basti pensare all’esportazione della tecnologia in Cina e a un deficit commerciale con quel paese balzato in 30 anni da 3 a circa 350 miliardi di dollari annui, che ha contribuito a far accumulare riserve per circa 2,5 trilioni di dollari. Nello stesso periodo la Cina è passata da circa il 2% al 15% della produzione mondiale. Ne è nato un desiderio declinante di sopportare i costi (percepiti) dell’egemonia e della stabilizzazione del mondo in quanto di gran lunga superiori ai benefici (diretti) che il Paese poteva trarne. Di questo sentimento è espressione Trump.

A me quest’impasse ha ricordato quella degli anni ’70 quando gli Usa vennero colti nel dilemma tra assumere una responsabilità internazionale e tirare fuori l’economia mondiale dallo stallo - ma a rischio sia di rafforzare le potenze emergenti (allora Germania e Giappone) sia di rischiare la sostituzione del dollaro e la deriva del cambio - o non farlo e subire essi stessi lo stallo della situazione e una perdita di leadership. Allora, a tagliare il nodo gordiano concorse Reagan con la sua politica monetaria e il doppio deficit. Oggi è di gran lunga più difficile trovare la quadra.

Oggi gli Usa affidano la restaurazione della supremazia americana alla ridefinizione delle alleanze tradizionali, al ritiro del Paese da precedenti trattati consensuali, a barriere commerciali volte a frenare l’avanzata cinese, alla rottura dell’architettura multilaterale da sostituire con accordi bilaterali basati sulla valutazione di costi e benefici dal punto di vista dei loro interessi10. Se alla minacce seguissero nuove iniziative potrebbero essere colpiti da barriere commerciali anche l’Unione Europea, il Giappone e l’Arabia Saudita. Ma, il ritiro da responsabilità internazionali, lungi dal contenere la Cina, le lascia campo libero per costruire istituzioni, swap valutari e accordi di cooperazione di vario tipo centrati su sé stessa e capaci di attirare nella sua orbita altre nazioni. Si veda l’istituzione di una banca asiatica delle infrastrutture concorrente alla Banca Mondiale (cui hanno aderito – particolare non trascurabile - anche Gran Bretagna, Australia e Sud Corea) e i vari accordi economici con paesi dell’America Latina, del Medio Oriente, dell’Africa e con altri Brics11, oltre al ruolo svolto in Asia. La Cina, tuttavia, non ha intenzione di cambiare l’ordine economico liberalizzato, visto che il suo futuro è legato alla continua globalizzazione degli scambi (anzi si è erta a difensore per bocca del suo Primo Ministro), ma di piegarlo a un suo ruolo crescente che domani possa anche innalzarla (con regole in linea con i suoi interessi e concezioni dell’economia) a leader della globalizzazione aperta.

Il significativo allontanamento dal libero commercio che gli Usa stanno promuovendo indicherebbe che essi mirino a una de-globalizzazione. Il processo neo liberale di apertura ha, però, creato intrecci tali che difficilmente possono essere smontati; né la guerra commerciale è un compito facile, per quanto è possibile che gli Usa abbiano più capacità di infliggere danni di quanto ne abbiano le rappresaglie della Cina12.

Per andare fino in fondo, gli Usa rischiano, mirando a condizionarlo, di minare l’ordine economico sul quale hanno esercitato una leadership e forse anche di farlo precipitare verso un disordine capitalistico incontrollato. I beni finali sono legati alle catene del valore decentrate internazionalmente e due terzi del commercio mondiale è generato dalle multinazionali, di cui la metà è all’interno dello stesso gruppo societario. Tutto ciò gioca anche negli Usa. Sulla strada di una escalation agiscono quindi fattori frenanti tali da far ritenere improbabile possa andare oltre un certo limite. Lo stesso Trump non ripudia il commercio mondiale in quanto tale, per quanto tenda a renderlo bilaterale. Non indifferente è, poi, la frattura interna agli Usa con quella parte dell’establishment legata al consenso del dopoguerra, che ancora vede una razionalità (o anche spesso convenienza) nella continuazione di un ordine aperto sotto l’egemonia finanziaria e commerciale degli Usa13. Anche i settori favoriti dai dazi sembrano sfruttare questa opportunità più che averla reclamata. Le multinazionali hanno sicuramente beneficiato del decentramento verso la Cina e i loro profitti sono più garantiti in un contesto che non ponga minacce alla loro produzione globale. La finanza, per definizione prospera in un mercato aperto. Il 10% più ricco ha espanso in modo abnorme la sua ricchezza nell’ordine globalizzato, anche dopo la crisi. Gli Usa possano ancora far pesare nell’economia e nella geo politica mondiale fattori ineguagliati di forza, quali la potenza militare, l’estensione dell’economia, il dollaro e la capacità di generare progresso tecnico. L’egemonia può comportare costi immediati, ma i vantaggi di un egemone si misurano in modo più lato, nelle esternalità positive che ha (e ha avuto) di disegnare le regole secondo i propri interessi e di condizionare, attraverso i regimi di sicurezza e la sua posizione centrale nella struttura delle relazioni internazionali, le scelte geopolitiche di altri paesi. Tuttavia, i dilemmi che pone un ordine liberalizzato hanno una loro oggettività e non scompariranno con Trump.

 

7. Ordine internazionale 2

Non siamo per ora alla fine in sé di un regime pervasivo che ha informato questa fase del capitalismo, ma al venire in essere di una contraddizione interna la cui importanza, oltre che in sé stessa, è nella stura e legittimazione che dà a altri elementi contraddittori che il sistema sta incorporando e che non sarebbero emersi (per lo meno in questa forma) senza la perdita di un baricentro cooperativo e egemonico e della fiducia nella persistenza dell’ordine che aveva prevalso. Si tratta della polarizzazione – nel mondo, ma con riflessi particolari in Europa e in occidente - tra due tipi di nazionalismi, che attengono agli indirizzi che perseguono singoli governi nella scena internazionale ma che spaccano anche le classi dirigenti e la popolazione all’interno di ogni singolo stato nazionale. Avviene secondo dinamiche che – ne accennerò poi – si presentano come cruciali per gli scenari futuri.

Con e dopo la crisi del 2008 e la sua ripresa stentata – si è delineata una costellazione di Stati e di forze che oggi perseguono apertamente un ripiegamento nazionalistico e condividono con l’Amministrazione americana una visione conflittuale delle relazioni internazionali. Diffidano dell’apertura e della globalizzazione e si concentrano su ambiti di interessi e sfere geopolitiche circoscritte. Hanno Putin e Trump come riferimento legittimante. In Europa, sono rappresentati essenzialmente dai paesi dell’Est, cui ora si è aggiunta l’Italia e cui altri paesi possono seguire. In essi, gli indirizzi (così detti) “sovranisti” dei governi si combinano con la diffidenza (o l’ostilità) verso le pratiche e le premesse dell’Unione. Fuori dall’Europa, similmente, assistiamo all’affermarsi con le elezioni di governi autoritari e nazionalisti Altri attori statali – quali la Germania, la Francia per altri versi la Gran Bretagna, e fuori dall’Europa, il Giappone e l’Est asiatico - non sono, tuttavia, meno concentrati sulla protezione dei propri interessi nazionali (“America First” non è prerogativa solo degli Usa), ma, essendo in grado di piegare o governare le regole in modo a loro confacente, giocano la partita ancorati all’apertura internazionale, alla forma liberale dello stato, alla difesa delle aree di influenza e alle narrazioni dell’economia affermatisi negli ultimi trent’anni, per quanto edulcorate.

Sarebbe una forzatura leggere questa polarizzazione come riflesso di uno scontro interno tra esigenze diverse di differenti parti del capitalismo, sebbene alcune parti ne traggano vantaggio. Trovo difficile rappresentarla anche come riflesso di differenti caratteri dei “capitalismi nazionali”. La polarizzazione – per quel che più ci interessa - non è neppure una polarizzazione tra liberismo globalizzato da un lato contro fuoriuscita dagli indirizzi neo liberali dall’altro, almeno in questa fase. Innanzi tutto, per le politiche svolte all’interno dagli Stati “sovranisti”. Se in Trump troviamo addirittura un’intensificazione delle politiche neo liberali (nuova detassazione per i ricchi, ulteriori de-regolamentazioni, tagli generalizzati ai capitoli di spesa sociale per trasferire le disponibilità alla spesa militare, nessun vantaggio diretto per la classe lavoratrice se non la promessa di re-industrializzazione), negli altri non troviamo nulla di incompatibile con le esigenze dei ceti proprietari, né troviamo nuovi modi di organizzare la produzione o una sfida alle istituzioni finanziarie, se non la retorica contro le banche. La critica al capitalismo è personificata, solo diretta alle responsabilità soggettive della classe politica liberale “mondialista”. Né la de- globalizzazione sarebbe d’altra parte perseguibile in un sistema complesso, organico e resiliente senza sfidare l’intera logica e la struttura di potere sottostante, che non è nelle corde dei sovranisti. Non si capisce, poi, in nome di cosa questa sfida dovrebbe avvenire nella loro stessa visione se non della riabilitazione delle prerogative e della forza dello stato, che certo è elemento nuovo rispetto al neo liberismo canonico. Ma questa non è diretta a scontrarsi con la popolazione più abbiente, a garantire i diritti sociali compressi dal regime neoliberale, a porre vincoli stringenti alla libertà economica e di mercato per far valere finalità collettive, o a operare una seria redistribuzione della ricchezza. E’ intesa piuttosto come difesa dai migranti, come svincolo da regole comuni, come attiva contestazione ai valori dell’occidente giudicati decadenti e lassisti, come messa in discussione dello stato di diritto, dell’equilibrio dei poteri, delle pratiche della democrazia, della libertà dei media e dei diritti delle minoranze, nonché come perseguimento della sicurezza contro le minacce che provengono dalle periferie degradate e come licenza di impunità alla polizia. Sul piano economico, la difesa della competitività non produce idee diverse da quelle canoniche, orientata, com’è, verso il mantenimento degli indirizzi di detassazione, l’ostilità ai sindacati rappresentati come interesse sezionale e non rappresentativo e verso incentivi alle imprese. E’ tipico di queste impostazioni vedere il recupero della manifattura come simbolo di forza nazionale e come fonte di buoni e ben retribuiti posti di lavoro, ma è fuori da quel campo visivo percepire che non è la manifattura in sé ma il successo di lavoratori sindacalizzati ad alzare i salari. Si tratta a tutto tondo di una versione illiberale, xenofoba e militarista che in modo sui generis è dentro e non fuori il campo del neo liberismo e dell’economia globale.

 

8. La cultura

Seppur resiliente, il quadro neo liberista non è comunque di continuità, per il consenso di massa che ha reso possibile l’affermazione del “sovranismo” e per la pressione che esercita quel consenso.

E qui sta il punto. Perché la forte discontinuità che è venuta all’interno del panorama coeso del neo liberismo è in primo luogo nel profilo che abbiamo chiamato “culturale”, il sesto. Profilo, che qui è riferito al fortissimo indebolimento della legittimazione del sistema. Finora l’abbiamo tenuto da parte, ma questo cambiamento era nel sottofondo di tutti i processi chiamati in causa. E’ evidente ormai che la narrazione neo liberista non ha più presa o fascino verso larghe masse.

Quello culturale è il profilo cruciale per la permanenza o meno di un regime neoliberista in quanto preme su tutte le dinamiche presenti e future. Sebbene la regolazione sociale non stia cambiando (soggetta a condizioni che la costringono), il quadro soggettivo cambia e pone in seria discussione la legittimazione di questo tipo di società capitalistica. Sempre meno gli esiti dei suoi meccanismi su reddito, ricchezza, capacità di contare e partecipare, felicità, sono considerati e accettati come immutabili e naturali.

Su cosa si sia fondata fin qui la legittimazione della società prodotta dal neo liberalismo è un mistero, mentre è chiaro dove essa trovasse fondamento nell’era socialdemocratica. Vi era allora la capacità di larghe masse di incidere sui meccanismi produttivi e sociali del regime capitalistico attraverso l’azione collettiva e la rappresentanza; le istituzioni erano permeabili alle istanze provenienti dal basso e vi era la convinzione che lo stato avrebbe corretto l’agire del mercato nell’interesse della collettività. Quella di cui ha goduto l’era neoliberale non è spiegabile senza ricorrere a elementi culturali che avevano diffuso il convincimento di una apparente oggettività della caratteristiche salienti del sistema produttivo e sociale, dell’assenza di alternative, di un modo di governarlo appartenente all’ordine naturale delle cose, della responsabilità personale nell’insuccesso personale. Oggi il capitalismo globalizzato non appare più in Occidente una forza dinamica tale da sostenerne i suoi miti mentre maturano orientamenti di vero e proprio rigetto dei suoi esiti.

Se è così, i fatti culturali che incrinano la legittimità hanno una rilevanza primaria. Dove si indirizza oggi la rottura culturale domina il quadro attuale; dove si indirizzerà domani inciderà nella dinamica della storia.

La rottura è iscritta nel successo stesso del neoliberismo, che ha eroso le vecchie identità collettive, la “società del lavoro” e il nucleo progressista della cultura dei ceti popolari. In assenza di una coscienza di classe, la ricerca di una identità collettiva si è indirizzata verso l’unico progetto che è sembrata offrigliela, quello che additava un nemico esterno nelle istituzioni internazionali e nelle élite politiche “mondialiste” responsabili della situazione; in un certo senso l’unico progetto unificante di riscatto e di protagonismo, espresso all’interno di un quadro che si appellava all’interesse nazionale. Né va sottovalutato Il potere del razzismo. Mason14, un sociologo inglese, racconta, attraverso l’esperienza di suo padre operaio in un paese periferico della Gran Bretagna, questa trasformazione della cultura antropologica. Negli anni del dopoguerra essa aveva spontaneamente introiettato un odio per ciò che aveva a che fare con i ricchi, un sospetto per tutto ciò che riguardava l’esterno e una naturale tendenza alla solidarietà di classe. Poi avviene quello che conosciamo (decentramento, chiusure di fabbriche, de-industrializzazione) e la logica della competizione si insinua nel mondo del lavoro come strategia di sopravvivenza. I riferimenti mentali non hanno più nulla a che fare con il lavoro, ma vanno altrove nell’assunto che le forme politiche del neo liberalismo sarebbero continuate (magari esprimendone distacco critico sui contenuti, ma ormai in privato). I “lavoratori delle comunità sconfitte si sono aggrappati a quello che rimaneva della loro identità collettiva (l’accento, il luogo, la famiglia, l’etnia)”.

In questi sviluppi antropologici, ben espressi dalla storia di questo operaio, si sono inseriti i populisti. Non solo in essi, perché occorre aggiungere il declino della classe media in occidente, la perdita di prestigio della politica e della democrazia e l’ipertrofica concentrazione della ricchezza nelle mani di una ristretta porzione della popolazione. Quegli sviluppi non è facile che rientrino perché ancorati in un risentimento profondo verso le élite politiche che hanno guidato questa fase della globalizzazione e del neoliberismo, e perché radicati anche nell’insofferenza per i disagi che questa società produce.

 

9. Scenari futuri, la sinistra e le politiche

Non è insensato chiedersi del futuro perché il corso della storia dipende da chi sarà in grado di catturare e dare una prospettiva a questa frattura culturale. Ma bisogna essere consapevoli che la partita che si gioca negli Usa – come ci ricorda Fukuyama15 – non è sullo stesso piano di quella che riguarda gli altri paesi per le emanazioni culturali, politiche e di legittimazione che partono da là. Tre sono le possibilità.

1) Il legame delle classi subalterne ai governanti sovranisti e a un blocco interclassista potrebbe durare sorretto da una retorica pro lavoratori e pro “popolo” in un quadro che, invece, presenterà una sostanziale conferma dell’orizzonte che, se non proprio neo liberale, certo si guarda bene dallo sfidare la ricchezza, i grandi centri di potere e le istituzioni finanziarie o di ristabilire diritti collettivi, in un contesto di scarsi miglioramenti generali e di chiamata a raccolta contro il nemico esterno. Se il campo sovranista si allargasse per estensione geografica, gli stati cercherebbero l’uno con l’altro di scaricare altrove i costi di una crisi da cui non si è ancora usciti più che risolverla cooperativamente: una competizione a somma zero. E poiché il sovranismo giustifica un’idea più forte dello stato, quest’ultimo può prendere una forma autoritaria e antidemocratica, aiutato dall’instabilità del contesto internazionale, che la stessa presenza di posizioni transattive nella scena mondiale può provocare.

Ma è difficile che questa alleanza tra il top della società e i ceti popolari possa sorreggersi a lungo solo sulla retorica, in una società che continuerà a non produrre posti di lavoro e a mantenere prosperità solo per i più abbienti e per i vincitori. La crisi di legittimità tocca anche le politiche tradizionali per cui è improbabile che l’assetto neo liberista possa confermarsi così com’è di fronte a un pubblico ostile agli effetti che produce. Questo fa pensare che la pressione popolare che domanda protezione da una lato e le esigenze di mantenimento del consenso dall’altro portino a modificare significativamente il quadro delle politiche, sebbene in quel contesto di competizione interstatale dichiarata. Abbiano o no i movimenti di protesta la forza politica di far allontanare dal paradigma neo liberale (una grande interrogativo per il futuro), dovrà comunque essere garantita una qualche redistribuzione, anche preventiva, e dovrà la forza dello stato essere indirizzata anche a moderare e contenere gli effetti delle politiche neo liberiste con pratiche che se ne discostano. D’altra parte, il populismo tende a sostenere porzioni dello stato sociale.

Il quadro non può rimanere immutato nei canoni liberali tradizionali, e una sinistra attratta dalle “virtù” della chiusura nazionale può essere indotta in inganno dai mutamenti delle politiche se non capisce che il sovranismo è un insieme coeso con le mobilitazioni xenofobe, tradizionaliste e illiberali.

Non sarà forse la versione estrema ad affermarsi, ma, al meglio, può nascere da questo insieme di ingredienti, uno stato neo corporativo che – pur con dati che attenuano ma confermano i caratteri nazionalistici e illiberali – si regga su una collaborazione tra grande capitale, quei sindacati attratti dal corporativismo, l’alta burocrazia e un establishment in cerca di nuova legittimazione, nel quale i ricchi vengano garantiti e sia concessa loro la possibilità di chiudersi in recinti sicuri.

2) La seconda possibilità pare oggi meno probabile ed è che le strutture politiche che hanno supportato la conduzione e l’ideologia liberale dell’economia siano capaci di far fronte alla rabbia sociale dei perdenti. Man mano che le contraddizioni crescono le preferenze delle élite cosmopolitane e liberali sono più difficili da far penetrare nel corpo sociale. E non sono idonee altrettanto a guidare una crescita meno asfittica. Quelle strutture potrebbero resistere solo se quelle élite fossero in grado di rivedere i termini del contratto sociale e percepire la forza del mutamento del clima culturale e della perdita di legittimazione come un rischio sistemico per loro e per l’ordine internazionale su cui intervenire per la sopravvivenza, alla stregua di come si è intervenuti sulle banche quando lo hanno rappresentato. Questo vale innanzi tutto per l’Europa per la quale la sconfitta delle forze sovraniste è nella cooperazione solidale e nella capacità di ricomporre gli scollamenti sociali, non nelle leggi della competizione cui s’è finora ispirata.

3) In un caso e nell’altro, il quadro è in movimento, anche se non tale da definire un nuovo regime di regolazione o una alternativa profonda tra progetti economici.

Piuttosto, lo definisce tra progetti politici, narrative e valori. La polarizzazione probabile tra questi due tipi di nazionalismi appartenenti in modo differente ad un universo ancora interno al regime neo liberale rischia di schiacciare la sinistra tra false alternative, l’una veicolata da una cultura liberale e cosmopolitana, l’altra da una protezionistica, xenofoba e identitaria, ma dirigista. Non che sia falsa l’alternativa tra stato di diritto (e tecnocratico) e la sua manomissione autoritaria verso un fascismo moderno; ma se la sinistra rimane lì, senza un progetto di società che porti fuori tout court dal modello neoliberale, che sappia parlare a tutti, articolare le domande sociali, indicare una via per uscire dalla crisi e essere all'altezza delle soggettività contemporanee non ha futuro e rimarrà fuori gioco. Ad essa attiene opporsi simultaneamente a entrambe le alternative reinventando una democrazia che è lesionata, anche se in modo differente, in un caso e nell’altro.

“Il problema - prendo da un intervento di Mastropaolo in un incontro sul socialismo16 - è che ci siamo infilati, non solo l’Italia ma tutti i paesi democratici, in un labirinto di regole pro-market addirittura su scala sovranazionale, dal quale è difficilissimo sfilarsi. Serve una diffusa convinzione che da un quadro di disagio sociale non si esce spontaneamente, ma attraverso una grande mobilitazione solidale, che sospinga lo Stato a intervenire e a regolare mercato e capitalismo. E occorre convincere anche coloro che, su un versante diverso, sono preoccupati dall’ascesa dei populisti e dall’ampiezza delle diseguaglianze che la cura va operata alla radice, curando il disagio sociale con una iniezione robusta di socialismo”. Questo è il punto, ma – aggiungo io - la sinistra deve, prima di tutto, convincere sé stessa. Alleanze, sì, in un periodo in cui si presenterà la necessità di agire responsabilmente, ma barra diritta, socialismo. I compromessi sono leciti, ma dentro un alveo culturalmente definito e una grinta che non lascia dubbi sulla visione della società che è di riferimento, gli orizzonti dell’azione, la concezione della giustizia sociale e le idee forza che sottendono i traguardi da raggiungere. Aggiungo: nessun dubbio sulla passione morale nel perseguirli fuori da qualsiasi tentazione tecnocratica.

Porsi come terza alternativa per la sinistra non sarà facile. Non sarà facile riconquistare un consenso di massa e porsi in sintonia con la rabbia sociale per la complicità che ha avuto nella sua genesi. Non facile, perché occorre che si reinventi il compito che ha svolto nella storia – come ha sempre ricordato Reichlin - e che ha dimenticato: di portare masse di persone che vivono in modo differente il disagio di questa società a essere forza di governo, riconoscersi reciprocamente, far pesare assieme la propria presenza e cultura nel tessuto istituzionale, elevandosi a protagonisti consapevoli del proprio riscatto.

La storia presenterà delle svolte. Il sistema scaturito dal regime neo liberale non si tiene più nella sua totalità e nelle sue contraddizioni e non potrà mantenere a lungo la coesistenza tra le parti resilienti e le parti che tendono disordinatamente a modificarlo. Una delle due prevarrà sull’altra in condizioni di disordine internazionale se non di vera e propria crisi strisciante o dirompente. Questa può venire tanto dalla finanza, quanto dall’estensione del ripiegamento nazionalistico, quanto dai limiti e conseguenze della logica neo liberista, quanto dagli effetti parossistici degli indirizzi presi dalla tecnologia. Di certo, il disordine capitalistico peggiora se non affrontato mentre non appaiono segni che in questa direzione si stianno mobilitando le volontà politiche. Prevalga l’uno o l’altro dei nazionalismi in competizione, il sistema è altrettanto caotico.

Come si evolverà dipenderà dalle forze che saranno capaci di dettare l’agenda politica. Ma intanto occorre capire almeno quali siano le direzioni di un’agenda della sinistra che voglia superare il neo liberismo affinché questa opzione sia in campo di fronte a una prolungata crisi sistemica. Senza farsi illusioni, però, perché non sarà certo la sola chiarezza sugli orizzonti a contare, ma l’azione quotidiana e la capacità di ricostruire una identità collettiva (o identità comunicanti) delle classi subalterne e di prefigurare una nuova moralità e senso della vita, attorno una ritrovata cultura critica e passione sociale17.

Ma, intanto, almeno quegli orizzonti, vanno posti all’ordine del giorno affinché la rottura culturale possa trovare indirizzi democratici incorporati in modelli alternativi di società e di organizzazione della produzione.

Non mancano le indicazioni di marcia e muovono verso tutto ciò che riduca le diseguaglianze a dimensioni giustificate o accettabili e che porti lo Stato a riprendersi il controllo di ciò che gli è stato sottratto: il che implica: rinazionalizzare alcuni servizi essenziali, tassare la ricchezza a fini redistributivi, obbligare le imprese ad accettare responsabilità verso i lavoratori e le comunità, svolgere politiche di ripristino dei diritti collettivi e favorevoli ai salari, sforzarsi di indirizzare la tecnologia verso sviluppi che valorizzino il lavoro invece di risparmiarlo, ridurre gli orari di lavoro, mettere imprese pubbliche a presidio di settori strategici, ecc.. Vi includo anche: cominciare a indirizzarsi verso un effettivo reddito di cittadinanza. Ma l’obiettivo principale è tenere l’economia in crescita e arrivare nuovamente alla piena occupazione attraverso l’infrastrutturazione, la ricerca, l’istruzione, lo sviluppo di reti e piattaforme (possibilmente aperte e gratuite), piani specifici di riassorbimento della disoccupazione e, in genere, perseguendo tutto ciò che privilegi i consumi collettivi e cambi il modello di sviluppo.

Un nuovo e coerente sistema di regolazione passa, tuttavia, per proiezioni internazional,i che lo facciano affermare come nuovo regime e che oggi rischiano di farlo apparire irrealistico. E’ per questo che ogni singolo partito di sinistra mancherebbe alla sua missione se abdicasse al compito di costruire uno schieramento internazionale, allo stesso tempo in cui persegue i suoi obbiettivi all’interno. Le idee devono essere poste per affermarsi, anche quando sembrano fuori dalle possibilità immediate; sono anch’esse una forza che muove la società. Al punto in cui siamo, occorre smontare il nucleo centrale del regime neo liberista, obbligando le grandi multinazionali e le grandi banche a scindersi, trovando i modi di tassarle unitariamente, combattendo con ogni mezzo i paradisi fiscali, tendendo a una de- finanziarizzazione dell’economia e mirando a una sorta di socializzazione della finanza indirizzata verso gli investimenti, controllando e disincentivando i movimenti speculativi di capitale, proteggendo l’interesse pubblico nell’infrastruttura dei nuovi media e piattaforme e regolandoli in modo da evitare traiettorie tecnologiche protette e monopolio. Il tutto in una cornice attenta a tenere alta la crescita, l’occupazione e la coesione.

Di conseguenza, la dimensione europea, prima ancora che mondiale, appare di fondamentale importanza. Impegnare l’Europa in questa direzione è una via difficile e di duro confronto e lascio immaginare quale intransigenza, mobilitazione e capacità di proposta controcorrente siano necessarie per un quadro differente. Ma, smontando l’Europa tutto questo è impensabile, come lo è il governo di altri problemi che hanno radici globali, quando non sono integralmente tali (quali le migrazioni, il clima, l’ambiente, le tensioni geopolitiche e militari, l’energia, la povertà, la guerra dei dazi, il governo delle monete internazionali). Non è l’Unione Europa il bersaglio, ma la sua gestione, filosofia e indirizzi. Né lo è la globalizzazione in quanto tale, ma il modo in cui s’è caratterizzata nella fase della sua affermazione, per l’assenza di governo, di controllo, di equilibrio, di salvaguardie e di regole per gli stati e per gli attori privati con rilevanza sistemica. Alla sinistra non si addice una visione di piccole patrie (né è un passaggio che le renda più agevole il compito nel breve periodo, tutt’altro), ma di pensare in un orizzonte prospettico alla ridefinizione delle regole del gioco mondiali, a partire dalle regole del gioco in campo europeo, che è il suo immediato orizzonte di riferimento.

Se la sinistra non è questo finirà per essere stampella d’appoggio a una delle due alternative che si delineano e che già oggi finiscono per dividere il suo campo all’interno (né potrà continuare a coltivare quella indeterminatezza che la rende minoritaria e subalterna testimonianza non si sa di cosa). La sua prospettiva è una visione del mondo a tutto tondo che oltrepassa l’esistente, ma che deve aleggiare come opzione di rottura col neo liberismo, investire il senso comune e cambiarlo, dare contorni a un disegno politico. Non si va lontano senza la forza di combattere sul piano delle idee, delle proposte e dell’azione su come uscire dall’impasse attuale, in una prospettiva di riforma sociale che muti la natura del capitalismo esistente verso lineamenti che pure in altre epoche ha conosciuto.


Note
1 Un estratto di questo saggio - ma svolto in dialogo postumo con Alfredo Reichlin - sarà pubblicato nel volume che a lui dedicherà la Treccani. Ed infatti il saggio nasce dalla relazione al Convegno “Alfredo Reichlin tra storia e futuro. Un incontro tra storici e testimoni” del 26/10/2018, anche se successivamente si è sviluppato in forma autonoma.
2 W. Streeck, How Will Capitalism End? ,New Left Review, May-June 2014
3 Cfr G. Albo, The “New Economy” and Capitalism Today, http://www.yorku.ca/albo/docs/2010/NewEconomy.pdf
4 Citato In M. Florio Stato e socialismo: rileggendo una pagina de Il Manifesto, Economia e Diritto n.4, 2016
5 S. Vitali, J. B. Glattfelder, e S Battiston, The network of global corporate control. in PLoS One (in pubblicazione, ma reperibile in rete). Un ottima sintesi del rapporto tra multinazionali e occupazione è in L Salmieri, Il capitalismo finanziario e la precarietà dell’occupazione.
6 Cfr Il sole 24 Ore del 21 agosto 2018 Dividendi globali al record; 500 milardi di $ nel trimestre.
7 http://www.businessintangibles.com/single-post/2015/03/11/Intangible-Assets-Increase-to-84-of-the-SP-500s- Value-in-2015-Report.
8 L’ha citato Obama nel suo discorso al Knox College, Galesburg, Ilinois, il 24 luglio 2013- In realtà, il suo riferimento è lo studio di E Saez, Striking it Richer: The Evolution of Top Incomes in the United State,s Settembre, 2013, che si riferisce agli Usa dal 2009 a 2012. Non so se l’abbia aggiornato. In generale, si stima che dall’inizio della crisi il 10% più ricco abbia incamerato il 90% dell’incremento di ricchezza. Quali che siano le cifre è chiara la direzione in cui sono andate le cose.
9 World Inequality Lab, Trends In Global Wealth Inequality . Parte IV, in https://wir2018.wid.world/part- 4.html
10 In quest’ottica rientrano l’abbandono del Transpacific Partnership (con Giappone e Corea del Sud), del NAFTA (con Messico e Canada, poi rinegoziato), delle negoziazioni sul TTIP (con l’Europa). Vi rientrano le rivendicazioni sui costi della NATO, il plauso alla Brexit e il supporto alle forze che si propongono di rompere l’Unione Europea, fino all’abbandono dell’accordo di Parigi sul clima e al ripudio dell’accordo nucleare con l’Iran.
11 Brasile, Russia, India e Sud Africa
12 M. Pei, China would be wise to avoid going MAD in the trade war, https://www.scmp.com/comment/insight- opinion/article/2165333/china-would-be-wise-avoid-going-mad-trade-war
13 Cfr.D. Stokes, DOUG STOKES, Trump, American hegemony and the future of the liberal international order, in International Affairs n. 94:/1, 2018.
14 P.Mason Superare la paura della libertà” in H Geiselberger (a cura di), La grande regressione, Feltrinelli, 2017.
15 F, Fukuyama, Populism is poisoning the global liberal order, in https://www.theglobeandmail.com/opinion/populism-is-poisoning-the-global-liberal-order/article37777370/
16 La riproposizione del socialismo oggi, La sintesi tematica dell’incontro è disponibile su www.treccani.it/magazine/atlante/geopolitica/La_riproposizione_del_socialismo_oggi_secondo_incontro.html. Il lettore troverà utile anche riferirsi al primo incontro la cui sintesi è disponibile in La sintesi tematica di questo primo incontro è disponibile su www.treccani.it/magazine/atlante/geopolitica/Socialismo_oggi.html.
17 Ne ho trattato nel libro Regloe, Stato e eguaglianza. La posta in gioco nella cultura della sinistra e nel nuovo capitalismo, Luiss University Press, 2016
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