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sinistra

Con la Cina e oltre

di Franco Romanò

nfosuitfdLa Repubblica popolare cinese è sugli scudi, per tutti: dai grandi manager alle leadership politiche, che lo dicono a mezza voce perché devono comunque ripetere il mantra dei diritti umani violati in Cina, dopo aver chiuso gli occhi di fronte al genocidio sionista in Palestina. L'ammirazione è palpabile anche quando è espressa obtorto collo, con un misto di paura, inquietudine e stupore per i successi in campo economico e non solo. L'intento di questo scritto è di riflettere sulla Cina attraversando la sua storia recente e partire da un giudizio netto: considero la Cina uno stato socialista, governato da un partito comunista che, con caratteristiche proprie, è una parte importante del marxismo novecentesco che più volte ho criticato e dal quale continuo a pensare che occorra separarsi. Tuttavia questa è una vicenda che riguarda prima di tutto la sinistra europea e chi si richiamava al comunismo sempre in Europa, ma pretendere di giudicare solo in base a questo l'attuale politica della repubblica popolare cinese sarebbe presuntuoso e anche peggio. La diversità fra le nostre storie non va rimossa, ma neppure assolutizzata. Nel mio studio mi riferirò ai pochi commentatori che hanno cercato di comprendere la Cina attuale senza pregiudizi: Pino Arlacchi, in primo luogo, sia in alcuni articoli recenti – uno in particolare pubblicato sul Fatto quotidiano - sia nei suoi libri, che risalgono alle radici storiche profonde che ispirano l'attuale dirigenza cinese. In secondo luogo gli interventi di Lucio Caracciolo e della rivista Limes più in generale. Infine, ai pochi commenti che nel portale Sinistra in rete condividono come me la convinzione che quando parliamo di Cina stiamo parlando di un paese socialista, anche se poi alcuni giudizi concreti non sempre convergono.

 

La Cina dopo la vittoria dell'impero statunitense

Il dato da cui secondo me occorre partire è che dalla morte di Mao in poi il governo cinese ha fatto i conti con il proprio recente passato in un modo assai diverso dall'ex Unione Sovietica, nonostante le somiglianze fra le loro storie recenti. La Russia ha reciso il proprio legame con l'esperienza socialista e sovietica, la Cina no.

Putin è anti leninista, recupera storicamente la direzione di Stalin e lo stalinismo nel solco del patriottismo russo, che permise al regime zarista di sconfiggere Napoleone Bonaparte. Putin ha riletto la scelta del socialismo in un solo paese e la guerra al nazismo rifacendosi al concetto di guerra patriottica: sono le stesse motivazioni che lo hanno spinto all'invasione dell'Ucraina. Il partito comunista russo attuale, una cariatide giurassica che è a tutti gli effetti un partito di opposizione legale, insieme ad altri che pure esistono nonostante tutto in Russia, appoggia la linea di Putin in politica estera, invasione dell'Ucraina compresa, rimanendo dentro un corto circuito che ci riporta di nuovo a Stalin e al ripetersi del circolo vizioso. Questo naturalmente non significa avallare in alcun modo la politica guerrafondaia della Nato e l'isteria dei paesi nordici e baltici nei confronti della Russia, che rischia di portarci a un conflitto regionale europeo, ma neppure avallare una guerra che non doveva fare nonostante le continue provocazioni; proprio i cinesi lo hanno fatto capire eccome a Putin, seppure nel loro modo poco appariscente.

Il partito comunista cinese ha affrontato in modo completamente diverso il crollo dell'Unione Sovietica e ha potuto farlo, prima di tutto, perché i comunisti cinesi si sono sempre considerati e rappresentati come un partito e un movimento anticolonialista. Mao Zedong per primo, non ha mai guardato a occidente e ha colto nella rivoluzione bolscevica l'aspetto più strategico che essa aveva per il sud del mondo e per loro: proprio la decolonizzazione, che non ci sarebbe stata senza quell'evento e che è continuata per decenni sull'onda della rottura del 1917. Questo è il valore universale e strategico della rivoluzione d'ottobre.

La differenza con la Russia sovietica e specialmente con la generazione bolscevica dell'esilio, a cominciare da Lenin, è enorme. Per Lenin il marxismo era il risultato storico di un percorso che aveva tre pilastri portanti: la filosofia tedesca, la politica francese, l'economia inglese. La definizione leninista di socialismo come elettrificazione e soviet è debitrice nei confronti della cultura occidentale. I primi dieci anni del bolscevismo al potere avevano lo sguardo rivolto a Ovest, nonostante l'invasione di truppe inglesi al servizio dei bianchi durante la guerra civile (questo è uno dei tanti paradossi); non solo nelle scienze dure, persino rispetto alla psicoanalisi ci fu un'attenzione sorprendente, le esperienze quanto mai radicali e d'avanguardia nell'ospedale di Rostov sulla cura dell'autismo, per esempio; ospedale che fu chiuso da Stalin nel 1927. Poi con il costruttivismo, il futurismo, che aveva sì caratteristiche proprie, ma stava dentro un movimento europeo più generale: Asja Lacis, Majakovskj, Cvetajeva, Lunachaski e Makarenko sul fronte culturale e dell'educazione scolastica. Il più importante dirigente comunista dell'Europa occidentale, Antonio Gramsci, vedeva nell'americanismo un modello cui guardare e a cui anche l'economia sovietica poteva ispirarsi.1

La leadership cinese e Mao Zedong, in particolare, maturarono le proprie esperienze e poi il loro legame con il marxismo in modo completamente diverso. Se si confrontano, per esempio, le visioni strategiche di Mao e di Chang Kai-sheck durante la guerra civile, si scopre che Chang studiava la strategia militare ispirandosi alle accademie statunitensi, Mao Zedong ai classici cinesi a cominciare da Sun Tzu. L'occidentalismo non ha mai ispirato i comunisti cinesi a differenza dei russi, che si consideravano europei; ma non Stalin e questo ebbe conseguenze gravissime sulla prima esperienza socialista.

La vera diatriba interna alla leadership cinese durante tutto il periodo rivoluzionario è stata la lotta e il confronto fra la filosofia taoista e quella confuciana e la difficile coesistenza fra queste due polarità, che in parte dimentica anche Arlacchi. Mao era taoista nel profondo come disse lui stesso di sé, scriveva persino testi poetici nella lingua classica cinese, tanto che questo suo vezzo si tradusse in un curioso episodio accaduto durante la rivoluzione culturale proletaria e che riguardò addirittura l'editoria italiana.2

Su che cosa si fonda allora il marxismo di Mao Zedong, in primo luogo? Sulle affinità fra la dialettica hegeliana e la filosofia classica cinese nelle sue punte più utopiche, su cui Mao lavorerà nel corso di tutta la sua vita. La questione può sorprendere, ma gli scambi fra le due culture sono stati costanti da un certo momento in poi. La prima traduzione europea dei Ching, Il libro dei mutamenti fu una versione in latino del 1687. Su di essa il filosofo tedesco Leibniz condusse uno studio profondo e fu il primo a gettare più di un ponte fra la cultura tedesca e quella cinese. Quando I Ching furono tradotti in Germania da Richard Wilhelm nel 1924, con la postfazione di Jung, erano già conosciuti dagli intellettuali tedeschi. Il Tao fu tradotto in tedesco da Victor von Strauss nel 1870. Schopenhauer s'ispirò profondamente al pensiero cinese e in pieno '900 Brecht attualizzò l'estetica del teatro cinese ai canoni occidentali; infine Kafka con Durante la costruzione della muraglia cinese e Un messaggio dell'Imperatore. Per ultimo arriva in Europa anche Il libro dei 36 stratagemmi nel 1981 ed è di nuovo un'edizione tedesca curata da Harro von Senger.

L'originalità di Mao Zedong, ma anche dei dirigenti che a lui si contrapposero come Liu Shaoqi e poi Deng Xiaoping, sta nell'aver cercato una sintesi del tutto particolare fra la dialettica hegeliana e il pensiero classico cinese: basta guardare al loro linguaggio, un tema assai affascinante. Nel Saggio sulla Contraddizione del 1937 Mao risale allo yin e yang della classicità, che viene interpretato come le due polarità nella dialettica hegeliana: che tale sovrapposizione sia almeno in parte discutibile, non cancella il fatto che si tratta di un contributo originale al pensiero marxista che non ha equivalenti nella cultura europea e neppure in quella sovietica. Molte scelte di Mao e del maoismo, specialmente quelle più critiche nei confronti dell'Unione Sovietica e più radicali, vengono anche dal profondo della storia cinese. Questa constatazione non implica un giudizio necessariamente positivo sulle scelte compiute su cui torno successivamente, ma vuole semplicemente mettere in evidenza alcune diversità che hanno operato in profondo e che continuano a operare, perché vengono dal profondo della storia cinese e questo chiama in causa Pino Arlacchi con i suoi ripetuti saggi, il libro e gli articoli che sono pubblicati sul Fatto quotidiano oppure in sinistra in rete. Ci sono anche nell'analisi di Arlacchi due diversi momenti. Nel libro, dal titolo La Cina spiegata all'occidente, prevale l'affondo storico, mentre in alcuni saggi e articoli fra cui uno recentissimo sul Fatto quotidiano, Arlacchi s'interroga maggiormente sulla natura del socialismo cinese contemporaneo, con un intento più spiccatamente politico. Comincio dal libro che merita una lettura attenta. Per semplificare mi sono rifatto ai numerosi interventi di Arlacchi sul portale di Sinistra in rete. Tutte le citazioni presenti in questo testo vengono da quei saggi che cito tutti nella nota.

Dopo l'introduzione, Arlacchi individua in tre momenti fondamentali la ragione del successo cinese - I magnifici tre - e li definisce con il termine di mega fattori, che così descrive:

… Il primo è il non-espansionismo della Cina, cioè il suo sinocentrismo universalista e pacifico, collegato a una profonda avversione alla violenza e alla guerra. Il secondo è il suo singolare sistema di meritocrazia politica, “il governo dei migliori”, che la dirige da più di duemila anni. E il terzo è il suo sistema economico-politico fondamentalmente non capitalistico. Socialista. Ritengo che questa triade sia la guida più sicura per capire la Cina post-rivoluzionaria. La Cina di oggi, erede della Cina imperiale molto più di quanto si possa pensare.

 

In un passaggio successivo ecco la sintesi:

Discuteremo a lungo di questo apparente ossimoro del “socialismo di mercato”, ma per coglierne appieno il senso non bisogna dissociarlo dalle “caratteristiche cinesi”, cioè dalle sue radici nell’antica civiltà dell’Impero di Mezzo.

Una civiltà il cui profilo si è delineato cinquemila anni fa, e da tremila anni si è fissato in un sistema dotato di una resilienza straordinaria.

Lascio a dopo la questione riguardante la natura del socialismo cinese e vado alla sintesi e cioè che la Cina attuale è erede di quella imperiale, con una prevalenza della sensibilità confuciana: questo è forse uno dei tratti meno compresi in occidente. Come si concilia però il non espansionismo con l'impero? Cito ancora Arlacchi:

Il carattere centripeto e pacifico di questa civiltà – un cosmo che guarda a se stesso e che si considera nel contempo universale, privo perciò di una spinta espansiva di tipo sia territoriale che economico e militare – è l’aspetto forse più difficile da afferrare per chi fa parte di una civiltà dal carattere opposto, “estroverso”, centrifugo e guerresco come quella occidentale, abituata a vivere dal Cinquecento in poi sulle spalle altrui.3

Per il passato la questione è relativamente chiara. La Cina si è sempre concepita come bastante a se stessa, almeno dalla nascita dell'Impero di mezzo. La muraglia teneva lontani gli altri, ma poneva anche il confine e sul non espansionismo della Cina le conferme storiche sono evidenti in ogni epoca e anche l'avversione per la guerra che è alla base del libro più importante dell'antichità cinese insieme al Tao e ai Ching, cioè proprio L'arte della guerra di Sun Tzu, scritto fra il quinto e il quarto secolo a.C. Non è un ossimoro il titolo di questo libro, perché si tratta in realtà di un manuale di filosofia politica, che rovescia se mai il principio di von Clausevitz, tanto famoso in occidente. Naturalmente il libro, per la sua importanza, meriterebbe un'analisi ben più articolata di questo breve commento, ma non in questa sede; peraltro si tratta di un testo molto studiato per chi volesse approfondirlo.

Quello che Arlacchi indica come sinocentrismo universalista e pacifico è confermato in tutta la storia cinese dall'Impero di mezzo in poi, quando la stabilità della Cina si consolida. Anche il ventesimo secolo ripropone lo stesso copione. Il colonialismo britannico mise in crisi per un breve periodo la storia millenaria cinese, ma nel corso del '900 i cinesi si sono difesi dalle aggressioni giapponesi e hanno condotto sempre guerre di liberazione difensive nei confronti delle potenze occidentali, anche nel caso della guerra civile contro Chiang Kai-sheck, che era un uomo degli statunitensi.

 

Dal grande balzo in avanti alla svolta confuciana

Le contraddizioni fra un atteggiamento utopico e taoista e la necessità di una prassi confuciana esplosero subito nella dirigenza comunista cinese. La conclusione della lunga marcia e la fondazione della Repubblica Popolare nel 1949 misero il partito comunista di fronte a un primo ostacolo e cioè che certi classici cinesi, utilissimi nel momento dello scontro, lo erano di meno quando occorreva rimettere in piedi un'economia. Il grande balzo in avanti fu un tentativo che si rivelò in larga parte fallimentare e aprì uno scontro interno al partito che non fu tuttavia gestito come lo gestì Stalin in Russia. L'accento che i cinesi hanno posto nel distinguere fra le contraddizioni con il nemico di classe e le contraddizioni in seno al popolo, era una scelta strategica che venne meno in parte per pressioni esterne - nel caso di dirigenti del partito sospettati di trotzkismo – e solo nei momenti più estremi della rivoluzione culturale proletaria con Lin Piao e Chen Boda. Il secondo momento di scontro interno che si trasformò in una vera e propria guerra civile fu la rivoluzione culturale proletaria, che ebbe due momenti nevralgici: il suo inizio più o meno nel 1964, poi la svolta nel febbraio del 1967, quando la componente più radicale del movimento operaio portò alla fondazione della comune di Shangai, che si ispirava a quella di Parigi, ma che tuttavia durò poche settimane prima che il suo governo fosse di nuovo sostituito da un nuovo comitato cittadino. Fu il canto del cigno della rivoluzione culturale, che si avvitò su se stessa portando fino all'estremo e in modo spesso ridicolo la critica a tutto ciò che era occidentale e questo fu naturalmente l'aspetto più enfatizzato in occidente. Lo scontro si concluse con la vittoria del fronte che definisco confuciano nel 1978; inevitabile, sia perché non era accaduto che si aprissero a occidente o in altre parti del mondo fronti rivoluzionari, nonostante il Maggio francese, il lungo maggio italiano e nonostante i consigli intelligenti di Zhou Enlai ai gruppi occidentali. Le rivoluzioni mondiali o lo sono davvero o non sono nulla. Questo è un altro dato di cui tenere conto perché in forme diverse accadde quello che era successo in Europa negli anni '20 e '30. La scelta dei cinesi però non fu la riedizione del socialismo in un solo paese perché in un certo senso la Cina si è sempre rappresentata come un solo paese, fondato su se stesso e non espansionista come messo in evidenza in precedenza. Con Deng Xiaoping, che fu tenuto ai margini per lungo tempo, ma mai sconfessato, la Cina scelse definitivamente il polo confuciano, accantonando il taoismo utopico di Mao Zedong, pur nel riconoscimento che il 70% di ciò che Mao aveva fatto era da considerarsi positivo. L'attuale direzione di XI Jinping ne è l'espressione contemporanea. Tuttavia, tali diversità hanno consentito alla Repubblica Popolare Cinese di uscire dal crollo del sistema socialista sovietico senza subire i disastri della Russia di Eltsin, perché hanno saputo imparare dai loro errori e non solo di evitare quelli commessi in Russia, che certamente hanno visto e considerato ma che non sono la parte decisiva delle loro decisioni. La scelta di riformare la politica e cioè il partito, intrapresa da Gorbacev in Russia, si basava su due parole d'ordine - Glasnost e Perestroika - che erano in realtà molto occidentali e si richiamavano alla democrazia in senso liberale e furono scelte che andarono a minare il partito-stato in modo irreversibile, generando il panico fra i funzionari e causando un catastrofico golpe contro Gorbacëv che si ritorse contro i suoi promotori e diede alla marionetta Eltsin il potere: erano parole d'ordine lontane dalla sensibilità cinese.

Il partito comunista cinese ha ragionato in un altro modo. Hanno preso atto della vittoria del sistema imperiale e capitalistico nella guerra fredda e hanno deciso di gestirlo dall'alto nella forma di un capitalismo di stato, ma diverso ancora una volta da quello sovietico; ma prima di tutto non rinunciando alla programmazione economica e al controllo della politica sull'economia. Cito a questo proposito un passaggio di un recente articolo di Arlacchi sul Fatto quotidiano che mette in evidenza con molta lucidità questo aspetto:

Pechino non ha abbandonato la pianificazione: l’ha trasformata. Ha imparato dalla tragedia del Grande Balzo in Avanti che la pianificazione rigida e cieca produce catastrofi, ma ne ha tratto una lezione di segno opposto a quella dell’Urss: non rinunciare alla direzione cosciente dell’economia, ma renderla sperimentale e capace di autocorrezione. “Attraversare il fiume tastando le pietre”, la geniale formula di Deng Xiaoping, non è la resa al mercato: è un metodo di programmazione dell’economia: si sperimenta in piccolo, si misura, si corregge, si estende ciò che funziona. La pianificazione smette di essere comando e diventa apprendimento.4

L'espressione socialismo di mercato con caratteristiche cinesi è fondata sui distretti industriali che sono un altro modo di riprendere alcune delle idee del grande balzo in avanti senza gli errori precedenti. Non vi è dubbio su questo, ma è da qui in poi che mi sembra vadano posti alcuni interrogativi. Arlacchi è ottimista sulle caratteristiche del socialismo di mercato cinese e sotto molti aspetti è un ottimismo condivisibile, però mi sembra più utile fare un po' l'avvocato del diavolo e porre dubbi e interrogativi.

Parto allora da una prima considerazione che riguarda un tema nevralgico, l'AI, che continuerò a chiamare macchina artificiale. Arlacchi vede nel modo cinese di trattare l'argomento una diversità profonda con il modello statunitense e si possono trovare delle conferme a questa tesi, ma poi in questa citazione che segue arriva a una sintesi assai affascinante ma anche da dimostrare:

Qui entra in scena la novità che rovescia un secolo di certezze. La grande obiezione liberale alla pianificazione, formulata da Von Mises e affilata da Hayek negli anni Trenta, era in fondo un’obiezione basata sull’informazione: nessuna autorità centrale, sostenevano gli esponenti della scuola austriaca, potrà mai raccogliere ed elaborare i milioni di dati dispersi fra milioni di individui che il sistema dei prezzi, il mercato, aggrega automaticamente. Il socialismo era, perciò, semplicemente impossibile. Era un argomento formidabile nell’epoca della carta e del calcolo manuale. Non lo è più nell’epoca dell’Intelligenza artificiale. Fu Oskar Lange, l’economista marxista che ad Hayek aveva risposto colpo su colpo, a intuirlo. Poco prima di morire, nel 1967, affermò che se avesse dovuto riscrivere la sua polemica si sarebbe limitato a dire ad Hayeck “mettiamo le equazioni su domanda e offerta in un computer e avremo la soluzione in meno di un secondo”. Era un concetto visionario allora. È realtà oggi ....

Arlacchi si riferisce a una possibilità potenziale, oppure proprio al quindicesimo piano quinquennale cinese? Prima di tutto bisogna considerare che l'obiezione di Lange era puramente teorica, ma dalle citazione successiva Arlacchi sembra concedere alla prospettiva molto di più e specialmente che è proprio la macchina artificiale a renderlo possibile:

La Cina sta costruendo precisamente l’apparato che dà ragione a Lange. Il 15° piano quinquennale, varato quest’anno, è il documento di programmazione economica più centrato sull’Intelligenza artificiale mai prodotto da uno Stato: l’obiettivo dichiarato è integrarla nel 90% dell’economia entro il 2030 ... La densità robotica cinese è passata da 49 robot ogni 10mila lavoratori nel 2015 a oltre 400 nel 2025, superando la Germania, e la Cina installa da qualche anno più robot del resto del mondo messo insieme. Le “fabbriche al buio”, interamente automatizzate e senza operai, che non hanno perciò bisogno d’illuminazione, non sono più un esperimento: lo stabilimento Xiaomi di Pechino produce uno smartphone al secondo senza un solo uomo in linea d’assemblaggio. La forza lavoro manifatturiera è scesa da 115 a meno di 85 milioni di addetti in un decennio mentre la produzione cresceva e, dato decisivo, senza che quel calo si traducesse in disoccupazione di massa, perché i programmi statali di riqualificazione hanno assorbito l’impatto, ricollocando i lavoratori in servizi e nuove industrie ad alta tecnologia.

Il mercato svolge due funzioni: rivela ciò che la gente desidera e decide dove occorre investire. Entrambi i compiti sono già oggi svolti dall’Intelligenza artificiale e, ironia suprema, svolti soprattutto all’interno delle maggiori corporations Usa che del libero mercato si proclamano campioni. L’apparato di rilevazione della domanda più sofisticato della storia non è stato costruito nella Cina socialista, ma da Amazon e Google: Amazon sa cosa vorrai comprare prima che tu lo sappia, e pre-posiziona la merce in deposito sulla base di previsioni algoritmiche. Walmart e Amazon sono strutturate come delle economie pianificate più vaste di quanto l’Urss sia mai stata.5

Posta in questi termini, la differenza fra i due approcci – statunitense e cinese – è talmente enorme da sembrare inconciliabile e foriera di un inevitabile conflitto perché sappiamo molto sull'idea di AI che ne hanno i boss della Silicon Valley e i loro mentori. Da un lato politico si tratta di porla al servizio della tecnologia militare per difendere la supremazia dell'impero in crisi; dall'altro però si tratta di sostenere e contrastare la caduta tendenziale del saggio di profitto con un antidoto – il riarmo - che può portare a uno stato di caos e di guerra permanente, obiettivo che senza alcun dubbio è del governo sionista israeliano. Rimane poi una questione sullo sfondo che Arlacchi non affronta: i consumi energetici e di acqua che sono necessari allo sviluppo della macchina artificiale sono sostenibili e a quali nuovi conflitti porteranno?

Se molte cose sembrano dunque dare ragione ad Arlacchi, rimane il fatto che se le Cina andasse davvero fino in fondo su questa strada il conflitto con l'impero sarebbe inevitabile: ma a parte le considerazioni di carattere geopolitico – e per questo rimando a Limes e a Caracciolo - è possible che si arrivi a questo fra due economie così interdipendenti e tenendo pure conto della filosofia politica cinese? Non lo credo e non lo crede neppure Arlacchi, ma allora occorre spostare lo sguardo su altro e questo mi porta a formulare nel prosieguo una domanda.

 

Socialismo di mercato con caratteristiche solo cinesi o un'occasione per tutti?

Ricomincio da questo passaggio di Arlacchi:

La chiave per entrare nella mentalità della Cina e dei cinesi è la conoscenza delle istituzioni politiche originali che essi hanno creato nel corso dei millenni e dentro le quali vivono ancora oggi. … La nozione che la forza del governo cinese poggi su solide basi proprie è la più dura da afferrare in Occidente perché non c’è un flusso di notizie affidabili su ciò che succede davvero in quel paese e su come la Cina si comporta nella scena internazionale. Media e governi euroamericani riempiono il vuoto di informazioni attendibili alimentando angosce su una sorta di imperialismo cinese che mima quello praticato storicamente dall’Occidente contro la Cina.

Su questo non vi è dubbio anche se occorre estendere in parte tale pregiudizio anche alla sinistra radicale in molti casi.

Il fattore della meritocrazia politica è quasi ignoto al pubblico occidentale perché si trova completamente al di fuori dei radar mediatici e del flusso di conoscenze sulla Cina. Anche gli studiosi stranieri più indipendenti fanno raramente ricorso al concetto di meritocrazia per interpretare le dinamiche politiche cinesi e le strategie più rilevanti adottate da Pechino nel campo dell’economia e della finanza. Quando parlo di meritocrazia mi riferisco non solo alla sua versione socialista incarnata dal Pcc, ma a una forma di governo basata su un’istituzione denominata “sistema degli esami”, istituito formalmente dalla dinastia Sui (581-618 d.C.) sulla scorta di forme di selezione che esistevano già sotto gli Han (206 a.C. 220 d.C.) e pienamente operativo ancora oggi. Ogni dipendente dello Stato e quasi tutti i dirigenti pubblici di alto grado vengono selezionati in Cina tramite un concorso competitivo che inizia con prove scritte e orali. L’operato di ciascun dirigente è sottoposto in seguito a regolari valutazioni con scadenze fisse e con criteri e procedure predeterminati. Fin dalle sue origini il sistema soffre di alcuni vizi di fondo quali la corruzione, l’ossificazione e il rischio di perdita di legittimità. Era così nella Cina imperiale ed è così oggi. La differenza è che nel passato la meritocrazia era lo strumento di governo dell’imperatore, mentre oggi è il principio che struttura una leadership comunista che si dichiara al servizio del popolo.6

La sintesi che ne trae Arlacchi è la seguente. Una volta constatato che in Cina non esiste un sistema di divisione dei poteri secondo la logica del liberalismo politico occidentale, Arlacchi prosegue scrivendo:

... Il Pcc in Cina coincide quasi con lo Stato, e rappresenta anche un segmento non indifferente della società civile. Non vige in Cina alcuna forma di indipendenza della magistratura, che è espressione dell’esecutivo e del Partito. Il presidente della Repubblica Popolare è anche segretario del Partito e capo delle forze armate. Il Politburo, il vertice supremo del Partito, indirizza e controlla strettamente l’operato del governo. La singolarità del Pcc è di essere nello stesso tempo Stato, Partito e società civile. L’élite della società civile cinese governa lo Stato tramite il Partito Comunista, che non è un’associazione politica come le altre ma un gruppo sociale di quasi cento milioni di persone vagliate una per una attraverso metodi la cui selettività cresce man mano che si va verso l’alto.

Se quanto affermato sopra è ovvio, ma va pure detto che cento milioni di attivisti sono una spina dorsale che non ha eguali ed è la testimonianza più probante del consenso di cui gode il regime sul piano interno, la continuazione introduce un nuovo elemento assai importante:

… Il Pcc è il sistema nervoso della Cina. Grazie alla sua componente civile, esso è sia software che hardware. È il Moderno principe di Antonio Gramsci, le cui riflessioni sono una buona guida per la comprensione del sistema politico cinese di ieri e di oggi. Secondo Gramsci, il Moderno principe è un Partito di intellettuali organici che organizza il consenso della società, la “volontà collettiva” del popolo, tramite la gestione dei beni comuni. La stessa funzione svolta dai literati, gli shi, il corpo dei dignitari-filosofi che ha governato la Cina imperiale per duemilacinquecento anni.7

L'accenno a Gramsci è importante e l'interesse cinese per il suo pensiero è poco conosciuto in occidente. Bisogna distinguere tuttavia due momenti diversi nella ricezione di Gramsci in Cina. Nelle prime traduzioni dei Quaderni risalenti al l957 l'omaggio è al dirigente comunista italiano imprigionato dai fascisti e vittima del regime. Gramsci non è studiato e certamente non rientrava nella visione che Mao Tse Tung aveva del marxismo. Gramsci comincia a essere studiato veramente in Cina dopo la svolta confuciana del 1978 e da quel momento in poi gli studi sui Quaderni sono stati in continua crescita. Arlacchi si riferisce alla concezione del partito di Gramsci come moderno principe alla base dell'interesse cinese, mentre a me sembra che sia il concetto di egemonia ben più centrale. L'esistenza di diversi tipi di contraddizioni che non possono e non devono essere trattate nello stesso modo fa parte del bagaglio culturale dei comunisti cinesi e non stupisce che abbiano visto in Gramsci una fonte di ispirazione.

La sintesi di Arlacchi sulle caratteristiche del socialismo cinese è però un nuovo salto, affascinante, ma anche problematico:

Pur avendo ospitato la più grande economia di mercato del mondo, la Cina non ha mai conosciuto, né nel suo passato remoto né oggi, il capitalismo. La Cina può essere definita capitalista solo rinunciando a usare la preziosa distinzione tra la sfera del mercato, che è universale, da quel prodotto squisitamente occidentale che è il capitalismo. Dobbiamo a Braudel la migliore definizione dei due separabili compagni. Il mercato ha a che fare con il mondo rumoroso e inquieto degli scambi e dei luoghi di compravendita. È popolato da piccoli felini, audaci, mobili e orientati al profitto. Confucio li chiamava “piccoli uomini” che dovevano essere lasciati in pace e se possibile favoriti, perché fonte di graditi profitti aggiuntivi a quelli dell’agricoltura. Il capitalismo, secondo Braudel, può sembrare simile al mercato, ma in realtà è l’antimercato, popolato dai grandi predatori che scorrazzano nella giungla da essi stessi creata, spesso invisibili e lontani dai luoghi di accumulo delle loro fortune.8

La distinzione di Braudel è certamente efficace e anche quella implicita nel suo ragionamento e cioè che il capitalismo in realtà si sovrappone al mercato e lo domina con il monopolio ma anche con il tramite della politica e la legislazione. Tuttavia bisogna stare molto attenti alle semplificazioni. Il mercato di cui parlano sia Confucio sia Braudel è un luogo fisico dove si scambiano i prodotti dell'economia reale: ma come la mettiamo con il mercato finanziario che è altra cosa pur avendo lo stesso nome? I piccoli uomini di Confucio sono una via di mezzo fra il mercante e l'artigiano e sicuramente in Cina il mercato delle merci e degli scambi è imponente quanto mai e ne abbiamo avuto consapevolezza proprio durante la pandemia per i rischi connessi proprio con il mercato in senso fisico. Tuttavia nella Cina di oggi non abbiamo soltanto i piccoli uomini di Confucio e la produzione, ma anche un imponente mercato finanziario. Allora una domanda s'impone: in che modo diverso è gestito il mercato finanziario in Cina? Arlacchi è eccessivamente ottimista perché dà per scontata una capacità di gestione anche del comparto finanziario diversa da quella occidentale, ma i dati cui si può fare riferimento sono assai scarsi. La bolla finanziaria scoppiata in Cina nel comparto edilizio sembra avere dinamiche che conosciamo assai bene.

 

Per una conclusione in divenire

Che i comunisti cinesi siano dei marxisti – novecenteschi – di tutto rispetto è fuori discussione, ma possono essere un modello per noi? Oppure, detto in altro modo: è possibile che grazie alla loro tenuta e intelligenza strategica, si possa avviare un'evoluzione diversa, che rimetta al centro una pianificazione dell'economia che vada nel senso di una sua socializzazione, cioè che riduca il peso della statualità e sposti il potere sulla società civile, che era peraltro un tema su cui s'interrogava anche il giovane Marx e che ha sicuramente a che fare anche con il concetto gramsciamo di egemonia?

Arlacchi e lo pensa e lo dice nell'articolo sul Fatto quotidiano già citato e di cui riporto questa parte:

Mettete insieme le due cose: il mercato è in fondo una tecnologia dell’informazione primitiva e dispendiosa, che una tecnologia superiore può rendere obsoleta. Fu Lenin, in Stato e rivoluzione, a vederlo con un secolo d’anticipo, quando immaginò l’intera società trasformata in “un solo ufficio e una sola fabbrica”. L’intuizione era che il capitalismo, attraverso la pianificazione interna presente nei grandi trust, stesse creando le precondizioni materiali del socialismo. Ed è su tale terreno che si gioca la partita del secolo. La stessa tecnologia produce, sotto opposti rapporti di produzione, esiti di segno opposto. In Occidente l’automazione, prigioniera del capitale privato, genera disoccupazione di massa, concentrazione oscena della ricchezza, devastazione delle regioni deindustrializzate. In Cina, dentro la cornice della pianificazione socialista, gli stessi robot possono socializzare il dividendo della produttività, ridurre l’orario di lavoro, espandere il benessere comune. L’una promette ricchezza patrimoniale a pochi azionisti; l’altra la liberazione dalla fatica per molti. È la differenza tra valore di scambio e valore d’uso che torna a comandare la storia. Non è detto che la Cina percorra fino in fondo tale strada: la persistenza del mercato e del capitale privato al suo interno potrebbe frenarla. Ma le precondizioni tecniche e istituzionali si stanno consolidando, e la direzione di marcia è netta. La “fabbrica unica” di Lenin, l’economia come una scatola chiusa al servizio della collettività, diventano per la prima volta una possibilità tecnologica concreta. E ciò sta accadendo nell’Oriente socialista, non nell’Occidente capitalista. L’Occidente continua a raccontarsi la favola del mercato eterno, ma il futuro che riteneva impossibile si sta materializzando, bit dopo bit, dall’altra parte del mondo.9

Il dubbio che la Cina possa davvero andare fino in fondo per la strada indicata è anche il mio, ma preciso che dubitare non significa escludere. Il primo dubbio riguarda la possibilità che l'utopia leninista diventi concreta grazie alla macchina artificiale e al modello di fabbrica unica e chiusa, ma vedremo a quali risultati reali porterà il piano quinquennale cinese e quali conseguenze avrà sull'economia cinese il probabile scoppio della bolla finanziaria AI nella parte occidentale del mondo, vista l'interdipendenza delle economie. A questo primo ne unisco altri due: il primo di carattere politico, culturale il secondo.

Il primo. Perché il socialismo con caratteristiche cinesi possa diventare un'occasione per tutti occorrerebbe che nella parte occidentale del mondo nascessero e si consolidassero movimenti e soggettività politiche che rompessero decisamente sia con la sinistra liberal statunitense di cui sono espressione partiti come il Pd italiano e altri simili, con la sola possibile eccezione della France insoumise di Melanchon, sia con i marxismi novecenteschi, offrendo anche ai cinesi una sponda diversa con cui confrontarsi, orientata alla socializzazione in campo economico ma anche al meglio del costituzionalismo europeo. Perché comunque le nostre storie sono diverse e un confronto che non sia basato sul dominio implica l'accettazione dell'altro ma non la confusione con l'altro. Il nostro modo di concepire il rapporto fra individuo e società è diverso da quello cinese, ha una sua tradizione e storia. Sia chiaro da subito che in questa constatazione non vi è alcun giudizio di valore. L'atteggiamento di volere imporre la cosiddetta democrazia occidentale a tutti è solo l'ideologia dell'imperialismo che è penetrata da tempo anche nella pubblica opinione di sinistra e nei suoi partiti: lo dimostra il fatto che sono diminuite le manifestazioni in solidarietà con Gaza solo perché la guerra israelo statunitense contro l'Iran è apparsa a molti di sinistra - anche se non lo dicono apertamente - come un modo di combattere una dittatura: come se le donne iraniane potessero avere qualche beneficio dai bombardamenti Usa e dalla barbarie sionista. Non è bastata la morte delle giovani studentesse colpite fra l'altro come obiettivo scelto dalla macchina artificiale a testimoniarlo?

Quanto alle differenze fra il nostro mondo e quello cinese, non ha alcuna importanza che le democrazie liberali diventino dittatoriali quando sono in gioco i loro privilegi economici e non rispettino per prime tali principi democratici. Lo sappiamo dagli anni '20 in Italia e '30 in Germania chi sono realmente i liberali: coloro che aprono le porte ai fascisti vecchi e nuovi perché dentro un liberale c'è sempre un fascista che dorme e che prima o poi si risveglia: un modello particolarmente efficace di questo tipo umano è Ernesto Galli Della Loggia, per esempio. Se c'è stato un periodo storico in cui è sembrato che i liberali rispettassero i cosiddetti principi liberali, ciò avveniva solo perché – piaccia o meno a molti e a molte che si dicono di sinistra - non avevano il monopolio del potere a livello mondiale, come è accaduto dalla fine dell'Unione sovietica in poi. Tuttavia, il fatto che le nostre classi dirigenti liberali non abbiano diritto di parola su nulla dopo avere tollerato e poi diventare complici con il genocidio sionista e dopo che hanno accolto i Talebani al parlamento europeo, non toglie però valore a principi che esistono e non sono sequestrabili neppure da loro. Tali principi sono a disposizione dei popoli e delle classi subalterne: anche in Italia ce ne siamo accorti in occasione del voto referendario sulla controriforma Nordio, perché i valori costituzionali sono patrimonio di vasti strati di popolazione indipendentemente dalle élite e dai governi, molto più di quanto si creda ed è questo a far paura alle élite occidentali. Se mai il problema attuale sono proprio gli Usa che sono tornati al loro dna profondo: genocidari nei confronti delle popolazioni indigene, razzisti e schiavisti, suprematisti bianchi in aperto conflitto con tutti, senza reali distinzioni fra establishment democratico e repubblicani. È possibile sperare in una inversione di tendenza negli Usa? I messaggi che arrivano sono contraddittori, ma che ci siano movimenti e forze che si stanno muovendo fuori dagli schemi mi sembra indubbio: l'onda lunga dei movimenti di Seattle e poi di Occupy Wall street non è morta, ma deve fare i conti con un salto di qualità evidente che non mi pare sia stato compreso: quello messo in atto da Trump non è autoritarismo alla Orban per intenderci, ma un regime dittatoriale che si va formando passo dopo passo. Dal movimento Black lives matter alle manifestazioni anti Ice si è manifestata una reattività difensiva che ha tuttavia di fatto ignorato sia il genocidio di Gaza, se non per alcune minoranze. Il grosso del movimento è stato egemonizzato dalla manifestazioni No Kings e incanalato in un alveo vicino all'establishment democratico. Lo scostamento da questo paradigma riguarda alcune elezioni di sindaci e governatori che appartengono alla componente socialista - primo fra tutti Mamdani a New York - interni al partito democratico e al ruolo del Working class family party. Quali sviluppi potranno sorgere da questa dinamica non è chiaro come non è del tutto chiaro neppure il ruolo che di solito si attribuisce in Europa a esponenti di spicco, a metà strada fra establihment e movimenti come il governatore dell'Illinois, oppure Bernie Sanders e Ocasio Cortez. L'irritazione dell'establishment democratico rispetto alla crescita della componente socialista è evidente, ma il dato forse più evidente ancora e per certi aspetti sconcertanti è l'assenza di lotte operaie, se non da parte degli immigrati che cercano di resistere alle retate. Tutti sembrano però puntare sul logoramento di Trump e sulle elezioni di mid term. Sono le stesse dinamiche che si manifestano in Europa, dove le élite legate ai democratici statunitesnsi sperano nel ritorno all'atlantismo grazie alle elezioni, mentre la destra italiana oscilla fra servilismo e il nulla, in attesa degli eventi. In questi giorni sono in corso negli Usa incontri a livello internazionale che coinvolgono Mediterranea di Luca Casarini. Se nascerà qualcosa da questi incontri lo vederemo. In ogni caso a me sembra che due saranno i momenti cruciali e di sveglia per tutti: la scadenza dei 60 giorni entro i quali trovare un accordo con l'Iran e l'escalation repressiva interna negli Usa che può arrivare anche a colpire direttamente l'opposizione politica se Trump si sentirà alla strette e addirittura al rinvio delle elezioni.

La seconda condizione. Un recente e pregevole intervento pubblicato su Doppiozero e ripreso sul portale Sinistra in rete ha messo l'uno accanto all'altro due testi. L'autore del saggio è Alfredo Gigliobianco. Il titolo del saggio è Keynes, Leopardi e il salto qualitativo. Per introdurlo cito direttamente l'autore:

Einaudi ha appena fatto uscire uno smilzo libretto bianco che assomiglia ai libri di poesie che uscivano negli anni Ottanta, con i versi più belli stampati in copertina. Bene, questo libretto non è di poesia, ma, come la poesia, ha il potere di evocare tanti sentimenti, tante aspirazioni ma anche delusioni. L'autore è John Maynard Keynes – già, il famoso Keynes – e il titolo è Le possibilità economiche per i nostri nippoti . Un articolo scritto da Keynes nel lontano, ma per altri versi vicino, 1930. Nel mezzo della Grande Depressione …

Vado al cuore del problema che, come si vedrà, echeggia assai quanto scritto in precedenza e che si ritrova anche in Arlacchi e in Oskar Lange, e persino nel giovane Marx. Scrive Keynes:

… Le macchine saranno tanto perfezionate, il capitale tanto poderoso che il lavoro non dovrà più essere la nostra principale occupazione. Avremo un sacco di tempo libero, e potremo dedicarci a cose più degne dell'economia. Gli economisti, scesi dal carro trionfale sul quale si sono issati, saranno considerati modesti tecnici che si occupano di problemi circoscritti, un po' come i dentisti. E il mondo potrà dare la giusta importanza alle arti, alla scienza, alla filosofia ...

Il rovesciamento però avviene subito dopo:

… Sarà capace l'umanità di fare questo salto qualitativo? Per millenni abbiamo faticato, lavorato, organizzato. Saremo capaci di adattarci a una vita di contemplazione e di speculazione? Saremo capaci, in altre parole, di coltivare l'arte della vita ?

E Leopardi? Eccolo qui, come lo introduce Alfredo Gigliobianco con quale il suo saggio si conclude:

… un'altra persona, non un economista ma un poeta, si era posto la stessa domanda, in modo un po’ diverso, un secolo prima di Keynes. Chi mai avrebbe potuto avere la finezza di mettere a fuoco la questione se non lui, il nostro Giacomo Leopardi? Pochi, fra gli estimatori di Leopardi, ricordano una delle sue poesie meno conosciute, Al Conte Carlo Pepoli. Questo Pepoli (mi si perdoni il piccolo ripasso) fu il migliore amico di Leopardi nel periodo bolognese, dal 1825 al 1827. Dunque, la poesia comincia così:

Questo affannoso e travagliato sonno

Che noi vita nomiam, come sopporti,

Pepoli mio? di che speranze il core

Vai sostentando? in che pensieri, in quanto

O gioconde o moleste opre dispensi

L’ozio che ti lasciàr gli avi remoti,

E dunque? Resta l’arte, la poesia. Leopardi – che sentiva in quel momento il suo cuore inaridirsi, anzi gelarsi – chiude augurando all’amico di far meglio, di rimanere sempre aperto, ricettivo alle meraviglie della poesia. Perfetta sintonia, qui, fra Giacomo e John Maynard: i nobili della Restaurazione non se la cavano meglio dei benestanti dell’Impero Britannico ...

Marx, nel suo maggiore slancio utopico vedeva nel comunismo proprio la possibilità da parte dell'umanità intera di uscire dalla preistoria. Ne saremo capaci? Il tema è quanto mai attuale. In ogni caso: bentornato comunismo.

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Franco Trondoli
Monday, 31 August 2026 22:31
Ma quello che succede in tutto il mondo non dipende dalle dinamiche inerenti la quantità e qualità del lavoro salariato ?. E allora ?. Se i robot sostituiscono il lavoro vivo..come fanno gli esseri umani a vivere..?
C'è il denaro no ?.
Non risulta che finora sia stato abolito. Degli esseri umani il capitale in prospettiva ne ha sempre meno bisogno. Sembra Anche in Cina.
Cordiali Saluti
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Michele Castaldo
Monday, 31 August 2026 20:49
Il titolo dice tutto:
Con la Cina e oltre!
Il resto sono chiacchiere.
Perché la Cina è socialista, tende al socialismo, bla, bla, bla?
No: con LA CINA E OLTRE.
È Più serio e più corretto, oltre che più onesto, come un tempo dicevano i militanti del PCI : IO VOTO IL SIMBOLO, IO MI TESSERO PER IL SIMBOLO.
Domanda un tal Michele Castaldo:
Perché è scomparso quel simbolo, quel partito, quella straordinaria e capillare organizzazione di operai e non? Boh!?
Oggi: c'è da schierarsi con la Cina rispetto a tutto il resto. Il resto si vedrà. Giusto.
È più chiaro, senza farla lunga con sproloqui pieni di inutili parole per giustificare una scelta la cui natura è ideologica?
Ne riparleremo.
Michele Castaldo
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