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Dopo gli errori di Seattle

di Luca Benedini

seattle1999Se tuttora le rivendicazioni sociali, economiche e giuridiche espresse dall’ampio “movimento di Seattle” per un breve periodo – proprio a cavallo tra XX e XXI secolo – appaiono esser state complessivamente centrate e ben calibrate, oltre che condivisibili da una grandissima parte sia del Nord che del Sud del pianeta, che cosa è mai successo, dunque [1]? Com’è possibile che non sia stato ottenuto praticamente nulla e che il movimento stesso, ferito e svuotato dai suoi risultati fallimentari, sia praticamente svaporato in pochi anni?

Il crescente senso di impotenza comunemente sperimentato allora da chi faceva parte di quel movimento o lo appoggiava, e vissuto anche oggi dalle masse lavoratrici di quasi tutto il mondo nella vita sociale, continua ad apparire a molti come qualcosa di praticamente ineluttabile ed irrisolvibile. Tuttavia, la problematica che evidentemente sta alla base di questa situazione era stata già discussa, affrontata e risolta in profondità dal nascente movimento internazionale dei lavoratori nell’Europa della seconda metà dell’Ottocento.

 

C’era già arrivata la prima “Internazionale”

Il cuore di questo confronto risolutivo è stato vissuto probabilmente nei dibattiti e nelle scelte della prima “Associazione internazionale dei lavoratori” (o, più brevemente, “Internazionale”), che ha avuto vita tra il 1864 e il 1876 e che all’epoca – ispirandosi a una «cooperazione fraterna» – è stata una sorta di sommatoria, di stimolo e di coordinamento delle varie organizzazioni messe in piedi dai lavoratori a propria tutela nei diversi paesi che si stavano industrializzando.

In particolare, nel suo Congresso di Losanna del 1867 si deliberò che «l’emancipazione sociale degli operai è inseparabile dalla loro emancipazione politica».

In seguito, nella sua Assemblea di Londra del settembre 1871 venne approvata una “Risoluzione sull’azione politica della classe lavoratrice” con le seguenti affermazioni: «In presenza di una reazione sfrenata che reprime violentemente ogni sforzo di emancipazione dei lavoratori e che intende mantenere attraverso la forza bruta le distinzioni di classe e il dominio politico delle classi possidenti derivante da tali distinzioni», «la classe lavoratrice non può agire, come classe, contro questo potere collettivo delle classi possidenti se non costituendosi in un partito politico, distinto da tutti i vecchi partiti formati da quelle classi e opposto ad essi»; «l’alleanza di forze che la classe lavoratrice ha già realizzato mediante le sue lotte economiche dovrebbe servire nel contempo anche come leva per le sue lotte contro il potere politico dei grandi proprietari terrieri e dei capitalisti»; «nella situazione militante della classe lavoratrice, il suo movimento impegnato economicamente e la sua azione politica sono indissolubilmente uniti». E l’anno successivo, nel Congresso dell’Aja, si introdussero analoghi concetti nello statuto stesso dell’Internazionale.

Questa sostanziale fusione dell’azione socio-economica e di quella politica era in particolare uno dei punti-cardine del “socialismo scientifico” marx-engelsiano ed emerse come approccio vincente nel movimento dei lavoratori della seconda metà dell’Ottocento – dopo lunghe discussioni e soprattutto dopo i molti fallimenti raccolti dalle altre correnti ispirate a un pensiero di tipo socialista – grazie specialmente proprio all’opera di Marx ed Engels e alla loro capacità di trasformare le precedenti prospettive prevalentemente utopistiche, ribellistiche e/o volontaristiche di tale movimento in prospettive fondate su uno studio accurato della società, delle sue dinamiche, della storia e della personalità umana.

 

Fratture novecentesche

Durante il ’900 la consapevolezza dell’importanza dell’azione politica si è mantenuta prevalente in entrambe le maggiori correnti di fondo in cui il movimento dei lavoratori si divise all’avvio della prima guerra mondiale: la “sinistra moderata”, di solito nettamente subordinata alla visione politica borghese, e la “sinistra rivoluzionaria”, comunemente caratterizzata – all’opposto – da un costante e praticamente irriducibile antagonismo nei confronti della borghesia.

Tuttavia, col passare del tempo entrambe queste correnti di fondo hanno prodotto una frattura molto profonda non solo tra di loro, ma anche tra ceto politico e classi lavoratrici, una frattura divenuta ormai estremamente chiara ed estesa all’epoca del “movimento di Seattle”. La sinistra moderata, dopo aver svenduto completamente lo spirito del socialismo e della solidarietà tra i lavoratori approvando quella guerra nel 1914, si è in parte risollevata abbracciando a partire dagli anni ’30 le politiche keynesiane e la loro capacità di difendere l’occupazione e il tenore di vita dei lavoratori, ma in seguito ha svuotato in moltissimi paesi tali politiche indulgendo nella corruzione e nell’incompetenza. La sinistra rivoluzionaria ha finito invece col produrre la tendenza a vedere la politica soprattutto nella prospettiva di una presa del potere e a concretizzare rivoluzioni anticapitalistiche sistematicamente sfociate poi in regimi fortemente repressivi.

Queste due maniere di intendere l’azione politica – entrambe alla fin fine elitarie e distaccatissime dalla vita quotidiana della gente – hanno allontanato e separato sempre più le classi lavoratrici da una partecipazione personale a tale azione e le hanno spinte a tornare a limitarsi in pratica all’azione sociale e rivendicativa come prima dell’Internazionale (attraverso sindacati, associazioni di volontariato, gruppi ambientalisti, comitati coinvolti in temi locali, o.n.g. operanti nel Terzo mondo, ecc.), fatta eventualmente eccezione per il voto alle elezioni. Parallelamente, il “movimento di Seattle” ha finito col limitarsi a chiedere ingenuamente ai pescecani e alle “cariatidi di fatto” della politica mondiale di divenire buoni, gentili e collaborativi e, quando questi hanno fatto tutt’altro, si è progressivamente sfaldato e disperso in mille rivoli privi di un vero collegamento e di un’effettiva attenzione reciproca.

È vero che il passo dall’azione sociale a quella contemporaneamente sociale e politica implica la difficoltà di passare da un particolare tema specifico all’occuparsi dell’intera società e dal far parte di un singolo movimento alternativo della “società civile” alla necessità di coordinare con efficacia e profondo discernimento tanti movimenti alternativi, che dovrebbero sapersi ascoltare vicendevolmente con grande disponibilità. Si tratta però di un passaggio evolutivo del tutto essenziale se si vuole riuscire a incidere collettivamente sulla società in base alle esigenze della gente [2].

 

Il ritorno novecentesco dal socialismo scientifico a quello utopistico

Dietro quelle fratture appare esservi stata una vera e propria rottura dello spirito che caratterizzava il “socialismo scientifico” ottocentesco e che si esprimeva in un profondo umanesimo e in un accurato e non dogmatico studio del mondo. Dialettica della natura, di Engels, è un eccellente esempio di come questo studio non si ponesse limiti aprioristici, così come lo è il punto di vista marxiano (che traspare p.es. dall’Introduzione alla critica della filosofia del diritto di Hegel) sulla spiritualità – non astratta e «fuori dal mondo», ma intrinseca alla vita concreta – come importante aspetto delle potenzialità umane.

I due filosofi tedeschi giunsero alla meditatissima conclusione che la storia si organizzi attraverso una sequenza di “formazioni sociali” (come la società tribale, la cosiddetta “èra antica”, il feudalesimo e il capitalismo) e che ciascuna di esse venga di fatto sostituita da un’altra quando la prima ha sostanzialmente esaurito il suo “compito” di far esprimere le forze produttive sociali in accordo con le tecniche disponibili, le risorse naturali e le capacità umane del momento, e ciò in quanto la seconda – che sopravviene – è più adatta all’evoluzione che stanno avendo all’epoca tali tecniche, risorse e capacità. In particolare, il capitalismo ha la caratteristica di stimolare continuamente lo sviluppo tecnologico e l’obsolescenza delle forme sociali e culturali basate sulle tradizioni precedenti a tale sviluppo. In base ai parametri espressi nel corso dei decenni dagli stessi Marx ed Engels, non vi è stato fino ad oggi alcun momento storico in cui sia apparsa sostanzialmente esaurita la carica innovatrice e produttiva del capitalismo e in cui avrebbe potuto avere quindi senso ipotizzare un suo superamento tramite una nuova formazione sociale come il socialismo.

Ciascuna delle spesso sacrosante rivoluzioni realizzate in vari paesi durante il ’900 avrebbe dunque dovuto, secondo Marx ed Engels, esprimersi in una forma progressista, non socialista (dal momento che i tentativi socialisti sarebbero stati destinati al fallimento, a seguito di una moltitudine di contraddizioni e di forze economiche, culturali, politiche, ecc. che in pratica li avrebbero minati alla base). E le cose sono dolorosamente andate proprio come i due filosofi del “socialismo scientifico” avevano previsto spiegandone anche ampiamente le ragioni.

Pur rivendicando spessissimo di esserne la continuatrice, la sinistra rivoluzionaria ha rotto clamorosamente con Marx ed Engels rifiutando – in sostanza – di confrontarsi lucidamente con quelle loro previsioni e ragioni. Ovviamente, è del tutto legittimo mettere in discussione le conclusioni raggiunte in precedenza da qualcuno (altrimenti, dove mai andrebbe il senso della scientificità...?), ma quando esse ricevono dalla storia conferme sempre più evidenti diventa sciocco e distruttivo non volerne tenere conto. Il disinteressarsi della progressiva comparsa proprio di quelle previste contraddizioni nei tentativi socialisti novecenteschi ha finito poi col dar luogo – dopo le rivoluzioni in questione – a società sempre più contraddittorie, oppressive e politicamente fuorvianti, oltre che notevolmente ristagnanti.

Se in base a quei parametri – e, a quanto pare, non a torto – negli ultimi 120 anni non vi sono stati effettivi spazi sostanziali per poter realizzare delle società socialiste, come avremmo dovuto impostare la nostra attività sociale e politica in tutto questo tempo (e presumibilmente anche nel prossimo futuro) secondo i due filosofi? Semplicemente, attraverso un’azione profondamente dialettica nei confronti del capitalismo: conviverci, ma criticando costantemente con forza i suoi limiti tipici e cercando di costruire società il più umane e progressiste possibile dal punto di vista sociale, ambientale, scientifico, tecnico, democratico-istituzionale, ecc..

Altrettanto clamorosamente ha rotto comunemente con questi princìpi e col loro spirito la sinistra moderata, dimenticando gran parte di tali limiti e finendo con l’accettare nella società tendenze praticamente disumane, come p.es. quelle che hanno prodotto la prima guerra mondiale (e tante altre guerre poi) e l’attuale globalizzazione neoliberista.

 

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Con la rottura novecentesca di quella dialettica politica e culturale, ritrovatasi spezzata, monca e divisa tra il convivere col capitalismo in maniera pesantemente subalterna e il criticarlo in maniera assolutistica cercando stabilmente – in pratica – di distruggerlo e di dare la caccia al potere, si sono lacerati anche molti altri aspetti del tessuto umano, come la capacità di vivere la politica in modi vicini alla vita effettiva della gente e il senso concreto della coesione sociale e della comunità [3].

Ed è rimasta quasi nel nulla anche la consapevolezza di una grande forza che possono avere tutti i consumatori nell’economia di mercato se – attraverso politiche progressiste e approcci economici come quello keynesiano – si consente a chiunque di avere sia un tenore di vita per lo meno dignitoso sia ampie possibilità d’istruzione e d’informazione: la possibilità di indirizzare con forza, mediante le proprie scelte nei consumi, la società stessa verso modalità economico-produttive ecologicamente sane, rispettose dei diritti umani, e così via (come suggeriscono il “commercio equo e solidale”, il “consumo consapevole”, ecc.).

Da tutta questa serie di consapevolezze si potrebbe ripartire.


Note
[1] Cfr. p.es. Da Seattle alla crisi dei mutui (Rocca, 15 aprile 2009) e Oltre Keynes (id., 1° luglio 2017). I due articoli sono disponibili in rete rispettivamente ai seguenti indirizzi:
“https://share.mail.libero.it/ajax/share/0f57a81608400140fe38c50840014858a61dac2dafc1555e/1/8/MjY/MjYvNg”;
“https://www.sinistrainrete.info/keynes/10306-luca-benedini-oltre-keynes.html”.
[2] Su alcuni aspetti del tema, cfr. L’altra via, di Francesco Gesualdi (Altreconomia / Terre di Mezzo, 2009) e Riappropriarsi della politica: una sfida per la “società civile” (La Civetta, settembre 2011), articolo disponibile all’indirizzo seguente:
“http://www.civetta.info/download/civetta_08_11.pdf (pag.18)”.
[3] Su queste lacerazioni e sui loro impatti, cfr. autori come in special modo Herbert Marcuse, Erich Fromm, Riane Eisler, Mary Daly, Vandana Shiva, Giuliana Martirani e lo stesso papa Francesco.

Il presente articolo – scritto nella seconda metà del 2017 – è pubblicato su Rocca del 1° dicembre 2018 col titolo Dall’Internazionale ai rapporti col capitalismo (oltre al titolo, qui l’unica effettiva variazione è costituita dall’aggiunta degli indirizzi on-line nelle note).

* * * *

 

Un commento in cinque parti per “Sinistra in rete”

 

I

Per motivi di spazio e di impostazione generale della rivista (che non è incentrata sulla politica) è apparso superfluo citare nell’articolo i numerosi scritti marx-engelsiani necessari per ricostruire oggi, nel pensiero dei due filosofi del “socialismo scientifico”, l’evoluzione della loro visione della storia in rapporto specificamente con l’epoca moderna. Ma una tale serie di riferimenti bibliografici la si può trovare invece nella nota 2 di Quale economia oggi per il bene comune?, un recente intervento pubblicato in questo stesso sito. E nel testo dell’intervento si trovano commenti e considerazioni sui principali aspetti economici connessi a tale visione, così come suggerimenti per possibili aggiornamenti delle rivendicazioni economiche espresse all’epoca dal “movimento di Seattle”. L’indirizzo:

“https://www.sinistrainrete.info/teoria/13528-luca-benedini-quale-economia-oggi-per-il-bene-comune.html”.

 

II

Sempre per motivi di spazio non mi è stato possibile focalizzarmi nel presente articolo sulla grande ricchezza culturale espressa dalla “società civile” specialmente a partire dalla metà del ’900 (ricchezza che appare imprescindibile per una politica concretamente collegata alle classi lavoratrici e alla tutela della qualità della loro vita e che può essere considerata appunto una delle caratteristiche del “movimento di Seattle”) e ho dovuto limitarmi ad accennare ad essa attraverso soprattutto le indicazioni inserite nelle note. Tra i contributi resi disponibili in tempi particolarmente recenti, a questa fondamentale ricchezza e ai suoi complessi e irrinunciabili significati hanno fatto ampi riferimenti p.es. Richard Levins in Le continue fonti del marxismo - L’interesse per il movimento complessivo, un articolo apparso sulla Monthly Review nel gennaio 2011 e tradotto nelle scorse settimane per il sito di Rifondazione, Lea Melandri in Psicanalisi e politica, a proposito anche dell’opera di Elvio Fachinelli, e Andrea Cavalletti in Kopenawa – La tensione ecologica degli yanomami, un articolo uscito sul Manifesto del 25 novembre e incentrato sul nuovo libro La caduta del cielo – Parole di uno sciamano yanomami, di Davi Kopenawa e Bruce Albert. Gli indirizzi dei primi due di questi contributi:

“http://www.rifondazione.it/primapagina/?p=36387”;

“https://www.sinistrainrete.info/teoria/13696-lea-melandri-psicanalisi-e-politica.html”.

 

III

Bisognerebbe ricordare pure che la visione storica marx-engelsiana riassunta nel presente articolo è stata sostanzialmente condivisa in maniera ininterrotta anche da Lenin e dal partito dei rivoluzionari russi, quello bolscevico, fino agli anni ’20 del Novecento, come mostrano innumerevoli loro interventi dell’epoca e dal punto di vista concreto la “Nuova politica economica” (NEP). Dopo il periodo forzato del “comunismo di guerra” negli anni 1918-20, a partire dal 1921 la NEP ridiede infatti un relativo spazio in Russia all’iniziativa privata e all’economia di mercato, specialmente in agricoltura e nel commercio (ma Lenin auspicava che venisse ampiamente coinvolta anche l’industria, specialmente mediante il meccanismo delle concessioni pubbliche a imprese industriali private, come scrisse ampiamente p.es. nell’opuscolo Sull’imposta in natura, del maggio 1921), proponendosi come un nuovo ibrido economico mai sperimentato prima nella storia conosciuta e come un tentativo di applicazione creativa delle elaborazioni marx-engelsiane. In uno dei suoi ultimi articoli – Sulla cooperazione, realizzato nel gennaio 1923 e pubblicato sulla Pravda il 26 e 27 maggio successivi – lucidamente Lenin, riprendendo temi cari a gran parte del socialismo ottocentesco, auspicava anche che, soprattutto nel mondo contadino, le forme cooperative volontarie diventassero un aspetto nodale della NEP, con due obiettivi di fondo: migliorare l’efficienza economica dell’agricoltura russa, in cui l’isolamento dei singoli contadini, la loro tipica scarsità di mezzi e le loro limitate conoscenze tecnico-scientifiche rendevano l’intero contesto alquanto primitivo, poco produttivo e facilmente dominabile a proprio vantaggio da parte dei contadini ricchi e dei commercianti; ridurre la tendenza iniziale della NEP a moltiplicare di nuovo in Russia la mentalità privatistica e la caoticità socio-economica ad essa associata (non si dimentichi che all’epoca l’unica forma conosciuta di capitalismo era quello liberista ed erano ancora del tutto sconosciuti quegli strumenti economici pubblici capaci di influire con forza sull’economia di mercato che vennero messi a punto in seguito da Keynes e dai continuatori della sua opera).

Anche se la NEP cominciò rapidamente ad incontrare crescenti difficoltà operative anno dopo anno (e ciò anche a causa del fatto che pure la pianificazione economica pubblica era ancora alle primissime armi), per un certo periodo si continuò con questa esperienza fra dubbi, incertezze, tensioni sociali e sperimentazioni economiche. Tra i fattori che misero in difficoltà la NEP vi furono anche la malattia e la morte di Lenin, che soffrì dalla fine del 1921 di una grave debilitazione e dal maggio del 1922 di ripetuti ictus cerebrali (con la conseguenza che dal 6 marzo del 1923 non fu più in grado di lavorare in alcuna maniera), spegnendosi infine nel gennaio del 1924. Dal momento che la sua capacità di leggere gli eventi durante il loro svolgersi e di adattarsi creativamente ad essi appare essere stata nettamente più spiccata di quella degli altri interpreti della rivoluzione russa, il progressivo ritiro di Lenin dalla vita pubblica e poi la sua scomparsa indebolirono in modo marcato la capacità dei bolscevichi di districarsi tra quelle difficoltà nel campo economico. In pratica, fu con l’avvento di Stalin che, alla fine degli anni ’20, la NEP venne messa decisamente da parte assieme all’intera visione storica marx-engelsiana e – sotto l’egida di un governo praticamente dittatoriale e fortemente repressivo che mandò a morte o in qualche tipo di carcere quasi tutti i principali protagonisti della rivoluzione dell’ottobre 1917 – prese forma la strada del cosiddetto «socialismo di Stato» e del «socialismo in un solo paese», anche in una nazione economicamente “arretrata”.

Se dal punto di vista prospettico la strada intrapresa dalla Russia staliniana non era completamente estranea al pensiero di Lenin (che, come sanno più o meno tutti, fu per molti versi il principale catalizzatore della rivoluzione d’ottobre e degli eventi che la seguirono per diversi anni), ciò lo si deve in pratica solamente all’ultimo testo che Lenin destinò alla pubblicazione: l’articolo Meglio meno, ma meglio, realizzato nella prima settimana del febbraio 1923 e apparso sulla Pravda del 4 marzo successivo. In quell’articolo Lenin – che malgrado la malattia manteneva per molti aspetti la sua tipica acutezza nel campo della tattica politica (come si può trarre dai suoi interventi di quel periodo) – compì un vero e proprio salto mortale rispetto alla sua visione storica precedente, che rispecchiava in sostanza quella marx-engelsiana. In sintesi, mentre lui stesso fino a pochissimo tempo prima aveva sempre considerato il mondo industrializzato il luogo specifico di una possibile rivoluzione che riuscisse a dare l’avvio al socialismo (e ciò per i motivi ampiamente esposti appunto da Marx ed Engels in numerose opere tra le quali soprattutto il Manifesto del 1848, la prefazione a Per la critica dell’economia politica, del 1859, e L’evoluzione del socialismo dall’utopia alla scienza, del 1880), Lenin in Meglio meno, ma meglio giunse a prefigurare e addirittura auspicare come prospettiva politica un «prossimo conflitto armato tra l’Occidente controrivoluzionario imperialistico e l’Oriente rivoluzionario e nazionalista, tra gli Stati più civili del mondo e gli Stati arretrati come quelli dell’Oriente» (questi ultimi Lenin evidentemente li vedeva dunque trasformati, in un futuro però non certo immediato, in Stati rivoluzionari simili alla Russia governata dai bolscevichi). Si trattò di un repentino e imprevedibile ribaltamento di alcune delle idee fondamentali sostenute da Lenin e dal suo partito per decenni: un ribaltamento, per di più, anche molto scarsamente argomentato.

Questo ribaltamento ebbe diversi effetti, diretti e indiretti, immediati e a distanza di tempo. In primo luogo, vi è in sostanza il fatto che, per i bolscevichi stessi (e in sintonia col “socialismo scientifico” ottocentesco), fra i possibili esiti della rivoluzione dell’ottobre 1917 vi era sempre stato l’accontentarsi di una “rivoluzione progressista” (sostanzialmente interna quindi all’ambito borghese) nel caso particolare in cui i paesi industrializzati non si associassero nel giro di qualche anno – mediante una loro specifica rivoluzione – all’intento socialista presente in Russia. Nell’Europa industrializzata una rivoluzione socialista appariva effettivamente possibile a non poche persone negli anni intorno alla tragica esperienza della prima guerra mondiale, anche perché il capitalismo europeo poteva effettivamente sembrare immerso in una crisi pressoché priva di possibilità evolutive (cosa che poi è stata smentita dal decorso storico, ma che allora poteva essere concepita data l’enorme portata distruttiva della “grande guerra”). Conseguenza di questa prospettiva aperta a più esiti è che, all’epoca, la presa del potere da parte del partito bolscevico era intesa come un provvedimento che sarebbe durato al massimo pochi anni e che si sarebbe rapidamente risolto o con l’avvento di una società di tipo socialista su una scala ampiamente internazionale o con l’istituzione di una società borghese-progressista in Russia sulla base di una democrazia di tipo verosimilmente rappresentativo (con un Parlamento, cicliche elezioni, ecc.) oppure – al limite – consigliare (con un ritorno a qualche forma di soviet come base fondamentale delle pubbliche istituzioni). Invece, nella nuova prospettiva delineata in quell’articolo (e collegata evidentemente al fatto che nel mondo industrializzato la rivoluzione socialista continuava anno dopo anno a non affermarsi affatto e anzi diveniva sempre meno probabile), Lenin suggerì chiaramente che i bolscevichi avrebbero dovuto presumibilmente mantenere a lungo in Russia il potere concentrato nelle proprie mani – e con esso la proprietà statalizzata dei principali mezzi di produzione – in “attesa” di quel «conflitto armato» internazionale. Poiché questa nuova scansione temporale proposta da Lenin venne di fatto accolta senza fatica dal partito (che probabilmente non aspettava altro...), nelle “alte sfere” russe si parlò sempre meno della mancata rivoluzione socialista dei paesi industrializzati e ci si abituò sempre più a considerare l’egemonia bolscevica come qualcosa di acquisito e di scontato in Russia. In tal modo, quello che era un provvedimento a breve termine divenne in pratica a lungo termine, con innumerevoli conseguenze di molti tipi.

Inoltre, nella nuova prospettiva – rovesciata rispetto a quella marx-engelsiana – erano le popolazioni dei paesi economicamente arretrati a divenire le possibili portatrici non solo dei valori socialisti ma anche e soprattutto delle concrete dinamiche socialiste. In un certo senso, si potrebbe commentare che, se per il Lenin del febbraio 1923 non c’era più un bisogno storico di aspettare che maturassero i vari effetti della società borghese per procedere verso il socialismo, Stalin alcuni anni dopo non fece altro che fare un passo oltre in questa stessa logica, mandando al diavolo la borghesia tout court (anche nell’economia, nell’evoluzione tecnologica e industriale, ecc.) e lanciando l’idea di un passaggio pressoché diretto dal feudalesimo al socialismo.

Anche dal punto di vista più strettamente politico-istituzionale la strada percorsa da Stalin non era – ahimé – completamente estranea a quella percorsa dal partito bolscevico dell’epoca in cui quest’ultimo era guidato da Lenin e dagli altri principali rivoluzionari del ’17. E anche qui ciò lo si deve, in fondo, a un singolo momento specifico della storia bolscevica: l’inizio del 1921, con l’assalto dell’Armata Rossa a Kronstadt e la decisione del X Congresso del partito di proibire il frazionismo nel partito stesso e di autorizzare l’espulsione dei suoi membri che si macchiassero di tale “onta” (espulsione da decidere mediante una votazione a maggioranza al livello pratico del Comitato centrale). Con quell’assalto si mostrò la disponibilità di tutto il gruppo dirigente bolscevico a fare scelte governative brutali, sanguinarie, repressive, socialmente gratuite – giacché le principali rivendicazioni socio-economiche dei ribelli di Kronstadt, in buona parte anch’essi rivoluzionari del ’17, vennero immediatamente fatte proprie dal partito mediante la NEP... – e ispirate soprattutto a mere esigenze di potere (cioè il far sì che la dirigenza del partito bolscevico continuasse a mantenere in atto in Russia il totale esautoramento dei soviet e di qualsiasi altra forma di democrazia). E con quella decisione congressuale si aprì la porta, nel partito, alla possibilità della maggioranza dei dirigenti di accusare ufficialmente una qualsiasi minoranza di aver costituito una “frazione” – cioè una corrente politica organizzata in modo stabile e particolarmente solido – e poter così espellerla, o anche più semplicemente zittirla di fatto minacciandone l’espulsione in tronco (all’epoca, Lenin, Trotskij e tanti altri consideravano questa procedura come una misura estrema da prendere solo in eccezionali casi d’emergenza, ma, anni dopo, l’atmosfera nel partito cambiò radicalmente e quella che doveva essere una misura estrema divenne una “spada di Damocle” sempre presente e sempre a disposizione...). Stalin, per certi versi, non fece che ripartire dalle circostanze emerse nei primi mesi del 1921, elevando al cubo la brutalità, la sanguinarietà, la repressività e il senso del potere che traspiravano dall’assalto a Kronstadt, trasformando quell’esautoramento – inizialmente inteso dai bolscevichi come decisamente provvisorio – in qualcosa di praticamente stabile, duraturo e sistematico (in modo parallelo a quanto poteva suggerire appunto quell’ultimo articolo di Lenin) e sfruttando artificiosamente più volte quella possibilità normativa in modo da liberarsi in un modo o nell’altro di tutti coloro che infastidivano la sua ascesa al potere all’interno del partito. Lenin peraltro – come emerge con particolare chiarezza dal suo “testamento politico” realizzato tra il dicembre del ’22 e i primi di gennaio del ’23 – non avrebbe mai minimamente approvato la dittatura poliziesca e l’irrigidimento economico che Stalin poi concretizzò rendendo estremamente gerarchico lo Stato e dandogli poteri e ruoli sempre più assolutistici, forzosi, onnipervasivi e soffocanti.

Anche se ciascuna delle successive rivoluzioni nazionali novecentesche di ispirazione socialista (Cina, Cuba, Vietnam, ecc.) ha avuto ovviamente delle caratteristiche peculiari sue proprie, tutte si sono basate concettualmente sulle idee sviluppate da Stalin: socialismo di Stato; socialismo anche in un solo paese e anche in nazioni economicamente “arretrate”; pluridecennale – e tendenzialmente pressoché eterna – dittatura di partito (o meglio, di una ristrettissima dirigenza del partito); ampia disponibilità a reprimere con estrema durezza i dissidenti. Tutte idee che non hanno nulla a che fare con il pensiero marx-engelsiano.

L’unica rivoluzione novecentesca che si è ispirata al socialismo e che ha seguito una strada diversa da quella impostata da Stalin è stata la rivoluzione – non nazionale, ma regionale – del Chiapas, un’area molto povera del Messico dove dopo la rivoluzione si è realizzata una sorta di “socialismo primitivo” accompagnato da una solida e vitale democrazia diretta assembleare, coordinata mediante un Consiglio di delegati delle comunità locali. È l’unica di queste rivoluzioni in cui a distanza di qualche decennio la gente continua ad apparire contenta di quello che è stato fatto. Mi scuseranno coloro che si sono stufati del “socialismo scientifico” ottocentesco, ma anche questa esperienza corrisponde in realtà ai concetti storici marx-engelsiani. E il bello è che nessuno – credo – ha pensato a Marx ed Engels mentre si costruiva questa complessa esperienza. Si sono limitati a fare quello che andava bene al popolo intero....

Questa, in effetti, dovrebbe essere l’essenza di qualsiasi processo rivoluzionario mirante alla qualità della vita del popolo: dopo la rivoluzione, fare rapidamente sì – nell’arco di qualche mese o al massimo di qualche anno – che si instauri qualche forma effettiva ed efficace di democrazia. Ecco una delle cose principali che decisamente non hanno compreso Stalin, Mao, Castro, ecc. (intesi come quei rivoluzionari autentici che apparivano essere inizialmente quando proclamavano a piena voce di operare per la liberazione delle masse popolari da qualsiasi oppressione, prima di “incollarsi” alle rispettive poltrone governative) e che a quanto pare neanche Lenin e i tanti bolscevichi che poi Stalin ha “fatto fuori” avevano compreso in profondità. Pretendere di potersi sostituire per decenni al popolo, di fare per decenni la sua avanguardia accentrando in poche mani il potere di un’intera nazione, è alla fin fine un mito pesantemente presuntuoso, narcisistico, paternalistico ed egocentrico, portatore ovviamente di “effetti collaterali” molto gravi....

A confronto, Marx ed Engels erano invece divenuti attentissimi alle valenze democratiche dell’azione dei socialisti: di Marx si vedano a questo proposito, in particolare, La guerra civile in Francia (scritto nel 1871 per la prima “Internazionale” e diffuso da quest’ultima) e la Critica al programma di Gotha (del 1875), mentre di Engels Per la critica del progetto di programma socialdemocratico 1891 e le due Introduzioni scritte rispettivamente per la ristampa del 1891 del testo del 1871 appena menzionato e per la ristampa del 1895 dell’altro testo marxiano Le lotte di classe in Francia dal 1848 al 1850. Molto chiari in questo senso sono anche il programma socialista francese pubblicato su L’Égalité del 30 giugno 1880 e quello tedesco approvato a Erfurt nel 1891 (redatti l’uno con la partecipazione di Marx ed Engels e l’altro con l’assistenza del solo Engels, essendo Marx deceduto nel 1883).

Dietro a tutto questo c’è, naturalmente, anche il fatto che il rapporto tra socialisti e popolazione generale dopo una rivoluzione tende ad essere molto diverso in una regione povera dove la gente aspira in pratica ad un “socialismo dell’autosufficienza” di tipo tribale (come nel Chiapas), o in una nazione dove predomina una cultura contadina, piccolo-borghese, localista e sostanzialmente desiderosa di industrializzazione (come nella Russia del 1917, nella Cina del 1949, ecc.), o in una parte molto ampia del mondo “sviluppato” (come sostenevano Marx ed Engels). Nel secondo di questi tre casi, l’accordo delle masse sul fare rapidamente il socialismo tenderà molto probabilmente a non esserci mai neanche durante la rivoluzione oppure a svanire rapidamente nel giro di qualche anno o addirittura di qualche mese (come già i bolscevichi scoprirono subito e come è avvenuto in seguito in Cina, a Cuba, ecc.), giacché gran parte di quelle masse vorrebbe semplicemente disfarsi delle forme di potere feudale, imperiale, ecc. e avere accesso a una società sostanzialmente borghese e relativamente democratica in cui la sicurezza pubblica sia adeguatamente protetta, il ceto piccolo-borghese sia complessivamente tutelato da parte dello Stato, le comunità locali abbiano un’ampia autonomia amministrativa e vi sia una progressiva industrializzazione ma in una forma umana, “morbida”. Ed è così che un certo numero di rivoluzionari che volevano (ri)dare il potere al popolo e che con questa parola d’ordine hanno condotto con successo la loro rivoluzione hanno poi finito invariabilmente – rifiutando la volontà delle masse e non volendo rinunciare al proprio sogno di un socialismo a portata di mano e/o al senso di potere personale per loro associato a tale socialismo (essendo entrati personalmente nella “stanza dei bottoni” della politica mediante la rivoluzione) – col diventare più o meno rapidamente gli oppressori e gli avversari del popolo (o meglio di quelle masse culturalmente piccolo-borghesi, indegne dell’elevato e idealistico concetto di “popolo” che tanti di quei rivoluzionari avevano portato con sé...). Certamente ci sono state grandi differenze tra qualcuna di queste esperienze e altre: Cuba, in particolare, negli scorsi decenni è stata certamente un paese più vivibile di molti altri che hanno vissuto un simile percorso politico. Ma anche Cuba non è stata certamente un paese della libertà e della creatività sociale, a dispetto delle originarie speranze ed aspirazioni dei rivoluzionari che hanno liberato l’isola dal precedente regime dittatoriale.... E in Cina, dopo la scomparsa di Mao Tse-tung, la dirigenza del paese ha ripreso numerosi aspetti della NEP bolscevica, ma nel frattempo il contesto politico e sociale cinese è giunto a modalità talmente antioperaie, classiste, ciniche, bieche, sfacciatamente oligarchiche e sempre più intrise di strabordante ricchezza concentrata in poche mani che non c’è alcuna possibilità di istituire una significativa corrispondenza tra questi due tempi e luoghi.

In particolare – per tornare a quel periodo e a quei luoghi che furono cruciali per la formazione del pensiero rivoluzionario novecentesco, gli anni ’20 in Russia – a Lenin e ai suoi compagni di partito del periodo precedente alla dittatura staliniana appaiono essere mancate nel campo politico-istituzionale e in quello umano quell’attenzione alle dinamiche in corso, quella flessibilità e quell’affettività di fondo verso la gente del popolo che invece, come attesta la NEP, erano notevolmente presenti nel campo economico (in effetti, si potrebbe osservare che la NEP e in generale la politica bolscevica di quel periodo appaiono essersi basate sul riconoscimento solo del “bisogno economico” che la classe operaia russa, della quale i bolscevichi si vedevano come espressione, aveva di fatto nei confronti di contadini, commercianti, artigiani, tecnici, dirigenti d’industria, ecc., non certo su un autentico e profondo rapporto personale ed umano con queste componenti della società, che erano guardate tipicamente con un certo disprezzo dai bolscevichi...). Parallelamente, si sarebbero dovuti articolare molto meglio i vari aspetti che la democrazia può assumere in un paese. P.es. – come mostrano i riferimenti bibliografici più sopra menzionati – Marx ed Engels si interessarono ed appassionarono sia alla democrazia rappresentativa, sia a quella consigliare-partecipativa, sia a quella diretta, sia più in particolare al decentramento amministrativo e alle autonomie locali. È evidente la loro capacità di muoversi con flessibilità all’interno di questo caleidoscopio di forme che può assumere la democrazia a seconda anche delle caratteristiche di una popolazione, del suo grado di istruzione, di coscienza di classe, ecc., e del livello di sviluppo locale delle tecniche produttive, del commercio, ecc.. Il bolscevismo s’intestardì invece in un pressoché monolitico accentramento prolungato del potere nazionale nel partito, finendo con lo scavare un crescente fossato – e con il generare una crescente distanza – tra il partito stesso e il resto della popolazione, con l’attirare nel partito una marea di opportunisti e approfittatori strumentalmente interessati alla politica molto più per la propria personale scalata sociale che per una sensibilità verso la qualità della vita popolare e verso il bene comune, con lo stimolare nei rivoluzionari più ambiziosi la smania di acquisire un potere sempre maggiore e, infine, con lo scavarsi la fossa venendo progressivamente fatto a pezzi e dissolto da un approccio politico radicalmente differente come lo stalinismo. Le gravi difficoltà vissute nella concretizzazione della NEP, fino alla sua dissoluzione ad opera appunto di Stalin, dipesero evidentemente anche da tutto questo. In questo senso, dopo la rivoluzione d’ottobre il bolscevismo appare aver assunto in pochi anni una forma e un’impostazione di fondo pesantemente lacunose e sostanzialmente autodistruttive, malgrado le sue evidenti buone intenzioni (che lo stalinismo invece non aveva, come attesta il suo deliberato e sistematico uso delle minacce espresse dall’alto, della calunnia, della falsificazione disinformativa, della violenza più cinica, dei tribunali manipolati inesorabilmente dal regime, della paura diffusa, e via dicendo, sin dai suoi inizi).

A margine di tutto ciò, si potrebbe anche discutere se quel salto mortale contenuto in Meglio meno, ma meglio fu un effetto indiretto della malattia che sempre più stava colpendo Lenin. In altre parole, ci si potrebbe chiedere se la malattia progredendo lo spinse ad assolutizzare emotivamente la specifica rivoluzione di cui stava facendo esperienza e a disprezzare le popolazioni del mondo industrializzato – che non stavano di fatto aiutando tale rivoluzione – al punto da considerarle per lo più irrecuperabili al socialismo non solo nel momento allora corrente ma anche in futuro. Ovviamente, si potrebbe anche ipotizzare – come indubbiamente hanno fatto dopo di allora molti rivoluzionari novecenteschi – che da parte di Lenin non si trattò di un erroneo cedimento all’emotività ma, nel complesso, di una profonda e valida intuizione che egli purtroppo non ebbe il tempo di spiegare adeguatamente. Tuttavia, sin da allora la storia appare suffragare molto più la prospettiva marx-engelsiana (condivisa da Lenin fino al 1922 e qui sintetizzata su Rocca) che la nuova prospettiva leniniana esposta in quell’ultimo articolo del 1923. Vi sono molti ampi segnali di questo: alcuni sono stati accennati nel presente articolo; altri nel precedente intervento Quale economia oggi per il bene comune?; ma il segnale forse più eclatante di tutti è la scarsissima “coscienza di classe” e l’altrettanto scarsa creatività politica collettiva mostrate tipicamente da coloro che sono vissuti per decenni in società governate da regimi basati su qualche dittatura di partito (basti ricordare che, dopo una settantina d’anni di un tale regime, nelle elezioni liberamente svoltesi in Russia hanno continuato sistematicamente a trionfare dei politici con atteggiamenti e comportamenti dittatoriali da zar: prima Eltsin e poi Putin...). E fra i motivi che sottostanno a questi riscontri storici vi è presumibilmente anche il semplice fatto che Marx ed Engels – col sostegno di molti loro compagni – avevano lavorato per vari decenni in modo decisamente accurato e che la psiche umana e la dialettica delle classi non sono cambiate in modo sostanziale nel passaggio dal tardo Ottocento al Novecento ed oltre.

 

IV

Anche se nel presente articolo mi sono concentrato, per quanto riguarda l’ultimo centinaio d’anni, sulle due principali correnti in cui si è divisa la sinistra, naturalmente vi è stato anche altro nella storia della sinistra in tale periodo. Come si è accennato in due interventi già citati – Oltre Keynes e Quale economia oggi per il bene comune? – si tratta soprattutto di un’ulteriore corrente capace di impostare con considerevole lucidità una politica riformista nazionale mediante la quale mantenere in essere un relativamente efficace “Stato sociale”, come si è visto specialmente nell’area scandinava e, in certi periodi, in diversi paesi dell’America latina. Molto recentemente, ha cercato di impostare con forza una tale politica Syriza in Grecia, ma i governi degli altri paesi dell’UE hanno fatto una tale guerra economico-finanziaria ai governi Tsipras da rendere quasi impossibile la vita politica di questi ultimi. Tuttavia, mentre il “socialismo scientifico” ottocentesco dedicò un grande spazio e un grande dispiego di energie ad un congruo ed effettivo internazionalismo, quest’ultimo è rimasto clamorosamente assente da tale corrente (che pure ha saputo mantenere per periodi più o meno prolungati una considerevole sintonia con la cultura locale delle classi lavoratrici, anche se poi non di rado ha finito col cadere in un becero moderatismo o in tendenze sempre più dittatoriali, sull’onda di fenomeni di corruzione, di arrivismo politico, di ambizione personale, ecc.). Cosa ancor più grave, questa assenza si è registrata proprio nel periodo della storia a noi nota nel quale è stata maggiore la tendenza all’internazionalizzazione dell’economia, fino appunto all’attuale globalizzazione. Sulla corrente in questione, cfr. anche il paragrafo “Un po’ ‘anomalia nazionale’, un po’ ‘questione internazionale di fondo’”, in La caduta della politica in Italia (e non solo) (Mantova Beppe Grillo Meetup Group, 2007), disponibile al seguente indirizzo:

“https://grillimantovani.files.wordpress.com/2008/01/dossier-benedini-la-caduta-della-politica-in-italia.pdf”.

Un’altra corrente che ha acquisito un notevole peso politico soprattutto nel periodo intorno al ’68 è stata la corrente spontaneista. Ma la sua sostanziale incapacità di affrontare il complesso insieme delle tematiche politiche, economiche, sociali e istituzionali del mondo attuale è stata ed è talmente evidente che non appare essere qui il caso di approfondire la questione. Personalmente ritengo che un certo spontaneismo possa anche essere un buon punto di partenza per una progressiva presa di coscienza di tale insieme di tematiche (anche perché “nessuno nasce imparato”, come dice un efficacissimo detto dialettale dell’Italia meridionale), ma se ci si ferma allo spontaneismo si finisce pressoché inevitabilmente “divorati” sul piano politico dal “sistema” dominante, che ha a disposizione una miriade di armi e di tattiche, e di molti tipi....

In breve, la profondità e la vastità culturale del “socialismo scientifico” ottocentesco sono andate praticamente perdute a partire dai primi anni del ’900, anche se in seguito alcuni intellettuali hanno cercato di preservarne ampie parti (ma non certo l’intera complessità che aveva espresso) e anche se la storia appare invece confermare la sostanziale “centratura” raggiunta da quel movimento durante gli ultimi decenni dell’Ottocento. Il movimento che, negli ultimi decenni, più si è avvicinato ad assorbire intimamente quella complessità – o a ricrearla autonomamente dall’interno della personalità dei suoi esponenti – e a riproporla creativamente è stato in maniera piuttosto evidente il movimento femminista (come mostra l’opera di autrici come p.es. quelle ricordate nella nota 3 del presente articolo o nella nota 5 di Quale economia oggi per il bene comune?), ma il mondo maschile fatica a cogliere il senso d’insieme e lo sguardo a 360 gradi che tale movimento ha saputo proporre, così come del resto fatica a cogliere le medesime cose nell’opera di Marx, Engels e di altri loro compagni del secolo 19°.

 

V

Nel mondo contemporaneo (particolarmente ricco di tecnologie, di ricerche scientifiche, di interrelazioni economiche intercontinentali, di incontri tra culture, e via dicendo), i fattori legati alla vita della collettività umana che influiscono sulla qualità della vita delle singole persone sono tanti e talmente sfaccettati che nessun piccolo gruppo di persone, e tanto meno nessuna singola persona, può pensare di essere in grado di dirigere per conto proprio efficacemente – cioè in maniera proficua sostanzialmente per tutti – un’intera nazione, e tanto meno il pianeta intero. In realtà, era già così anche 100 anni fa (come p.es. Lenin esplicitò molte volte con grande chiarezza dopo la rivoluzione d’ottobre, nei suoi interventi sugli enormi compiti che i rivoluzionari avevano di fronte in Russia e sul numero estremamente esiguo e insufficiente di veri rivoluzionari che apparivano in grado di affrontare con efficacia quei compiti...), e forse anche 150 anni fa. Ad ogni buon conto, il fatto che durante gli ultimi 100 anni si siano enormemente moltiplicate le reciproche interconnessioni tra la vita economica di un paese, quella degli altri paesi e ulteriori fattori come l’evoluzione tecnico-scientifica e il crescente dissesto ambientale e climatico del pianeta rende oggi quanto mai eclatante ed ineludibile la questione.

In mezzo a tali dinamiche, per tutti coloro che non si accontentano di governi sostanzialmente “avversari del popolo” (come quelli classisti e/o stabilmente antidemocratici) oppure sostanzialmente democratici ma limitati dalla mancanza di un effettivo senso internazionalista, la capacità di comunicare – cioè, in sostanza, di ascoltare profondamente, di esprimersi efficacemente e di dialogare in maniera creativa e, per quanto possibile, costruttiva – e collaborare con tanti altri (spesso provenienti da culture, tradizioni ed esperienze molto diverse l’una dall’altra) e il senso dell’empatia costituiscono dei mattoni basilari delle fondamenta stesse della visione politica. Senza tali mattoni, qualsiasi concezione politica che cerchi di essere alternativa al “sistema” dominante risulta oggi costruita con dei piedi d’argilla, oppure finisce alla fin fine col rivelarsi semplicemente un’altra variante di quel “sistema”....

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