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Published: 06 January 2016
Created: 06 January 2016
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doppiozero

Star Wars. Mitologia Jedi e cultura convergente

Gianluca De Sanctis

darth vader kicks jedi ass in star wars rebels season 2 trailerPer spiegare l’incredibile successo ottenuto da Star Wars nei suoi quasi quarant’anni di vita alcuni non hanno esitato a chiamare in causa la nozione di “mito”, senza tuttavia preoccuparsi di specificare le ragioni di tale definizione o valutarne seriamente l’attendibilità. Come si sa nel linguaggio moderno in effetti il termine “mito” viene applicato, forse in modo troppo superficiale, a tutti quegli oggetti culturali che hanno in qualche modo colonizzato l’immaginario collettivo finendo per imporsi all’attenzione anche di chi non si considera un fan. Nel caso di Star Wars tuttavia l’appellativo di “mito” rischia di recuperare il suo significato originale, ossia quello di racconto (nel senso più largo del termine) che presenta un certo tipo di requisiti o elementi, che lo distinguono nettamente da altre tipologie di testo narrativo. Ovviamente esistono un’infinità di definizioni di “mito” e persino i Greci, che ne sono gli inventori, non erano d’accordo quando si trattava di dire cosa fosse un mythos. Per semplificarci il compito faremo nostra la definizione, semplice ma al tempo stesso estremamente affidabile, proposta diversi anni fa dal filologo svizzero Walter Burkert, secondo cui i miti altro non sarebbero che racconti tradizionali forniti di una loro «significatività». Il mito, dunque, è un racconto che viene da lontano, che ha attraversato il tempo, ha resistito al tempo, e che in virtù di questa sua forza continua a godere di una certa autorità nel presente, continua cioè ad essere «significativo» sul piano culturale. Vediamo allora se il nostro testo possiede questi due requisiti.

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Published: 04 January 2016
Created: 04 January 2016
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hyperpolis

Una candela che brucia dalle due parti

Rosa Luxemburg tra critica dell’economia politica e rivoluzione

di Riccardo Bellofiore*

Nous ne pouvons plus maintenant avoir aveuglément confiance, come Rosa, dans la spontanéité de la classe ouvrière, et les organisations se sont écroulées. Mais Rosa ne puisait pas sa joie et son pieux amour à l’égard de la vie et du monde dans ses espérances trompeuses, elle les puisait dans sa force d’âme et d’esprit. C’est pourquoi à présent encore chaucun peut suivre son exemple (Simone Weil).

rosa luxemburg 540x304 f4f9c63ccf1ef0e6422d4a5d3beeab6fIntroduzione

Sono passati ormai quasi cent’anni da quando, nel gennaio del 1919, Rosa Luxemburg venne assassinata. L’immagine che di lei hanno avuto ed hanno i suoi avversari, di ieri e di oggi, è semplice abbastanza da poter essere sintetizzata in un’espressione efficace come “Rosa la sanguinaria”. Ma anche le immagini che di lei hanno dominato e dominano tra chi dovrebbe averne più a cuore la memoria – penso ai marxisti di questo secolo, e a un certo femminismo – sono a volte talmente semplificate da risultare ancora meno accettabili.

Si prenda, per esempio, un articolo di Margarethe von Trotta, regista di un film su Rosa Luxemburg. La regista tedesca sintetizzava l’eredità della rivoluzionaria polacca nell’amore, nell’incapacità di odiare, nel rifiuto della violenza. Non si potrebbe immaginare certo nulla di più lontano da “Rosa la sanguinaria”. Già nel film, peraltro, la Luxemburg vi appare come una pacifista, amante della natura, che patisce la divisione tra politica e sentimenti, precocemente oltre il femminismo nella convinzione di una maggiore positività delle relazioni femminili. Tutti tratti, si badi, che hanno un riscontro in momenti ed aspetti di questa donna cui è capitato di essere rivoluzionaria. Ma se si assolutizzano questi lati mettendo tra parentesi la sua vita spesa nel lavoro teorico marxista, tra analisi dell’accumulazione e agire politico, la sua lucida coscienza della amara spietatezza delle leggi della storia e della lotta contro di esse, si finisce – magari contro le intenzioni – con il riproporre una divisione delle ragioni dalle passioni.

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Published: 04 January 2016
Created: 04 January 2016
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comuneinfo

Creare beni comuni

George Caffentzis e Silvia Federici

Ovunque gli spazi urbani vengono privatizzati, le strade commercializzate ed è proibito persino sdraiarsi su di una spiaggia senza pagare. I fiumi intanto vengono contenuti dalle dighe, le foreste disboscate, l’acqua imbottigliata e messa sul mercato, i sistemi di conoscenza tradizionali saccheggiati attraverso norme di proprietà intellettuale e le scuole trasformate in imprese volte al profitto. Ciò spiega perché l’idea dei beni comuni esercita una forte attrattiva sull’immaginario collettivo. Del resto, in ogni angolo del mondo gruppi di persone hanno cominciato a costruire insieme beni comuni: orti urbani, banche del tempo, gruppi di acquisto solidale, monete locali, licenze “creative commons”, pratiche di baratto, cucine popolari, esperienze di pesca comunitaria… Creare e difendere beni comuni è più di un argine contro gli assalti neoliberisti alle nostre vite. È la forma embrionale di un modo diverso di vivere, è il seme di una società oltre il mercato e lo stato. “Il nostro compito è comprendere come possiamo connettere queste diverse realtà – spiegano in questo splendido saggio George Caffentzis e Silvia Federici – E come possiamo assicurarci che i beni comuni che creiamo siano realmente trasformativi delle nostre relazioni sociali e non possano essere cooptati”

capitalismo noAbstract

Il documento mette a confronto la logica sottostante la produzione dei “beni comuni” con quella delle relazioni capitaliste e descrive le condizioni in base a cui i beni comuni divengono semi di una società oltre lo stato e il mercato. Mette anche in guardia rispetto al pericolo di cooptazione dei beni comuni per fornire forme di riproduzione a basso costo e analizza come poter prevenire tale esito.

 

Introduzione

I “beni comuni” stanno diventando una presenza costante nel linguaggio politico, economico e persino in campo edilizio, dei nostri tempi. Sinistra e destra, neoliberisti e neokeynesiani, conservatori e anarchici utilizzano il concetto nella loro propria accezione politica.

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Published: 04 January 2016
Created: 04 January 2016
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sollevazione2 

Il 2016 di fuoco delle banche italiane

I pericoli per il sistema bancario, i rischi dei risparmiatori e quelli del governo Renzi

di Leonardo Mazzei

Da anni questo blog segue le dinamiche di crisi del sistema bancario italiano. Nel luglio 2013, di contro a chi si ostinava a non vedere il problema, indicavamo il rischio del crollo del sistema bancario italiano. Mazzei torna sull'argomento con un'analisi impeccabile dei diversi aspetti della bomba bancaria e conclude con una proposta

bancaAlmeno per le banche, il 2016 non sarà un anno come gli altri. Che il sistema bancario italiano abbia dei seri problemi, questo ormai l'hanno capito tutti. Le stesse ripetute rassicurazioni sulla sua "solidità" non fanno altro che confermare la gravità della situazione. In poche settimane abbiamo avuto il "decreto salvabanche", le perdite dei risparmiatori coinvolti, lo scontro di Renzi con la Germania, il caso delle dimissioni rientrate del governatore Visco, la corsa di fine anno alla sistemazione di alcuni istituti di credito (Banca Veneto e non solo), mentre dal primo gennaio saranno legge le norme del bail-in voluto dall'Europa. Insomma, una situazione in forte movimento, con sullo sfondo la questione delle questioni: il via libera oppure no, e se sì in quale forma, alla bad bank, il nuovo istituto che dovrebbe assorbire i crediti in "sofferenza" delle banche italiane, consentendo alle stesse una consistente ripulitura dei bilanci.

Tante le questioni in gioco: politiche, economiche e finanziarie. Tanti i soggetti a rischio, potenzialmente diversi milioni di italiani. Proviamo allora ad inquadrare i vari aspetti del problema.


1. Lo scontro con Angela Merkel non è solo propaganda

Partiamo da un fatto politico: lo scontro inscenato da Renzi nei confronti di Angela Merkel all'ultimo Consiglio europeo non è solo propaganda. Chi lo pensa sbaglia.

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Published: 04 January 2016
Created: 03 January 2016
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asimmetrie

Ora e sempre inconsistenza!

La menzogna assoluta contiene sempre in sé il proprio opposto

Andrea Magoni, Pier Paolo Dal Monte, Ugo Boghetta

bandiera rossaNell’articolo “Il male della banalità” pubblicato su a/simmetrie il 15 luglio si riconosceva, portando l’esempio della Grecia, l’impossibilità per qualsiasi formazione della cosiddetta “sinistra” di affrancarsi dalla gabbia dell’europeismo di maniera, fatto di significanti senza significato e di slogan ad effetto che non hanno alcun nesso con la realtà dei fatti. Come scrivemmo:

«È ormai evidente che quest’Unione Europea è totalmente irriformabile, perché è incompatibile con la democrazia; pertanto non si pone più alcuna questione su quali cambiamenti siano necessari per renderla migliore. Fanno sorridere gli appelli delle variopinte anime belle delle varie sinistre movimentiste sulla necessità di ridisegnare le regole europee, i parametri e i patti di stabilità, allo scopo di contrastare le politiche di austerità, visto che nella gabbia della moneta unica e dei trattati europei non c’è possibile redenzione. Il ricorso ad improbabili iniziative referendarie od elettoralistiche, su queste basi, è quindi destinato all’irrilevanza».

Questo è uno dei punti fermi da tenere sempre presenti, se non si vuole cadere nell’inconsistenza di una prassi fine a se stessa o, cosa peggiore, in un’operazione di cosiddetto “gatekeeping” che serva solo ad intercettare voti per impedire la formazione di forze politiche che possano essere veramente utili per contrastare la crisi nella quale versa il nostro Paese e il nostro continente e, cosa più importante, per modificare la situazione attuale creando una vera alternativa politica.

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Published: 03 January 2016
Created: 03 January 2016
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ilcomunista

Salario minimo garantito (reddito di cittadinanza)*

Gianfranco Pala

reddito minimo garantito 679x469“Se ci vien fatto di dimostrare che la carità legale, applicata secondo questo princi­pio, può essere utilmente introdotta nelle società moderne, noi avremo tolto al comunismo i suoi più formidabili argomenti, e segnata la via a migliorare le sorti delle classi più numerose, senza mettere a repentaglio l’esistenza stessa dell’ordine sociale” (Camillo Benso conte di Cavour)

Il carattere “sociale” e “minimo” del salario non deve assolutamente essere frainteso. Vi sono difatti molti, oggigiorno, che sull’onda delle mode ripro­duttive e fuori mercato, intendono con codesto tipo di dizioni forme spurie di salario o reddito garantito dallo stato o da altre istituzioni pubbliche, median­te prestazioni più o meno accessorie fornite a lavoratori e disoccupati, donne e giovani, cittadini e utenti. Una tal commistione di categorie, e meglio anzi sarebbe dire una tale lista di attributi tra loro incongruenti, conduce a un pa­sticcio di rapporti di forza, di lotta e di diritti, di assistenzialismo e di elemo­sina (quel tipo di confusione concettuale “inetta e barbarica” sulla quale He­gel ironizzava chiamandola “un ferro di legno”).  L’essere sociale e minimo del salario è invece unicamente conseguenza dell’essere merce della forza-la­vo­ro entro il rapporto di capitale posto da questo modo della produzione sociale. Non vi è spazio né teorico né storico, perciò, per confondere il carattere sociale del salario con sole sue parti o con differenti forme assistenziali cui le istituzioni borghesi saltuariamente prov­vedono per concessioni parziali, né il suo livello minimo con analoghe forme assistenziali o contrattuali che dànno veste legale all’ipocrita solidarietà della filantropia bor­ghese.

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Published: 02 January 2016
Created: 02 January 2016
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micromega

L’Unione Bancaria nuoce all’Italia

Consulta e Cassa Depositi intervengano

di Enrico Grazzini

banking unionA causa delle pessime regole dell'Unione Bancaria decise dalla Commissione Europea sotto dettatura del governo tedesco, il risparmio italiano e l'intero sistema bancario nazionale sono a rischio. Dopo che i buoi sono scappati dalla stalla – ovvero dopo che migliaia di ignari e innocenti piccoli risparmiatori hanno perso tutti i loro soldi, come è successo nel caso delle quattro banche regionali Banca Marche, Carife, Popolare Etruria e CariChieti – Matteo Renzi, leader maximo del governo italiano, si lamenta che la Unione Europea usa due pesi e due misure: uno per la Germania e l'altro per l'Italia (e per gli altri paesi cosiddetti periferici dell'eurozona). La Germania fa quello che vuole non solo sulle banche, ma anche sull'immigrazione e sull'energia e sul business con la Russia. Renzi se ne accorge solo ora? Meglio tardi che mai!

Lamentarsi – magari per cercare di recuperare i voti del crescente malcontento – non basta: per riuscire veramente a uscire dalla morsa teutonica, occorre che in prospettiva il governo imponga la revisione degli idioti, unilaterali e anticostituzionali trattati europei, a partire da quello sull'Unione Bancaria. Nell'immediato bisogna invece emettere nuova moneta fiscale e nazionalizzare almeno una grande banca italiana con l'intervento della Cassa Depositi e Prestiti. Questa sarebbe la vera difesa del risparmio italiano! Uscire dalla trappola della liquidità e salvare le banche.

Renzi ha approvato senza fiatare trattati europei anti-costituzionali, tra cui l'Unione bancaria. Oggi però si lamenta che i due capi del governo tedesco, Merkel e Gabriel, fanno solo ed esclusivamente gli interessi del loro paese.

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Published: 02 January 2016
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sinistra aniticap

Sovrappopolazione e Capitale

di Giorgio Carlin*

AngelusNovusEgli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e ricomporre l’infranto. Ma una tempesta spira dal paradiso, che si è impigliata nelle sue ali, ed è così forte che egli non può più chiuderle. Questa tempesta spinge irresistibilmente nel futuro, cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui al cielo”.,Walter Benjamin, Nona tesi su concetto di storia
(su “Angelus Novus” di P.Klee)

Contributo alla discussione congressuale nazionale di Sinistra Anticapitalista

Mi ha colpito molto la drammaticità della crisi ambientale del pianeta descritta da Daniel Tanuro in “Di fronte all’urgenza ecologica..”.

Vorrei aggiungere alcune riflessione a proposito della sovrappopolazione “assoluta” e la strategia del Capitale. Chiarisco che si parla di sovrappopolazione assoluta per intendere una densità umana incompatibile comunque con qualunque progetto di convivenza degno di questo nome, mentre la s. relativa, di marxiana memoria, si riferiva al modo di produzione dominante, in cui dai semplici raccoglitori al più evoluto sistema industriale si potevano alimentare popolazioni umane crescenti. E’ evidente che l’eventuale “spinta progressiva” dello sviluppo demografico si stia capovolgendo.

Non è che l’uomo (ma anche altre specie animali) non sia riuscito a creare disastri ambientali anche con relativamente piccole comunità. Solo alcuni esempi eclatanti (citati da lettore curioso e non certo specialista):

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Published: 01 January 2016
Created: 01 January 2016
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orizzonte48

Hayek, Issing, Visco, Patuelli: preveggenza inspiegabile sulla moneta unica (bancaria)?

di Quarantotto

Stick river iStock 000035769018 diagram 480x527Antefatto 1

Prendiamo le mosse da questa interessante dichiarazione di Visco in un'intervista alla Repubblica:

"...La mera possibilità del "bail in" renderà più onerosa la raccolta bancaria, rischiando di essere, se non ben gestito, controproducente. Se un supermercato fallisce, magari se ne apre uno vicino in grado di vendere le stesse merci al pubblico di quello fallito. Se fallisce una banca, non ne riapre un'altra uguale vicina. Il rischio è che ne fallisca un'altra. Lentamente l'Europa sta cominciando a capire quali possono essere le reali conseguenze delle nuove norme".

Ma Visco dovrebbe magari dialogare, ad esempio, con Otmar Issing, che pare un interlocutore €uropeo, piuttosto attendibile e autorevole, visto che quest'ultimo, come vedremo, queste "reali conseguenze" pareva averle comprese molto bene fin dall'inizio, come vedremo in dettaglio. Il che pone allo stesso governatore delle esigenze di chiarimento con gli interlocutori europeisti, per appianare quella che, indubbiamente, risulta oggi come una fondamentale divergenza di vedute e di visioni strategiche.

 

Antefatto 2

A ciò aggiungiamo queste dichiarazioni del presidente dell'ABI, Patuelli che, come vedremo in una più attenta analisi del complessivo funzionamento "VOLUTO" della moneta unica (almeno a sentire Otmar Issing in qualità di esponente BCE e in tempi non "sospetti"), risultano obiettivamente contraddittorie.

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Published: 01 January 2016
Created: 01 January 2016
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doppiozero

Coworking e millenials, o delle rivoluzioni addomesticate

Cristina Morini

ovvio e ottuso cristina morini coworkingParlare di coworking è alfine un espediente per osservare la geografia attuale del lavoro e le difficoltà politiche e organizzative che incontriamo sul tema. Il coworking è infatti un’utile idea, nata dal basso, per tentare di fare emergere il lavoro dalla situazione individualizzata e isolata indotta dalla precarietà, insistendo sull’aspetto sociale e collaborativo del processo. Storicamente, la condivisione degli spazi in cui il lavoro si compiva ha contribuito a costruire la consapevolezza, la cognizione, anche epica, della sua forza antagonista. Oggi, essere al lavoro vuole spesso dire anche essere simbolicamente “fuori” dal lavoro così come per tradizione è stato visto, interpretato e validato. Sandra Burchi che, a partire da dieci racconti di donne alle prese con il loro ufficio domestico, ha dedicato una ricerca importante al fenomeno aggiornato del “lavorare da casa” condensata nel libro Ripartire da casa, invita a perlustrare la nuova dimensione in cui il lavoro si svolge, considerandola come uno “spazio terzo” da reinventare. Luogo tutt’altro che privo di resistenza proprio perché incarna, concretamente, la collisione tra produzione e riproduzione, tra lavoro e non-lavoro, lavoro concreto e lavoro astratto, dunque esprime la fenomenologia dirompente di una realtà che andrebbe – finalmente – considerata congiuntamente perché inseparabile. Effettivamente, non è banale rapportare questa dimensione esistenziale del lavoro precario all’esperienza del lavoro domestico delle donne: la domestication del lavoro diventa l’occasione per disarticolare ogni precedente separazione, prima voluta e sancita, tra sfera pubblica e sfera privata, che significa un prodigioso ampliamento delle possibilità di far “comunicare, lavorare ed essere”, contemporaneamente, il soggetto precario.

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Published: 01 January 2016
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palermograd

Il pranzo al sacco di Mario Mineo

di Angelo Foscari

Avvertenza: nella migliore tradizione post-althusseriana, ho scritto quanto segue avendo letto poco di Mario Mineo e pochissimo di Lefebvre. D’altro canto, il ‘Modo di Produzione Statuale’ pone dei problemi evidenti, e qualcosa andava detto. Sempre alla maniera della scuola di pensiero di cui sopra, sono comunque disponibile a compiere una o due (massimo 3!) autocritiche. Perciò fatevi sentire.

2580xea1. On s’engage et puis on voit ?

Per parafrasare lo stesso Mineo: “Qualsiasi imbecille è oggi in grado di spiegarvi che Marx non scriveva ‘ricette per le osterie dell’avvenire’, rifiutandosi di definire a priori i caratteri della  futura società socialista”. Dato però che la strada della fuoriuscita dell’umanità dal sistema capitalista è lunga e impervia, né ci è data alcuna certezza riguardo alla conclusione di tale cammino, in attesa di raggiungere questo benedetto avvenire e scoprire cos’è che si mangia nelle sue osterie, all’inizio del 1987 – circa sei mesi prima dell’improvvisa scomparsa – il dirigente e teorico marxista rivoluzionario palermitano Mario Mineo volle fornire ai viandanti anticapitalisti un assai opportuno pranzo al sacco, sotto forma di Lo Stato e la Transizione. Un saggio sulla teoria marxista dello Stato, testo che costituisce una buona metà del volume che raccoglie gli Scritti Teorici di Mineo (a cura di Dario Castiglione, Enrico Guarneri e Piero Violante), da cui cito e sul quale ha relazionato per i seminari di PalermoGrad Giovanni Di Benedetto in questo articolo. Se l’interlocutore polemico cui Mineo si rivolge in prima battuta, Norberto Bobbio (che faceva notare l’assenza di una teoria marxista dello Stato) è scomparso da tempo, quasi tutti gli altri sono ben presenti nel dibattito attuale e seguitano a dire – più o meno - le stesse cose  di trent’anni fa, dal Mario Tronti dell’Autonomia del Politico al Claus Offe del Capitalismo Disorganizzato, fino a Toni Negri per cui, in seguito ad una rivoluzione anticapitalista   “il proletariato sarà sempre e in ogni caso capace di inventare le forme istituzionali della gestione del potere”: posizione questa che Mineo considera fuori dalla realtà, ma non più di quella dello stesso Bobbio, che spera “in un sostanziale avanzamento della democrazia rappresentativa in Occidente” a fronte invece di “tendenze involutive che sono in opera da parecchio tempo” (126-7).

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Published: 31 December 2015
Created: 31 December 2015
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militant

La Siria, lo Stato Islamico e la “guerra all’Europa”/seconda parte

di Militant

Qui la prima parte

erdogan isisIII. Lo Stato Islamico, il pensiero strategico del nuovo jihadismo

Intervistato dal Corriere della Sera Vali Nasr, rettore della Scuola di studi politici internazionali della John Hopkins University di Washington, ha recentemente dichiarato:

Se andiamo a cercare spiegazioni per tutti i rivoli rischiamo di perdere il quadro d’insieme. Il nodo centrale è la Siria. Se non ci fosse stata la guerra civile siriana oggi l’Isis non esisterebbe.(…) Il fatto che esista un’organizzazione terrorista con una sua base territoriale è una cosa di enorme importanza. Sul piano operativo e anche su quello psicologico. Un ribelle reclutato dall’Isis, magari un criminale comune, all’improvviso si sente investito di una missione: ha non solo un’ideologia, ma anche una patria da difendere.

Il politologo di origine iraniana, già consigliere di Obama, coglie così, meglio di molti altri osservatori politici, gli elementi di novità strategici e tattici che stanno dietro l’ascesa dello Stato Islamico. La categoria del “terrorismo islamico”, con cui si è soliti inquadrare il tema, inchioda il nemico a due sole dimensioni: la violenza e la fede. Il problema è che lo stigma bipolare coglie alcuni aspetti epifenomenici della questione, ma ne nasconde altri, meno visibili ma indispensabili per comprenderne la natura.

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Published: 31 December 2015
Created: 31 December 2015
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phenoenologyandmind

L'Unione Europea tra Rivoluzione Passiva e questione meridionale

Note a partire da Gramsci

di Diego Fusaro

“L’umanità europea si è allontanata dal telos che le è innato. È caduta in una colpevole degenerazione poiché, pur essendo già divenuta consapevole di questo telos (avendo mangiato dell’albero della conoscenza), non lo ha portato alla più piena coscienza né ha insistito nel tentativo di realizzarlo come proprio senso vitale pratico, ma gli è diventata infedele”. (E. Husserl, L’idea di Europa)

Domenikos Theotokopolos El Greco ELG0131. Premessa

Scopo del presente saggio è rileggere l’odierna Unione Europea e il suo processo di integrazione dei popoli attraverso il prisma interpretativo di tre categorie dei gramsciani Quaderni del carcere, in particolare a) la “rivoluzione passiva”, b) la “quistione meridionale”, e c) il “cesarismo”.

Tuttavia, prima di affrontare i plessi teorici appena annunciati, occorre svolgere alcune considerazioni preliminari, onde evitare fuorviamenti interpretativi. In particolare, allorché si ragiona sul dibattutissimo tema dell’Unione Europea, bisogna preventivamente distinguere tra i tre piani dell’ideale, del reale e dell’ideologico.

In estrema sintesi, l’odierna Unione Europea viene troppo spesso surrettiziamente presentata come se, nella sua attuale configurazione, corrispondesse in actu alle premesse e alle promesse del nobile ideale europeo quale era venuto prendendo forma, sia pure secondo modalità differenti, nelle elaborazioni concettuali di alcuni dei protagonisti della stagione filosofica moderna (da Immanuel Kant1 a Edmund Husserl2). In questo modo, il reale viene scambiato indebitamente con l’ideale, in una totale rimozione del fatto che, tra i due, nell’odierno presente si dà uno scarto abissale; uno scarto in forza del quale si può, senza esagerazioni, sostenere che l’attuale Unione Europea si pone come antitesi del grande ideale dell’Europa come confederazione – così in Kant, ma poi anche in Spinelli – di Stati liberi e democratici, uguali e solidali.

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Published: 30 December 2015
Created: 30 December 2015
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militant

Perché ci odiano?

Culture neocoloniali e deindustrializzazione nel ventre molle dell’Europa

di Militant

francia mali africa colonialismo11 500x601Dopo gli attentati di Parigi dello scorso 13 novembre da più parti ci si è chiesti: perché ci odiano? Questa volta le risposte, almeno quelle presenti nell’informazione generalista – che però è quella che forma l’opinione pubblica e di conseguenza le risposte politiche che a loro volta formano l’opinione pubblica in un loop senza fine – hanno tentato la carta psicologica. I terroristi altro non sarebbero che “scarti sociali” con “un livello medio-basso di cultura, una famiglia molto solida ed unita alle spalle e la pericolosa tendenza al fanatismo religioso. In tutti i terroristi si è sempre osservato che più si chiudevano ed isolavano rispetto alla società più diminuiva il loro senso di realtà, alimentando così dichiarazioni sempre più farneticanti da rendere quindi ogni loro “delirio” come giusto e possibile. In tutti i terroristi si è anche sempre osservato che la molla che li ha spinti ad agire è sempre l’odio” (qui). La scelta terrorista sarebbe la conseguenza di un’esistenza alienata e marginale che trova nell’idea forte del radicalismo islamico una prospettiva altrimenti impossibile e con internet lo strumento di relazione della propria patologia. Di tutte le risposte che i policy makers occidentali potevano escogitare questa è davvero la più incredibile. Non che ci credano essi stessi (se il capitalismo fosse così stupido sarebbe seppellito da un pezzo tra le bizzarrie della storia), ma essendo la più veicolata diviene quella socialmente più accettata, dando vita ad un processo di de-responsabilizzazione complessivo delle società occidentali. Corollario alla risposta psicologica è la richiesta di una “psicologia dell’antiterrorismo”, che miri a prevenire psichiatricamente la patologia del terrorista. Purtroppo, a queste cose l’opinione pubblica ci crede davvero.

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Published: 30 December 2015
Created: 30 December 2015
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il rasoio di occam

Teoria della “crisi”. Un’analisi filosofica

di Elio Franzini

In un tempo in cui la parola “crisi” è tra le più presenti nel nostro vocabolario quotidiano, era necessario che la riflessione filosofica contemporanea più avvertita ne affrontasse i caratteri di fondo. Elio Franzini, nel volume “Filosofia della crisi”, propone una rigorosa analisi sulle linee di sviluppo del concetto di “crisi”, nel suo rapporto con la verità e con alcune articolazioni del pensiero, restituendogli un senso più profondo. Proponiamo ai nostri lettori la Premessa del libro, pubblicato da Guerini, ringraziando l’editore per la gentile concessione

iStock Disperazione Spiritualità Religioni e filosofie Inseguimento CristianesimoDifficile ignorare, in avvio, che questo libro appare, pur se concepito con altro scopo, in un momento in cui abbondano le riflessioni dei filosofi su se stessi e, di conseguenza, sulla filosofia. È questo il segno di una crisi, che periodicamente si rinnova, e che assale quando a una funzione «tradizionale», che si svolge in prevalenza nelle università e nell’editoria specialistica, se ne affianca un’altra, che cerca la sua visibilità sulle pagine culturali dei giornali, nell’universo sempre più ampio dei «media». Non è una tendenza nuova dal momento che ne parlava anche Leopardi, criticando la filosofia dei gazzettieri: ma si è ingigantita negli ultimi cinquant’anni sino a creare quasi una dicotomia sociale, tra ciò che è chiuso in un ambiente ristretto e ciò che, invece, affronta la vita, con differenze di linguaggio che non possono non incidere sulla tradizione e sulla storia.

Tutto ciò che segnala una crisi del proprio orizzonte di ricerca non può essere ignorato: ma, tuttavia, neppure enfatizzato, dal momento che solo di enfasi vive. Incarna, molto semplicemente, un’esigenza sempre più forte di divulgazione, che a volte sfiora la banalizzazione, l’eccitazione per il «nuovo», sia esso un paradigma, un «ismo», un metodo, un nesso con altre discipline, un prefisso, un suffisso e via dicendo. Un’esigenza generata certo dalla diffusione della comunicazione e dei mezzi di trasmissione del sapere, ma che, tuttavia, non muta i termini generali in cui si muove la disciplina.

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Published: 30 December 2015
Created: 30 December 2015
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economiaepolitica

Austerity, supervisione e ristrutturazioni bancarie

Il ruolo controverso della BCE

di Raffaele Giammetti

J1X1R2483284 kdV U10302779157685neD 640x320LaStampa.itIn letteratura sussistono vari riscontri a sostegno della esistenza di una relazione tra politiche fiscali restrittive, calo della produzione e dei redditi e connesso deterioramento dei coefficienti patrimoniali delle banche europee. Le analisi suggeriscono che una restrizione dei bilanci pubblici può compromettere la stabilità dei bilanci bancari, inducendo piani di ricapitalizzazione e al limite liquidazioni e acquisizioni estere: vale a dire, fenomeni di “centralizzazione” dei capitali bancari in Europa. Se si accetta questa chiave di lettura, si può trarre anche una riflessione critica sul nuovo duplice ruolo della BCE, di gendarme dell’austerity e di supervisore bancario.

***

Dal novembre 2014 la Banca Centrale Europea ha preso in consegna la supervisione regolamentare diretta di circa 130 gruppi bancari dell’area euro. Si è così perfezionato il Meccanismo Unico di Vigilanza (MUV), primo tassello verso la creazione di una Unione Bancaria Europea. L’avvio del nuovo meccanismo di vigilanza è stato preceduto dal Comprehensive Assessment (CA), un esercizio ufficiale di valutazione dei bilanci effettuato con l’obiettivo di esaminare la qualità degli attivi, il grado di resistenza a shock macroeconomici esterni e più in generale l’adeguatezza patrimoniale dei bilanci delle banche dell’Unione europea.

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Published: 29 December 2015
Created: 29 December 2015
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effimera

Brevi note sulla sostenibilità sociale del sistema previdenziale pubblico in Italia

di Andrea Fumagalli*

Pensioni Rischio longevità ImcIn Italia, il sistema pensionistico pubblico è strutturato, seppur solo formalmente, secondo il criterio della ripartizione.

Ciò significa che i contributi che i lavoratori e le aziende versano agli enti di previdenza vengono utilizzati per pagare le pensioni di coloro che hanno lasciato l’attività lavorativa. Per far fronte al pagamento delle pensioni future, dunque, non è previsto alcun accumulo di riserve.

È evidente che in un sistema così organizzato, il flusso delle entrate (rappresentato dai contributi) deve essere in equilibrio con l’ammontare delle uscite (le pensioni pagate).

In Italia, da un lato, il progressivo aumento della vita media della popolazione (fatto di per sé positivo, a meno che non si voglia ripristinare un “Monte Taigeto” di spartana memoria o una “rupe Tarpea” di latina memoria) ha fatto sì che si debbano pagare le pensioni per un tempo più lungo, dall’altro, il rallentamento della crescita economica ha frenato le entrate contributive.

Per far fronte a questa situazione, sono state attuate una serie di riforme tutte orientate a riportare in equilibrio contabile la spesa pensionistica:

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Published: 29 December 2015
Created: 29 December 2015
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filosofiainmov

I mass media, Gramsci e la costruzione dell’uomo eterodiretto

di Paolo Ercolani

Nella realtà sociale, nonostante tutti i cambiamenti, il dominio dell’uomo sull’uomo è rimasto il continuum storico che collega la Ragione pre-tecnologica a quella tecnologica. (H. Marcuse1)

Con l’evoluzione della «società dello spettacolo» sta maturando il passaggio da una forma di dominio sui corpi a una sulle menti. L’individuo, sotto attacco nella sua sfera intellettiva, rischia di perderela capacità di agire consapevolmente e di essere soggetto della storia

El Greco El EspolioSe uno degli ambiti di studio e azione più importanti della filosofia marxista è consistito nell’analisi delle forme di dominio del più forte sul più debole, la grande intuizione di Antonio Gramsci, e quindi uno dei suoi lasciti più fecondi, risiede nell’aver compreso come, con il Novecento, il terreno su cui si svolgevano – e si sarebbero svolte – le nuove forme di dominio non era più dato dal solo contesto strutturale, ma avrebbe interessato la sovrastruttura ideologica 2. In forme e con modalità certamente non osservabili (e quindi prevedibili) in tutta la loro potenzialità ai tempi del pensatore sardo, ma che sono sotto gli occhi di tutti nei giorni nostri in piena epoca di trionfo della società dello spettacolo, con i suoimeccanismi tecnologici annessi 3.Con l’elaborazione del nesso fra teoria e pratica,tra pensiero e azione, in buona sostanza tra filosofia e politica, Gramsci non soltanto superava quel marxismo meccanicistico che concentrava la propria attenzione sul solo momento strutturale (di contro al problema opposto rappresentato dall’Idealismo), ma poneva le basi per un recupero della centralità dell’uomo (e della sua dignità) come soggetto pensante e agente (inscindibili i due momenti) e, in quanto tale, soggetto consapevole e «creatore della sua storia» 4. All’interno di questo discorso si comprende l’intento gramsciano perché al nesso fra teoria e azione (o tra filosofia e politica) corrispondesse quello tra «intellettuali» e «semplici»: innanzitutto affinché i primi sapessero elaborare dei principi coerenti con i problemi che le masse si trovano a porre con la propria attività pratica, al fine di costituire un «movimentofilosofico» che non svolgesse «una cultura specializzata per ristretti gruppi di intellettuali», ma che fosse in grado di trovare nel contatto costante coi semplici «la sorgente dei problemi da studiare e risolvere». Soltanto in questo modo una filosofia si «depura» dagli «elementi intellettualistici» e si fa «vita» 5.

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Published: 29 December 2015
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between

La fine del mondo. Capitalismo e mutazione

Daniele Balicco

Nella manifattura la rivoluzione del modo di produzione prende come punto di partenza la forza-lavoro; nella grande industria il mezzo di lavoro. Occorre dunque indagare in primo luogo in che modo il mezzo di lavoro viene trasformato in macchina, oppure in che modo la macchina si distingue dallo strumento del lavoro artigiano. (Karl Marx, Il capitale)

Noi ci siamo occupati tanto a fondo del problema di sapere che cosa pensiamo da esserci dimenticati di chiederci che cosa la psiche inconscia pensi di noi. (Carl Gustav Jung, L’uomo e i suoi simboli)

Il rito, ogni rito, è un condensato di storia e preistoria: è un nocciolo dalla struttura fine e complessa, è un enigma da risolvere; se risolto, ci aiuterà a risolvere altri enigmi che ci toccano più da vicino. (Primo Levi, Opere)

fine del mondo1. Realismo ingenuo

La cultura contemporanea occidentale immagina il proprio futuro con molta difficoltà. Non a caso la forma più comune di rappresentazione simbolica del futuro è la catastrofe. Naturalmente esistono ragioni oggettive che possono giustificare questo impulso simbolico autodistruttivo.

Prima fra tutte, la percezione fisica, percettiva, estetica della distruzione dell’ecosistema e della biosfera; ma, subito dopo, potremmo enumerare una serie di condizioni di pericolo a cui ci stiamo abituando a essere esposti, per lo meno a livello ipotetico: caos sociale, crisi economiche, povertà, violenza politica, guerre, terrorismo, se la nostra sensibilità è soprattutto storico politica; contaminazioni radioattive, manipolazioni genetiche, epidemie, avvelenamenti di massa, disastri tecnologici, se ci spaventano di più quelli che Ivan Illich avrebbe chiamato gli esiti contro-produttivi della produttività (cfr. Illich 1973). Anche solo l’elenco sommario di queste condizioni di pericolo mostra come, in questi ultimi decenni, la cultura occidentale abbia sperimentato, con intensità crescente, la crisi dell’idea di progresso, non tanto a livello teorico, quanto a livello percettivo-sensibile.

La società contemporanea trova però anche molto difficoltà a immaginare il passato. Da meno di vent’anni comunichiamo tutti con la posta elettronica.

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Published: 28 December 2015
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paginauno

Supportare la resistenza, preparare l’offensiva

Dove sono i nostri

di Collettivo Clash City Workers

Incontro-dibattito sul libro Dove sono i nostri. Lavoro, classe e movimenti nell’Italia della crisi, Clash City Workers (La casa Usher, 2014) presso La casa in Movimento, Cologno Monzese (MI), 13 novembre 2015

ccw logoIl progetto Clash City Workers nasce a Napoli nel 2009 e si diffonde a Roma, Firenze e Padova, in piccolo anche a Milano, Torino e Verona, dove si sono sviluppati dei nodi del collettivo Clash. Di base è nato dall’esigenza di trovarsi, dal fatto di essere sempre stati legati a livello ideologico a una visione della società che vede il lavoro al centro quantomeno del ragionamento politico, una visione che però non aveva gli strumenti adeguati per leggere la realtà che si trovava di fronte: andavamo davanti ai luoghi di lavoro a distribuire il volantino ma non riuscivamo a parlare con i lavoratori, ad avere con loro una relazione, proprio perché il nostro approccio era puramente ideologico. In più si aggiungeva la constatazione che quel lavoro che i media raccontavano non esistere più, o perlomeno essere confinato a una parte marginale delle nostre vite, di fatto lo vivevamo direttamente, o anche indirettamente perché disoccupati e studenti che si andavano a formare per poi inserirsi nel mercato del lavoro.

Eravamo di fronte quindi a una mancata considerazione di quel campo che è al centro sia della nostra esperienza individuale e collettiva sia, anche se in modo rovesciato, del discorso pubblico – se pensiamo a qual è il centro dell’operato del governo Renzi, iniziato con una riforma che, a parole, doveva garantire una maggiore occupazione e risolvere il problema del dualismo del mercato del lavoro, e si è tradotta in un un abbassamento generalizzato delle condizioni complessive, con i due passaggi del Jobs Act che prima ha peggiorato il dualismo con la semplificazione dei contratti a termine e poi ha messo in atto l’attacco più violento con l’abolizione dell’articolo 18.

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Published: 28 December 2015
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micromega

Il fordismo individualizzato e lo storytelling della sharing economy

di Lelio Demichelis

sharing economy 510 sNon crediamo più a Babbo Natale e neppure alle sue renne, però crediamo alla rete, ai motori di ricerca, a Facebook e oggi anche alla sharing economy. Abbiamo creduto – e in molti lo credono ancora - che la rete fosse libera e democratica e magari anche un poco anarchica. Che si potessero fare le rivoluzioni via Facebook e via Twitter. Credendoci, abbiamo adottato senza accorgercene ma pieni di tecno-entusiasmo il nuovo dizionario che veniva proposto e imposto, necessario per la costruzione di una nuova lingua universale, omologante, pedagogica, a una sola dimensione (tecnica & economica), fatta per integrare tutti in rete, per diventare tutti capitalisti, competere contro tutti, crederci individui liberi e libertari, essere in una nuova era, in una nuova economia, in una vita tutta nuova.

Recentemente l’abbiamo definita come LII, Lingua Internet Imperii - attualizzando le riflessioni e il titolo del libro Lingua Tertii Imperii del filologo tedesco Victor Klemperer. Analisi di come il nazismo sia arrivato a conquistare il potere anche usando la parola e non solo la violenza, attivando un processo minuzioso, incessante e pervasivo di sostituzione del senso delle parole con quello dettato/richiesto dall’ideologia nazista, dando cioè alle parole un significato progressivamente diverso (e a farlo condividere) da quello che avevano per tradizione e per dizionario. Una trasformazione della lingua e del linguaggio utile/necessaria alla costruzione e poi alla accettazione di massa (il conformismo, oggi si chiama effetto rete) della nuova lingua del potere e alla introiezione da parte di ciascuno di ciò che il potere voleva (e che vuole oggi: la connessione di tutti con tutti e con la rete e con il mercato, ma tutti rigorosamente separati dagli altri, incapaci di fare società e di autonomia, ma attirati da tutto ciò che fa comunità).

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Published: 28 December 2015
Created: 28 December 2015
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euronomade

L’Italia è una repubblica fondata sull’inconsapevolezza

di Fant Bancario Precario

Sketch10104516 ISTITUZIONI 172x172Ma una testa oggi che cos’è?
E che cos’è un nemico?
E una marcia oggi che cos’è?
E che cos’è una guerra?
Si marcia già in questa santa pace
con la divisa della festa.
Senza nemici né scarponi e
soprattutto senza testa!

Per l’Italia, il cambio di paradigma produttivo (l’entrata nel postfordismo) può essere fatto risalire al 1979 [meglio: alla c.d. legge Prodi n. 95 del 3 aprile 1979 (quante coincidenze)]. Da quel momento finanziarizzazione, derelizione del welfare, privatizzazione e mutazione del proletario in consumatore e produttore di se stesso, procedettero a tappe forzate.

In questo periodo (per quanto a mia conoscenza, e senza pretesa di esaustività) si sono susseguiti numerosi provvedimenti che – nella vulgata di consumatori-imprenditori-politicanti (tutti immancabilmente e falsamente) traditi – sono entrati nella (cattiva) coscienza comune come salva banche:

  • la disciplina della fideiussione omnibus limitata nell’importo risale al 1992, che “salvò″ dalla nullità le fideiussioni di tale tipologia che non recavano indicazione del limite massimo garantito (indicazione oltre un decennio dopo, estesa dalla Cassazione alle lettere di patronage)

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Published: 27 December 2015
Created: 27 December 2015
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la citta futura

Riflessioni antropologiche sulla violenza e sulla guerra

di Alessandra Ciattini

La guerra, da sempre, scandisce col suo tocco gelido l’intero percorso dell’umanità, disseminandolo di discriminazione, persecuzioni, barbarie, violenza, morte. Le motivazioni “umanitarie” dietro alle quali si celano gli spietati aggressori odierni, burattinai di una società occidentale stanca e lacerata, svelano con chiarezza quanto, per dirla col saggista Césaire, “una civiltà che gioca con i propri principi sia una civiltà moribonda”

2d3adfa8352a656a606912bf6acf7119 LLa storia umana è un mattatoio

In una celebre pagina Hegel sviluppa una serie di considerazioni assai amare e tristi sulla vicenda storica umana, anche se poi – come è noto - riesce a trovare in essa un processo progressivo ed emancipatorio. Egli sottolinea l'universale transitorietà, che travolge Stati e individui, per opera della natura e della volontà umana; osserva che quadri terribili scaturiscono dalla riflessione sulla storia che possono suscitare in noi un profondo e inconsolabile cordoglio; conclude che, stante tale analisi complessiva e sconsolata, la storia umana può definirsi un mattatoio “in cui sono state condotte al sacrificio la fortuna dei popoli, la sapienza degli Stati, la virtù degli individui” [1]. Questa pagina di Hegel richiama alla mente un celebre sonetto del Belli, Er caffettiere filosofo, scritto nel 1833 (siamo, dunque, nella stessa fase storica anche se in un contesto differente), nel quale il poeta compara tristemente gli uomini ai chicchi del caffè che vengono inesorabilmente macinati e che, pertanto, sono tutti destinati trasformarsi in polvere, finendo annientati nella gola della morte, nonostante essi si spostino ed entrino in conflitto tra loro [2]. Il caffettiere si trasforma in filosofo perché, prendendo spunto dalla sua semplice e quotidiana attività, la cui descrizione sembra addirittura evocare l'aroma del caffè macinato, trova in essa una splendida metafora concreta con la quale rappresentare la disperante vicenda umana.

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Published: 27 December 2015
Created: 27 December 2015
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abruzzoweb

È un attacco ai risparmi degli italiani

Così ha vinto la Germania di Schaeuble

R. Santilli intervista Vladimiro Giacchè

Lo schema di garanzia europea dei depositi bancari scompare dalle conclusioni dell'ultimo vertice Ue dei capi di Stato e di governo. E adesso la situazione per le banche italiane si complica ulteriormente

83348A fare il punto è l'economista Vladimiro Giacchè, autore, tra l'altro, di due testi molto conosciuti e apprezzati come "Anschluss - L'Annessione", e il recente "Costituzione italiana contro Trattati europei, il conflitto inevitabile".

Giacchè è presidente del Centro Europa Ricerche di Roma e collaboratore di Micromega e il Fatto Quotidiano.

"Ancora una volta - dice Giacché ad AbruzzoWeb - è stata data vinta al ministro delle Finanze tedesco, Wolfgang Schaeuble, il quale aveva affermato che non avrebbe fatto passare la mutua garanzia dei depositi fra le banche europee. Questa è la ciliegina sulla torta di una unione bancaria che è stata costruita in un modo tale che non riduce, ma enfatizza le asimmetrie tra i sistemi bancari nazionali dell’Eurozona".

Il tutto mentre ancora non si placano le polemiche sul crack delle quattro piccole banche - Banca Etruria, Banca Marche, Cassa di Risparmio di Ferrara e Cassa di Risparmio di Chieti - da anni in grave difficoltà ma "miracolate" grazie al decreto "salva-banche" del governo italiano "aggrappato" alle regole europee.

"L'unione bancaria - spiega Giacchè - si fonda su tre pilastri: il primo è la sorveglianza della Banca centrale europea sulle banche europee, il secondo è il Resolution Mechanism, il sistema accentrato per la gestione delle crisi bancarie nei paesi aderenti all’area euro, e il terzo quello che avrebbe dovuto essere la mutua garanzia tra le banche a livello europee.

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Published: 27 December 2015
Created: 27 December 2015
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dinamopress

Xylella: indagati gli esperti, stop alle eradicazioni

di Gaetano de Monte

Sequestrati dalla Procura di Lecce gli ulivi da abbattere. Dieci indagati tra dirigenti della Regione, docenti dell’Università di Bari e ricercatori del Cnr. Dovranno rispondere di: diffusione colposa di malattia delle piante; falso materiale e ideologico commesso dal pubblico ufficiale in atti pubblici; getto pericoloso di cose e deturpamento di bellezze naturali

c229464b 0e1d 45ce d15b 249734405bb8Li hanno definiti, con spregio, visionari e santoni. Persino irresponsabili. Sono i cittadini, le associazioni ambientaliste e i comitati, che - sorti in ogni angolo della Puglia - da un anno a questa parte stanno conducendo una dura battaglia per contrastare il piano governativo che prevede l’eradicazione di migliaia di ulivi secolari. Blocchi stradali, presidi notturni, originali pratiche di disobbedienza civile, ricorsi al Tar, momenti di informazione e sensibilizzazione. È articolata e varia la grammatica della protesta sorta attorno alla cosiddetta emergenza xylella. E comprende anche esposti e denunce alla magistratura competente per territorio.

Poche ore fa è arrivato il primo pronunciamento della Procura di Lecce, che da mesi indaga sull’affaire xylella: “inerzie, imperizie e negligenze configurabili a carico degli organi istituzionalmente preposti alla gestione del fenomeno” scrivono il procuratore aggiunto Elsa Valeria Mignone e il sostituto Roberta Ricci motivando il decreto di 58 pagine con cui è stato disposto il sequestro preventivo di “tutte le piante di ulivo interessate da operazioni di rimozione immediata, previste in esecuzione del Piano degli interventi approvato dal capo del Dipartimento della Protezione civile e dal Commissario delegato”. Non solo.

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  1. Domenico Tambasco: Lavoro bene comune: un manifesto
  2. Renato Caputo: La Francia, l’Argentina, il Venezuela e noi
  3. Lorenzo Dorato: Terrorismo e guerra: conflitto di civiltà o strategia imperiale del caos?
  4. Alberto Bagnai: Ci siamo! Feld sull'esproprio (con backstage e un abbraccio ai veneti)
  5. Giovanna Cracco: Expo 2015. Lo spettacolo, il kitsch, la violenza
  6. Valeria Cirillo, Dario Guarascio, Marta Fana: Jobs Act: cronaca di un fallimento annunciato
  7. Domenico Moro e Marco Rosati: Le vere cause della crisi delle Banche Popolari
  8. Sandro Chignola: Il nemico non è più astratto
  9. Dino Raiteri: La nemesi migratoria
  10. Dante Lepore: Arrigo Cervetto a cinquant'anni dalla nascita di Lotta Comunista
  11. Maurizio Brignoli: Ttip e Tppa: accerchiare la Cina
  12. Federico Dezzani: Perché il governo d’unità nazionale libico fallirà
  13. Alessandro Somma: Banche, credito e risparmio: l’Europa viola la Costituzione
  14. Giovanni Di Benedetto: Mario Mineo e il modo di produzione statuale
  15. Andrea Moresco: La remontada di Podemos
  16. Quarantotto: La grande tranvata
  17. Luca Fantuzzi: Crisi economica e deflazione salariale: la ricetta della BCE
  18. Lanfranco Binni: Il naufragio della «modernità» del capitalismo
  19. Pasquale Cicalese: La posta in gioco della guerra tra capitali: il risparmio italiano
  20. Giovanni Tomasin: Maometto e Robespierre
  21. Renato Caputo: Dal programma minimo al fronte anticapitalista
  22. Michele G. Basso: L’Europa e le terre bruciate
  23. Marco Magni: I danni della “buona scuola” e la crisi della sinistra
  24. Emanuele Trevi: Armi e Bagagli, un diario dalle Brigate Rosse
  25. Mario Tiberi: Oltre l’austerità, il futuro dell’Euro

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