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Published: 15 January 2016
Created: 15 January 2016
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sbilanciamoci

Cronache di un mondo indebitato

Vincenzo Comito

I. Il debito complessivo a livello mondiale ha raggiunto, a fine 2014, il livello di 200 trilioni di dollari

t2XFNL’esistenza di un rilevante livello e di una ulteriore e apparentemente inarrestabile crescita dell’indebitamento mondiale è un fenomeno molto evidente; ora, il suo collegamento, per diverse vie, alle difficoltà e al rallentamento dello sviluppo dell’economia, nei paesi sviluppati come in quelli emergenti, pone dei rilevanti problemi di analisi e suggerisce anche delle possibili linee di azione. Nelle tre puntate di questo articolo cercheremo di individuare la situazione e le prospettive di soluzione di una questione cruciale.

 

Alcuni dati di base

Già in uno scritto apparso in questo stesso sito qualche tempo fa (Comito, 2015) ricordavamo alcuni dati che danno un’idea del fenomeno; ad essi ne aggiungiamo ora degli altri, più analitici.

Nel testo citato ricordavamo, in particolare, un rapporto Mckinsey (Mckinsey, 2015) del febbraio di quest’anno, che forniva delle informazioni di base sulla situazione.

Il debito complessivo a livello mondiale aveva raggiunto alla fine del 2014 il livello di 200 trilioni di dollari, essendo aumentato di ben 57 trilioni soltanto nel periodo tra il 2007 e il 2014. La sua incidenza sul pil mondiale raggiungeva ormai alla stessa data il 286%, contro il 270% del 2007. Si ha la sensazione, peraltro ancora non ancora suffragata da dati aggiornati, che la tendenza all’aumento sia proseguita nel 2015.

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Published: 15 January 2016
Created: 15 January 2016
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militant

La Siria, lo Stato Islamico e la “guerra all’Europa”/terza parte

di Militant

Qui e qui la prima e la seconda parte

Obama US Saudi Arabia Horo 1 e1396027024834V. La Cooperazione internazionale e le ONG, braccio "non armato" del capitale in Siria

Uno sguardo sull’attività di cooperazione dei paesi del golfo e il caso della Qatar Charity in Siria: dall’introduzione del concetto di guerra umanitaria e di “bombing for democracy”, gli interventi di assistenza umanitaria sono sempre più legati a doppio filo a contesti di guerra, al di là di eventi quali catastrofi naturali. Anche la cooperazione internazionale, governativa o meno (attraverso il tramite delle cosiddetto associazionismo da società civile), costituisce molto spesso l’apripista per gli interventi belligeranti, laddove accordi, diplomazia e buone maniere non raggiungono il loro scopo: o c’è da dire che forse la guerra costituisce spesso il cavallo di troia attraverso cui è possibile instaurare nuovi tipi di relazioni politiche ed economiche.

Negli ultimi anni tra i donatori che non appartengono al Development Assistance Committee (DAC) dell’Ocse più recentemente saliti alla ribalta si distinguono i paesi del golfo: tra questi i donatori maggiori sono riconducibili ai paesi dell’Arabia Saudita, del Kuwait e degli Emirati Arabi Uniti.  In particolare, gli EAU nel 2014 si sono classificati per il secondo anno di fila come il più grande donatore di ODA (aiuto ufficiale allo sviluppo) al mondo in relazione al PIL: circa 1,17% del prodotto interno lordo secondo le stime DAC.

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Published: 14 January 2016
Created: 14 January 2016
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pierluigifagan

Geopolitica e comprensione del mondo

di Pierluigi Fagan

Il sole è non soltanto, come dice Eraclito, “nuovo ogni giorno”, ma è sempre continuamente nuovo.
                             Frammenti di Eraclito in Diels – Kranz, frammento 6 riferito da Aristotele

 

riskUscito di recente, “Il mondo nel 2016 in 200 mappe” per i tipi della Leg edizioni di Gorizia, a cura di Frank Tétart, offre una buona panoramica su i costituenti geopolitici del mondo attuale ed a venire. Il volume è una guida che mira allo sguardo panoramico, sintetico e non particolarmente approfondito, sebbene abbastanza ampio e completo. Forse si sorvola con un po’ troppa leggerezza sull’intera questione medio-orientale ma poiché Wikipedia.fra c’informa che il compilatore insegna, tra l’altro, negli Emirati Arabi Uniti, si capisce l’auto-censura. Cinque le sezioni: attori geopolitici, guerre – conflitti e tensioni, problemi ambientali, globalizzazione, aspetti sovrastrutturali. E’ una buona introduzione alla complessità delle rete di variabili che tessono l’ordito geopolitico del pianeta, niente di che, ma un buon entry-level per approcciare la questione.

L’attenzione per la geopolitica, anche in Italia, sta moderatamente crescendo. Buone le vendite per Internazionale (che è una rivista di fatti internazionali e non di geopolitica), cresce anche Limes che varia  le sua offerte di accesso on line per far lavorare meglio l’archivio. Accanto, pubblicazioni più specifiche di buon livello come Eurasia e Geopolitica rivista dell’IsAG mentre rimane fisso l’appuntamento con l’Atlante Treccani in collaborazione con l’ISPI, la cui edizione 2015 (pubblicazione nata nel 2012) si presenta poderosa ed utile.

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Published: 13 January 2016
Created: 13 January 2016
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micromega

La Germania alle prese con il nazismo

di Alessandro Somma

germania merkel nazismo 510La Legge fondamentale tedesca dispone il divieto dei partiti «che per i loro fini o per il comportamento dei loro sostenitori mirano a pregiudicare o sovvertire l’ordine liberale e democratico» (art. 21). Questa disposizione realizza ciò che nel corso degli anni Trenta venne definita in termini di «democrazia militante», ovvero impegnata a difendersi attraverso il contrasto delle forze che mirano a reprimere le libertà politiche, in particolare quelle di ispirazione fascista[1].

A ben vedere, però, la repressione delle libertà politiche è solo una manifestazione del fenomeno fascista, che si è altresì connotato per un particolare modo di intendere il rapporto tra capitalismo e democrazia. Questo aspetto viene però trascurato nel dibattito politico tedesco, recentemente polarizzato dall’intensificarsi di episodi da cui ricavare una reviviscenza della violenza nazista o neonazista. In tal modo si impedisce la comprensione delle dinamiche, riconducibili anch’esse a un particolare rapporto tra capitalismo e democrazia, che presiedono allo sviluppo del processo di integrazione europea.

 

I partiti neonazisti agiscono indisturbati

Secondo quanto prevede la Legge fondamentale tedesca, il divieto dei partiti antidemocratici viene disposto da un giudice molto particolare, la Corte costituzionale, su istanza di un ramo del Parlamento, o dell’esecutivo federale o di uno regionale.

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Published: 13 January 2016
Created: 13 January 2016
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carmilla

Il reale delle/nelle immagini

Universi plurali della fiction e costruzione del senso della realtà

di Gioacchino Toni

inceptionIn una serie di film di fine anni ’90 si problematizza il senso della realtà, la distinzione tra ciò che è, o si considera, reale, dunque vero, e ciò che è finzionale, dunque illusorio. In particolare, nel saggio di Valentina Re ed Alessandro Cinquegrani viene fatto riferimento ad opere come: The Matrix (Lana ed Andy Wachowski, 1999); Apri gli occhi (Abre los ojos, Alejandro Amenábar, 1997); The Game (David Andrew Leo Fincher, 1997); eXistenZ (David Cronenberg, 1999); Pleasantville (Gary Ross, 1998); The Truman Show (Peter Weir, 1998); Dark City (Alex Proyas, 1998); Il tredicesimo piano (The Thirteenth Floor, Josef Rusnak, 1999). Tale produzione cinematografica, affiancata da una nutrita produzione teorica, secondo gli autori del volume, si è sviluppata da un lato lungo un modello dickiano volto al riproporre narrazioni che raccontano “la realtà” come problema, e dall’altro lato verso una riflessione di matrice postmoderna relativa alla “scomparsa della realtà” e sui simulacri. A partire dai punti di contatto tra scenario postmoderno e mondi instabili ed ingannevoli di Philip Kindred Dick, il saggio intende «riprendere e rilanciare un’ipotesi di “saldatura” originariamente elaborata da Brian McHale attraverso la definizione di una “dominante ontologica” in grado di distinguere il funzionamento delle finzioni postmoderne – in opposizione a quelle moderne, che sarebbero caratterizzate da una dominante di tipo epistemologico» (p. 8). L’intenzione palesata dagli autori è quella di provare ad applicare l’elaborazione di McHale all’attualità, eliminando però la subordinazione della problematica ontologica al dibattito sul postmoderno.

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Published: 13 January 2016
Created: 13 January 2016
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linkiesta

«Putin ha ragione, la Nato non ha più senso»

F. Cancellato intervista Sergio Romano

L’ex ambasciatore, oggi editorialista: «L’industria delle armi americana controlla la politica estera dell’Occidente. Schäuble dice bene, serve un esercito europeo, ma non accadrà»

nato drone companies reprieve.si 680x365Botti d’inizio anno. A dare fuoco alle polveri per primo è stato il presidente russo Vladimir Putin, che poche ore dopo la mezzanotte del primo gennaio ha dichiarato, aggiornando la lista delle principali minacce alla Russia, che «la Nato è il nemico». Poche giorni prima era stato il turno del ministro delle finanze tedesco Wolfgang Schäuble, che in un’intervista alla Bild am Sontag aveva detto che «Il nostro scopo finale dovrebbe essere un esercito dell’Unione Europea», poiché «le risorse che spendiamo per i nostri ventotto eserciti nazionali potrebbero essere usate molto meglio, se le spendessimo assieme».

Così, nel giro di meno di una settimana, la Nato, l'alleanza militare occidentale nata in funzione antisovietica nel 1949, è stata messa nel mirino. Direttamente, da uno dei suoi più strenui oppositori. Indirettamente, ma nemmeno troppo, da un ministro di uno dei più importanti stati membri. La domanda, in fondo, è una sola, ma si può declinare in modi diversi: a che cosa serve oggi la Nato? Che senso ha? Contro chi combatte?

«Putin ha ragione, sulla Nato. E anche Schäuble». A dirlo non è uno qualunque, ma Sergio Romano, oggi apprezzato editorialista e scrittore, ma, negli anni ottanta, rappresentante italiano alla Nato e ambasciatore italiano in Unione Sovietica.

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Published: 12 January 2016
Created: 12 January 2016
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dallapartedellavoro

Nascerà la sinistra nel 2016?

Paolo Ciofi

cgil 141025141802Il 2015 è morto e l’annunciata nascita della sinistra non c’è stata. L’anno buono sarà il 2016? È difficile dirlo, anche perché al momento non è chiaro neanche chi dovrebbero essere i promotori del nuovo soggetto politico, mentre il dibattito sulle finalità e sui contenuti del progetto resta ben al di sotto delle necessità, e divaga su aspetti tattici secondari. Non emergono i nodi strategici di una crisi di portata storica che coinvolge milioni di donne e di uomini, i quali chiedono risposte intellegibili e concrete di fronte all’incertezza della vita e al degrado dell’ambiente. Il rischio che si corre in questa condizione è che nasca un’altra formazione politica minoritaria, di fatto ininfluente sul corso reale delle cose

Ma il senso e la funzione storico-politica della sinistra si definiscono se si è in grado di indicare una via d’uscita dalla crisi, e di organizzare su questa via un movimento di lotta politica, sociale, culturale. Di cui le elezioni sono un aspetto fondamentale, ma solo un aspetto. E il governo non è il fine da raggiungere comunque e con ogni mezzo, bensì un mezzo per realizzare determinati fini di avanzamento sociale e civile. Dunque, preliminare per costruire un’alternativa alla crisi, è definire il carattere e la portata della crisi. Se su questo punto non si fa chiarezza è difficile compiere qualche passo avanti, incidendo sui rapporti di forza (e di proprietà) che caratterizzano il nostro tempo.

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Published: 12 January 2016
Created: 12 January 2016
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orizzonte48

Colonialismo e cooperazione delle élites locali

A volt€ ritornano (i nuovi sepoy)

di Quarantotto

Antefatto

9d96a1a814edb044770eff9572adf884Tralasciando per il momento la "questione ambientale" (per il cui ulteriore approfondimento rinvio a questo commento di "Correttore di Bozzi"), per l'argomento in questione muoverei da quanto ricordatoci da Arturo nella sua lunga citazione di Losurdo (La sinistra assente di Losurdo (Roma, Carocci, 2014, pp. 261 e ss.):

"Ma diamo uno sguardo alla storia del colonialismo nel suo complesso. 

Il Terzo Mondo e la «grande divergenza» a danno di esso sono in larga parte il risultato della deindustrializzazione e della decrescita imposte dall’aggressione colonialista e dall’apertura subitanea e violenta del mercato nazionale alle merci più a buon mercato provenienti dalla metropoli imperialista; un’a­pertura subitanea e violenta anche perché finalizzata al mantenimento e al rafforzamento del dominio coloniale: ancora nel 1810 la Cina vantava un prodotto interno lordo che costituiva il 32,4% del prodotto interno lordo mondiale mentre « l ’ aspettativa di vita cinese (e quindi la nutrizione) era circa a livelli inglesi (e perciò sopra la media continentale) persino a fine Settecento». Non molto diversa è la storia dell’ India che, sempre nel 1810, contribuiva per il 15.7% al p i l mondiale (Davis, 1001, p. 299). Proprio in seguito all’aggressione coloniale i due grandi paesi asiatici sono stati investiti da un ciclo di progressiva decrescita e sono caduti in una miseria disperata e fatale per milioni e milioni di persone; ed è per porre rimedio a tale situazione che si è imposta una politica di sviluppo autonomo."

Il tema, e ormai lo dovremmo sapere, è stato ampiamente trattato da Chang ne "The Bad Samaritans", anche con riferimento ai dati del secondo dopoguerra, come trovate illustrato qui e qui (notare che, così come ai nostri giorni, col colonialismo del liberoscambio e del gold standard, nessuno cresceva in modo rilevante e, ovviamente, le industrie altamente inquinanti proliferavano eccome, mentre, più che mai, "le risorse erano scarse", tanto che ne derivarono ben due guerre mondiali).

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Published: 12 January 2016
Created: 12 January 2016
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pandora

Tensioni Iran-Arabia Saudita: nemmeno qui è religione

by Simone Benazzo

Saudi.economic.city1 Il 2 gennaio l’Arabia Saudita ha giustiziato 47 detenuti accusati di “terrorismo”. Nonostante le vittime fossero perlopiù sunnite, l’uccisione del religioso sciita Shaykh Nimr Baqr al-Nimr, leader delle proteste contro il governo di Riyadh nel 2011, ha scatenato violente reazioni in Iran, stato di riferimento della comunità sciita globale. A Teheran è stata assaltata l’ambasciata saudita (qui il video) e dalla capitale iraniana sono giunte dure condanne dell’azione intrapresa dal governo saudita: la massima autorità religiosa, l’ayatollah Khameini ha parlato di una “vendetta divina” che si abbatterà sui politici sauditi per aver sparso sangue innocente e il vice-ministro degli esteri iraniano ha colto l’occasione per accusare espressamente l’Arabia Saudita di promuovere il terrorismo in Medio Oriente, dando alla vicenda i contorni di una crisi diplomatica.

La reazione saudita è stata immediata: il ministro degli esteri Adel al-Jubeir ha annunciato che le relazioni diplomatiche con Teheran sono interrotte, i diplomatici iraniani hanno 48 ore per lasciare il paese. A poche ore dall’annuncio ufficiale anche Sudan e Bahrein si sono accodate alla decisione saudita. Questa “crisi dei missili di Cuba” mediorentale ha rinfocolato la tensione tra i due stati, finora, più stabili del Medio Oriente. Il parallelismo con lo scenario pre 1989 trae ulteriore legittimazione dalla contrapposizione indiretta tra i due paesi nella guerra in Yemen,  dove già dall’inizio del conflitto in marzo si è parlato proprio di “guerra fredda”.

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Published: 11 January 2016
Created: 11 January 2016
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comedonchisciotte

Dallo stato di diritto allo stato di sicurezza

di Giorgio Agamben

Secondo il filosofo italiano Giorgio Agamben, lo stato di emergenza non è uno scudo a difesa della democrazia. Al contrario, ha sempre annunciato le dittature

Stato di Diritto 415x260Non è possibile capire l’obiettivo reale della proroga dello stato di emergenza in Francia [prorogato fino alla fine di febbraio] se non la si colloca nel contesto di una radicale trasformazione del modello statale che ci è più familiare.

Bisogna prima di tutto smentire quel che dicono donne e uomini politici irresponsabili, secondo i quali lo stato di emergenza sarebbe uno strumento a difesa della democrazia.

Gli storici sanno bene che è vero il contrario. Lo stato di emergenza è infatti il dispositivo attraverso il quale i regimi totalitari si affermarono in Europa. Negli anni che precedettero la salita al potere di Hitler, ad esempio, i governi socialdemocratici di Weimar avevano fatto un tale ricorso allo stato di emergenza (o stato di eccezione, come dicono i tedeschi) che è lecito dire che la Germania aveva smesso di essere una democrazia parlamentare già prima del 1933.

Il primo atto politico di Hitler, dopo la sua nomina, fu proclamare lo stato di emergenza, che da allora in poi non fu mai più revocato.

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Published: 11 January 2016
Created: 11 January 2016
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la citta futura

Le recessioni sono comuni, le depressioni rare

di Federico Giusti

Prendendo in prestito le parole dell’economista P. Krugman, spieghiamo come il blocco sociale che stava alla base del neokeynesismo è destinato a un drastico ridimensionamento e, con esso, verranno meno anche numerosi ammortizzatori sociali. Non si tratta di una profezia ma di leggere la realtà per quella che è, a partire dai decreti attuativi del Jobs Act

2b8ea1e633babc2d6659aba99f038fc6 LCon il pareggio di bilancio in Costituzione, il bilancio pubblico e il controllo dell'economia è stato trasferito dai parlamenti nazionali a organismi sovranazionali; da qui nasce la continua riduzione della spesa sociale, il ridimensionamento del welfare, l'aumento dei costi di servizi sanitari accessibili, peraltro ad un numero sempre piu' ristretto di potenziali utenti.

L'euro è stato lo strumento con cui l'Europa, a guida tedesca, ha costruito politiche neoliberiste di austerità, da una parte, e, dall'altra, di espansione dei capitali, evitando che i paesi piu' deboli usassero la leva della svalutazione della moneta nazionale per riconquistare competitività.

Di qui, non solo la supremazia tedesca ma anche la destinazione dei risparmi nazionali a solo vantaggio delle imprese, dunque non verso politiche di sostegno al reddito e alla domanda, nè di supporto al debito statale.

La sovraccumulazione di capitale non prende la strada del sostegno alle politiche del lavoro, anzi, l'ampliamento di alcuni ammortizzatori sociali è finanziato con la contrazione degli stessi in termini di durata, il che si ripercuote negativamente sulla forza lavoro delle imprese poco competitive e sancisce l’espulsione dal mercato del lavoro di una manodopera vicina alla pensione con ampio ricorso ai part time.

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Published: 11 January 2016
Created: 11 January 2016
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poliscritture

Sempre in coda al flusso reale, inconoscibile

di Gianfranco La Grassa

cerchio cromatico 2Questo saggio  fa lucidamente il punto, e in termini drastici rispetto ad alcune delle principali tradizioni di pensiero otto-novecentesche, su un tema, quello della realtà, che si è presentato spesso in numerosi post di Poliscritture riguardanti ora questioni di poesia ora di politica; come pure, in modi spesso personalissimi, nei commenti. La tesi di fondo mi pare riassunta in questo passaggio: «è meglio pensare ad una realtà assoluta, autonoma, indipendente da noi e a noi esterna, che tende continuamente a mettere sottosopra ogni nostra transitoria fissità». O in questo: «E’ invece assai più sensato supporre che siamo sempre alla coda del mutamento (casuale e non finalistico) di quel flusso che rappresenta la realtà». Da  questa posizione, alla quale La Grassa è giunto dopo un lungo percorso teorico-politico, discendono una serie di affermazioni che  rifiutano ormai apertamente   idee tuttora correnti di umanità, progresso, cooperazione, solidarietà, pace, utopia ( e magari ancora di comunismo), anche quelle appartenenti alle versioni più critiche (di matrice religiosa o marxiana). In primo piano viene riproposto il «conflitto» sociale e politico. Incessante e non finalizzato. E non più tra le «classi» ma tra individui e gruppi «conservatori e innovatori». (Meglio: soprattutto tra «élites conservatrici o innovatrici»). Conflitto, comunque, sempre condizionato dal «flusso squilibrante della realtà, inconoscibile per sua “essenza”».  Il suggerimento è di leggere più volte il saggio e di discuterne col massimo di intelligenza critica e, perché no, di passione politica. [E. A.]

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Published: 10 January 2016
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manifesto

Il lavoro centrifugato

Maurizio Ricciardi

«La fabbrica rovesciata» di Graziano Merotto, Una monumentale ricerca militante nel settore degli elettrodomestici made in Italy. Un avvincente affresco sulle trasformazioni industriali dal punto di vista operaio

715449Nell’ultimo secolo il lavoro salariato ha percorso un moto circolare che sembra averlo riportato alla sua condizione iniziale di assoluta mancanza di potere sociale. Il volume di Graziano Merotto, La fabbrica rovesciata. Comunità e classi nei circuiti dell’elettrodomestico (DeriveApprodi, euro 50) descrive questo lungo movimento, ricostruendo la vicenda politica di una vasta porzione di classe operaia impiegata a produrre elettrodomestici nel cuore del Nordest, ovvero dalla provincia di Treviso fino a Pordenone. Come scrivono Ferruccio Gambino e Devi Sacchetto in un’intensa postfazione, però, non siamo di fronte né a un esercizio di sociologia del lavoro né alla storia sociale di un distretto produttivo. Questa è la storia dell’altra Marghera, ovvero di un polo di insubordinazione operaia, forse meno conosciuto ma che da molti decenni non si adegua alla continue ristrutturazioni aziendali e alla deferenza che esse pretendono.

 

L’era dei metalmezzadri

Il processo di autentica conricerca emerge nella scrittura di Merotto e dalle molte voci operaie che restituiscono il senso politico della vicenda collettiva.

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Published: 10 January 2016
Created: 10 January 2016
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lavoro culturale

Vogliamo vivere: la libertà dopo il JobsAct

di Roberto Ciccarelli

Libertà dal lavoro“Libertà e lavoro dopo il Jobs Act di Giuseppe Allegri e Giuseppe Bronzini” (DeriveApprodi, 2015) andrebbe letto solo perché mette in discussione l’invenzione di una tradizione diffusa a destra e a sinistra, in alto e in basso: il lavoro salariato e, più in generale, subordinato è una norma generale, un dato naturale, un’essenza a cui tutto deve tornare.

Questo è anche uno strumento agile che parla all’irrequietezza creativa dei giuristi, come dei movimenti più profondi della società. Insieme ripensano i fondamenti del diritto (del lavoro) in nome della libertà e dell’uguaglianza.

 

Diritto all’esistenza

Il lavoro oggi è l’attività più svalutata e meno certa che esista. È sulla bocca di tutti, perché da tutti è subito e odiato per la sua realtà impoverita, da tutti ricercato per i poveri redditi che da esso si riescono a spremere. Da questa cosa modesta, opaca, Allegri e Bronzini traggono una realtà impensata, l’opposto del racconto vittimistico che si ascolta in Tv o sui giornali. Si parla di libertà del lavoro, fondata sul diritto all’esistenza. Questo diritto si incarna nell’autodeterminazione degli individui.

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Published: 10 January 2016
Created: 10 January 2016
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economiaepolitica

Il deficit spending della Renzinomics

di Giorgio Gattei, Antonino Iero

Francisco de Goya y Lucientes Duelo a garrotazos1. Matteo Renzi insiste a definire la sua politica economica “espansiva”, al contrario di quelle dei precedenti governi “tecnici” Monti e Letta, ma in che senso e soprattutto perché? Per capirlo serve una griglia interpretativa quale può essere data dai saldi settoriali della economia nazionale[1]:

(S – I) = (G + TR – T) + (X – M)

in cui sono posti in relazione esemplare i saldi del settore privato, del settore pubblico e del settore estero. Per coerenza, se mai a sinistra compare un disavanzo con gli investimenti che superano il risparmio (I > S), allora a destra occorrerà un avanzo di bilancio statale: T > (G + TR), ossia  la formazione di un risparmio pubblico, e/o un disavanzo commerciale (M > X), ossia l’indebitamento verso l’estero. Nel caso invece di (S > I), a destra ci dovrà essere un disavanzo pubblico: (G + TR) > T, che è la soluzione di deficit spending teorizzata da Keynes, e/o un avanzo delle esportazioni sulle importazioni (X > M), ossia la c.d. crescita export-led.

Consideriamo adesso, per gli anni più recenti, l’andamento di quei tre saldi per l’Italia (Istat, contabilità nazionale e conto trimestrale delle amministrazioni pubbliche, valori a prezzi correnti; il saldo del settore privato deriva dalla somma del saldo pubblico, cambiato di segno, con il saldo estero):

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Published: 09 January 2016
Created: 09 January 2016
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blackblog

Lotta senza classe: perché nel processo di crisi capitalista non risorge il proletariato?

di Norbert Trenkle

trenkle4Dalla lotta di classe al declassamento

1. Mentre avanza la precarizzazione della vita, unitamente alla precarizzazione delle condizioni di lavoro, e coinvolge settori sempre più ampi della popolazione, ritorna con forza il discorso sulla lotta di classe, la quale negli ultimi decenni sembra essere quasi scomparsa. Dapprima, data la crescente polarizzazione sociale, questo può sembrare plausibile. Tuttavia, come di solito avviene quando si ricorre a modelli interpretativi ed esplicativi del passato, questi non servono a chiarire il presente. Al contrario di quel che appare a prima vista, le categorie dell'antagonismo di classe non spiegano adeguatamente la crescente diseguaglianza sociale. Né, tantomeno, i conflitti di interessi derivanti da tale diseguaglianza coincidono con quello che, storicamente, è stato designato come lotta di classe.

2. Il grande conflitto sociale che ha modellato in maniera decisiva la società capitalista nel corso di tutto il periodo storico della sua formazione ed imposizione è stato, com'è noto, il conflitto fra capitale e lavoro. In questo conflitto si è espressa l'opposizione di interessi fra le due categorie immanenti alla società produttrice di merci: tra i rappresentanti del capitale che governano ed organizzano il processo di produzione con l'obiettivo di conseguire la valorizzazione del capitale ed i salariati, i quali con il loro lavoro "generano" il plusvalore necessario a questo obiettivo.

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Published: 09 January 2016
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contropiano2

La règia “modernità” del contratto di lavoro intermittente

Fabrizio Poggi

7aa3ba733009147f8f21c46e6922bda7 LNella prefazione alla terza edizione de Il Capitale di Marx, nel novembre 1883, Friedrich Engels scriveva che «Non poteva venirmi in mente di introdurre nel Capitale il gergo corrente in cui sogliono esprimersi gli economisti tedeschi, quello strano pasticcio linguistico in cui, per esempio, colui il quale si fa dare del lavoro da altri contro pagamento in contanti si chiama il “datore” di lavoro e “prenditore” di lavoro si chiama colui al quale viene preso il proprio lavoro contro pagamento di un salario. Anche in francese “travail” si usa nella vita di tutti giorni con il significato di “occupazione”. Ma a ragione i francesi riterrebbero pazzo l'economista che volesse chiamare il capitalista “donneur de travail” e il lavoratore “receveur de travail”».

Ma, è noto ormai da qualche migliaio di anni, che i nomi vengono dati alle cose per mascherarne la sostanza. In effetti, la distinzione non certo linguistica, con cui Marx separava lavoro e forza-lavoro – la seconda essendo l'unica merce posseduta dal lavoratore e, dunque, da lui alienabile, vendibile; il primo essendo l'estrinsecazione dell'uso che di quella può fare colui che la compra, cioè il capitalista – pare con successo svanita dal gergo corrente degli odierni rapporti tra produttori diretti e possessori di capitale.

E rappresentando ogni codice giuridico l'ufficializzazione dei rapporti esistenti nella società, nessuna sorpresa che le pubblicazioni di regime confermino la scomparsa di quella distinzione marxiana e qualifichino dunque i «lavoratori dipendenti (altrimenti detti lavoratori subordinati)» come coloro che sono «occupati in una azienda alle dipendenze e sotto la direzione del “datore di lavoro”, tenuti a rispettare un orario di lavoro, in cambio di una retribuzione» (INPS; Lavoro dipendente).

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Published: 09 January 2016
Created: 09 January 2016
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la citta futura

Ttip e Tppa: accerchiare la Cina. II parte

Verso un processo di “concentrazione” imperialistica?

di Maurizio Brignoli

L’obiettivo statunitense nella formazione del Ttip e del Ttp è quello di realizzare una concentrazione imperialistica capace di imporre le sue norme a livello mondiale e di accerchiare il principale concorrente cinese. Qui la prima parte

a111f23c16ea3f29e72a482eced3b5eb LLa crisi ha offerto il destro al capitale Usa per indebolire il concorrente europeo, utilizzando abilmente l’arma della speculazione per colpire gli anelli deboli dell’Ue e la vicenda ucraina per danneggiare i rapporti Ue-Russia isolando il concorrente russo, e per spostare risorse nello scontro principale contro la Cina.

Nelle trattative per il Ttip rimangono pur sempre degli ostacoli dettati dalla realtà dello scontro fra imperialismi rivali. In questa specie di “Nato economica” l’Ue rischia di ritrovarsi subordinata agli Usa esattamente come nella Nato militare. Inoltre, non si tratterebbe di un effettivo rapporto bilaterale visto che l’Ue non è uno stato unitario o federale e gli Usa potrebbero sempre puntare sulla divisione europea e su rapporti coi singoli stati. L’Ue ha la forza di essere il mercato più importante per popolazione e per ricchezza prodotta ma ha scarse risorse energetiche e non ha una forza militare paragonabile a quella degli altri attori dello scontro interimperialistico.

I principali esponenti del capitale a base Ue hanno ben presente il rischio di sottomissione agli Usa. A settembre Matthias Fekl, Segretario di Stato al commercio estero francese, ha lamentato che, di fronte a continue concessioni da parte europea, gli Usa non abbiano offerto contropartite serie, in particolare per quel che riguarda i servizi e gli Isds, e ha aggiunto che, andando i negoziati in una direzione sbagliata, la Francia si ritiene libera di considerare tutte le alternative, compresa l’interruzione degli stessi.

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Published: 08 January 2016
Created: 08 January 2016
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badialetringali

Quale cultura nella decadenza

Marino Badiale

800px Viejos comiendo sopaQuesto articolo parte dalla convinzione che la nostra organizzazione economica e sociale, ormai estesa all'intero pianeta, sia entrata in una fase di decadenza di civiltà, analoga a quella del tardo impero romano. Un indizio di questo declino è rappresentato dal convergere e dall'intrecciarsi di tre tipologie di crisi: la crisi economica dalla quale non sembra che si riesca ad uscire (tanto che alcuni autori mainstream parlano apertamente di “stagnazione secolare”), la crisi geopolitica dovuta al lento declino USA, la crisi ecologica della quale il cambiamento climatico è per il momento l'evidenza più forte. Non sono ovviamente in grado di fare previsioni sulla durata di questa fase di declino, né sulle forme culturali, sociali ed economiche che l'umanità si darà per superarla. È però facile pronosticare che essa comporterà sofferenze per grandi masse umane, e la perdita di valori civili e contenuti culturali. Temo che non sia possibile invertire questi sviluppi tendenziali. È però possibile un'azione politica e culturale che abbrevi il decorso della transizione e ne riduca le sofferenze e i danni. Una tale azione sarà opera di forze politiche e sociali che riescano, fra le altre cose, ad elaborare un discorso culturale che colga gli aspetti fondamentali dell'attuale situazione storica. In Italia un tale programma di “difesa civile” dovrà avere al proprio centro la Costituzione del 1948, quintessenza di quanto di meglio la storia recente del nostro paese abbia prodotto.

Occorre però aver chiaro un punto: produrre un discorso culturale adeguato a questi problemi sarà un compito difficilissimo, perché si tratterà di andare del tutto controcorrente.

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Published: 08 January 2016
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effimera

Economia italiana: le contraddizione del 2015

di Andrea Fumagalli e Roberto Romano

L economia italiana rallenta le principali conseguenze h partbL’anno 2015 si è chiuso tra le roboanti dichiarazioni del premier Renzi sul buono stato di salute dell’economia italiana. Non si perde occasione ed evento mondano (l’apertura di un nuovo tratto autostradale, la ristrutturazione di alcune domus a Pompei, la collocazione del titolo Ferrari in borsa a Milano, la conferenza stampa di fine d’anno…) per affermare che la ripresa economica è partita, che la disoccupazione è in calo e l’occupazione in crescita. Ma le cose stanno veramente così? L’economa italiana soffre di parecchie malattie strutturali:  la precarietà, l’assenza di managerialità nelle imprese, la scarsa propensione all’innovazione, la dipendenza dai poteri tecnologici e finanziari esteri, l’arretratezza del capitalismo familiare nostrano e del sistema di welfare. Eppure, nessuno di questi nodi viene affrontato. Non sarà con la retorica propagandista di governo che si riuscirà a venirne a capo.

* * * * *

Due notizie economiche di diversa fonte hanno caratterizzato gli ultimi giorni del 2015.

Il Center for Economics Business and Research (Gran Bretagna) ha affermato che l’Italia uscirà dall’élite dei Paesi industrializzati (G8) ().

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Published: 08 January 2016
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coordinamenta

Foto di famiglia

di Rosalba Corradazzi

rif lavoroE’ uscito, nel dicembre 2015, un libro di Ottone Ovidi per le Edizioni Bordeaux, dal titolo “Il rifiuto del lavoro/ Teoria e pratiche nell’ autonomia operaia”

Io giudico un film bello se ha due requisiti, il primo se scorre velocemente, il secondo se ho voglia nel tempo di rivederlo. Questo vale anche per i libri. Questo libro si legge facilmente e si arriva con interesse fino in fondo.

E’ stato come aprire un cassetto con tante foto della propria storia che non è mai esclusivamente personale ma si intreccia con le vicende del paese in un unicum dove non c’è un prima e un dopo. Leggo dell’occupazione della Fiat Mirafiori da parte degli operai nelle giornate del 29 e 30 marzo del ’73 e subito per associazione di idee mi viene in mente l’antecedente che aveva preparato quell’avvenimento cioè lo sciopero degli operai della Fiat nell’aprile del ’69 per i fatti di Battipaglia. Gli operai in quell’occasione rompono il diaframma costruito artificialmente, proprio dai sindacati confederali, di divisione fra il momento politico e quello sindacale e smascherano che questa divisone era tenuta artificialmente in vita da chi voleva ricondurre le lotte ad un ambito meramente corporativo per poi attribuirne agli stessi operai la responsabilità.

Ma sulle vicende di Battipaglia vengono gettate luci negative, il PCI e l’Unità parlano di oscure trame e ipotizzano non tanto larvatamente lo zampino dei fascisti. E’ un momento nodale del nuovo e diverso approccio nei confronti delle lotte che poi sarà sviluppato e portato a compimento con le vicende dell’autonomia e del 7 aprile.

E’ in questo clima di ritrovata dimensione politica, di rifiuto della lettura mistificatoria del PCI e dei sindacati che si creano le basi per lo sciopero del giugno del’69.

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Published: 07 January 2016
Created: 07 January 2016
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marxianomics

Moneta, finanza e crisi. Marx nel circuito monetario

Marco Veronese Passarella*

Ricorre il 5 gennaio il secondo anniversario della morte di Augusto Graziani, uno dei più eminenti economisti italiani del novecento e padre del filone teorico eterodosso noto come teoria del circuito monetario. Per l’occasione, rendo qui disponibile la bozza preliminare di un mio contributo recente su teoria del circuito monetario, critica marxiana e finanziarizzazione. Per gli aspetti più tecnici della teoria del circuito, rinvio ad un secondo contributo (in lingua inglese) in uscita su Metroeconomica

Augusto Graziani1. Introduzione: l’altro Marx

Fin dalla pubblicazione postuma del Terzo Libro de Il Capitale, il dibattito “economico” attorno alla grande opera incompiuta di Karl Marx si è concentrato prevalentemente sul cosiddetto problema della trasformazione (dei valori-lavoro in prezzi di produzione), nonché sulla legge della caduta tendenziale del saggio del profitto. In altri termini, è soprattutto sulla possibile frizione tra Primo Libro e (prima e terza sezione del) Terzo Libro che si è storicamente focalizzata l’attenzione dei più, dentro e fuori le mura accademiche. Per contro, ad eccezione dei capitoli finali dedicati agli schemi di riproduzione,1 il Secondo Libro de Il Capitale è stato a lungo trascurato. Peggior sorte è toccata alla quinta sezione del Terzo Libro, dedicata al credito, al capitale fittizio ed al sistema bancario. In effetti, se l’analisi delle due forme – mercantile e capitalistica – della circolazione è stata solitamente sminuita a sorta di breve introduzione al problema dell’individuazione dell’origine del plusvalore (problema affrontato compiutamente da Marx nel Primo Libro), il ruolo della moneta, del credito e della finanza nell’ambito della teoria marxiana, laddove contemplato, è stato quasi sempre ridotto a quello di amplificatori del ciclo economico.2 Lungi dall’essere considerati elementi costitutivi del modo di produzione capitalistico, e dunque di ogni modello analitico che aspiri ad indagarne le leggi di movimento, moneta, istituzioni creditizie e finanza sono state di norma assimilate a “frizioni” nell’ambito di un modello fondato sull’interazione tra grandezze “reali”. Paradossalmente, si tratta di una visione non dissimile da quella che ha permeato il pensiero economico dominante a partire dalla fine del diciannovesimo secolo.

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Published: 07 January 2016
Created: 07 January 2016
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alfabeta

Energia dell’indifferenza

Andrea Cortellessa

Alfio Marchini odia chi non parteggia 300x99Mentre la città affonda in una nuvola di smog, soffice e dolce come lo zucchero a velo sul pandoro tenuto al calduccio sul termosifone (come insegnavano le zie d’un tempo), i sempre più inadeguati autobus della Capitale inalberano, simpaticamente unanimi, l’ultima versione della campagna – in corso ormai da quasi due anni, ma di questi tempi in ovvia escalation – di quello che il prossimo giugno, con ogni probabilità, sarà il mio prossimo sindaco: Alfio Marchini. Come nelle precedenti, allo slogan generale IO AMO ROMA. | E TU? (dove la o di Roma è sostituita da un cuore rossastro che al suo interno – in proporzioni però tali da renderlo invisibile a chi guardi il manifesto anche con una certa attenzione, ma senza avvicinarsi troppo – riproduce il reticolato irregolare della viabilità urbana) e all’indirizzo mail del comitato elettorale (che sostituisce la firma di chi con questo messaggio ci si rivolge), viene premessa una frase di volta in volta diversa, tale da seguire più o meno da vicino le vicende dell’attualità, le urgenze del quotidiano che ben conosce chi l’autobus, ahilui, lo prende (o prova a prenderlo) tutti i giorni. La frase «d’attualità» è evidenziata in sfondo giallino, alludendo a device in dotazione ai più comuni programmi informatici di scrittura.

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Published: 07 January 2016
Created: 07 January 2016
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campoantimp2

Giano, Podemos e Manolo Monereo

Santiago Alba Rico

Un intervento, quello qui sotto, che ci spiega molte cose sull'aria che si respira in Spagna dopo le elezioni del 20 dicembre, ma che offre elementi importanti per comprendere il fenomeno Podemos e quanto sta accadendo a sinistra

abrazo Iglesias MonereoGennaio è il mese di Giano, il dio romano che guardava sia avanti che indietro, la doppia porta che collegava il passato e il futuro. Se consideriamo le elezioni del 20 dicembre una soglia gianica e guardiamo indietro, è difficile esagerare i mutamenti subiti dalla Spagna da due anni a questa parte, da quando a Madrid venne alla luce l’iniziativa che oggi chiamiamo Podemos. La strada intensa, imprevedibile e talvolta tortuosa che ha portato a questi 69 deputati ha già consegnato al nostro Paese almeno tre cambiamenti decisivi.

Il primo ha a che fare con la messa in discussione di tutti gli accordi di ferro della cosiddetta “transizione” e, di conseguenza, delle pratiche politiche associate al bipartitismo dominante negli ultimi decenni.

Appoggiandosi all’aura immunologica del 15M [gli Indignatos, NdR], Podemos ripoliticizzato le maggioranze sociali spostando l’egemonia in una direzione opposta a quella dilagante in Europa. Nel paese che sembrava meglio blindato, peggio preparato e più conservatore, è riuscito a rimuovere il tabù che pesava su alcune questioni chiave (la monarchia, il modello economico e, soprattutto, "la questione nazionale") imponendo un nuovo quadro discorsivo alle forze proprie ed a quelle del regime e bloccando la strada, così facendo, al populismo di destra che avanza nel continente.

Un piccolo esempio recente: mentre in seguito agli attentati di Parigi il 13 novembre, il Fronte nazionale imponeva al "socialista" Hollande una reazione bellicosa e islamofoba, in Spagna Podemos, con la sua iniziativa di pace e contro i bombardamenti indiscriminati, ha dettato il ritmo agli altri partiti disattivando la danza elettoralista del “patto antijihadista".

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Published: 06 January 2016
Created: 06 January 2016
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ilcomunista

Gli anni vissuti pericolosamente

Riccardo Bellofiore

0419 manufacture 630x420La cosiddetta “età d’oro” del capitalismo - il termine non mi piace tanto, in verità – i trenta anni tra il 1945 e il 1975, spesso viene qualificata come un’epoca di compromesso tra le classi. Ma quando mai! Era un’epoca di dominio forte da parte del capitale, un comando sul lavoro, dentro cui, con il conflitto e con l’antagonismo, si sono, nel corso della seconda metà degli anni Sessanta soprattutto e primi anni Settanta, strappate una serie di conquiste. Il fatto che tanto i governi conservatori quanto quelli più di centro-sinistra abbiano perseguito politiche di bassa disoccupazione lo si deve alla storia tragica dell’Europa nel Novecento; e poi alla competizione di un sistema, che non ha mai avuto la mia simpatia, che era il sistema sovietico, e che però imponeva all’Occidente di stare al passo. In quel trentennio, prima ancora che i keynesiani in senso stretti divenissero consiglieri espliciti dei governi (avverrà soprattutto con Kennedy e Johnson), esiste una piena occupazione e una contrattazione collettiva, un lavoro decente secondo la definizione dell’ILO, e salari progressivamente crescenti in termini reali.

La fase del neo-liberismo monetarista è la fase che risponde alla crisi di questo capitalismo “keynesiano”, che è anche una caduta da sinistra, una caduta dovuta anche ad un conflitto sociale, ad un conflitto del lavoro in cui i lavoratori non accettano di farsi usare come strumento di produzione, come cose, magari risarciti con la piena occupazione e un “equo” salario (lo aveva di nuovo intuito Kalecki).

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  1. Gianluca De Sanctis: Star Wars. Mitologia Jedi e cultura convergente
  2. Riccardo Bellofiore: Una candela che brucia dalle due parti
  3. George Caffentzis e Silvia Federici: Creare beni comuni
  4. Leonardo Mazzei: Il 2016 di fuoco delle banche italiane
  5. Andrea Magoni, Pier Paolo Dal Monte, Ugo Boghetta: Ora e sempre inconsistenza!
  6. Gianfranco Pala: Salario minimo garantito (reddito di cittadinanza)
  7. Enrico Grazzini: L’Unione Bancaria nuoce all’Italia
  8. Giorgio Carlin: Sovrappopolazione e Capitale
  9. Quarantotto: Hayek, Issing, Visco, Patuelli: preveggenza inspiegabile
  10. Cristina Morini: Coworking e millenials o delle rivoluzioni addomesticate
  11. Angelo Foscari: Il pranzo al sacco di Mario Mineo
  12. Militant: La Siria, lo Stato Islamico e la “guerra all’Europa”/seconda parte
  13. Diego Fusaro: L'Unione Europea tra Rivoluzione Passiva e questione meridionale
  14. Militant: Perché ci odiano?
  15. Elio Franzini: Teoria della “crisi”. Un’analisi filosofica
  16. Raffaele Giammetti: Austerity, supervisione e ristrutturazioni bancarie
  17. Andrea Fumagalli: Brevi note sulla sostenibilità sociale del sistema previdenziale pubblico in Italia
  18. Paolo Ercolani: I mass media, Gramsci e la costruzione dell’uomo eterodiretto
  19. Daniele Balicco: La fine del mondo. Capitalismo e mutazione
  20. Collettivo Clash City Workers: Supportare la resistenza, preparare l’offensiva
  21. Lelio Demichelis: Il fordismo individualizzato e lo storytelling della sharing economy
  22. Fant Bancario Precario: L’Italia è una repubblica fondata sull’inconsapevolezza
  23. Alessandra Ciattini: Riflessioni antropologiche sulla violenza e sulla guerra
  24. Vladimiro Giacchè: È un attacco ai risparmi degli italiani
  25. Gaetano de Monte: Xylella: indagati gli esperti, stop alle eradicazioni

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