Stiamo vivendo una devastante crisi di debito pubblico: questo è quanto ci ripetono i quotidiani, echeggiando le analisi di alcuni economisti. La parola debito viene riproposta in modo assoluto ed ossessivo (il debito, il debito, il debito…), e acquista così vita autonoma, assurge a simbolo del fallimento di un sistema di governo, della disfatta di intere generazioni, diventa un totem al quale tributare sacrifici, si carica di mille significati (politici, etici, psicanalitici). Si perde così di vista un punto essenziale, confermato dall’esperienza personale di molti di noi: non ci può essere debito se non c’è stato un creditore, non si possono prendere in prestito soldi se nessuno te li dà in prestito.
Una banalità? Forse, ma esploriamone le conseguenze. Intanto, ammettendo che il problema sia effettivamente il debito pubblico (ma su questo le voci sono discordanti), una cosa è certa: dato che nessuno presta a se stesso, i creditori del settore pubblico apparterranno al settore privato. Questo, in buona sostanza, significa che quella che viene descritta come una crisi di debito pubblico, da risolvere punendo e circoscrivendo lo Stato “che si è indebitato troppo”, è almeno in parte anche una crisi di credito privato, che forse si sarebbe potuto prevenire regolamentando e sorvegliando il Mercato “che ha prestato troppo” (cioè incautamente).
Descrivere la relazione fra due contraenti insistendo su un solo lato, e quindi, ad esempio, parlare solo di debito, è un esempio di rappresentazione asimmetrica di un fatto economico, insomma, un esempio di asimmetria.

Vi proponiamo un estratto dal libro di Alain Badiou "Il risveglio della storia. Filosofia delle nuove rivolte mondiali" in cui il filosofo francese rispondendo alle critiche di Toni Negri traccia un profilo dell'attuale fase del capitalismo
Mi si rimprovera spesso, anche nel «gruppo» dei miei potenziali compagni di fede politica, di non tener conto delle caratteristiche del capitalismo contemporaneo, e di non proporne un’«analisi marxista». Di conseguenza per me il comunismo sarebbe soltanto un’idea campata in aria, e io in definitiva sarei soltanto un idealista senza rapporti con la realtà. Per di più, non sarei nemmeno attento alle sorprendenti trasformazioni del capitalismo, trasformazioni che autorizzano a parlare, con aria da intenditori, di un «capitalismo postmoderno».
Antonio Negri, per esempio, durante una conferenza internazionale sull’idea di comunismo – ero e sono molto contento di avervi preso parte – mi ha pubblicamente assunto quale esempio di tutti quelli che pretendono di essere comunisti senza neanche essere marxisti. In sostanza, gli ho risposto che era sempre meglio che pretendere di essere marxisti senza essere nemmeno comunisti. Considerando il fatto che, per l’opinione corrente, il marxismo consiste nell’accordare un ruolo determinante all’economia e alle contraddizioni sociali che ne derivano, chi, oggi, non è «marxista»? I nostri padroni, che, non appena la Borsa comincia a traballare o i tassi di crescita ad abbassarsi, tremano e si riuniscono col favore della notte, sono tutti «marxisti». Provate invece a mettere sotto il loro naso la parola «comunismo», e vedrete come cominceranno a dare in escandescenze, considerandovi alla stregua di un criminale.
Qui invece vorrei dire, senza più preoccuparmi degli avversari e dei rivali, che anch’io sono marxista, in buona fede, pienamente e in un modo così naturale che non è neanche il caso di ripeterlo.

Le principali banche centrali dei Paesi industrializzati – BCE inclusa – stanno, da tempo, inondando di liquidità il sistema economico, adottando politiche monetarie definite “non convenzionali”. Con quali risultati? Ci si aspetterebbe un aumento degli investimenti e dell’occupazione. Ci si aspetterebbe anche un aumento del tasso di inflazione. Per contro, sta accadendo il contrario o comunque non si stanno verificando i risultati attesi.
Su fonte ISTAT, si registra che, in Italia, gli investimenti fissi lordi hanno subìto una contrazione del 3.3%, il tasso di disoccupazione è aumentato, dal 2012 al 2013, di circa un punto percentuale e le (più ottimistiche) previsioni indicano un tasso di crescita nell’ordine del -1.4%. Il tasso di inflazione resta sostanzialmente fermo su valori di poco superiori all’1%. Le principali motivazioni che spiegano la sostanziale inefficacia delle politiche monetarie espansive nell’attuale configurazione del capitalismo sono così sintetizzabili.
1) In una condizione di aspettative pessimistiche, la riduzione dei tassi di interesse non costituisce un incentivo rilevante per effettuare investimenti o, al limite, è una condizione totalmente irrilevante nelle decisioni di spesa delle imprese.
Giocando a carte scoperte affermo subito che per chi si pone nella prospettiva di un cambiamento di paradigma socio-economico il dilemma euro è un falso problema, o meglio non è il problema principale. Questo non significa non aver chiaro come l’Unione Europea e, ora, anche la moneta unica siano strumenti che acuiscono sperequazioni nazionali e sociali. Dai vari trattati fino all’euro si è creato un processo di unificazione asimmetrico fondato su politiche liberiste. È indiscutibile che un processo di unificazione economica e monetaria senza nessun equivalente sul piano politico e fiscale risulti di difficile realizzazione, sarebbe come iniziare a costruire una casa dal tetto. Un agglomerato economico eterogeneo, come sostiene Jacques Sapir [Bisogna uscire dall'euro?, Ombre corte, Verona 2012], può rendere sopportabile il monopolio monetario attraverso politiche attive di bilancio tese alla redistribuzione delle risorse in funzione del tentativo di colmare le diseguaglianze territoriali. Niente di tutto questo nell'Unione Europea. Anzi, il blocco che ruota intorno alla Germania in questi anni ha determinato un processo inverso: politiche di riduzione salariale e precarizzazione del lavoro combinate con un apparato produttivo qualificato nei settori strumentali di elevata qualità hanno consentito il crescere delle differenze grazie al deciso aumento delle esportazioni proprio in terra europea. I 2/3 delle esportazioni tedesche, infatti, si riversano dentro l'Unione.

La prima idea da dimenticare, quando si comincia ad occuparsi della “trasformazione sociale” ed a viverla quotidianamente, è che la “politica” possa essere un quieto mestiere con cui si costruiscono perfetti edifici di parole. Le passioni che animano l'attività trasformatrice della presente realtà sociale non sono alimentate dalla “necessità di pensiero”; semmai, alcune fantasie e visioni corroborano, come “gioco di pensiero”, il concreto percorso antagonistico-duale di fuoriuscita dall'atrocità d'una condizione materiale che codetermina forme individuali di vita da negare e formazioni economico-sociali da mutare radicalmente ed irreversibilmente.
L'antagonismo sociale post-novecentesco si caratterizza con tipiche operazioni multidimensionali – dal tradeunionismo rivendicativo di natura economico-normativa alla lotta armata antisistema – la cui meta è originare una “crisi del quadro politico strutturale” all'interno d'una generale “crisi di situazione e coscienza”, altrimenti è un fallimento. Il surrealismo del sedicente antagonismo “simbolico”, veicolato per lo più da “eventi flashmob”, non si addice bene alla “trasformazione sociale”. La pianificazione trasformativa, viceversa, riesce ad organizzare, scuotendo energie proletarie di massa, un interesse pubblico crescente verso la ribellione materiale-coscienziale scoprendone criticamente la sua finalità – il potere politico – per troppi decenni assurdamente emarginato dal vivo della lotta di classe, non a caso anche dalle più alte personalità culturali contemporanee che al surrealismo del sedicente antagonismo “simbolico” si richiamano legittimandone la dispersione di energie eversive.
Ciao Filippo, raccontaci brevemente di te. Come mai ti trovi in Germania e precisamente a Berlino?
Come neo-laureato alla triennale di Filosofia all’Alma Mater di Bologna scelsi, consapevole dell’importanza che la conoscenza del tedesco ha per lo studio della tradizione filosofica occidentale e non solo, di continuare il mio percorso di formazione professionale in una città della Germania, ove avrei potuto tanto imparare ex novo ed esercitare questo idioma, quanto eventualmente trovare un ambiente umanamente fertile ed accogliente in cui gettare le basi per la mia vita futura, viste e considerate le tragiche sorti in cui versa il mio paese e le scarse aspettative consentite in patria a noi giovani. Inizialmente influenzato da una certa mitologia tuttora molto forte in Italia che vede la Germania come quella nuova terra europea dove tutto è possibile, dove tutto funziona bene per tutti, e in particolare dalla storica fama di Berlino. Pianificai quindi di terminare i miei studi proprio in quella grande città di cui tutti parlavano sempre così bene e che da una mia precedente breve visita ricordavo positivamente.
Poiché l’hai effettivamente vissuta per alcuni mesi, puoi raccontarci come è la città di Berlino.
Sì, avvicinandomi all’ottavo mese di vita qui, penso di poter ora dare alcune indicazioni, di carattere personale, che descrivano in qualche modo la realtà sociale che mi circonda, secondo le impressioni e le idee che mi sono fatto sinora.
Alla baraccopoli di Rignano Garganico (Foggia) i migranti africani occupati nelle raccolte agricole sono già un migliaio. Qui non sono ancora arrivati i leader sindacali e politici della sinistra italiana. Eppure in questo angolo di Puglia lontano dalle mete turistiche e dai campeggi di formazione politica essi troverebbero un pubblico un po’ più scafato di quello a cui sono abituati e forse ascolterebbero anche qualche voce dissonante rispetto alle idee ricorrenti su come ricostruire una sinistra e un sindacato all’altezza della situazione odierna. Quest’anno a sostenere questi lavoratori migranti c’è solo un manipolo di volontari delle Brigate di solidarietà attiva, della Rete delle campagne in lotta, qualche ricercatore sociale, tre migranti nordafricani coinvolti nell’esperienza della radio autonoma lo scorso anno e delle coraggiosissime studentesse romane frequentatrici del «Laboratorio di teoria e pratiche dei diritti» dell’università Roma Tre. Il camion di Emergency passa di qua un paio di volte alla settimana, mentre ben più strutturata è la pattuglia cattolica guidata da padre Arcangelo dell’ordine degli scalabriniani e composta da una decina di boy scout. Forse non a caso, la Cisl, qualche giorno fa ha compreso al volo la situazione ed è già partita con 50 cause di lavoro, per quanto si guardi bene dal ricorrere all’articolo 18 del Testo unico sull’immigrazione che concede un permesso di soggiorno a chi, lavorando in nero e senza documenti, denuncia il proprio datore di lavoro.
Maria Desiderio era a Nardò (Lecce) durante lo sciopero dei lavoratori migranti nelle campagne salentine, ma da due anni passa le sue ‘vacanze’ a Rignano: «Con altri militanti siamo riusciti a mettere su una radio, un corso di italiano e un ufficio legale, ma le zone d’ombra sono molte e non solo legate alla questione del lavoro».
Nonostante siano sotto gli occhi di tutti i risultati del liberismo assoluto che ha dominato l'economia globale nel corso degli ultimi decenni, Stati Uniti ed Unione Europea stanno mettendo a punto il nuovo strumento giuridico che consentirà alle grandi compagnie multinazionali di influire sulle scelte sociali e politiche dei singoli Stati europei, allo scopo di affrontare da posizioni rafforzate la competizione globale per l'egemonia sull'economia-mondo del XXI secolo.
Lo scorso luglio infatti, a Washington, si sono ufficialmente aperte le trattative sulla Transatlantic Trade and Investiment Partnership (TTIP), un'ipotesi di accordo economico globale tra Usa e UE che potrebbe stabilire i principi della riorganizzazione economica dell'Occidente nel pieno di una crisi che sempre più dimostra di essere strutturale e non congiunturale. Unione Europea e Stati Uniti, infatti, rappresentano insieme quasi metà del Prodotto Interno Lordo del pianeta ed un terzo del commercio mondiale: ogni giorno tra le due sponde dell'Atlantico vengono scambiati beni e servizi per 2 miliardi di euro, mentre gli investimenti reciproci toccano quasi i 3.000 miliardi di euro. Si tratta quindi non solo dell'area che ha dato storicamente vita al capitalismo occidentale, ma soprattutto della principale concentrazione economico-finanziaria del capitalismo internazionale odierno.
1.
Vorrei attirare l’attenzione su due tradizioni non keynesiane che possono gettare luce sulla crisi in corso: quelle che enfatizzano la disuguaglianza dei redditi e quelle che enfatizzano i rapporti di potere. Ovvero, Hobson e Marx.
Per Keynes erano fondamentali i concetti di incertezza e di equilibrio di sotto-occupazione. Da Hobson ricaviamo una comprensione di come la disuguaglianza dei redditi e della ricchezza possa rendere le crisi più probabili e la ripresa più difficile. Da Marx, una spiegazione del perché la disuguaglianza della ricchezza e dei redditi è inerente a un’economia capitalistica non regolata. Dobbiamo mettere insieme le tre spiegazioni per raggiungere una comprensione piena degli eventi nei quali ci troviamo a vivere.
Keynes inizia l’ultimo capitolo della sua Teoria Generale nel modo seguente: “i fallimenti più gravi della società economica in cui viviamo sono la sua incapacità di creare piena occupazione e la distribuzione dei redditi e della ricchezza arbitraria e iniqua” (Teoria Generale, p. 372).1
Nel modello keynesiano di breve periodo, la distribuzione del reddito non gioca un ruolo causale: Keynes prese la distribuzione come data.
"Corsi e ricorsi della storia", teorizzava nel XVII secolo il filosofo e giurista napoletano Gianbattista Vico. "Uno spettro s'aggira per l'Europa", assicurava il filosofo tedesco Carlo Marx cent'anni dopo, parlando del comunismo. Ora, in vari Paesi europei, tra cui l'Italia, ne aleggia un altro, anche se del tutto diverso: il default. In Argentina 'sto spettro l'abbiamo visto all'opera dalla surreale fine dicembre del 2001.
Quando l'appena designato presidente, il peronista Adolfo Rodriguez Saa - al posto del radicale Fernando de la Rua, involatosi in elicottero dalla Rosada dopo una repressione da una trentina di morti, ed il primo di 4 presidenti 4 succedutisi in pochi giorni - ha annunciato in Parlamento che l'Argentina, "per uscire dalla crisi economica, sociale e politica", sospendeva il pagamento del debito estero. I compañeros gli hanno fatto eco cantando il ''combatiendo el capital" della Marcia peronista! 'Sta telenovela dei tangobond - che ha visto in scena una grande marea di italioti, con occhietti alla Paperon de' Paperoni per i succulenti interessi che pagavano, ma bidonati dalle banche che si son guardate bene dall'avvertirli che l'Argentina da un paio d'anni correva verso il fallimento, non è ancora finita.
Vediamo. Il 93% del totale dei loro possessori ha aderito alle ristrutturazioni, con taglio del capitale attorno all'80%, escogitate, nel 2005 e 2010, dagli 'ingegneri' finanziari dell'estinto capo di Stato peronista Nestor Kirchner, Tra il restante 7% ci sono circa 400.000 tapini italiani.
La grazia a Berlusconi? «Inaccettabile. Anche perché sarebbe come istituire una super-Cassazione». Il giurista Stefano Rodotà parla di «rischio istituzionale che non va corso». È un momento delicato questo, dice, che richiederebbe un po’ di «coraggio e lungimiranza politica» da parte dei partiti. «Subito la riforma della legge elettorale, e poi il voto», auspica. E nel frattempo, «insieme ad altri», sta pensando a un modo di «unire le forze dei soggetti civili, politici e sociali» tornati da tempo protagonisti e che «non possono più essere trascurati».
Mentre per il Financial Times «cala il sipario sul buffone di Roma», Sandro Bondi usa toni apocalittici minacciando la «guerra civile». Frasi che il Quirinale giudica come «irresponsabili». C’è da preoccuparsi o è solo un’altra farsa?
Ciò che sta avvenendo non è solo una reazione simbolica, rivolta a impressionare l’opinione pubblica. I comportamenti tenuti sono qualificabili come eversivi, nel senso che negano i fondamenti della democrazia costituzionale… La richiesta ufficiale del Pdl che, dicono, formalizzeranno nell’incontro con Napolitano, è di «eliminare un’alterazione della democrazia». Sono parole e comportamenti da valutare come rifiuto dell’ordine costituzionale. Al di là delle conseguenze, non si può cedere ancora all’abitudine di derubricare e sottovalutare quelle che vengono considerate «intemperanze verbali». Sono molto colpito dalla parola «irresponsabile» attribuita al presidente Napolitano, che di solito è molto cauto.
Claudio Martini di Main-stream.it ci ha chiesto di esaminare un testo di Massimo Bontempelli e Marino Badiale dal titolo “28 tesi” che trovate qui. Ci è sembrata una sfida interessante e così abbiamo chiesto ad ArsLonga2 – che aveva già commentato il Manifesto del Fronte Popolare Italiano – di analizzare e commentare questo contributo. Chi ha seguito Bontempelli in questi anni sa che non può più rispondere. Ma – seppure le conclusioni di ArsLonga2 risultino critiche su alcuni punti espressi – vogliamo pensare che, se fosse ancora tra noi – Bontempelli considererebbe questo lungo post per quello che anche è: una manifestazione di rispetto e di affetto pur da posizioni differenti.
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So che ti ho dato un compito piuttosto difficile …..
Difficile e facile contemporaneamente. Il facile sta nel fatto che conoscevo bene i lavori di Bontempelli e quindi questo testo – pur scritto insieme a Marino Badiale come poi tutti gli ultimi – non mi è nuovo nelle sue tesi. Ci sono cose scritte in “Marx e la decrescita”, in “Civiltà Occidentale”.

1."...via via che il sole si spegne sorge nel crepuscolo la stella della sera, che illuminerà la notte. Il suo bagliore è quello di Venere. Su questo minimo bagliore riposa ogni speranza, anche la più ricca viene solo da lui." Walter Benjamin
All’imbrunire in una scena lontana vedo apparire gli artisti del passato lavoro. Riconosco il bagliore. Ritorna la mia voce. Il tempo futuro non è il tempo di chi fugge. E’ il tempo che la tradizione degli oppressi attende che si compia. Gli artisti del passato lavoro partono agli inizi della modernità da un luogo dello spirito ancora sconosciuto. Bisogna andare avanti. L’impresa continua.
2. Il mio rifiuto del lavoro astratto in arte, diventato rifiuto profondo, è un gesto di artista. La scena lontana ora è qui. Vedo l’artista del passato lavoro in ginocchio, inclinato. Vedo in ginocchio anche l’operaio del rifiuto del lavoro. Come Engonasin è inclinato. Il gesto disegna una silhouette che si contorce nelle grazie delle linee orizzontali, che traccia un contorno. E’ La position agenouillée dell’artista greco, dell’eroe del passato lavoro, che oppone l’ultima resistenza. A Stoccolma porto la notizia tremante. Una nascosta e debole forza messianica segue la posizione del rifiuto. Questa si volge improvvisamente all’indietro, rovescia il luogo, imprime l’inversione redentiva. Scivola via nell’ora del passaggio.
L’evento è davanti ai miei occhi. Ciò che vedo è una linea viva. E’ una linea di disegno, redenta. E’ qui, questa. Il punto d’incontro politico è un passaggio fulminante, una porta di accesso tra passato e presente. La classe operaia del rifiuto passa il testimone. E’ il bagliore. Oltre ogni dire.
Il 2 agosto 1980 è la data che viene segnata dalla peggior strage avvenuta in Italia dal secondo dopoguerra. Alla stazione di Bologna morirono 85 persone dilaniate da un ordigno collocato nella sala di seconda classe e furono oltre 200 i feriti. A tutt’oggi è rimasta inascoltata la domanda di verità che i parenti delle vittime e un’intera città chiedono con forza a uno Stato sordo e volutamente reticente. E ogni anno si rinnova questa richiesta, ritorna in piazza una protesta sacrosanta verso le autorità del momento, che tanto parlano ma nulla fanno. Il segreto di Stato rimane la pietra tombale su questa e altre vicende.
Molto è stato detto e scritto su quella maledetta mattina, e non è qui mia intenzione entrare nel merito di questo specifico evento.
Questo mio contributo intende piuttosto delineare un quadro generale e una traiettoria dalla “democrazia” e della politica italiana, condizionata da sempre dall’azione legale e criminale di poteri forti del tutto interni e ai posti di comando nella società italiana e in un contesto internazionale.
Primo atto: stragi fasciste?
La storpiatura della verità sta nella definizione stessa che i partiti istituzionali e sindacati concertativi danno da sempre di questo fatto: strage fascista, frutto di una strategia eversiva.
In realtà fu strage di Stato.

L'ossessione per il debito
Le politiche economiche attuali sono ossessionate dal moloch del debito, e risultano totalmente dominate da tale ossessione. La verità è però che la teoria liberista secondo cui non ci deve essere debito oltre una certa percentuale del PIL, base stessa della concezione monetarista dell'euro, non ha niente di tecnico, è solo ideologia.
Già Marx ci segnala chiaramente che il debito è il modo normale con cui funziona un'economia capitalista. Il debito è addirittura un fattore fondamentale per la nascita di un'economia capitalista: nel suo capitolo sull'accumulazione originaria nel Libro I del Capitale, Marx dice infatti che
“Il debito pubblico (...) imprime il suo marchio all’era capitalistica. L’unica parte della cosiddetta ricchezza nazionale che passi effettivamente in possesso collettivo dei popoli moderni è il loro debito pubblico. Di qui, con piena coerenza, viene la dottrina moderna che un popolo diventa tanto più ricco quanto più a fondo s’indebita (...) Il debito pubblico diventa una delle leve più energiche dell’accumulazione originaria: come con un colpo di bacchetta magica, esso conferisce al denaro, che è improduttivo, la facoltà di procreare, e così lo trasforma in capitale, senza che il denaro abbia bisogno di assoggettarsi alla fatica e al rischio inseparabili dall’investimento industriale e anche da quello usurario”.
“Il 6 febbraio lasciai Monaco, mi trattenni dieci giorni negli archivi dell’Italia settentrionale e arrivai a Roma sotto una pioggia torrenziale. L’haussmanizzazione della città aveva fatto grossi passi avanti”. H. von Petersdoff, citato da W. Benjamin in Passages de Paris.
La pratica imperiale dell’haussmanizzazione nella Parigi post Comune del 1871 consisteva nello sventramento dei quartieri proletari finalizzato ad impedire un qualsiasi ritorno di lotte di barricate. Partendo dal concetto urbanistico e storico-sociale si può trovare un’analogia dal lato monetario. Le due date sono il 1971 e il 1972. Con la prima Nixon suggella lo sganciamento del dollaro dall’oro e l’inaugurazione della “fiat money”, la moneta fiduciaria, con la Federal Reserve impegnata nella dollarizzazione del mondo e nella ultraquarantennale pratica di asset inflation, vale a dire gonfiamento del valori dei titoli di carta, che siano azioni, bond o bolle edilizie. Nessuno ferma questa pratica, né la crisi borsistica del 1987, né il crollo della new economy del 2000, né il grande crack del 2007. Imperterrita, la Riserva Federale continua a dollarizzare il pianeta e a gonfiare corsi azionari, posticipando il momento del redde rationem ma provocando una forte inflazione degli asset, temperata dalla deflazione salariale a cui segue la pratica del ricorso a debito.
Nel 1972, invece, interviene in Europa un’altra haussmanizzazione: la deflazione reale. Ufficialmente per contrastare l’asset inflation statunitense, in realtà avendo una logica di dominio, nonché una logica di sterminio, dell’apparato finanziario tedesco. Tale logica si espleta solo nel 1986 con l’Atto Unico Europeo, timidamente, e con sfacciata durezza nel 1991, all’indomani del crollo dell’Urss, con il Trattato di Maastricht, seguito dai trattati di Amsterdam del 1997 e di Lisbona del 2000. La deflazione reale implica un abbassamento generalizzato dei salari reali ed un impoverimento della classe lavoratrice europea, resa feroce nelle zone periferiche dell’Est prima e del Sud poi. La tesi che il Piano Werner, appunto del 1972, fosse la logica conseguenza della dollarizzazione del mondo del Nixon del 1971 cozza con la realtà dei fatti, tant’è che anche in Europa si assiste all’asset inflation e al gonfiamento dei titoli di carta con eguale immane distruzione di ricchezza al pari di quella statunitense.

Riteniamo doveroso scrivere queste righe perché – pur non essendo iscritti al MoVimento 5 Stelle né identificandoci con esso – pensiamo che alcune delle critiche mosse quotidianamente a tale forza politica, che costituisce l’unica reale opposizione in Parlamento, siano in gran parte infondate. In modo particolare, vogliamo indirizzare questo articolo a chi “da sinistra” è solito attaccare il Movimento 5 Stelle, non rendendosi conto dell’incredibile errore politico commesso. Oltre alle ripetute offensive mediatiche, il MoVimento è stato vittima di attacchi anche da parte di forze e soggetti che, in un modo o nell’altro, si collocano in una prospettiva di opposizione e di critica al sistema politico italiano. Citiamo i numerosi interventi del collettivo Wu Ming e del Partito Comunista dei Lavoratori che anche in campagna elettorale “gufavano” contro l’ascesa dei cinquestelle. Esaminiamo in questa sede due delle principali critiche, tra cui quella di un presunto leaderismo e quella di un eccessivo purismo che avrebbe creato, di fatto, una situazione di stallo e di ingovernabilità.
L’accusa di leaderismo al Movimento 5 Stelle è ormai una cantilena ridondante che sembra non accettare repliche. Di fronte a chi avanza questo genere di accuse non v’è possibilità di controbattere, perché chi le fa, generalmente, non tiene conto di tutta una serie di problematiche tipiche del caso italiano. Sotto gli occhi di tutti è il fatto che il Movimento 5 Stelle sia una forza politica nuova anche a livello organizzativo, nata e cresciuta in un modo del tutto inconsueto.
Ripudiare il debito ed uscire dall'euro: per noi due facce della stessa medaglia, i primi due punti del programma per la riconquista della sovranità nazionale e popolare; per altri, invece, due strade alternative fra loro. Ecco un nodo degno di essere affrontato. Prima di entrare nel merito è bene però fare alcune osservazioni. La prima, è che le forze che hanno maturato la consapevolezza dell'assoluta centralità di queste due questioni (debito e moneta unica) sono ancora troppo deboli. La seconda, è che saranno invece i fatti a mettere questi due temi al centro della scena. La terza è che, come conseguenza di tutto ciò, quando verrà il momento il grosso delle realtà potenzialmente anticapitaliste ed alternative si troverà del tutto impreparato.
Un'impreparazione che, sommata alla profonda spoliticizzazione di massa figlia di un trentennio letargico, non potrà che favorire la gestione oligarchica di questi decisivi passaggi.
Sia chiaro, il blocco dominante non intende rinunciare all'euro. E, data la sua compenetrazione e subalternità al sistema di dominio della finanza euro-atlantica, esso non ha alcuna intenzione di intervenire, ristrutturandolo, sul debito. Il dogma di queste sanguisughe è che il debito va pagato. E, considerato anche che loro sono dalla parte dei creditori, va pagato in euro.
Questa è, ancora oggi, la linea prevalente. Quella che ha imposto il Napolitano bis al Quirinale e Letta il giovane a Palazzo Chigi. E' la linea che prevede nuovi e devastanti sacrifici per la stragrande maggioranza della popolazione italiana.
Secondo il primo degli antropologi inglesi, Thomas Hobbes la vita era “nasty, brutish and short“. Il “brutish” era riferito a quell’incessante muovere guerra di tutti contro tutti che contraddistingueva lo stato di natura. Il recente numero di Science (Science 19 July 2013: Vol. 341 no. 6143 pp. 270-273) invece, ospita un articolo firmato da Douglas Fry e Patrick Söderberg, della finlandese Åbo akademi; ne dà notizie anche le Scienze italiano e in una breve nota, Internazionale n.1010 a pg.87. I due studiosi hanno preso in esame i comportamenti di un panel di 21 diverse tribù di cacciatori raccoglitori tutt’ora nomadi dislocate in tutti i continenti. Analizzando i 148 casi di aggressione letale, vien fuori che nell’85% dei casi si tratta di aggressioni individuali per i più vari motivi, lo scontro organizzato tra gruppi sarebbe una evenienza molto rara e quasi specifica solo di alcune tribù. Lo studio conclude che la pratica della guerra sembrerebbe una acquisizione del comportamento umano molto tarda e non certo insita negli atteggiamenti diciamo così “naturali” dell’uomo. Questo va in senso direttamene contrario ai paradigmi assodati di certa antropologia anglosassone, ripresi e rimarcati dalla psicobiologia à la Pinker e dalla sociobiologia, almeno prima che E. O. Wilson si convertisse al concetto di eusocialità. Apriti cielo! Lo studio è stato bombardato da critiche. Come si fa ad assimilare il comportamento degli attuali cacciatori raccoglitori con quello dei nostri avi ? Indebito trasferimento di proprietà tra situazioni non omologabili ! Errore epistemologico grave ! Ahi! Ahi! Ahi!
Le categorie e i concetti elaborati dal pensiero psicoanalitico vanno maneggiati con estrema cura, alla stregua di materiale esplosivo ad alto potenziale distruttivo. Questa regola appare tanto più sensata, quando quei concetti e quelle categorie vengono usati come griglie concettuali attraverso cui leggere la realtà sociale in generale, e la sfera del Politico in particolare. Facilmente lo psicoanalista si muove in questi ambiti come il metaforico elefante che, sognando di avere acquisito le fattezze di una splendida libellula, decide di danzare in una stanza piena di preziosi cristalli. Il disastro e pressoché inevitabile.
Insomma, sto parlando di Massimo Recalcati, noto psicoanalista «di scuola lacaniana» e uno dei massimi teorici dell’antiberlusconismo militante. Nell’articolo pubblicato ieri da Repubblica, Recalcati ha preso di mira la strategia del PDL tesa ad accreditare «Berlusconi come statista ponderato», una strategia che secondo il nostro si fonda «su quello che in termini strettamente psicoanalitici si chiama “rimozione della realtà”».
«Di cosa si tratta quando in psicoanalisi parliamo di “rimozione della realtà”? Accade esemplarmente nella psicosi. Prendiamo una storia clinica narrata da Freud: una madre colpita dalla tragedia della perdita prematura di una figlia la sostituisce con un pezzo di legno che avvolge in una coperta che tiene amorevolmente in braccio sussurrandogli tutte quelle parole dolci e affettuose che la figlia morta non potrà più sentire. Questa sostituzione implica la negazione delirante di una realtà troppo dolorosa per essere riconosciuta come tale».

In copertina spicca un bianco che si finge nero (è la locandina del film «Il cantante di jazz» del 1927). Ma anche il sottotitolo «Retoriche e pornografia dell’incontro» e il titolo «Contro l’intercultura» non passano inosservati. L’insieme forse spaventa ma incuriosisce. Ho letto il libro di Walter Baroni (pubblicato da Ombre corte: 17 euri per 176 pagine) con uno strano mix di gusto, fastidio e cervello che frulla. In estrema sintesi considero «Contro l’intercultura» un libro duro – moooooooolto duro – ma necessario. Cattivo in qualche punto, complicato in altri e ovviamente si può dissentire su alcune questioni o sull’insieme ma è un testo utile, fondamentale anzi, per bilanciare il buonismo e gli eccessi di semplificazione che dilagano sul groviglio di temi che i fanatici di acronimi potrebbero definire «mirmema» (migrazioni intercultura razzismi meticciato e molto altro). Baroni fra l’altro ci sbatte in faccia che le chiacchiere valgono zero o quasi rispetto ai rapporti di forza. Che in tutti questi temi i due grandi assenti sono la politica e l’economia. E’ un testo decisamente anti-razzista che però farà inferocire molti italiani che si considerano (e forse sono) dalla parte degli immigrati: ed è questa contraddizione che rende il libro fecondo. Sin dalle prime righe dell’introduzione Baroni attacca il «political correctness» e sin qui… Ma l’autore spiazza chi legge con questa dura formulazione: «il dialogo tra le culture fa coppia con l’ossessione securitaria» (il riferimento è all’Europa, non solo all’Italia) «come il poliziotto buono accompagna quello cattivo».

[Ho da poco pubblicato la seconda edizione, ampiamente riveduta e aggiornata, del mio La tribù occidentale, che apparve da Bollati Boringhieri nel 1995. Il nuovo libro, edito da Rosenberg&Sellier nella collana “La critica sociale”, si intitola Un illuminismo autocritico. La tribù occidentale e il caos planetario. Presento qui un ampio estratto dall’introduzione (rg)]
Il presente caos storico è una congerie ormai conclamata di storie frammentarie, al cui interno un Occidente che in quanto concetto geopolitico non si sa più nemmeno dove cominci e dove finisca, gioca un ruolo particolare tra altri. La condizione contemporanea è quella in cui l’universalismo di stampo illuministico cede non nell’urto con una contestazione nel suo stesso ambito (come durante il processo di decolonizzazione negli anni sessanta del Novecento, critica e insieme autocritica del «mondo illuminato»), quanto sotto una dinamica implosiva indotta dall’esterno, originata soprattutto dalla ripresa islamica che, nelle sue pur varie forme, ha i tratti di un universalismo uguale e contrario.
Ma due universalismi sono soltanto due particolarismi. Dall’11 settembre 2001, e da quel che ne è seguito, niente meglio che il cattolicesimo conservatore di Ratzinger illustra questa riduzione dello spirito dell’Occidente spinto a chiudersi su se stesso, a opporre il particolarismo al particolarismo, facendo della religione né più né meno che il rito della «tribù occidentale». D’altronde c’è, si può trovare, una logica nel caos? Se c’è, non può che essere quella del paradosso. A differenza della contraddizione, infatti, il paradosso implica un movimento immobile, un’oscillazione costante e infinita tra i corni di un dilemma che si ripropone ogni volta di nuovo: non c’è soluzione ma un’impasse che si autoalimenta di continuo. Il caos non sembra lasciarsi pensare altrimenti che bloccato dalla sua stessa altissima indeterminazione, dalla stessa sovrabbondanza dei possibili al suo interno.
Il dibattito sulle sorti della sinistra o autodefinendosi tale era finora insabbiato sotto le speculazioni attorno alle quotidiane interviste di Matteo Renzi o le proposte, più facete che serie, avanzate da alcuni esponenti di Sel, di congressi paralleli e convergenti fra grandi e piccole forze di una coalizione, Italia Bene Comune, che dopo avere perso di fatto le elezioni si è trovata, senza ancora avere ben compreso il perché, divisa fra governo e opposizione. Essendo il primo pessimo oltre l’immaginabile, mentre del tutto inadeguata la seconda, se non altro per mancanza di referenti e di insediamento sociali.
D’altro canto, dopo un primo sbandamento, la visibilità dell’opposizione nelle istituzioni spetta indubbiamente al Movimento 5 stelle che giustamente ha imparato presto ad usare tutte le armi di quello che una volta si chiamava il filibustering parlamentare lungamente praticato durante la cosiddetta prima repubblica dalle forze di opposizione di sinistra e di destra.
Siamo cioè di fronte ad un paradosso: il Movimento 5 stelle, dato precipitosamente per morto nelle recentissime elezioni amministrative, riprende fiato proprio in e grazie a quel parlamento che a parole Grillo dichiara di disprezzare tanto. Anche se questo non basta certo a frenare l’astensionismo, che dilaga anche tra i ceti “forti” orfani anch’essi di una qualche rappresentanza politica solida e affidabile, costretti quindi a oscillare di elezione in elezione tra il voto occasionale e il non voto.

Fino a pochi mesi fa, se si chiedeva in giro “a chi giova l’austerità?”, la risposta sarebbe stata scontata: “alla Germania”, ovviamente! La qual cosa non era peraltro priva di fondamento, stanti i livelli dell’economia tedesca in rapporto a quelli del resto d’Europa.
Grazie all’euro ed alle politiche di contenimento della spesa pubblica nell’area Ue, la Germania ha potuto beneficiare per alcuni anni di un reale vantaggio competitivo sui mercati del continente ed anche su quelli emergenti. Da un lato il tasso di cambio reale effettivo nell’area euro ribassato del 15-20% rispetto all’ipotesi del mantenimento della divisa nazionale, dall’altra il deprezzamento della moneta unica rispetto al dollaro ed allo yen, hanno fatto sì che le esportazioni tedesche spiccassero il volo, dentro e fuori i confini dell’Europa, passando dal disavanzo al surplus della bilancia commerciale.
Prima dell’introduzione dell’euro le esportazioni tedesche verso i paesi europei costituivano il 25% del totale, poi, almeno fino al 2012, la percentuale è salita fino al 70% (dato Bundesbank 2011). Sennonché, approfittando proprio dei vantaggi derivanti da un euro debole, negli ultimi tempi la Germania ha puntato molto anche su alcuni mercati emergenti, Cina in primis, abbandonando quote di quello che potremmo definire il mercato “di cortile”.

0. Premessa
A rileggerlo adesso, il Manifesto per un soggetto politico nuovo, a distanza di poco più di un anno, le cose appaiono non dico più semplici ma forse più chiare. Molti avvenimenti sono seguiti, a cominciare dalla scelta di strutturare quel percorso sotto il nome di ALBA. Dopo quella scelta c’è stata la partecipazione indiretta al progetto di Cambiare si può. Esperienza fallita, senza dubbio, ma il cui fallimento ha reso evidenti delle dinamiche che erano al centro della critica del Manifesto al sistema politico e che, ancor di più, sono emerse con forza grazie agli esiti elettorali di febbraio. È proprio da qui che bisogna partire per evocare quella chiarezza rivendicata: il Manifesto poneva direttamente al centro dell’azione politica una critica alle forme moderne della politica. Questa critica non era né ricostruttiva né riparatrice, ma radicalmente innovativa. Per utilizzare una doppia immagine celebre[1], in quel Manifesto si sosteneva una direzione politica nel segno di un’utopia della fuga e non di un’utopia della ricostruzione. La diagnosi sulla crisi della politica era infatti impietosa e si traduceva in una altrettanto radicale prognosi: non è possibile usare le macerie del già esistente per riqualificare i soggetti politici. Resta soltanto da ricominciare da tutt’altra parte, non contando sull’agonia delle esperienze terminali. ALBA nasce proprio da qui: non dall’idea tradizionale di dover conquistare l’egemonia dello spazio politico tradizionale, ma dall’idea che gli stessi rapporti politici devono evadere dal proprio spazio o, ancor più precisamente, si sono già insediati in tutt’altro luogo. Non è una critica ai politici, ciò che emergeva, ma una radicale critica dello spazio politico.
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