Vuoi iscriverti alla newsletter? - Se non ci riesci segui le istruzioni del modulo sotto questo
Impossibile iscriversi?
Quando premi invio appare un avviso?
La soluzione è disattivare le eventuali estensioni di sicurezza tipo uBlock o Adguard, ricaricare la pagina, ricompilare il modulo d'iscrizione e al termine riavviare le estensioni.
Notizie sull'operazione speciale condotta dall'esercito russo in Ucraina
Allora, com’è andata la Guerra d’Iran o Terza guerra del Golfo o il combinato de “Il Ruggito del Leone (ISR)” più “Epic Fury (US)”? 1. Se non la guerra armata, il conflitto regionale continuerà e quindi ogni considerazione che possiamo fare è parziale e provvisoria. 2. La gran parte dei “fatti” crudi non li conosciamo. Quello che abbiamo visto tutti è una parte dei fatti e soprattutto un enorme volume di chiacchiere, occorre però tenere ben distinti questi due piani. L’era dei social e del diluvio delle parole continua a creare una surrealtà...
Recentemente qualche giornale (in prima fila, al solito, “Il Fatto Quotidiano”) si è occupato di una vicenda accaduta a Recanati, dove, nel liceo Leopardi, uno studente è stato “processato” per aver organizzato nella settimana di autogestione, un incontro, on line, con due reporter di guerra in Donbass, Andrea Lucidi e Vincenzo Lorusso. Il suo nome e il suo volto erano stati addirittura resi pubblici da un giornalista ucraino, principale informatore, sembra, dell’on. Pina Picierno, la quale infatti si è subito scatenata contro i...
Come gruppo di discussione formato da docenti impegnati nella critica della scuola azienda, vorremmo prendere parte al dibattito aperto dal film D’istruzione pubblica. Non possiamo certo dire di essere a conoscenza di tutti gli attacchi che il film ha subito, ma, dopo averlo visto, ci sembra che molti di essi presentino un tratto comune. Ci riferiamo all’applicazione al tema in questione di un noto artificio retorico dal seguente schema: il film contesta la scuola azienda, la scuola azienda si dichiara in contrapposizione alla scuola di un...
“Stiamo combattendo guerre. Non è possibile per gli Stati Uniti occuparsi di asili nido, Medicaid e Medicare”, così Donald Trump nella serata del 1 Aprile proclamava la prosecuzione dell’aggressione in maniera sempre più brutale e indiscriminata all’Iran per altre 2-3 settimane, se necessario sino a “riportarlo all’età della pietra”. E così l’assalto imperialista e colonialista alla Repubblica Islamica iraniana continua targettizzando sempre più spesso i civili, con costi enormi per le popolazioni coinvolte. E prosegue nel silenzio pressoché...
“Mucha gente no entiende que el Estado socialista, ningún Estado, ningún sistema puede dar lo que no tiene, y mucho menos va a tener si no se produce”.(“Molta gente non capisce che lo Stato socialista, nessuno Stato, nessun sistema può dare ciò che non ha, e tanto meno lo avrà se non si produce”). Con questo richiamo di Fidel Castro Ruz si apre il Programma Economico e Sociale 2026 presentato dal Primo Ministro Manuel Marrero e già disponibile sulle piattaforme Soberanía e sul sito web della Presidenza di Cuba. Il documento – ha spiegato...
Mi perdonerete se per una volta mi concentro sulla trama. Cioè, nei film d’azione la trama è tutto, no? Uno paga il biglietto e vede Tom Cruise che si butta da un aereo su una torta alla panna, si sistema il papillon e sposa Miss Mondo, giusto? Ecco. La ricostruzione delle eroiche gesta dell’esercito americano che salva il suo pilota abbattuto è un po’ così, e la trama – dritta dritta – è stata accettata senza che nessuno si alzasse a farsi una risata (intendo la grande stampa italiana e i telegiornali). Il famoso pilota, colpito dalla...
Proviamo a raccontare questa storia dall’inizio, seguendo non le dichiarazioni ufficiali ma la geografia. Perché la geografia non mente. Un F-15E americano viene abbattuto sopra l’Iran. I due membri dell’equipaggio si eiettano nella provincia di Kohgiluyeh e Boyer-Ahmad, nel sud-ovest del paese. Fin qui tutto chiaro. Poi succede qualcosa che non torna. I C-130 americani – aerei da trasporto pesante, non da combattimento, non da salvataggio – vengono trovati distrutti su una pista abbandonata alle porte di Isfahan. Nel centro-nord dell’Iran. A...
L’ ultimo articolo di Simplicius qui https://italiaeilmondo.com/2026/04/04/disastro-loperazione-eta-della-pietra-comincia-a-ritorcersi-contro-di-loro_di-simplicius/ snocciola dati che fanno sempre più credere che l’ Iran stia affrontando questa aggressione U$raeliana ben più preparata di quanto fosse mai ipotizzabile prima e che i suoi aggressori, o di certo quantomeno gli U$A, ne siano rimasti sorpresi e privi di una qualche strategia che non sia una pericolosa escalation. E infatti qui...
Non è un mistero che la guerra all’Iran stia provocando disastri al mondo a motivo delle restrizioni energetiche e degli altri prodotti che passano per il vitale Stretto di Hormuz. Né è un mistero che Trump sta usando questa guerra per attuare un punto del suo programma elettorale: distaccarsi dall’Europa e uscire dalla Nato. Una prospettiva già delineata nel suo programma isolazionista, quell’America First che con l’attuale conflitto ha assunto una forma nuova, sotto steroidi. Non più un ritiro dal mondo per concentrarsi sullo sviluppo del...
Le dichiarazioni rilasciate dal presidente americano Donald Trump e dal premier israeliano Benjamin Netanyahu nei giorni scorsi tradiscono l’impasse dell’offensiva israelo-americana contro l’Iran. Nel suo discorso del 1° aprile, Trump ha parlato di una missione praticamente compiuta, ma allo stesso tempo ha annunciato un’intensificazione delle operazioni militari “per le prossime due tre settimane”. Dietro la retorica della vittoria non vi è dunque alcuna data chiara per la fine delle ostilità, ma una prosecuzione – e un inasprimento – del...
Il libro di Agostino Petrillo (Medusa. Figure dell’apocalittismo contemporaneo, MachinaLibro/DeriveApprodi, Bologna, pp. 173, 15 euro) si colloca nell’oscuro e ambiguo territorio in cui avanziamo a tentoni, muovendoci con incertezza nella «dialettica tra presenza ossessiva dello sfondo apocalittico e mancanza di un’azione all’altezza della questione». Le cose crollano, proprio come nel fondamentale romanzo che il candidato al premio Nobel Chinua Achebe pubblicò nel 1958. Ma a fare esperienza del frantumarsi del proprio orizzonte di esperienza...
C’è una domanda che il mondo preferisce non farsi, con la stessa ostinazione con cui si evita di guardare un precipizio da troppo vicino: cosa accade quando la logica della deterrenza nucleare smette di essere una fredda equazione militare e diventa una questione di fede? Quando il dito sul grilletto appartiene a chi si crede strumento di un mandato divino irrevocabile? Non è un esercizio di fantapolitica. È il nodo irrisolto al centro della sicurezza globale — uno che l’architettura di pace costruita dopo il 1945 ha scelto di non affrontare,...
Mentre si consuma una svolta storica — un’offensiva tecnofascista su scala mondiale che instaura un regime di guerra permanente — l’IA diventa il sistema nervoso centrale di questa volontà di potenza. Si integra con tutte le tecnologie belliche: dalle piattaforme esistenti, compresi i sistemi nucleari di comando e controllo (NC3), ai nuovi sistemi autonomi, in particolare i droni. Il risultato è già visibile: il targeting algoritmico seleziona a Gaza gli obiettivi individuali — annientati insieme alle loro famiglie — e pianifica a ritmi di...
Ieri le bombe israeliane hanno ferito gravemente l’ex ministro degli Esteri Kamal Kharazi, incaricato in via riservata da Teheran di negoziare con gli Stati Uniti, compito che Trump aveva conferito al vicepresidente J.D. Vance. A spiegare tale retroscena è stato il New York Times, aggiungendo che, secondo alcune fonti iraniane, si è trattato di “un tentativo di far deragliare la diplomazia”. L’aggressione a Kharazi è avvenuta poco prima del discorso alla nazione di Trump, che ora si comprende perché è stato così inconcludente, tanto da...
Occuparsi dei discorsi di Trump è un lavoro pressoché inutile. Quel che dice, corregge, smentisce, ripete, nega, è un guazzabuglio tale da costringere a pensare che sia tutta fuffa per nascondere le vere intenzioni. Il problema è soprattutto per chi deve prendere decisioni in tempo reale in base alle sue dichiarazioni. Per esempio le borse asiatiche – ieri notte – e il prezzo del petrolio. Alle parole «la guerra durerà ancora due o tre settimane» i titoli azionari hanno preso a salire e il greggio a scendere vicino ai 101 dollari, assaporando...
Già dai tempi delle famose e belle tasse lanciate entusiasticamente da Trump molti analisti avevano notato una costante relazione tra le sue dichiarazioni e l’andamento delle borse, alimentando il sospetto, più che ragionevole, che i componenti della sua stessa famiglia e della sua cerchia più stretta, tra cui stanno anche i donatori per le campagne elettorali, avessero accesso a informazioni privilegiate, del tutto illegali, per investire o disinvestire a seconda delle decisioni prese, accaparrandosi così straordinari guadagni. Del resto, un...
Lo scossone innescato dal rifiuto del governo italiano a concedere l’atterraggio dei bombardieri Usa diretti alla guerra in Iran, sembra essersi già ridimensionato. Lo aveva già stemperato ieri all’ora di pranzo il ministro Crosetto con un post su X, ma con il passare del tempo quanto avvenuto somiglia sempre meno al “gesto di dignità” di Sigonella nel 1985 e sempre più alla conferma dell’incatenamento dell’Italia ai vincoli dei trattati internazionali – bilaterali o multilaterali – che da troppo tempo la coinvolgono e la espongono alle...
C’è qualcosa di sempre più evidente — e sempre meno sostenibile — nel modo in cui Washington gestisce le crisi globali: non siamo più semplicemente di fronte a una distanza tra realtà e rappresentazione, ma a una frattura che ha assunto i tratti di una narrazione schizofrenica, nel senso quasi strutturale del termine. Elementi tra loro incompatibili convivono senza alcun tentativo credibile di ricomposizione, producendo una sequenza di enunciati che richiama il teatro dell’assurdo: dichiarazioni che si contraddicono nel giro di poche ore,...
C’è una frase che spiega la guerra contro l’Iran. Una sola. Donald Trump, il 27 marzo, davanti a una platea di investitori sauditi riuniti a Miami per il Future Investment Initiative – il forum finanziario dell’Arabia Saudita – parla di Mohammed bin Salman [MbS] e dice: “Non pensava che avrebbe finito per leccarmi il culo. Davvero no. E ora deve essere gentile con me”. Fermiamoci qui. Non sulla volgarità quella è stile, non sostanza. Fermiamoci sulla scena: Trump che umilia pubblicamente il principe ereditario saudita davanti ai suoi stessi...
Non c’è alcuna contraddizione nel fatto che in democrazia si ricorra sempre più spesso a legislazioni che limitano la libertà di parola. La democrazia reale consiste in un costoso apparato di pubbliche relazioni, perciò risulta consequenziale che il controllo della narrazione diventi prioritario, tanto che spesso viene confuso col controllo dei dati di fatto. Va anche osservato che durante il medioevo e nella successiva epoca dell’assolutismo c’era un po’ più di attenzione alla logica, quindi si preferiva zittire il dissenso con escamotage...
Riprendiamo la storia lì dove le avevamo lasciata: il Governo Meloni affannosamente impegnato a redigere la legge finanziaria per il 2026 in forma tale da compiacere non uno, non due, ma ben tre padroni. Gli Stati Uniti, che impongono a tutti i Paesi NATO un aumento delle spese militari per finanziare i loro rigurgiti coloniali, l’Unione europea, che pretende una rigida disciplina del bilancio pubblico da parte di tutti gli Stati membri, per forzarne la transizione verso lo stato minimo, e infine la borghesia industriale italiana, che cerca...
L’asse Netanyahu-Trump è concentrato soprattutto sull’Iran. Se l’Iran dovesse cadere, molto probabilmente rivolgerebbero la loro attenzione al sostegno all’Ucraina e all’attacco alla Russia. Ma la strenua resistenza dell’Iran sta distogliendo la loro attenzione principale. In questo momento, la Russia non è la loro priorità: lo è l’Iran. Naturalmente, a Trump non interessa più affatto il “mantenimento della pace”, quindi qualsiasi accordo con la Russia, se ha un senso, è puramente pragmatico. La sua guerra è quella contro l’Iran. Israele ha...
Dimenticare Gaza, il genocidio che continua e che si estende alla Cisgiordania, all’Iraq, allo Yemen e al Libano? Non far caso a quanto restava, in Cisgiordania, della Palestina mutilata e agonizzante, con coloni nazisti sostenuti da un esercito di tagliagole che uccidono, incendiano, distruggono, rubano, fanno deserto? Sorvolare su uno Stato criminale che impazza in Medioriente, si mangia fette di territorio per costruire il suo mostruoso Grande Israele, caccia e abbandona in strada un milione di cittadini di un paese inoffensivo, già...
Dagli Epstein Files emergono i legami tra Peter Thiel, la famiglia Rothschild e l'apparato militare israeliano. Un'impresa criminale globale che dalla finanza è arrivata a fornire gli algoritmi per il massacro di Gaza Nel febbraio del 2016, un periodo in cui i riflettori del mondo iniziavano a illuminare le zone d’ombra di Jeffrey Epstein, quando il finanziere scriveva una email a Peter Thiel. Non chiedeva consigli sulla Silicon Valley, né offriva affari leciti. Voleva sapere se il suo essere finito sulle prime pagine di tutti i giornali per...
Basta poco, oggi, perché una parte della sinistra italiana si senta chiamata alla mobilitazione. L’ultimo caso, in ordine di tempo, è quello del movimento “No Kings”, nato negli Stati Uniti come forma di protesta contro le politiche della presidenza di Donald Trump. Un nome evocativo, che richiama i valori della guerra d’indipendenza del 1776 e l’opposizione a ogni forma di potere percepito come arbitrario. Eppure, nel passaggio dal contesto americano a quello italiano, quel richiamo perde gran parte della sua specificità e viene rapidamente...
Nel giugno dello scorso anno, gli Stati Uniti e Israele hanno bombardato gli impianti di energia nucleare e di ricerca nucleare dell’Iran per dodici giorni. Dopo alcuni giorni, le due potenze belligeranti – che non disponevano dell’autorizzazione delle Nazioni Unite per questa guerra di aggressione – hanno aperto le porte a un cessate il fuoco. In quel momento, credendo che ciò potesse benissimo servire come base per una negoziazione completa, il governo iraniano guidato dalla Guida Suprema Ali Hosseini Khamenei accettò i termini stabiliti:...
Perché è così maledettamente difficile schierarci incondizionatamente a fianco dell’Iran? Perché non riusciamo a solidarizzare con l’Iran “senza se e senza ma?” Perché nelle ultime manifestazioni è difficilissimo trovare una bandiera iraniana o uno slogan di solidarietà contro l’aggressione al paese? Mai come adesso anche i più radicali antagonisti o internazionalisti sollevano rischi di “campismo” o mettono in guardia sui pericoli di semplificazioni, terzomondismi o poca sensibilità alle condizioni delle donne nel paese. Ma magari c’è...
Il corteo “No Kings” è stato un successo di partecipazione oltre ogni più ottimistica aspettativa. Relegare, regalare, questa partecipazione alle mefitiche sorti del “campo largo” sarebbe, prima ancora che falso (un falso molto interessato però), un errore politico. La piazza di sabato è stata, in primo luogo, una piazza internazionale, di gente che lotta da Milwaukee a Gaza, da Roma a Caracas. Otto milioni di persone in tremila manifestazioni per il mondo. Non è stata “la piazza del centrosinistra”, a meno di non voler regalare il Blm e la...
Molte migliaia di manifestanti, molte di più di quanto dichiarato dalla Questura, sono scesi sabato a Roma da Piazza della Repubblica fino a San Giovanni per poi salire sulla tangenziale. Un fatto positivo questa partecipazione alla chiamata dei “No Kings”, che aveva un respiro internazionale essendo partita dagli Stati Uniti. A Roma questa nuova mobilitazione di massa ha visto partecipare centinaia di associazioni, reti sociali, organizzazioni politiche, movimenti, centri sociali e la Cgil, con esponenti politici e sindacali dell’opposizione...
Le guerre sono un processo evolutivo. Non solo perché, quasi sempre, è nel corso di un conflitto che la ricerca di soluzioni tecnologiche subisce una accelerazione, e questo soluzioni poi si riverberano nella normale vita civile, ma proprio in sé: la guerra, come fenomenologia, si evolve, sia nel corso della storia – com’è ovvio – sia nel corso di una specifica guerra. Un esempio perfetto è il conflitto in Ucraina, iniziato in determinato modo – con caratteristiche operative e tattiche di un certo tipo – e poi successivamente evolutosi, con...
Gli Stati Uniti stanno attraversando una profonda crisi legata alla debolezza del dollaro e alla difficoltà di collocare il gigantesco debito federale di quasi 40mila miliardi. Per evitare la fuga dal dollaro e trovare compratori del debito devono obbligare le petromonarchie ad accettare le pressioni in tal senso. Nel 2025, i paesi del Golfo hanno ridotto le proprie riserve in dollari e in debito Usa, comprando oro, che per la prima volta ha superato nei fondi sovrani e nelle banche centrali di tali paesi la valuta Usa. Una situazione...
Un gatekeeper (letteralmente guardiano del cancello) è chi incanala le energie di protesta o rivolta di una collettività indirizzandola verso obiettivi innocui o fittizi. Questa definizione mi è venuta in mente guardando alla manifestazione “No Kings” in Italia (ma non solo). Dico subito che è importantissimo che molte persone abbiano preso l’iniziativa di farsi sentire e di scendere in piazza per esprimere un dissenso, un disagio, una protesta. So per certo che molti hanno partecipato mossi da una sacrosanta indignazione contro il genocidio...
Per un cumulo di ragioni, ampiamente discusse e condivise da svariati analisti, molti dei quali statunitensi, le possibilità che il conflitto si concluda con una vittoria israelo-americana sono a dir poco assai remote. L’ipotesi più probabile, quindi, è che prima o poi gli Stati Uniti decidano di sganciarsi anche da questo conflitto, ricercando una soluzione che in qualche modo offra un appiglio alla narrazione della vittoria, anche se in realtà non sarà affatto così. La posizione assunta dagli USA sulla scena internazionale è ormai del tutto...
Ieri mi sono reso conto davvero di essere nato in un altro mondo. Dove dietro discorsi in superficie divergenti, c’era una Grande Narrazione, data per scontata: c’è un Noi, che è l’umanità (come nella frase ridicola, ma sentita tante volte, “noi siamo andati sulla Luna”). L’umanità stava progredendo, grazie alla ricerca e all’inventiva, e ogni volta che sorgeva un problema, si sarebbe trovata la soluzione. La guerra era finita con il suicidio di Hitler: non solo quella guerra, proprio la Guerra. Certo, siccome rimanevano un po’ di cattivi...
Nell’ascoltare i deliri bipolari di Trump a proposito dell’andamento della guerra all’Iran viene in mente la retorica adottata dal regime fascista anche quando ormai partigiani e truppe “alleate” stavano per entrare a Milano. “Vittorie clamorose”, “perdite catastrofiche” inferte al nemico, “eroismo incomparabile”, dei fascisti in fuga, ecc. Guardare le prime pagine del Corsera d’allora, sembra quello di oggi… Scherzi a parte, le cose sembrano andare un po’ differentemente, sia in casa Usa che addirittura in Israele. Il New York Times – non un...
Fontana rilancia la secessione, Sechi insulta il Sud che ha salvato la Costituzione. Mentre milioni di poveri perdono il sussidio, la stampa di regime incassa milioni dallo Stato. Tre giorni dopo la storica vittoria del No al referendum costituzionale del 22-23 marzo 2026, che ha respinto lo smembramento e indebolimento della magistratura, il governatore della Lombardia Attilio Fontana ha risposto al voto democratico con quella che non può essere definita altrimenti che una dichiarazione di guerra all’unità nazionale. E il direttore di...
Questo sito è autofinanziato.
L'aumento dei costi ci costringe a chiedere un piccolo aiuto ai lettori. CHI NON HA O NON VUOLE USARE UNA CARTA DI CREDITO può comunque cliccare su "donate" e nella pagina successiva è presente (in alto) l'IBAN per un bonifico diretto________________________________
Details
Hits: 4969
Tra Schumpeter e Keynes: l'ortodossia di Paul Mattick
Riccardo Bellofiore
[E' uscito in libreria, per le edizioni Jaca Book, il terzo volume di L’Altronovecento. Comunismo eretico e pensiero critico. Il capitalismo americano e i suoi critici.Per gentile concessione dell’editore, pubblico su questa pagina il mio saggio su Paul Sweezy e Paul Mattick. Quella che segue è la seconda parte, dedicata a Mattick. La prima su Sweezy la trovate qui]
La caduta del saggio di profitto in Paul Mattick
Una figura che potrebbe apparire del tutto opposta è quella di Paul Mattick. Nato nel 1904, giovanissimo operaio diviene spartachista, e partecipa alla fallita rivoluzione tedesca. Nei primi anni Venti, comunista «consiliare» e parte dell’opposizione di sinistra al bolscevismo leninista, abbandona il Partito comunista di Germania per entrare nel Partito comunista operaio di Germania. Emigra nel 1926 negli Stati Uniti, dove contribuì a redigere il Programma degli Industrial Workers of the World a Chicago nel 1933.
Mattick è stato «uno dei tre» del comunismo dei consigli, insieme a Karl Korsch e Anton Pannekoek. Denunciando i limiti e l’involuzione del partito leninista, Mattick ha invece sostenuto l’importanza della nuova forma organizzativa emersa spontaneamente durante la rivoluzione russa del 1905: i consigli operai. Tornati sulla scena con maggior forza nel febbraio 1917, determinarono la natura del processo rivoluzionario, ispirando la formazione di analoghe organizzazioni spontanee nella rivoluzione tedesca del 1918, e poi un pò dappertutto fino ai giorni nostri. Secondo Mattick, con il sistema consiliare nasceva una forma organizzativa capace di coordinare in piena indipendenza le autonome attività di masse molto vaste. Oltre ai saggi di critica dell’economia, ha pubblicato dal 1934 una rivista vicina al movimento dei consigli, l’ «International Council Correspondence», divenuta «Living Marxism» nel 1938, per cambiare ancora nome nel 1942 col titolo di «New Essays». Nel 1936 scrisse per la «Zeitschrift für Sozialforschung» di Horkheimer un saggio sul movimento dei disoccupati dopo il 1929: aveva partecipato alle organizzazioni spontanee per l’occupazione di case, per l’uso proletario del gas e dell’elettricità, per le grandi manifestazioni che la polizia non riusciva più a contenere.
Non seguiremo oltre il percorso della sua vita nel paese di emigrazione, o la sua attività pubblicistica e di ricerca (su di lui sono in uscita due importanti biografie intellettuali di Gary Roth, in inglese, e di Antonio Pagliarone, in italiano) per concentrarci su quello che è forse il cuore della sua riflessione. Ci riferiamo principalmente alle tesi contenute nel suo libro più noto Marx e Keynes (pubblicato nel 1969), che bene sintetizzano la sua riflessione sulla critica dell’economia politica. Politicamente «eretico», Mattick segue le orme di una rilettura «ortodossa» di Marx, filtrata dalle tesi sull’accumulazione e sul crollo di Henryk Grossmann. Abbiamo qui come il negativo del pensiero di Sweezy, che «risponde» alla sfida keynesiana pienamente valorizzandone gli aspetti «rivoluzionari» interni alla teoria economica borghese. Mattick inviò un articolo alla «Monthly Review» intitolato Dynamics of the Mixed Economy (la corrispondenza che cito di seguito è conservata nei Paul Mattick Papers presso l’International Institute for Social History di Amsterdam, e mi è stata messa a disposizione da Gary Roth).
Sweezy scrive a Mattick il 15 novembre del 1963 dopo aver letto il testo con molto interesse, trovandolo stimolante nonostante i dissensi su alcuni argomenti e formulazioni: è troppo lungo e, al tempo stesso, troppo contratto. Una seconda lettera di Sweezy è del 30 novembre, dopo aver ricevuto i commenti su quel testo che aveva chiesto ad un economista marxista «professionale». Le riserve e le critiche si sono rinforzate: «non penso che il vostro argomento fondamentale sulla impossibilità di stimolare continuamente l’economia privata attraverso l’espansione del settore pubblico stia in piedi». Sarebbe certo una tesi di grande rilievo, se fosse possibile provarla. Ma Sweezy ne dubita, anche se non intende rispondere a quella questione in modo opposto alle conclusioni di Mattick: dichiara anzi di dispiacersi che il ragionamento di Mattick non regga. Un contatto successivo tra i due segue alla recensione di Mattick del Capitale monopolistico. Il 30 ottobre 1966 Sweezy scrive a Mattick, stupito che quest’ultimo possa davvero sostenere che dal 1939 in poi il sistema si sia contratto e la profittabilità si sia ridotta in conseguenza della spesa dello Stato: il pil è invece aumentato di 7 volte e mezza, e i profitti al netto delle tasse di ben 9 volte. Ciò è compatibile con le teorie sue e di Baran, non certo con quelle di Mattick. Le contraddizioni del sistema capitalistico, scrive, non sono scomparse: ma hanno preso nuova forma, più violenta e distruttiva.
Vediamo cosa scrive Mattick. Bisogna – sostiene – ritornare alle tesi economiche di Marx saltando la quasi totalità dei suoi interpreti nel movimento operaio della Seconda e della Terza Internazionale. Per questo si vuole «marxiano» e non «marxista»: una distinzione che verrà valorizzata da Maximilien Rubel. Le tesi di Mattick sono a prima vista inseparabili dalla tendenza ad un crollo ineluttabile in conseguenza della caduta tendenziale del saggio di profitto dovuta all’aumento della composizione organica del capitale. Quando si passa dalla politica all’economia il «luxemburghiano» Mattick scarta senza molti complimenti la teoria della crisi da realizzazione dell’autrice dell’Accumulazione del capitale. L’insufficienza della domanda effettiva esprime una sovraproduzione di merci per cui la crisi deriverebbe dalla circolazione, e in fondo dall’insufficienza dei consumi, e non invece dalla dinamica della produzione e dalla insufficienza del plusvalore estratto dai portatori viventi della forza-lavoro, come nel Capitale.
Tesi del genere vanno innanzi tutto bene interpretate nella loro portata. Per Mattick, Marx non si attendeva affatto un crollo automatico, meramente economico, del capitalismo. La crisi finale del capitalismo si può produrre solo grazie ad azioni rivoluzionarie. Ogni crisi reale va spiegata a partire dalle condizioni concrete. Il modello di capitalismo su cui ragiona Marx è un modello «astratto» da cui, per il suo stesso autore, non è possibile derivare «previsioni» o conferme empiriche. Ciò che in teoria è l’esito ultimo di una ininterrotta accumulazione del capitale si deve presentare nella realtà come un ciclo ricorrente; ogni ciclo è, per così dire, una replica sintetica della tendenza di lungo periodo della espansione capitalistica. È soltanto quando la crisi capitalistica scoppia che la teoria marxiana viene convalidata, poiché è solo in questo caso che l’astratta analisi di valore della produzione capitalistica trova la sua verifica osservabile: quando il capitalismo è nella fase di espansione la caduta del saggio del profitto viene compensata da un aumento della massa dei profitti in rapporto a una massa di capitali più cospicua.
Mentre Keynes attribuiva i problemi dell’accumulazione ad un insufficiente incentivo ad investire, Marx le riconduceva al carattere fondamentale della produzione in quanto produzione di capitale. L’aumento della composizione organica è per Mattick incontestabile. Qualunque sia la massa della forza-lavoro nel capitalismo, la massa del capitale costante aumenta in modo sempre più rapido e la parte di forza-lavoro che produce plusvalore si riduce relativamente sempre di più. In termini logici ciò significa che una accumulazione sempre più rapida del capitale trasformerà prima o poi in diminuzione assoluta la diminuzione relativa del saggio di profitto. È solo quando ciò si verifica che la realtà corrisponde al modello di espansione del capitale descritto da Marx.
La crisi capitalistica è sovraproduzione di capitale esclusivamente con riferimento a un determinato grado di sfruttamento. Mattick sa benissimo che sino a che è possibile innalzare adeguatamente il saggio del plusvalore la caduta tendenziale del saggio del profitto resta allo stato latente. Inoltre, il capitalismo non è un sistema chiuso, e dunque l’aumento della composizione organica può essere rallentato mediante l’espansione all’estero e mediante l’importazionedi profitti dall’estero. Sottolinea pure che i ricorrenti salti tecnologici sono tali che, anche se la composizione organica del capitale può rimanere la stessa in termini materiali, essa può diminuire in termini di valore: un «aggiustamento» che aumenta la profittabilità dei capitali. La stessa crisi capitalistica, scrive, è una «causa antagonistica», così come lo è ogni fenomeno concreto che aumenta il plusvalore dei capitali investiti o ne riduce il valore in rapporto al plusvalore disponibile. Di più, l’incremento della produttività fa crescere i valori d’uso (mezzi di produzione e beni salario) chepermettono la messa in moto di più lavoratori nella produzione. La crescente composizione organica del capitale non ridurrà l’effettivo saggio del profitto finché il capitale si accumula più rapidamente di quanto non diminuisca lo stesso saggio del profitto.
Mattick critica duramente la teoria della crisi da sproporzioni alla Tugan Baranowski, al fondo delle riflessioni di Hilferding prima e di Lenin e di Bukharin poi, secondo cui la crisi rimanderebbe all’anarchia del mercato. Di qui proviene la tesi successiva di Hilferding secondo cui, essendo il capitalismo sempre più «organizzato», le crisi andrebbero smorzandosi nella loro severità. Socialdemocratici e bolscevichi condivono l’idea che il processo di produzione è sempre più socializzato, e che il passaggio al socialismo è nient’altro che la presa di possesso dello Stato – graduale (entrando nella stanza dei bottoni) o rivoluzionaria («rompendone» la forma borghese). La politica verrebbe così «socializzata», come lo è ormai l’economia.
Il difetto di fondo a queste correnti, come della teoria della crisi da realizzazione, è per Mattick comune, e sta nel loro riferimento agli schemi di riproduzione. Quegli schemi non possono essere letti come l’equivalente dell’equilibrio economico generale della teoria borghese. Quando il capitalismo diviene dominante, la «domanda sociale» è sempre più domanda che il capitale fa a se stesso. È la produzione di capitale, in quanto capitale, che determina le dimensioni e la natura della domanda di mercato: finché esiste una sufficiente domanda di beni capitali, non vi è ragione perché le merci che entrano nel mercato non vengano vendute. Quando scoppia la crisi la realtà si presenta capovolta, il problema della produzione di capitale lo si può sempre leggere come problema di realizzazione Sembra che il plusvalore non si possa realizzare per una sovrapproduzione di merci. Ma ad essere scarso è il valore d’uso dei lavoratori (la loro capacità di lavoro, e dunque il lavoro vivo da essi prestato) che va ai capitalisti in cambio del valore di scambio della merce forza-lavoro (salari).
La causa della crisi è la diminuzione del grado di sfruttamento del lavoro in rapporto alle esigenze di profitto di una progressiva accumulazione di capitale. Il discorso sulla crisi di Marx ha come asse un’altra «sproporzione», quella del pluslavoro nella forma del plusvalore rispetto alle esigenze dell’accumulazione. Quando le forze che agiscono da controtendenza alla caduta del saggio di valorizzazione del capitale si esauriscono, la crisi dovrà scoppiare per insufficienza dello «sfruttamento».
Marx dopo Keynes
In fondo, ciò che fa la teoria di Keynes è di trasferire la sovraproduzione di merci (l’eccesso di offerta sul mercato dei beni) in una sovraproduzione di forza-lavoro (un eccesso di offerta sul mercato del lavoro). Lo sviluppo accelerato del «centro» capitalistico dopo la Seconda guerra mondiale non ha a che vedere che marginalmente con le politiche keynesiane. Ciò che ha giocato è stata innanzi tutto la «svalorizzazione» del capitale: che è venuta per un verso, come sempre, dalla stessa «grande» crisi nel suo decorso; e per l’altro verso dalla guerra planetaria, con la sua distruzione di mezzi di produzione e infrastrutture. La possibilità di rinnovare le attrezzature tecniche impiegando tecnologie e organizzazione più avanzati ha consentito di accoppiare l’aumento del capitale in Giappone e Europa occidentale con una spinta verso l’alto del saggio di plusvalore, mentre i salari rimanevano relativamente bassi, tenendo così in scacco (temporaneamente ma significativamente) il declino della profittabilità. Lo sviluppo europeo forniva alle imprese statunitensi la valvola di sfogo della «multinazionalizzazione» per reagire ai primi cenni di abbassamento della redditività del capitale. Epperò ogni teoria che neghi i limiti «oggettivi» dell’accumulazione capitalistica è, per Mattick, inaccettabile.
L’era del capitalismo misto keynesiano non può che avere i giorni contati. La soluzione dei problemi economici che assillano il mondo capitalistico – scrive – può avere solo valore temporaneo e le condizioni in cui tale soluzione è stata efficace stanno venendo meno. Mattick è il primo a sottolineare che il Capitale è stato scritto cento anni prima, e che Marx ha sottovalutato la capacità di adattamento del capitalismo attraverso una sopravvalutazione delle sue difficoltà. Marx non ha contemplato la possibilità di una «seconda vita» del capitalismo grazie all’intervento dello Stato, né poteva prevedere l’entità della distruzione di capitale tra le due guerre. Ciò non toglie che il keynesismo vada denunciato come una pseudo-soluzione capacedi rimandare ma non impedire l’andamento contraddittorio dell’accumulazione di capitale predetto da Marx. A meno dell’esistenza di governi disposti a distruggere il dominio sociale del capitale privato e di assumere il controllo dell’intera economia, il mondo di Keynes è destinato a crollare esso stesso.
Un punto del discorso di Mattick va sottolineato. La domanda proveniente dallo Stato sollecita una occupazione e una produzione di beni che, certo, consentono l’attivazione di forza-lavoro. Ma questa produzione, che viene finanziata da un plusvalore dato, non sgorga da lavoro «produttivo»: la spesa pubblica è spesa di reddito, non di capitale. L’area del lavoro produttivo di (plus)valore sta restringendosi, mentre l’area del lavoro improduttivo si sta ampliando: il che deve prima o poi creare tensioni, che si esprimono in una inflazione prima strisciante e poi aperta.
È opportuno presentare una lunga citazione per chiarire il pensiero di Mattick:
"La redditività del capitale esistente e relativamente ristagnante si può mantenere mediante un incremento accelerato di produttività del lavoro, vale a dire, mediante innovazioni che espellono lavoro e risparmiano capitale. Quanto più aumenta la produzione indotta dallo stato tanto più diventa urgente il bisogno di aumentare la produttività per mantenere la redditività del capitale. Il continuo aumento di produzione e di produttività genera però il bisogno di altri grandi aumenti di produttività mentre la base della produzione privata di capitale diventa sempre più ristretta. Anche se le innovazioni che risparmiano capitale contengono il crescente divario tra il capitale investito in mezzi di produzione e quello investito in forza-lavoro, e in questo modo frenano la caduta del saggio di profitto, la considerevole espulsione di lavoro attraverso le innovazioni che risparmiano lavoro impone questa caduta tendenziale. Il capitalismo però non può fare a meno di questa continua espulsione di lavoro che costituisce l’unico mezzo efficace per far fronte alla pressione intensificata esercitata sul saggio del profitto dalla crescente massa di produzione non redditizia. L’aumento di produttività ottenuto conl’espulsione di lavoro pur essendo una via d’uscita per il capitalismo, porta in un vicolo cieco." (pp. 248-49)
La piena utilizzazione delle risorse produttive è stata ottenuta attraverso una produzione non rivolta al profitto. Scrive Mattick: il prodotto ultimo della produzione di capitale è un capitale più grande, il prodotto ultimo della produzione indotta dallo stato è solo una produzione più grande. Dal punto di vista della iniziativa privata, qualsiasi produzione che lo stato comanda – lavori pubblici, spesa sociale, armamenti – rientra nella sfera del consumo. La produzione stimolata dallo stato riduce la massa complessiva dei profitti privati in rapporto alla massa complessiva del capitale esistente.
Il keynesismo è la testimonianza che la crisi della produzione privata di capitale che ha caratterizzato il secolo ventesimo non è stata ancora risolta. L’unica differenza è che le condizioni di depressione deflazionistica sono state sostituite da condizioni di depressione inflazionistica.
Si capisce perché Mattick ne possa concludere che il sistema capitalistico in tutte le sue fasi può essere considerato in stato di crisi permanente. Intanto è evidente che quando l’intervento «anti-congiunturale» dello Stato si accentua, la pressione sul lavoro salariato direttamente produttivo non può che accrescersi. Dal riproporsi della tendenza al «crollo» preconizzata da Marx non si può derivare alcuna tendenza automatica ad una politica rivoluzionaria. Per troppo tempo, secondo Mattick, è stata sospesa la tendenza all’impoverimento assoluto. Ma proprio il riattualizzarsi della tendenza alla crisi non può che riaprire la possibilità di una prassi antagonistica, senza che di essa vi sia mai certezza. Nel capitalismo si conferma l’alternativa luxemburghiana «socialismo o barbarie».
Crisi permanente
Il ragionameno di Mattick è di estremo rigore. Pure, non convince in alcuni punti essenziali. Innanzi tutto per quel che riguarda la validità della teoria della caduta del saggio del profitto nella sua formulazione classica, in forza di un aumento della composizione organica del capitale. In realtà, ad essere rilevante è la composizione in valore del capitale, cioè l’espressione in valore degli elementi del capitale costante rispetto all’espressione in valore degli elementi del capitale variabile (come indice del lavoro vivo che la forza lavoro acquistata dal salario potrà mettere in moto). La dinamica nel tempo della composizione organica rappresenta la composizione in valore nella misura in cui il suo andamento segue quello della composizione tecnica del capitale (il rapporto «fisico» mezzi di produzione/lavoratori). È evidente che – assumendo, con Marx, la meccanizzazione/automazione come forma prevalente del progresso tecnico – la composizione organica dovrà per forza di cose aumentare. È come valutare mezzi di produzione e beni salario ai prezzi precedenti le innovazioni capitalistiche, senza tenere conto di quella «svalorizzazione» delle merci e della stessa forza-lavoro che è esito della «lotta di concorrenza» tra i molti capitali. Per il saggio del profitto è però significativa la composizione in valore del capitale, quella che tiene conto degli effetti delle innovazioni sul sistema dei prezzi.
Tenendo conto di ciò, è perfettamente concepibile che l’aumento del saggio del plusvalore (con i suoi effetti positivi sul saggio del profitto) sopravanzi sistematicamente l’aumento della composizione in valore (con i suoi effetti negativi sul medesimo). Anche nel caso estremo di una forza-lavoro che vive d’aria e lavora ventiquattro ore, il saggio del profitto – che raggiunge a questo punto il suo livello massimo, pari all’inverso del rapporto capitale costante/espressione monetariadel tempo di lavoro vivo – non ha alcuna tendenza necessaria a decrescere nel tempo. Non è infatti possibile escludere che il denominatore diminuisca per la «svalorizzazione» del capitale costante. Non si capisce come Mattick, pur avendo squadernato tutti gli elementi per una conclusione del genere, possa non trarla.
Un secondo punto riguarda l’erroneità della conclusione di Mattick che le crisi da sproporzione o da domanda effettiva siano sempre espressione di contraddizioni sul piano «superficiale» della circolazione. Le cose stanno altrimenti. Nel Capitale, Marx afferma la tendenza ad una caduta relativa del valore della forza lavoro. Si tratta dell’altra faccia della tendenza sistematica all’estrazione di plusvalore relativo. Il punto è stato riaffermato da Rosa Luxemburg. Le innovazioni capitalistiche aumentano la forza produttiva del lavoro. Si riduce il lavoro contenuto nel valore della forza lavoro, anche con un salario reale crescente. Cresce perciò la quota del neovalore prodotto che va ai capitalisti, o comunque alle classi dominanti: il pluslavoro nella forma del plusvalore. Sono gli stessi investimenti innovativi a determinare, insieme la riduzione relativa della quota del salario e a modificare i rapporti di scambio tra i settori. È insomma la dinamica stessa della produzione di capitale a dare luogo a quelle sproporzioni che possono facilmente diventare sovrapproduzione generale di merci, crisi da realizzazione. Quando l’eccesso di offerta si verifica in settori significativi, le imprese in perdita cesseranno di investire e licenzieranno. Cadrà la domanda che si rivolge alle altre industrie, e l’eccesso di offerta contagerà un settore dopo l’altro, sino a diventare ingorgo generale sul mercato delle merci.
Un terzo punto riguarda Keynes. Mattick trascura che l’aumento della spesa pubblica dà luogo, in conseguenza degli acquisti diretti, e poi del loro effetto moltiplicativo, ad un aumento del tempo di lavoro produttivo (di plusvalore) effettivamente comandato dal capitale, che è produzione di capitale che altrimenti non si darebbe. Quell’aumento della domanda e della produzione darà luogo, di rimbalzo, ad un effetto di accelerazione dell’investimento capitalistico, ad ulteriore produzione di capitale: la ragione è che l’aumento della utilizzazione della capacità produttiva, se prolungato nel tempo, può indurre le imprese a dotarsi di nuova capacità produttiva.
Male si farebbe però a non vedere l’importanza essenziale della riflessione di Mattick, scartandone troppo velocemente le conclusioni. Mattick vede bene un punto chiave. La teoria della crisi di Marx non è separabile dalla tendenza della caduta tendenziale del saggio delprofitto: anche se questo legame si dà in modo più articolato di quanto Mattick stesso non intenda. In realtà, a me pare, la caduta tendenziale del saggio di profitto va letta come una meta-teoria delle crisi, che si prolunga in una lettura diacronica delle «grandi crisi» capitalistiche. La caduta tendenziale del saggio di profitto nella sua forma classica è all’origine della Lunga Depressione di fine Ottocento. Fu proprio la controtendenza all’aumento della composizione del capitale e alla caduta tendenziale del saggio di profitto – controtendenza che si sostanziò in un «progresso» tecnico e organizzativo che svalorizzò capitale costante e variabile, e spinse verso l’alto il saggio di plusvalore – a determinare le condizioni che portarono al Grande Crollo degli anni Trenta per una insufficienza sistematica di domanda effettiva. Ad una grande crisi per insufficienza di profittabilità seguì dunque una grande crisi per eccesso diprofittabilità.
Qui interviene un altro punto su cui Mattick è del tutto convincente. La risposta keynesiana al Grande Crollo degli anni Trenta determinò il pieno impiego grazie, non soltanto alla banca centrale come prestatrice di ultima istanza, ma anche e soprattutto ad un intervento statale di sostegno di una domanda «generica» di merci (e alla spesa militare). Ciò si incarnò, in modo significativo, in spese «improduttive» – un punto cruciale anche per l’elaborazione di Sweezy e del gruppo della «Monthly Review». Si accentuò in questo modo la dipendenza dello sviluppo capitalistico da una estrazione di plusvalore, secondo un saggio di sfruttamento crescente, nell’area che produce (plus)valore. Di nuovo, dunque, una grande crisi per insufficiente profittabilità: la Grande Stagflazione. Ciò che la determinò fu questa volta non un aumento della composizione in valore del capitale, ma l’antagonismo sulla estrazione di lavoro vivo. La crisi si dava direttamente nel processo immediato di valorizzazione, metteva in questione lo stesso rapporto di capitale.
Di questa vera e propria Crisi sociale i due grandi antagonisti di cui trattiamo in queste pagine, Sweezy e Mattick, non vedono appieno i termini, intrappolati l’uno nel discorso sulla crisi da realizzazione, l’altro nel discorso sulla caduta del saggio del profitto: entrambi discorsi troppo «semplici». Ma l’uno e l’altro vanno integrati in un discorso più ampio sulla crisi capitalistica.
Conclusioni
È soltanto su questo sfondo che si può intendere quello che viene dopo, la nuova grande crisi che stiamo vivendo: a partire da Sweezy e Mattick, ma andando oltre Sweezy e Mattick. La risposta del capitale alla crisi degli anni Settanta si è mossa su due gambe. Da un lato, la frantumazione del lavoro, cioè la precarizzazione nel mercato e nel processo di lavoro, la concorrenza aggressiva dei global player che determina sovra-capacità, la centralizzazione senza concentrazione, il trasformarsi della struttura produttiva verso un capitalismo di imprese modulari articolate in rete. È un mondo di catene transnazionali della produzione, di delocalizzazioni e in-house-outsourcing, di lavoro migrante e sempre più «femminile». Dall’altro lato, abbiamo la finanziarizzazione. Favorita dalla globalizzazione dei capitali e dai cambi flessibili, e dalla conseguente incertezza, il rinnovato primato della finanza ha preso la forma di un money manager capitalism, di un «capitalismo dei fondi», che ha fatto esplodere il debito privato, e in particolare il debito al consumo, grazie ad una inflazione dei prezzi delle attività finanziarie che è fuori dall’orizzonte dei due pensatori qui considerati (ne ha scritto in importanti lavori Jan Toporowski). Questa nuova finanziarizzazione altro non è che una autentica «sussunzione reale del lavoro alla finanza» (ai mercati finanziari e alle banche). Essa non solo ha incluso le «famiglie» in modo subalterno. Essa ha anche, da un lato, accelerato la decostruzione del lavoro per mille vie, incidendo potentemente sui processi capitalistici di lavoro, dall’altro stimolato una domanda effettiva manovrata politicamente. Una sorta di paradossale «keynesismo privatizzato» di natura finanziaria.
Il capitale fittizio ha avuto conseguenze tutto meno che fittizie. Ha approfondito lo sfruttamento nei luoghi di lavoro, con una simbiosi di estrazione di plusvalore relativo e assoluto; e ha creato le condizioni della sua realizzazione sul mercato. Un mondo che non è compreso dallo stagnazionismo sottoconsumistico, o dalla caduta del saggio del profitto nei suoi termini tradizionali. La crisi possibile è stata a lungo posposta grazie a politiche monetarie di grande attivismo (la banca centrale come prestatrice «di primaistanza»), che hanno innescato a ripetizione bolle speculative nei mercati finanziari o sugli immobili. La crescita del valore delle «attività» ha spinto verso l’alto la domanda interna nell’area del capitalismo anglosassone grazie al consumo indebitato, consentendo ad altre aree di praticare politiche «neo-mercantiliste», cioè di crescere grazie al traino delle esportazioni nette. Il mondo del lavoro è stato ovunque consegnato all’insicurezza, su di lui si sono scaricati rischi e margini di aggiustamento. Un meccanismo dall’instabilità repressa, ed un capitalismo insostenibile, in cui è riemersa in forme nuove e violente la tendenza alla crisi sistemica del capitale.
A ben vedere, prima inclusi dal neoliberismo e poi messi a rischio dalla sua crisi, sono stati, e sono, non soltanto il consumo e il risparmio. Sono stati anche, e sono, in un elenco tutto meno che esaustivo, abitazioni, istruzione, pensioni, sanità, lavoro di cura. Prosegue intanto l’abbattimento del salario e la dilatazione del tempo di lavoro, l’aggressione al corpo e alla vita dei lavoratori e delle lavoratrici, sino alla spoliazione della stessa natura. In una parola, in gioco sono ormai le condizioni di esistenza e riproduzione degli esseri umani nella loro integralità. Per questo la nuova crisi sistemica ci squaderna davanti l’esigenza, ma anche il compito, di una «socializzazione» della banca e della finanza, dell’investimento, dell’occupazione, per provvedere diversamente ai bisogni sociali. Una socializzazione che non può essere scissa da una rimessa in questione del modo della produzione, delle condizioni del lavoro come attività, del «cosa, come e quanto» produrre, in un orizzonte che non può che andare oltre l’orizzonte capitalistico, e contestare l’illusione di un «ritorno a Keynes».
In questo senso, mi pare, il richiamo di Mattick all’alternativa luxemburghiana «socialismo o barbarie» rimane più attuale che mai.
Bibliografia
Paul M.Sweezy
La teoria dello sviluppo capitalistico (1942), Einaudi, Torino 1951.
La teoria dello sviluppo capitalistico (1942), edizione ridotta, Boringhieri, Torino 1970.
Il presente come storia (1953), Einaudi, Torino 1962.
(con L. Huberman) Cuba: anatomia di una rivoluzione (1960), Einaudi, Torino 1961.
Il capitale monopolistico. Saggio sulla struttura economica e sociale americana (1966), Einaudi, Torino 1968.
(con L. Huberman) Socialismo a Cuba (1969), Dedalo, Bari 1971.
(con C. Bettelheim) Il socialismo irrealizzato, Editori Riuniti, Roma 1992.
Capitalismo moderno (1972), Liguori, Napoli 1976.
(con altri) La transizione dal feudalesimo al capitalismo (1954), Savelli, Roma 1973.
(con H. Magdoff) La dinamica del capitalismo americano (1970), Editori Riuniti, Roma 1972
(con H. Magdoff) La fine della prosperità in America (1977), EditoriRiuniti, Roma 1979.
Il marxismo e il futuro. Quattro lezioni (1981), Einaudi, Torino 1983.
(con H. Magdoff) Stagnation and Financial Explosion, Monthly Review Press, 1987.
(con H. Magdoff) The Irreversible Crisis, Monthly Review Press, 1988.
I novant’anni di Paul Sweezy, «la rivista del manifesto», 5, (2000).
«Intervista 1986», L’Ospite Ingrato, viii,n. 1, pp. 237-260, 2005.
Some theoretical implications, «Monthly Review», 64, 3, (2012).
Paul Mattick
(con K. Korsch e H. Langerhans) Capitalismo e fascismo verso la guerra. Antologia dai «New Essays», Editrice La Nuova Italia Firenze 1976.
Ribelli e Rinnegati, Musolini Editore, Torino 1976.
Critica dei Neomarxisti, Dedalo, Bari 1979.
«Introduzione» a Heinryk Grossmann, Marx, l’economia classica e il problema della dinamica, Laterza, Bari 1969.
Marx e Keynes: i limiti dell’economia mista (1969), De Donato, Bari 1972.
Crisi e teorie delle crisi, Dedalo, Bari 1979.
L’inflazione deflazionistica, «Marxiana», 1, (1976), p. 65-107.
Consigli e Partito, «Marxiana», 2, (1976), p.61-93.
Pagliarone, A. (a cura di), Il marxismo ultimo rifugio della borghesia? Scritti scelti, sedizioni, Milano 2008.
Altri saggi a cui si è fatto riferimento
Bellamy Foster, J., Insights from the Sweezy-Schumpeter debate, «Monthly Review», 63, 1, (2011).
Bellamy Foster, J., A missing chapter of Monopoly Capital. Introduction to Baran and Sweezy’s. Some Theoretical Implications, Monthly Review, 64, 3, (2012).
Bellamy Foster, J. e Szlajfer, H., The Faltering Economy: The Problem of Accumulation under Monopoly Capitalism, Monthly Review Press, New York 1984.
Il presente come storia. Un incontro su Paul Sweezy (tavola rotonda con Riccardo Bellofiore, Joseph Halevi, Edoarda Masi, Maria Grazia Meriggi), «L’Ospite Ingrato», viii, 1, (2005), pp. 197-236.
Bellofiore, R., Teoria del valore, crisi generale e capitale monopolistico. Napoleoni in dialogo con Sweezy, «Quaderni Materialisti», 7, (2009), pp. 9-48.
Bellofiore, R., La crisi capitalistica, la barbarie che avanza, Asterios, Trieste 2012.
Bellofiore, R., La crisi globale, l’Europa, l'euro, la Sinistra, Asterios, Trieste 2012.
Bellofiore, R. e Halevi, J., Magdoff-Sweezy, Minsky and the Real Subsumption of Labour to Finance, in D. Tavasci e J. Toporowski (a cura di), Minsky, Crisis and Development, Palgrave Macmillan, Basingstoke 2010, pp. 77-89.
Marx and Keynes after Thirty Years, «International Journal of Political Economy», 29, 4, (1999/2000).
Pagliarone, A., Biografia di Paul Mattick, Colibrì, Milano 2013.
Roth, G., Paul Mattick: Marxism in a Lost Century, Brill, Amsterdam 2013.
Souyri, P., Le marxisme de Paul Mattick, «Annales», 34, 3-4, (1979).
Enrico Grazzini è giornalista economico, autore di saggi di economia, già consulente strategico di impresa. Collabora e ha collaborato per molti anni a diverse testate, tra cui il Corriere della Sera, MicroMega, il Fatto Quotidiano, Social Europe, le newsletter del Financial Times sulle comunicazioni, il Mondo, Prima Comunicazione. Come consulente aziendale ha operato con primarie società internazionali e nazionali.
Ha pubblicato con Fazi Editore "Il fallimento della Moneta. Banche, Debito e Crisi. Perché bisogna emettere una Moneta Pubblica libera dal debito" (2023). Ha curato ed è co-autore dell'eBook edito da MicroMega: “Per una moneta fiscale gratuita. Come uscire dall'austerità senza spaccare l'euro" ” , 2015. Ha scritto "Manifesto per la Democrazia Economica", Castelvecchi Editore, 2014; “Il bene di tutti. L'economia della condivisione per uscire dalla crisi”, Editori Riuniti, 2011; e “L'economia della conoscenza oltre il capitalismo". Codice Edizione, 2008
Salvatore Minolfi: Le origini della guerra russo-ucraina
Add comment