
I commenti critici alle recenti dichiarazioni dell’amministratore delegato della Fiat, Sergio Marchionne, in ordine alla scarsa redditività degli stabilimenti Fiat in Italia e alla conseguente necessità delle delocalizzazioni, si sono - per lo più - concentrati sulle capacità gestionali del management dell’azienda e sulla censurabilità di quelle dichiarazioni alla luce dei cospicui finanziamenti pubblici ricevuti in passato da Fiat.
Si tratta di rilievi condivisibili che, tuttavia, sembrano non tener conto di una considerazione che prescinde dal singolo caso e che può porsi nei seguenti termini: l’accelerazione dei processi di delocalizzazione industriale conferma che il capitalismo contemporaneo è sempre più caratterizzato dalla piena sovranità della grande impresa. Una piena sovranità che si manifesta anche mediante il potere che essa esercita sulle scelte di politica economica e, in particolare, di politica del lavoro[1]. Sono in molti a ritenere che gli assetti istituzionali e decisionali ereditati dal Novecento siano oggi inadeguati e che le norme giuridiche debbano adeguarsi alle ‘nuove’ esigenze di competizione delle imprese nell’economia globale. A ben vedere, si tratta di una opzione ideologica; d’altronde, non sempre ciò che è nuovo è necessariamente meglio di ciò che lo ha preceduto[2].

Finalmente riproposto il libro di Henryk Grossmann, considerato a torto la pietra miliare della teoria marxista novecentesca sul crollo inevitabile del capitalismo. Un libro utile per riuscire a comprendere come le imprese e gli stati provano a contrastare le dinamiche economiche e i conflitti che determinano la crisi di una formazione sociale
Per una singolare coincidenza, il 1929 non vide solo il crollo di Wall Street e l'avvio della crisi più profonda del capitalismo occidentale, ma anche l'apparizione, pochi giorni prima del famigerato «martedì nero», di un libro che più di altri poteva ambire a costituirne la spiegazione. Ne era autore Henryk Grossmann, docente all'Istituto per la Ricerca Sociale di Francoforte e fervente militante marxista, che sotto il titolo La legge dell'accumulazione e del crollo del sistema capitalistico aveva appena completato un'imponente studio del pensiero di Marx sulla dinamica del modo di produzione capitalistico.
Benché scopo del volume fosse quello di instaurare un confronto critico con le principali tradizioni marxiste dell'epoca (da Bernstein a Kautsky, da Hilferding a Rosa Luxemburg, con un occhio attento a Lenin e alla sua interpretazione dell'imperialismo), la sua illustrazione della meccanica dell'accumulazione diede luogo ad un curioso paradosso.
Grossmann, infatti, si proponeva di valorizzare quegli aspetti della teoria marxiana della riproduzione allargata che, ove assunti in forma «pura», avrebbero condotto al crollo del sistema per sopravvenuta impossibilità dell'accumulazione stessa, ma non intendeva derivarne alcuna previsione circa un crollo «automatico» del capitalismo: due terzi del volume erano anzi dedicati all'analisi di quelle «controtendenze» che ne avrebbero impedito il verificarsi, trasformando così i presupposti del «crollo» in altrettanti presupposti di crisi.

Verso il lavoro autonomo di terza generazione
Che il mercato del lavoro sia in continua ebollizione è oramai cosa nota. Non siamo più nei tempi in cui la stabilità del rapporto di lavoro rappresentava una delle poche certezze della vita quotidiana. Tuttavia, l'implosione della fabbrica fordista, con il suo carico di gerarchia, comando, subordinazione e alienazione, non ha liberato potenzialità e opportunità di vita migliori. Anzi. Venendo meno la differenza tra tempo di vita e tempo di lavoro, più che liberare la vita dal lavoro, ha fatto sì che la vita fosse sempre più sottomessa al ricatto del lavoro. Tutto è cominciato alla fine degli anni Settanta, quando le prime strategie di delocalizzazione (outsourcing) e di snellimento della grande fabbrica (downsizing) hanno scomposto e frammentato l'organizzazione rigida dei siti industriali, prevalentemente situati nel Nord-ovest del paese. Nuove filiere produttive si sono evolute in direzione est e sud-est. L'asse pedemontano che da Milano arriva a Trieste, passando per Bergamo, Brescia, Verona, Treviso, Udine, è diventato uno dei centri della produzione manifatturiera italiana, soprattutto specializzato nei settori della minuteria metallica, dell'abbigliamento, delle calzature, ecc.

La sottovalutazione della crisi e, in particolare, delle sue cause di natura reale continua ad essere uno dei maggiori ostacoli al superamento della crisi stessa.
Una spiegazione di questo diffuso atteggiamento va individuata nel persistente predominio sia dei forti interessi economici sia delle visioni politico-culturali legati alle modalità di funzionamento assunte dal sistema economico negli ultimi tre decenni.
Le cause più recondite della crisi sono :
• L’aumento dell’incertezza nei mercati, che negli ultimi tre decenni è stata sottovalutata dalle teorie economiche prevalenti, proprio mentre veniva accentuata nei fatti dalla globalizzazione e dalla finanziarizzazione dell’economia;
• Il contemporaneo indebolimento delle istituzioni e delle politiche economiche e sociali preposte a compensare l’instabilità dei mercati;
• Gli effetti negativi dell’accresciuta sperequazione distributiva sugli equilibri economici e sociali;

La “svolta non-violenta” del PRC e le sue resistenze interne
Nel corso degli ultimi anni abbiamo assistito all’interno della sinistra radicale e in particolare, del PRC ad un aspro dibattito sulla non-violenza che vale la pena ripercorrere brevemente. Come si ricorderà, il dibattito si sviluppò a partire dalle dichiarazioni che Fausto Bertinotti rilasciò in occasione di un convegno sulle foibe svoltosi a Venezia nel dicembre del 2003. Per la maggioranza del PRC si trattava di imprimere al partito una una vera e propria “svolta” non-violenta, a ribadire la quale sarebbe intervenuto poi un altro convegno ad hoc, tenutosi il 28 e 29 febbraio del 2004 sempre a Venezia, nell’isola di San Servolo1. Ma non tutti i compagni del PRC apprezzarono questa “innovazione”. Essa sarebbe infatti assurta a oggetto di critica da parte delle minoranze interne del partito, a partire da quella de l'Ernesto che si impegnò così a promuovere nel giro di un mese un terzo convegno (plurale e aperto a diverse posizioni) presso la Casa della Cultura di Milano2.

Se qualcosa di buono può venir fuori dal disastro irlandese, sarà la consapevolezza che le tradizionali teorie tedesche sui problemi dell'Eurozona sono sbagliate. Qualunque unione valutaria tra economie diverse è inevitabilmente un'avventura pericolosa. Ma se si fonda su idee errate sul modo in cui dovrebbe funzionare, può rivelarsi catastrofica.
La teoria canonica di cui parliamo è che i problemi dell'euro sono legati all'indisciplina di bilancio e alla scarsa flessibilità dell'economia, e che le soluzioni corrette sono rigore nei conti pubblici, riforma strutturale e ristrutturazione del debito. Ma l'Irlanda si trova nei guai per gli eccessi finanziari, non per le negligenze di bilancio; necessita di un intervento di salvataggio nonostante possieda un'economia flessibilissima; e a forza di parlare di ristrutturazione del debito, com'era prevedibile, si è scatenata la crisi. Sono dati di fatto che dovrebbero indurre i tedeschi a rivedere le loro idee. Che poi lo facciano effettivamente, ne dubito.

La legge rinchiude il delinquente sventurato
che sottrae l'oca alla proprietà comune
ma libera il delinquente maggiore
che sottrae la proprietà comune all'oca
Anonimo, Inghilterra, 1821
Alle prime ore del mattino del 2 luglio 2010, nelle foreste remote di Adilabad, la Polizia statale dell’Andra Pradesh ha sparato un colpo nel petto di un uomo chiamato Cherukuri Rajkumar, noto ai suoi compagni come Azad.
Azad era un membro del Politbureau del Partito Comunista Indiano (maoista) [illegale per lo Stato indiano], ed era stato nominato dal suo partito come il capo negoziatore degli accordi di pace con il governo dell'India. Perché la polizia ha sparato a bruciapelo e perché ha lasciato scoperte delle tracce eloquenti del suo passaggio, quando avrebbero potuto coprirle tanto facilmente? E' stato un errore oppure un messaggio?

Su "Liberazione" del 28 gennaio Luca Basso ha recensito il volume Marx in questione (Città del Sole, 2009) che ho curato con Roberto Fineschi, e che raccoglie alcuni degli scritti degli autori dell'International Symposium in Marxian Theory (ISMT). Si tratta di contributi a volumi comparsi sinora presso prestigiosi editori anglosassoni, e di cui esiste anche una antologia pubblicata in Messico a cura di Mario Robles: vale la pena almeno di segnalare i tre testi per Palgrave Macmillan sui tre libri del Capitale, a cui si aggiungerà nel 2010 un volume a cura mia, di Guido Starosta e di Peter Thomas sui Grundrisse per i tipi di Bril). La recensione di Luca Basso è articolata e si segnala perché, meritoriamente, non si limita a dare conto del volume, ma manifesta (specie nella parte finale) alcuni dissensi in modo serio e argomentato. Basso solleva problemi reali, e che meritano di essere dibattuti. L'ISMT è peraltro un gruppo unito più dalle problematiche ritenute centrali per la critica dell'economia politica che da risposte unitarie, rigide o dogmatiche, come è spesso nell'ambito del marxismo. Lo stesso Basso segnala i punti di contatto, ma anche le divergenze significative, tra i membri dell'ISMT.


Si può analizzare un fenomeno mediatico, politico, culturale qual è da quasi un ventennio Silvio Berlusconi, senza lasciarsi condizionare dal fastidio che l'«oggetto» in questione sovente provoca in chi lo analizza? Non è una forma di neutralità che si invoca, ma una connessione più attenta tra superficie e profondità: diciamo tra il volto-maschera, al quale ci ha abituati nelle sue molteplici apparizioni televisive, e l'anima-merce, nella quale albergano desideri, finzioni, progetti. Per molti italiani egli è l'uomo del sogno: figura temibile e consolatoria a un tempo, le cui parole, quando vengono pronunciate, hanno per lo più un carattere fuggitivo. Nello schema generale del suo linguaggio rassicurante (legato all'idea del fare) le variazioni sono minime, e la mobilità è massima. Nel senso che Berlusconi tende a dire sempre le stesse cose, ma nel dirle - come accade nei sogni - le parole hanno un carattere volatile e lievemente ipnotico. Quel linguaggio diverte e rassicura coloro che ne sposano i contenuti. Egli incarna un potere «grottesco»: esilarante, minaccioso, imprevedibile, efficace. Ci ha colpiti il modo col quale, qualche tempo fa, sulla «London Review of Books», Slavoj Zizek riportava quel potere all'ironica immagine di un Panda, protagonista di un cartoon di successo. Ed è la ragione per cui abbiamo voluto incontrare questo intellettuale che con grande libertà ha messo assieme Lacan e il cinema, indagato Freud e Marx e preferito il moderno al «post». Zizek non si considera un esperto di Berlusconi e soprattutto — tiene a precisare — pensa che per molti versi il problema non sia lui, ma che lo stesso Berlusconi sia l'effetto di un processo più generale che non coinvolge solamente l'Italia. Il discorso, dunque, non può che cominciare dall'intreccio tra due figure cardine della modernità: politica ed economia.
Lei sostiene che sia stata recisa ogni connessione fra democrazia e capitalismo. Com'è accaduto? E cosa sostituisce oggi quel legame?
Sì, nella mia interpretazione questo accade soprattutto in Cina, anche se non solo lì. Qualche tempo fa il mio amico Peter Sloterdijk mi confessò che, dovendo immaginare in onore di chi si costruiranno statue fra un secolo, la sua risposta sarebbe Lee Kwan Yew, per oltre trent'anni Primo ministro di Singapore. E stato lui a inventare quella pratica di grande successo che poeticamente potremmo chiamare «capitalismo asiatico»: un modello economico ancora più dinamico e produttivo del nostro ma che può fare a meno della democrazia, anzi funziona meglio senza democrazia. Deng Xiaoping visitò Singapore quando Lee stava introducendo le riforme e si convinse che quel modello andava applicato alla Cina.

Il logoramento politico di quasi un anno e mezzo sembra sterzare verso il dopo Berluska. Un po' di cautela è d'obbligo, non perchè il Cavaliere abbia coefficienti effettivi su cui rilanciarsi quanto per l'inconsistenza del fronte che punta a sostituirlo e la nullità della cosiddetta opposizione, fin qui non a caso bloccati dalla paura di restare col cerino in mano e di dover andare alle elezioni. Vedremo se basterà il salvacondotto interno garantito a Berlusconi e Mediaset...
Cosa ha provocato l'accelerazione della crisi politica? Scandali a parte, è la "paralisi" dell'azione di governo denunciata dagli industriali, l'incapacità irrecuperabile di arrestare il declino del paese dentro una crisi che sta ribaltando tutti gli equilibri. In gioco non è solo la sicura esplosione del debito pubblico - col rischio default dello stato e conseguente crisi dell'intero sistema bancario italiano che sulle rendite statali si regge - ma anche la potenziale crisi dell'euro, che finora ha funzionato da ancora di salvataggio, e in più il rischio tangibilissimo che questa volta non ci sarà neanche la possibilità di ripartire dalla produzione industriale (il rapace prendi e fuggi del finanziere Marchionne ne è la riprova).

Le cause di fondo della crisi attuale sono di natura reale e vanno rintracciate negli effetti prodotti dalla globalizzazione sullo sviluppo economico e la distribuzione del reddito nei principali paesi capitalistici. L’imperialismo globale contemporaneo è basato su un patto implicito tra il grande capitale dei paesi avanzati e il grande capitale dei paesi emergenti. Il primo ha ottenuto gli accordi TRIPS, con cui si è assicurato un potere monopolistico sui prodotti della ricerca scientifica e tecnologica, per la quale si trova all’avanguardia rispetto al resto del mondo. Questo potere monopolistico è stato usato per ridistribuire reddito dal Sud al Nord del mondo. Il grande capitale dei paesi emergenti ha ottenuto la liberalizzazione dei mercati e l’abbattimento di gran parte delle barriere protezionistiche dei paesi più ricchi. In questo modo ha potuto sfruttare il vantaggio competitivo sul costo del lavoro e avviare dei processi di sviluppo trainato dalle esportazioni.
La concorrenza ha spinto molte imprese tradizionali dei paesi avanzati a ridurre la produzione e a delocalizzare gli investimenti.

Varie analisi elaborate da grandi istituzioni internazionali (OCSE, ILO, FMI) e un’ampia letteratura economica hanno messo in luce il verificarsi in diversi paesi di un fenomeno importante: la caduta della quota dei redditi da lavoro sul Pil nell’arco di circa un trentennio. Molti si sono soffermati di recente su questa caduta, non ultima la “Lettera degli economisti” sottoscritta da oltre 250 studiosi e pubblicata nel giugno scorso. L’economista Giulio Zanella ha tuttavia contestato l’effettivo verificarsi di questo fenomeno. In un recente articolo egli è infatti giunto alle seguenti conclusioni: 1) che le quote distributive non sono variate molto nella maggior parte dei grandi paesi industrializzati; 2) che dove la quota dei redditi da lavoro è diminuita, in particolare in Italia, ciò è avvenuto non a beneficio della quota dei profitti e degli altri redditi non da lavoro ma a beneficio esclusivo di quella che viene chiamata “quota del governo”. [1]
Un motivo per cui vale la pena soffermarsi sull’articolo in questione è che l’autore del medesimo non apre la consueta controversia circa l’interpretazione dei fatti, ma solleva un problema preliminare che in un certo senso riguarda i fatti stessi, o più precisamente i dati di partenza delle analisi.

Al G20 di Seul nessuno dei problemi sul tappeto è stato risolto e gli squilibri mondiali si sono ulteriormente accentuati. Germania, Cina, Usa: tutti impegnati solo nella difesa degli interessi nazionali
La signora Merkel ne ha fatta un’altra delle sue. Facendo discutere il 29 ottobre in sede di summit europeo la sua proposta di far pagare anche agli investitori in titoli di stato di paesi che hanno bisogno dell’aiuto del fondo europeo di salvataggio, ha messo una carica di sfiducia di grosso calibro nel mercato dei titoli stessi, col risultato che i titoli irlandesi, che già erano in sofferenza per motivi molto seri e che si sono voluti nascondere dietro vari paraventi per troppo tempo, invece di affrontarli insieme ai problemi greci a maggio, sono stati sommersi dalla speculazione.
Il risultato è stato che al vertice del G20 si è dovuto dedicare una quantità di tempo a questo problema, e i ministri delle finanze europei hanno dovuto emettere un comunicato per rassicurare i mercati sottolineando che le eventuali proposte tedesche cominceranno ad applicarsi solo al nuovo debito e solo dal 2013. Il danno tuttavia era fatto. I rendimenti dei titoli dei paesi periferici sono schizzati e a farne le spese è stato il Tesoro italiano che ha sì portato a termine l’asta che aveva organizzato, ma ha dovuto fare uno sconto più alto sui suoi titoli in vendita.

Nel senso comune si descrive l’economia della conoscenza o il cosiddetto capitalismo cognitivo come fonte di grosse opportunità per le giovani generazioni. Ma allora perché la generazione più formata della storia italiana, è quella che più stenta a trovare spazio sia in termini di posti di lavoro che possibilità di esprimersi attraverso le proprie competenze? Perché le competenze di questa generazione sono in realtà così poco richieste e comunque così poco pagate, sia in termini di salario che di diritti e garanzie?
I giovani fanno fatica ad entrare per tante ragioni. Ma una sopra tutte: il paradigma che governa la società in cui dovrebbero farsi valere è diventato conservatore e come tale mette i bastoni tra le ruote al nuovo. Anche al nuovo nel senso del ricambio generazionale delle persone e degli stili di lavoro e di vita.
Tuttavia detto questo bisogna precisare che:

Essere senza tempo potrebbe sembrare un paradosso: in fondo il tempo lo si vive, che lo si voglia o no. Eppure tu dici che il tempo in qualche modo ci viene rubato, sottratto. Da chi, da cosa?
Tra le molteplici definizioni che si possono attribuire al nostro specifico momento storico ve n’è una che forse, meglio delle altre, coglie il suo spirito: il nostro presente è l’epoca della fretta, un “tempo senza tempo” in cui tutto corre scompostamente e senza fermarsi mai, impedendoci non soltanto di vivere pienamente gli istanti presenti, che si succedono vorticosamente, ma anche di riflettere serenamente su quanto accade intorno a noi. Troppi eventi vanno accumulandosi in lassi di tempo sempre più ristretti, determinando, in noi che viviamo questa accelerazione di ogni settore dell’esperienza (dall’ambito della vita quotidiana a quello lavorativo, dai processi di apprendimento al mondo delle informazioni), una sensazione spaesante e, insieme, irritante: non abbiamo mai tempo sufficiente per tutto quello che dovremmo o vorremmo fare. La modernità, con la sua passione per il futuro, aveva scientemente scelto la strada dell’accelerazione dei ritmi in nome dell’avvenire: il presente era inteso come punto di passaggio in vista di un futuro diverso e migliore.

Precari per sempre: il nuovo ‘collegato’ lavoro
Il condono tombale per le imprese che utilizzano lavoratori precari è diventato legge di stato con la firma del Presidente Napolitano e la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale. E’ la legge 183/2010 che in 18 pagine modifica fortemente l’attuale disciplina del diritto del lavoro per i lavoratori precari e i neoassunti.
Ecco i punti salienti della riforma:
a) Per quanto riguarda le controversie di lavoro non vige obbligo di effettuare un tentativo di conciliazione, ma è possibile rivolgersi immediatamente all’autorità giudiziaria, a meno che non si decida di impugnare dinanzi al giudice un contratto di lavoro certificato. In questo caso, infatti, il tentativo di conciliazione presso la commissione che ha emesso l’atto di certificazione è obbligatorio.
b) Permane inoltre la possibilità di accedere immediatamente alle procedure arbitrali, nei casi e con le modalità previste dai contratti collettivi.

Dopo il crollo del sistema di Bretton Woods, nel 1971, economisti e politici liberisti hanno costantemente auspicato il ritorno a forme di regolazione delle relazioni monetarie internazionali fondate sull’oro. È con questo spirito che il presidente della Banca Mondiale, Robert Zoellick, nel momento più acuto della guerra delle monete che sconvolge i mercati valutari, ha proposto ai paesi riuniti al G20 di Seoul una vera e propria agenda per istituire un nuovo ordine monetario internazionale fondato sulla centralità dell’oro. E poiché la Banca Mondiale è - con il Fondo Monetario Internazionale - il pilastro su cui si costruisce l’attuale assetto delle relazioni monetarie internazionali, la proposta di Zoellick ha riscosso grande attenzione e riavviato il dibattito tra economisti e politici sulla possibilità di una restaurazione, anche in forme innovative, del sistema aureo.
Vediamo allora in dettaglio cosa ha proposto Zoellick - già nel suo articolo del 7 novembre apparso sul Financial Times - per superare l’attuale regime di cambi flessibili più o meno controllati. Il nuovo sistema, scrive Zoellick, “dovrà coinvolgere il dollaro, l’euro, lo yen, la sterlina e un renminbi che si muova verso l’internazionalizzazione” e “dovrebbe anche prendere in considerazione di impiegare l’oro come punto di riferimento internazionale su inflazione, deflazione e futuri valori monetari”.

Facebook [1] – quattordici milioni [2] di utenti italiani – è un dispositivo social (siamo tutti “amici”) e sicuramente di successo (ma come, non sei su Facebook?), ma è anche un dispositivo persuasivo, nel senso che induce comportamenti automatici e prevedibili (ci vuole, appunto, tutti veri e social) e al tempo stesso omologante, nel senso che induce, in noi utenti, assetti identitari, modalità di interazione e di narrazione, regimi di visibilità che ci rendono seriali e simili. Su Facebook si è più soggetti costituiti, che soggetti costituenti. Facebook accentua caratteristiche già presenti in altri luoghi della rete, rivelandosi così un esempio significativo di dispositivo-specchio, cioè di dispositivo che crea effetti di somiglianza con il “reale” e impone specifici assetti identitari.
Il dispositivo, dice Deleuze sviluppando un concetto foucaultiano, [3] è una macchina per far vedere e per far parlare: consideriamo allora anche i social network come dispositivi che abitiamo [4] e che orientano i nostri pensieri e la nostra immaginazione, disciplinano i nostri corpi e il nostro modo di interagire, veicolano, a seconda dei casi, differenti regimi discorsivi e di visualizzazione, promuovono, per continuare a usare la terminologia di Deleuze, processi di soggettivazione.

Il blocco di forze che ha vinto nel 2008 si è dissolto ma il quadro politico è sospeso in un falso movimento. Berlusconi e Bossi difendono il governo, il Pd e le forze maggiori del nuovo centro (Fli e Udc) lavorano per un esecutivo "tecnico" ma temono che questa ipotesi si allontanerebbe se fossero loro a staccare la spina. Tutto ciò blocca lo sviluppo della crisi.
Al di là del braccio di ferro tra i partiti, il problema però è un altro. Anche se il piano di Bersani, Fini e Casini andasse in porto, la partita la vincerebbe ugualmente la destra. Di che si tratta infatti quando si immagina una riedizione del governo Ciampi? Che cosa sarebbe la «scossa all'economia» invocata da D'Alema, se non il ritorno alle politiche "modernizzatrici" degli ultimi vent'anni (privatizzazioni, soldi alle imprese, precarizzazione) grazie alla rinnovata unità sindacale sulla linea Bonanni-Marchionne? In sostanza, berlusconismo senza Berlusconi. Tenuto conto della situazione attuale (livelli di disoccupazione e di povertà), pura macelleria sociale. Visto che sono in voga i paragoni storici, la sintesi è che l'Italia è a rischio di franchismo: sepolto il duce, la destra conserverebbe a lungo l'egemonia sociale, politica e culturale.

La riforma ha preso una brutta piega per il Sud, che appare condannato a una pressione fiscale più pesante. Ma si può correggere la rotta se oltre allo standard sui costi se ne prevederanno altri due, relativi a qualità dei servizi e tasse. Ed evitando la trappola della gradualità
Mancano ancora le crude cifre. Ma il quadro si va delineando: la riforma federalista così come l'ha disegnata il Nord (i protagonisti sono Bossi, Calderoli, Tremonti, Formigoni, Antonini...) mette il Mezzogiorno in una condizione di forte dipendenza finanziaria dal governo nazionale, spingendolo ad alzare la pressione tributaria. Fare del Mezzogiorno un'area con fiscalità di svantaggio (più tasse sia sulle imprese sia sui cittadini) ne pregiudica per sempre la possibilità di sviluppo.
Il federalismo fiscale ha tra gli obiettivi quello di legare il più possibile il gettito fiscale riconducibile ai territori con l'effettiva spesa, in base al principio vedo-voto-pago. In Italia ci sono imposte che sono molto mal distribuite sul territorio e altre che hanno una distribuzione non troppo lontana da quella della popolazione. Logica avrebbe voluto che per finanziare servizi sociali (sanità, istruzione, trasporti) si fossero intestate agli enti locali e alle Regioni in primo luogo le imposte con un gettito equilibrato e cioè l'accisa sui carburanti, l'accisa sui tabacchi e i proventi fiscali da giochi e lotterie.
15 settembre 2008, fallisce la Lehman Brothers, evento choc che ha segnato l'inizio della crisi finanziaria. Ormai è passato più di un anno. Cos'è cambiato?
Il fallimento della Lehman Brothers rappresenta il passaggio dal capitalismo finanziario in cui centrale era stato il processo di privatizzazione del deficit spending keynesiano, al capitalismo finanziario di Stato, in cui il deficit spending viene di nuovo statalizzato, benché in modo differente rispetto al funzionamento di quello keynesiano praticato dagli Stati nel corso dei trent'anni gloriosi della crescita fordista. Il deficit spending è la modalità con la quale lo Stato o, rispettivamente, la finanza di mercato, crea domanda aggiuntiva, cioè redditi addizionali rispetto a quelli salariali creati dall'economia, una creazione di domanda a mezzo di indebitamento. Si tratta di un meccanismo fondamentale nella storia del capitalismo che ha segnato nel corso del Novecento l'avvento dell'imperialismo, ossia il rapporto di dipendenza tra paesi sviluppati del Nord e paesi poveri del Sud, con questi ultimi funzionanti da "mercati di sbocco" per il plusvalore {surplus) non vendibile all'interno dei paesi ricchi.

E’ finita veramente l’epoca di Silvio Berlusconi? Parto da una sgrammaticatura, cioè da una licenza autobiografica. Quando il serial leader salì al potere avevo diciott’anni. Il presidente cinese non era ancora l’uomo più potente del mondo, l’America latina era ancora governata dalle destre e le Torri gemelle erano ancora al loro posto.
Qualche anno prima, dopo che il telegiornale della sera aveva dato l’annuncio dell’avviso di garanzia a Bettino Craxi, i miei genitori avevano stappato una bottiglia di spumante tenuta in fresco per le grandi occasioni. La piazzale Loreto tutta mediatica di Mani Pulite, le monetine all’uscita del Rafael su un uomo già morto politicamente [«Vuoi pure queste, Bettino vuoi pure queste…»], l’assedio al parlamento dei giovani fascisti e le tele-piazze di Mediaset a favore dei magistrati avrebbero dovuto insospettirci. Ma due anni dopo, tutti pensammo che l’anomalia del Cavaliere alleato al nord con la Lega e al sud con i non-ancora-post fascisti non poteva durare.
Mentre ero in una montagna sperduta, in campeggio coi miei amici del liceo nell’ultima estate dell’adolescenza, discesi un sentiero per raggiungere una cabina telefonica.

Società della conoscenza tra comando e libertà
Chi ha tradito la società della conoscenza? Questo è il leit motiv che percorre buona parte dei materiali raccolti dal quarto numero di Molecole. Meglio ancora, chi ha tradito Delors?, e chi la strategia di Lisbona? Come dire, tutto sembrava filare liscio, il progetto era solido, le intenzioni altrettanto, qualcuno deve aver manomesso la macchina. Chiaramente, guardando alla triste scena italica, questa posizione sembra non solo giusta, ma imprescindibile. Berlusconi e Bossi sono l’incarnazione politica della «società dell’ignoranza», tra Bunga bunga e dito medio la loro ricetta è trasparente: distruggere la formazione, azzerare la mobilità sociale, difendere (male) la piccola e media impresa, favorire la fuga dei cervelli. Se poi pensiamo a Brunetta e Sacconi il ritornello non cambia: «cari giovani, abituatevi a fare lavori umili e manuali», ha detto a più riprese Sacconi, mentre Brunetta è l’esempio più riuscito di «anti-intellettualismo di Stato» (vedi Common, numero 0, Derive Approdi 2010). Insomma l’anomalia Italia vede nella guerra all’intelligenza – guerra che coincide fino in fondo con il controllo delle forze produttive – il suo punto d’espressione privilegiato.

Note sul regime biospettacolare di Berlusconi
Nel paesaggio in rovine, nella facies hippocratica del presente che illustra – tormentoso prima che esilarante, come pure non riesce a non essere – La Suburra di Filippo Ceccarelli, una scena in apparenza meno torrida di altre colpisce, però, con una violenza speciale. Siamo ancora in una fase primordiale di quello che, per la famiglia Berlusconi, diverrà la primavera seguente uno psicodramma vissuto in diretta sulla ribalta mediatica, nazionale e non (dopo lo scoop di «Repubblica» sulla partecipazione del Presidente alla festa di compleanno d’una giovane campana; dopo una clamorosa intervista rilasciata allo stesso giornale da sua moglie; dopo che l’“amico di famiglia” Vittorio Feltri, sulla prima pagina del posato quotidiano «Libero», ripesca dal suo passato d’attrice delle foto a seno nudo col pacato commento Veronica velina ingrata); ma già successiva a una serie di servizi fotografici documentanti i passatempi del Presidente, dopo che è stata pubblicata coram populo un’intercettazione telefonica fra lui e un ossequioso dirigente RAI nella quale Berlusconi raccomanda attrici segnalate da certe persone «con cui sta trattando» perché «sta cercando… di avere la maggioranza in Senato» (siamo agli ultimi sussulti del secondo governo Prodi, col suo risicatissimo margine parlamentare), e dopo che a séguito delle trionfali elezioni dell’aprile 2008 s’è insediata in Parlamento «una folta schiera di belle ragazze» subito dai cronisti parlamentari simpaticamente definite «Forza Gnocca» (Filippo Ceccarelli, La Suburra. Sesso e potere: storia breve di due anni indecenti, Milano, Feltrinelli, 2010, p. 21).

Uno degli spostamenti elettorali maggiori degli ultimi cinquant'anni e un referendum negativo sull'operato di Obama: è il doppio, secco risultato delle elezioni di midterm negli States. Il dato non è soltanto numerico e geografico - sono tornati ai repubblicani il Sud, il Midwest rurale, il West montano con in più buona parte della cintura della ruggine dei Grandi Laghi - quanto indicativo di un trend (il Senato è stato rinnovato solo di un terzo) e soprattutto degli umori profondi della popolazione statunitense. La composita coalizione elettorale che spinse Obama alla vittoria si è sfrangiata, la middle class lavoratrice bianca, gli anziani, i residenti dei suburbi e in parte le donne e gli indipendenti si sono riversati sul voto repubblicano. Gli under trenta, pur restando un bacino di voti democratico, hanno drasticamente ridotto la loro partecipazione elettorale così come le minoranze.
"Yes we can, but..."
È la fine del change obamiano dopo soli due anni e per ragioni niente affatto nascoste.
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