Il mondo è entrato in una fase di cambiamenti che si susseguono sotto i nostri occhi e che spesso non riusciamo a cogliere nella loro interezza. Il dominio unipolare statunitense emerso dopo l'implosione dell'Unione Sovietica e del blocco socialista è ormai giunto agli sgoccioli. Il mondo si avvia verso un nuovo assetto multipolare dove emergono con forza le potenze eurasiatiche, con gli annessi cambiamenti geopolitici conseguenti. Un mondo dove potranno trovare nuovo protagonismo regioni come l'America Latina che hanno dovuto patire il dominio incontrastato della potenza imperialista statunitense.
Di questi cambiamenti, del conflitto in Ucraina e delle sue ricadute geopolitiche, del nuovo protagonismo di potenze emergenti come Russia e Cina e dei paesi dell'America Latina guidati alla riscossa dall'esempio del Venezuela, abbiamo discusso con la giornalista venezuelana Yoselina Guevara. Esperta e studiosa di Russia e mondo multipolare.
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Lei è un’esperta e studiosa di Russia e mondo multipolare, ci può illustrare le sue ricerche?
Innanzitutto Vi ringrazio per l’opportunità concessami attraverso questa intervista.
Mi lusinga la Vostra definizione di esperta in quanto reputo di avere ancora molta strada da fare e molto da imparare. Anche se le definizioni a volte limitano, sono d'accordo con lei nel definirmi studiosa perché lo studio riflessivo implica una curiosità, una ricerca di conoscenza, un interesse per ciò che ci circonda ed è un esercizio, un'attività che si esercita costantemente e che non si esaurisce solo con una laurea o un corso di studi. Noi comunicatori siamo caratterizzati da questo interesse, dalla curiosità, ma questa curiosità non può essere superficiale, deve essere arricchita giorno per giorno.
La cecchina dell’Armata Rossa (Odoya, 2021, euro 22) è un libro interessante e da leggere, non solo perché ci descrive alcuni episodi della Seconda guerra mondiale poco conosciuti in Italia, come le vicende dell’assedio di Odessa e Sebastopoli. Il libro ci restituisce anche uno spaccato della vita sociale, non solo militare, dell’Urss degli anni ’40 del XX secolo, immediatamente prima dello scoppio della guerra e durante i primi due anni di combattimento.
Il libro si ricollega a un sotto-settore del genere dei libri di guerra, quello delle autobiografie dei cecchini, cioè dei tiratori scelti o sniper, parola inglese che negli ultimi anni è sempre più utilizzata per definire questa specialità militare. Il cecchino si presta ad essere il protagonista di libri o film d’azione perché, nell’epoca del dominio delle macchine e degli eserciti di massa, rappresenta il combattente individuale che, utilizzando un fucile di precisione e combattendo spesso in modo solitario, infligge perdite pesanti al nemico. Non a caso, negli anni recenti sono usciti diversi film sui questi soldati, spesso ispirati a autobiografie di cecchini del passato e del presente. Tra questi ci sono American sniper (2014) di Clint Eastwood, sul cecchino statunitense Chris Kile, operativo durante la seconda invasione dell’Iraq, e il Nemico alle porte (2001) di Jean Jacques Annaud, sul cecchino sovietico Vasilij Zajcev, che combatté a Stalingrado.
Anche sulla protagonista di La cecchina dell’Armata Rossa, Ljudmila Pavličenko, è stato girato un film, Resistance. La battaglia di Sebastopoli (2015). Si tratta di una produzione russo-ucraina, fatto notevole, a fronte del solco che, a partire dal 2014, si è scavato tra le due nazioni sorelle e che ha condotto alla guerra attualmente in corso.
Il Parlamento peggiore della storia di questa Repubblica SpA si avvia a fare le valigie. Con pochissime eccezioni, arroccate sia tra le fila dei partiti che nei gruppuscoli di fuoriusciti, numericamente ininfluenti, questa masnada di pavidi, opportunisti, utili idioti ed arrivisti ha avallato la peggiore macelleria sociale e le politiche di repressione più violente dai tempi della Seconda guerra mondiale, tanto più stolide quanto basate su assunti scientifici traballanti quando non completamente falsi. Ha supinamente recepito tutte le direttive imposte dall’alto, e non già dalle organizzazioni internazionali, di per sé poco rappresentative degli stati nazionali perché comunque eterodirette, come l’Oms, ma direttamente dalle multinazionali e dai ricchi padroni del pianeta che si riuniscono nei loro parlamenti privati di Davos. Un Parlamento che avrebbe dovuto rappresentare la voce del popolo italiano (perché siamo ancora, sebbene formalmente, una Repubblica parlamentare), e che invece, esattamente come i sindacati, ha rappresentato solo la sua subordinazione muta al potere dei soldi, della finanza e dei progetti di ingegneria sociale dei multimiliardari globali.
Per un parlamentare la prima legge morale è la coerenza. In questo senso, forse i migliori sono i piddini: tutto quello che è successo è opera loro, fa parte del loro dna. Sono loro i globalisti, i cessori di sovranità, loro che anelano ad un mondo in cui il potere anche politico risiede nelle mani di pochi, possibilmente lontano dai popoli che amministrano, meglio sarebbe addirittura su un altro pianeta.
Dopo due anni di pandemia e dentro una guerra che non finirà a breve e avrà effetti di devastazione sociale enormi anche fuori dall’Ucraina, il padronato e le forze parlamentari di governo e “opposizione” sanno che il malessere sociale ha raggiunto un livello tale di tensione che può esplodere da un momento all’altro. Di qui l’intensificazione della repressione in chiave preventiva: mettere sulla difensiva, terrorizzare, disorganizzare, delegittimare, dividere e normalizzare quella che è stata finora la frazione della classe lavoratrice più attiva e combattiva
All’alba di questa mattina è partita una pesante ed insidiosa operazione repressiva contro dirigenti del SI Cobas (il coordinatore nazionale Aldo Milani, Mohamed Arafat, Carlo Pallavicini, Bruno Scagnelli) e dell’USB, a sei dei quali sono stati comminati gli arresti domiciliari.
La provocatoria imputazione è quella di associazione a delinquere per avere compiuto atti di violenza privata, resistenza a pubblico ufficiale, sabotaggio, interruzione di pubblico servizio in occasione di scioperi e picchetti per “estorcere” da padroni e padroncini condizioni di “miglior favore” non per i lavoratori, ma per sé stessi – in una sorta di “faida”, anch’essa a fini privati, tra sindacati “di base”.
Insomma: la realtà dei fatti negata, mistificata, rovesciata. Perché negli ultimi 10-15 anni, a cominciare dalla Bennet di Origgio, i proletari della logistica, immigrati in grande maggioranza, sono stati protagonisti del solo, significativo ciclo di lotta avvenuto in Italia negli ultimi decenni – il solo fatto di lotte vere, di scioperi veri, di picchetti veri, di veri coordinamenti tra le diverse realtà, con piattaforme di lotta vere. Lotte realmente auto-organizzate dai lavoratori in prima persona che hanno dato vita a un’esperienza di nuovo sindacalismo militante impersonato soprattutto dal SI Cobas. Le sole lotte che – in un quadro di generale arretramento della classe lavoratrice – hanno segnato significativi avanzamenti nella condizione materiale (salari, orari, garanzie, etc.) e nei livelli di organizzazione e di coscienza di classe di decine di migliaia di proletari, sia facchini che driver.
L’automazione sotto il capitalismo significa perdite significative di posti di lavoro tra coloro che non hanno titoli di studio (l’istruzione è ora sempre più costosa) e colpisce il salario più basso. Sotto il capitalismo, l’obiettivo è aumentare la redditività (e nemmeno la produttività, poiché gran parte dell’automazione può effettivamente ridurre la produttività). E viene utilizzato per controllare e monitorare i lavoratori piuttosto che aiutarli a svolgere i loro compiti. Solo la sostituzione del movente del profitto potrebbe consentire all’automazione e alla robotica di offrire vantaggi reali in termini di orari di lavoro più brevi e maggiori beni sociali
In questa seconda parte (qui la prima parte) della mia serie sul futuro del lavoro, voglio affrontare l’impatto dell’automazione, in particolare dei robot e dell’intelligenza artificiale (AI) sui posti di lavoro. Ho già trattato questo problema del rapporto tra lavoro umano e macchine , inclusi robot e intelligenza artificiale. Ma c’è qualcosa di nuovo che possiamo trovare dopo il crollo del COVID?
Il principale esperto americano di mainstream sull’impatto dell’automazione sui lavori futuri è Daron Acemoglu, Institute Professor al MIT. In testimonianza al Congresso degli Stati Uniti, Acemoglu ha esordito ricordando al Congresso che l’automazione non era un fenomeno recente. La sostituzione del lavoro umano con le macchine iniziò all’inizio della rivoluzione industriale britannica nell’industria tessile e l’automazione svolse un ruolo importante nell’industrializzazione americana durante il 19° secolo. La rapida meccanizzazione dell’agricoltura a partire dalla metà del XIX secolo è un altro esempio di automazione.
Ma questa meccanizzazione richiedeva ancora il lavoro umano per avviarla e mantenerla. La vera rivoluzione sarebbe se l’automazione diventasse non solo macchinari controllati dall’uomo, ma anche robot nella produzione e automazione basata su software nei lavori d’ufficio che richiedono non solo meno lavoro umano, ma potrebbero sostituirlo totalmente. Questa forma di automazione iniziò a verificarsi a partire dagli anni ’80, quando i capitalisti cercarono di aumentare la redditività eliminando in massa il lavoro umano. Mentre la meccanizzazione precedente non solo ha perso posti di lavoro, spesso ha anche creato nuovi posti di lavoro in nuovi settori, come ha osservato Engels nel suo libro, La condizione della classe operaia in Inghilterra (1844) – si veda il mio libro sull’economia di Engels pp 54-57.
Pubblichiamo oggi la trascrizione dell’intervento di Salvatore Cominu nell’ambito del corso di formazione «L’industrializzazione del quotidiano. Dal lavoro flessibile allo smart working», organizzato dal Punto Input di Bologna sul finire del 2021. Negli incontri che si sono succeduti con studiosi di varie discipline, si sono analizzate le trasformazioni del lavoro, in particolar modo le dinamiche di precarizzazione e flessibilizzazione e i processi di automazione e di macchinizzazione delle nuove forme di organizzazione del lavoro. Crediamo che la pubblicazione di questo intervento e degli altri interventi possa essere utile per analizzare e contestualizzare i cambiamenti del lavoro a cui stiamo assistendo da anni. Ringraziamo il Punto Input di Bologna per averci concesso la possibilità di pubblicare questi preziosi interventi.
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Mi interessa, più che entrare nel merito specifico o nella genealogia di quello che per velocità chiamiamo smart working e che nell’esperienza di questi due anni sarebbe più corretto definire lavoro in remoto, soffermarmi sui rapporti tra «digitalizzazione» e lavoro, entrando nel merito di quella espressione un po’ criptica che è industrializzazione del quotidiano e dunque collocando la remotizzazione del lavoro in questo frame. A maggior ragione se pensiamo che non tutto il lavoro per cui è tecnicamente possibile sarà remotizzato (si vedano i ruvidi appelli al ritorno in ufficio di Elon Musk o la preferenza generalmente accordata dai manager HR verso il full-time in sede, almeno per i professional e le figure «core»), mentre larga parte del lavoro che non richiede la compresenza di partner cooperanti o dell’erogatore e del beneficiario della prestazione (ossia, la parte crescente) sarà distanziato, sia che il termine indichi il lavorare da casa o in sedi remote, sia che si vada in ufficio. Distanziato, dunque intermediato da dispositivi digitali.

1. Una comunità che arriva dall’oscurità della storia
Kalasha (o Kalash) è una comunità che arriva dall’oscurità della storia umana. Da secoli vive sulle pendici dell’Hindikush, ai confini tra Pakistan e Afghanistan. Vive nelle valli che le sue genti, secondo immemore tradizione, chiamano “Il Tetto del Mondo”. Sotto il profilo politico-amministrativo, la comunità fa parte del multietnico Pakistan a dominanza musulmana, di cui costituisce la comunità più piccola (circa 5 mila persone) e una minoranza religiosa che continua a seguire un culto “pagano”, politeista. I suoi abitanti sono geneticamente ritenuti euro-asiatici, e forse con geni europei; hanno in prevalenza una carnagione rosea, capelli biondi e occhi chiari, non di rado azzurri; si ritengono discendenti dei soldati di Alessandro Magno, che ebbe a governare quelle terre con le sue milizie. Nel corso del tempo la comunità ha abbandonato i territori più bassi, sempre più islamizzati, e si è ritirata in tre remote valli di alta montagna, nel distretto di Chitral. Questo, tuttavia, non le ha permesso di restare al riparo dagli aspri conflitti armati che hanno via via pervaso l’Afghanistan e lo stesso Pakistan, dato che l’area – proprio perché impervia – è diventata luogo di guerriglia e di manovre militari di portata strategica in un confine caldo della conflittualità internazionale
Con ogni probabilità, gli attuali Kalasha rappresentano l’ultima discendenza di una popolazione antichissima ora in via di estinzione. La loro è un’economia di sussistenza, basata sulla coltivazione del grano e della vite e sull’allevamento di ovini e bovini.
C’e un tema molto importante (quello della torsione autoritaria dei regimi politici nelle crisi di sistema) che attraversa la ricerca di Losurdo e costituisce un nucleo analitico rilevante del suo studio: dal libro della Bollati Boringhieri, Democrazia o bonapartismo, ritorna anche nell’opera postuma su La questione comunista, soprattutto nel capitolo riguardante il neopopulismo.
Nel libro su Democrazia o bonapartismo il merito di Losurdo è quello di intrecciare la storiografia filosofica delle idee con l’analisi delle dinamiche politiche istituzionali. In particolare, Losurdo raccoglie il nucleo analitico più profondo del 18 brumaio di Marx e ne assume le categorie essenziali come fondamento possibile di un’interpretazione dei momenti critici delle democrazie occidentali. L’assunto che Losurdo sviluppa è che il bonapartismo e il populismo costituiscano fenomeni ricorrenti strutturali. Rappresentano cioè l’ombra delle democrazie di massa nelle giunture problematiche.
Il bonapartismo emerge nell’analisi di Marx proprio a ridosso della grande crisi di modernizzazione degli istituti politici francesi che introdussero il suffragio universale maschile. Il bonapartismo e il populismo, in questo senso, sono fenomeni che riguardano la difficoltà che i ceti politici e sociali dominanti incontrano nel gestire con le risorse procedurali dell’ordinamento i grandi conflitti della modernità. In tal senso il cesarismo con la personalizzazione del potere indica l’ombra che accompagna la democrazia moderna.
Il Lenin di Guido Carpi, una biografia in due volumi, è un contributo utile e stimolante per pensare al marxismo e alla politica rivoluzionaria del XX secolo per formulare una guida per l’azione oggi
Per i militanti, la biografia di un rivoluzionario del passato, si sa, è sempre prima di tutto un manuale. In queste biografie, l’approccio militante consiste, di solito, nel cercare di scovare delle indicazioni e dei modelli, per trasformare il racconto in precedente e per porsi lungo lo stesso tracciato storico percorso dal protagonista. Fare proprio un fatto storico, però, è possibile e doveroso, anche e soprattutto se lo si fa con lo scopo di darsi una guida per l’azione. Esisto-no, infatti, delle biografie che già di per sé sono concepite come manuali per la militanza. È questo, senza dubbio, il caso della biografia di Vladimir Il’ič Lenin scritta da Guido Carpi, intitolata Lenin, e uscita in due volumi (il primo nell’ottobre 2020, il secondo l’ottobre scorso) per Stilo Editore.
Si tratta di una pubblicazione che, pur collocandosi lungo un filone che sembrava ormai esaurito (si pensi alle opere di Gorkij (1927), Trotsky (1936) e Lih (2010), per citarne solo alcuni), presenta notevoli e numerosi elementi di originalità. Fra questi, spiccano sicuramente l’impostazione dell’opera e l’uso delle fonti. Quella di Carpi, infatti, non è la classica biografia da vertici di partito, basata esclusivamente su fonti ufficiali, dove il profilo del protagonista e quello dell’istituzione di cui egli fa parte faticano a distinguersi. Stavolta, la linfa da cui prende vita il racconto è la corrispondenza fra il rivoluzionario russo e i militanti di base del partito. Attraverso un ampio catalogo di frammenti epistolari, firmati quasi sempre da nomi che non hanno avuto la fortuna di essere consegnati alla storia, il lettore si scontra direttamente con la realtà dell’organizzazione politica nei suoi aspetti più crudi e pratici.
Linee imperialiste e antimperialiste al G20 dei ministri degli Esteri, a Bali, in Indonesia
Al G20 dei ministri degli Esteri, a Bali, in Indonesia, la crisi alimentare e le tensioni sull’energia nel contesto del conflitto in Ucraina sono state al centro dell’agenda. L’edizione 2022 del rapporto delle Nazioni Unite, “Lo stato della sicurezza alimentare e della nutrizione nel mondo” dice che il numero delle persone che soffrono la fame a livello mondiale è salito a ben 828 milioni nel 2021, ossia circa 46 milioni in più dal 2020 e 150 milioni in più dallo scoppio della pandemia di COVID-19, arrivando a colpire fino al 9,8% della popolazione mondiale. Cifre che allontanano ulteriormente la “prospettiva di sconfiggere, entro il 2030, la fame, l’insicurezza alimentare e ogni forma di malnutrizione”.
Nel 2021, circa 2,3 miliardi di persone (29,3%) in tutto il mondo erano in una situazione di insicurezza alimentare moderata o grave – 350 milioni in più rispetto a prima dello scoppio della pandemia da COVID-19. Quasi 924 milioni (11,7% della popolazione mondiale) hanno sofferto di insicurezza alimentare grave, con un aumento di 207 milioni in due anni. Anche il divario di genere nell’insicurezza alimentare è ulteriormente aumentato nel 2021. In tutto il mondo, il 31,9% delle donne ha sofferto di insicurezza alimentare moderata o grave, rispetto al 27,6 % degli uomini: un divario di oltre 4 punti percentuali, rispetto ai 3 del 2020.
Intanto, il conflitto in Ucraina, che coinvolge due dei maggiori produttori mondiali di cereali di base, semi oleaginosi e fertilizzanti, sta mettendo in difficoltà le catene di approvvigionamento internazionali – che già risentono pesantemente di eventi climatici estremi sempre più frequenti, specialmente nei paesi a basso reddito – e sta facendo salire i prezzi di cereali, fertilizzanti, energia e anche degli alimenti terapeutici pronti all’uso per bambini affetti da grave malnutrizione. Incombono, dice il rapporto, conseguenze drammatiche per la nutrizione e la sicurezza alimentare mondiali.
Con il secondo volume su Lenin, con il sottotitolo Verso la Rivoluzione d’Ottobre (1905-1917), Guido Carpi completa una delle più importanti biografie in circolazione del dirigente bolscevico. In questo articolo Gigi Roggero dialoga con un’opera pensata come unitaria. E unitario è il percorso di Lenin, a patto però che per unitarietà non si intenda omogeneità o linearità. La misteriosa curva della sua retta, di cui ci hanno parlato prima Babel’ e poi Tronti, è ancora lì a interrogarci.
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È fin troppo scontato, di fronte al sequel di un film, o al protrarsi delle stagioni di una serie televisiva, sostenere che il primo episodio fosse decisamente migliore. Ciò non vale necessariamente per i libri, o almeno non vale per questo libro, il Lenin di Guido Carpi (Stilo editrice, 2020-21), di certo una delle più importanti biografie in circolazione del dirigente bolscevico. Non ripetiamo quanto già abbiamo scritto nella recensione del primo volume [1]: la continuazione conferma i meriti e le caratteristiche della lettura leniniana offerta da Carpi. Del resto, i due volumi sono pensati come un’opera unitaria. Si potrebbe dire che unitario è il percorso di Lenin, a patto però che per unitarietà non si intenda omogeneità o linearità. La misteriosa curva della sua retta, di cui ci hanno parlato prima Babel’ e poi Tronti, è ancora lì a interrogarci.
Al diavolo le cambiali della borghesia!
Come già per il primo volume – La formazione di un rivoluzionario (1870-1904) –, anche per il secondo il sottotitolo delimita i confini temporali e tematici dell’analisi: Verso la Rivoluzione d’Ottobre (1905-1917).
Ugo Mattei è giurista, ricercatore e docente universitario sia in Italia che in America. Questa possibilità di conoscere da vicino e dall’interno la cultura statunitense, di cui siamo in qualche modo una colonia, gli conferisce una lucidità ed uno sguardo che oltrepassa la bolla spazio-temporale e autoreferenziale in cui da anni è relegato il dibattito politico italiano.
In un momento di grande incertezza e di incomprensione del presente, il suo libro “Il diritto di essere contro” ci offre la bussola per orientarci.
Tutti capiamo che la nostra Costituzione è stata calpestata, messa da parte e neutralizzarla. Ma come? Dove? Quando? E a che scopo?
Mattei fa un lavoro enorme sia sul piano giuridico che storico, per spiegare e ricostruire nei particolari il ribaltamento delle Costituzioni liberal-democratiche nel nuovo dispotismo occidentale.
Il suo ultimo libro potrebbe intitolarsi “La dialettica del liberalismo”. Mi ha colpito nell’impostazione del discorso proprio la struttura dialettica per cui una premessa si ribalta nel suo contrario. È la stessa struttura del libro di Horkheimer Adorno “La dialettica dell’illuminismo”. L’illuminismo, che è la glorificazione della razionalità, si ribalta, nel corso del tempo, nel suo opposto: l’assoluta irrazionalità del nazismo. La stessa cosa accade alle costituzioni liberal-democratiche moderne. Il liberalismo nasce per essere la glorificazione della libertà politica e si ribalta, nel corso del tempo, in dispotismo. Le limitazioni della libertà di espressione e di opposizione al sistema che soffriamo oggi hanno la propria matrice nel sistema liberale stesso.
Come si spiega tutto ciò? Mattei vede le origini del momento attuale nell’11 settembre. È a partire dal Patrioct Act che le libertà individuali della tradizione liberale vengono sacrificate sull’altare di un unico bene imposto dalla propaganda: la sicurezza.

Riceviamo e pubblichiamo volentieri questo documento critico sulle modalità in cui è stata gestita la crisi sanitaria legata al Covid-19. All’insegna del pluralismo informativo e del dissenso informato
Prime firme:
Sara Gandini (epidemiologa biostatistica), Mariano Bizzarri (oncologo e saggista), Emilio Mordini (medico psicoanalista e filosofo), Fabrizio Tuveri (medico), Maurizio Rainisio (matematico statistico), Marilena Falcone (ingegnere biomedico), Maria Luisa Iannuzzo (medico legale), Elena Flati (biologa nutrizionista e farmacista), Clementina Sasso (astrofisica), Ugo Bardi (chimico) .
Sottoscritto da:
Massimo Cacciari e la Commissione Dubbio e Precauzione, Elena Dragagna (giurista), Gilda Ripamonti (giurista), Maria Sabina Sabatino (storica dell’arte), Guglielmo Gentile (giornalista), Remo Bassini (giornalista), Luciana Apicella (giornalista), Francesca Capelli (sociologa e insegnante), Ludovica Notarbartolo (libraia), Thomas Fazi (Giornalista e saggista), Francesca Gasparini (Studiosa di performance e docente di musica).
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In base alle conoscenze disponibili all’inizio della pandemia era difficile capire quali scelte sarebbero state più efficaci. Oggi si possono valutare tali scelte, e individuare quelle sbagliate. Vinayak Prasad, ematologo-oncologo e professore associato di Epidemiologia e Biostatistica presso l’Università della California, ha stilato recentemente un elenco degli errori commessi durante la pandemia. Noi abbiamo preso spunto dallo stesso e questo è il nostro punto di vista anche rispetto all’Italia partendo dalle evidenze scientifiche attuali:
I fondamenti dell'impianto teorico globale
La teoria critica della Scuola di Francoforte è stata, insieme alla teoria francese, uno dei prodotti più caldi dell'industria teorica globale. Insieme, esse fungono da fonte comune per molte delle forme di critica teorica di tendenza che attualmente dominano il mercato accademico del mondo capitalista, dalla teoria postcoloniale e decoloniale alla teoria queer, all'afro-pessimismo e oltre. L'orientamento politico della Scuola di Francoforte ha quindi avuto un effetto fondante sull'intellighenzia occidentale globalizzata.
I luminari della prima generazione dell'Istituto per la Ricerca Sociale - in particolare Theodor Adorno e Max Horkheimer, che saranno al centro di questo saggio - sono figure di spicco di quello che viene definito marxismo occidentale o culturale. Per coloro che hanno familiarità con il riorientamento di Jürgen Habermas dal materialismo storico nella seconda e poi nella terza generazione della Scuola di Francoforte, questo primo lavoro rappresenta spesso una vera e propria età dell'oro della teoria critica, quando essa era ancora - anche se forse passiva o pessimista - dedicata in qualche modo alla politica radicale. Se c'è un fondo di verità in questo assunto, è solo nella misura in cui la prima Scuola di Francoforte viene paragonata alle generazioni successive che hanno rifatto della teoria critica un'ideologia radicalmente liberale, o anche solo palesemente liberale. [1] Tuttavia, questo punto di paragone pone l'asticella troppo in basso, come accade ogni volta che si riduce la politica alla politica accademica. Dopo tutto, la prima generazione della Scuola di Francoforte ha vissuto alcuni degli scontri più catastrofici della lotta di classe globale del XX secolo, quando si combatteva una vera e propria guerra mondiale intellettuale sul significato e sul senso del comunismo.
Primo Levi conclude la sua splendida trilogia sul sistema concentrazionario con alcune semplici e definitive parole, prive di retorica quanto gravide di verità: “E’ avvenuto, quindi può accadere di nuovo: questo è il nocciolo di quanto abbiamo da dire”.1 L’Autore si riferisce in particolare al fatto, fino a quel momento incredibile, di un intero popolo civile che ai accoda a un istrione criminale. Tuttavia non è una forzatura intendere il senso delle sue parole in modo più ampio. “L’avvenimento fondamentale e inaspettato è avvenuto, fondamentale appunto perché inaspettato”. E il pensiero, in questi tempi, non può evitare di correre ad un altro avvenimento “fondamentale”: lo scoppio della bomba atomica a Hiroshima e a Nagasaki. Se i paragoni, storicamente del tutto discutibili ma capaci di suscitare emotività, fra Putin ed altri dittatori del secolo scorso e ancora più in là, si sprecano per quantità sui mass media, la riflessione e l’avvertimento sul pericolo di una guerra nucleare è invece ancora sottotraccia, e quando viene evocato è per sottolinearne l’estrema improbabilità o addirittura la impossibilità del suo concreto verificarsi. Eppure “é accaduto, quindi può accadere di nuovo”.
La cultura del Manifesto di Ventotene
La percezione di questo pericolo era sicuramente più viva negli anni cinquanta e nei primi anni sessanta che non al tempo d’oggi. La cultura del Manifesto di Ventotene aveva diffuso e lasciato i suoi fruttiferi semi, almeno per allora, ben al di là dell’alveo culturale in cui era nata.
1. L’assurdo
In un intervento precedente [1] ho osservato come sia paradossale la situazione dell’umanità contemporanea, posta di fronte al cambiamento climatico, e più in generale alla devastazione ambientale indotta dalla società attuale: da una parte si accumulano le conoscenze scientifiche che delineano un quadro di grande pericolo e grande urgenza, mentre le prime avvisaglie della crisi climatica in corso stanno concretamente interferendo con la vita di varie comunità sparse nel pianeta [2]; dall’altra, la società globalizzata contemporanea non sta in sostanza facendo nulla di essenziale per affrontare la crisi climatica e le altre problematiche ambientali. Dicendo “nulla di essenziale” intendo dire che le iniziative che si tenta di porre in essere, a livello sia degli individui sia delle comunità e delle istituzioni, per quanto lodevoli e necessarie, non appaiono tuttavia sufficienti rispetto alla gravità dei processi in atto. Il problema sta infatti nella struttura fondamentale della nostra organizzazione economico-produttiva, nei rapporti sociali ed economici che la strutturano e che possiamo riassumere come “capitalismo”. Senza toccare questi dati strutturali non è possibile un’azione realmente efficace di contrasto e contenimento della crisi climatica. Ciò che colpisce è il fatto che l’umanità contemporanea sembra ignorare questa “scomoda verità”, e quindi appare nella sostanza indifferente rispetto alla crisi climatica, nonostante le oscillazioni di maggiore o minore interesse che si possono avere negli anni. Questa indifferenza appare con molta evidenza nei ceti dirigenti dell’attuale società globalizzata, perché ovviamente sono loro ad avere il potere e i mezzi per “fare qualcosa”, ed è l’assenza del loro “fare” la principale responsabile della situazione in cui ci troviamo, e del cupo futuro che ci si prepara.
Le persone sembrano comprendere il concetto astratto di “illimitatezza”, ma è più difficile comprendere che il concetto non può e non dovrebbe essere applicato al concetto di crescita. Anche i socialisti devono liberarsi dell’idea che la quantità possa aumentare, quando conta solo la qualità
Importanti (eco)socialisti hanno di recente criticato il concetto di decrescita. In questo articolo vogliamo argomentare che tale critica è malriposta. Il concetto di crescita è un problema che va oltre e che è al di sopra del capitalismo. Un eco-socialismo che sia sostenibile dovrebbe rigettare ogni forma di associazione all’ideologia e alla terminologia della crescita. I socialisti del 21° secolo dovrebbero iniziare a pensare a come sia possibile pianificare delle società che possano prosperare senza la crescita. Che piaccia o meno, la crescita infatti è destinata a finire. La questione riguarda il come e in quale modo questo debba succedere, a breve o troppo tardi, per evitare disastri a livello planetario.
Ogni forma di crescita senza fine è insostenibile a livello ecologico
La tipica risposta socialista alla questione della decrescita è che il problema, in realtà, è il capitalismo, e la crescita nel capitalismo, non la crescita economica di per sé. Ma questo è il punto: nessuna crescita economica può essere sostenibile. Per ciò, un incremento degli standard materiali di vita richiede più materiali, indipendentemente dal fatto che l’economia in questione sia il capitalismo, il socialismo, l’anarchia o un’economia primitiva. La crescita negli standard di vita materiale richiede la crescita dell’estrazione di materiali e l’emissione di inquinanti (la crescita negli standard di vita in generale non richiede invece questo; ne discuteremo più avanti). Ne risulta che ora – e molto probabilmente anche in futuro – la crescita economica è fortemente correlata con l’uso di energia e di materiali. Questo fatto poi va considerato a livello globale in quanto è l’unico modo per avere un quadro completo in un’economia globalizzata.
1. Corpo a corpo
Non ho nulla da aggiungere alla nitida introduzione di Giorgio Grimaldi all’inedito La questione comunista. Storia e futuro di una idea (Carocci, 2021) e alla lucida recensione di Francesco Fistetti dello scorso 14 gennaio su “Il Quotidiano di Puglia”. Condivido senz’altro la notazione che qui Losurdo continua ad osservare il marxismo negli elementi che in esso confluiscono e in ciò che è ancora capace di produrre.
Siamo, insomma, di fronte, ad un uno “scritto d’occasione” (la ricorrenza dei cento anni dalla rivoluzione di ottobre), ma tutt’altro che “occasionale”. Mimmo prosegue, anche in questa occasione, il suo appassionato corpo a corpo con le ripetute rimozioni del conflitto delle libertà perpetrate tanto dal liberalismo reale – le concrete e storiche società liberali – quanto dal socialismo irenico, il “comunismo utopico e messianico”. E rivendica, per contro, la persistente attualità della filosofia classica tedesca e di una tradizione del movimento comunista – la linea Gramsci-Togliatti – che coloro che hanno metabolizzato l’opera losurdiana conoscono assai meglio di me.
Si tratta, osserva Grimaldi, della questione del potere – questione altamente teorica e altamente pratica – che completa e beneficamente complica il quadro inaugurato con lo spiazzante Il marxismo occidentale, dall’eloquente sottotitolo Come nacque, come morì, come può rinascere1.
Lo specifico effetto spiazzante di questo secondo lato del “dittico” losurdiano è l’affermazione che il movimento comunista deve autocriticamente prendere atto dello straordinario valore di certe acquisizioni del liberalismo.
1. Con l’accumulazione del profitto realizzato in moneta viene messa in gioco la sorte del pianeta Marx. Ma come procedere per comprenderlo? Vale pur sempre la regola esposta dal suo primo “mappatore” per cui, davanti ad un fenomeno complesso, «si deve sempre partire dal presupposto che le condizioni reali corrispondano al loro concetto o, ciò che significa la stessa cosa, che le condizioni reali vengano esposte solo in quanto coincidano con il tipo generale ad esse corrispondenti» – insomma che il concetto sia adeguato all’oggetto secondo la sua necessità logica, mentre le altre condizioni, che sul momento sono state trascurate, potranno poi esservi aggiunte. Ciò vale soprattutto per l’argomento conclusivo da considerare, e cioè che il pianeta Marx, a differenza di ogni altro corpo celeste, ad ogni rotazione cresce di dimensione per l’accumulazione del profitto indirizzandosi verso un esito finale, una sorte o un destino che si possono almeno congetturare. Si sa che Marx ne aveva previsto la fine per la “caduta tendenziale” del saggio generale del profitto: essendo «il vero limite della produzione capitalistica il capitale stesso», esso entra «in conflitto con i metodi di produzione a cui deve ricorrere per raggiungere il suo scopo e che perseguono l’accrescimento illimitato della produzione, la produzione come fine a se stessa, lo sviluppo incondizionato delle forze produttive sociali del lavoro», cosicché «il modo di produzione capitalistico, che è un mezzo storico per lo sviluppo della forza produttiva materiale e la creazione di un corrispondente mercato mondiale, è al tempo stesso la contraddizione costante tra questo suo compito storico e i rapporti di produzione sociali che gli corrispondono».
Il testo di Michael Hudson è la trascrizione del suo intervento al simposio Costruire ponti. Attorno al lavoro di David Graeber, che si è svolto a Lione in Francia nei giorni 7-8-9 di questo mese, organizzato del Laboratorio Triangle. Di seguito una breve presentazione degli obiettivi del simposio.
David Graeber, Professore di Antropologia alla London School of Economics, scomparso improvvisamente il 2 settembre 2020, durante la sua breve esistenza ha segnato il suo passaggio attraverso la sua creatività scientifica e i suoi contributi originali ai grandi dibattiti pubblici.
Avendo contribuito a un’antropologia che può essere definita politica, dimostrando che la diversità delle organizzazioni sociali rivelata dalle indagini etnografiche apre l’idea di una pluralità di possibilità e quindi la prospettiva di una società più egualitaria e democratica, è diventato una importante figura intellettuale della sinistra libertaria.
Il suo lavoro, associato al suo coinvolgimento nei movimenti politici di protesta transnazionali, sono la fonte della sua forte visibilità pubblica. Ma le sue opere più accademiche costituiscono anche importanti contributi alle scienze sociali: l’etnografia del Madagascar, l’antropologia della magia, la natura della regalità, la conoscenza delle società preistoriche, tra gli altri. Sono spesso attraversati anche da riflessioni filosofiche ed epistemologiche della storia delle idee nelle scienze sociali, come illustrato dai suoi testi sulle concezioni del valore.
Il suo intervento anche nell’ambito degli effetti della crisi finanziaria degli anni 2008 con la pubblicazione nel 2011 del suo libro Debt, The first 5000 Years, ha messo in discussione drasticamente i dogmi delle istituzioni monetarie ed economiche alla luce della profondità storica e antropologica delle pratiche monetarie, un’opera che avrà ripercussioni a livello mondiale.
Alberto Bradanini, ex-diplomatico, scrittore e attuale Presidente del Centro Studi sulla Cina Contemporanea risponde a diverse domande che riguardano la Cina e la sua posizione su ciò che sta succedendo nello scenario geopolitico globale
Alberto Bradanini è un ex-diplomatico, tra i numerosi incarichi ricoperti, è stato Console Generale d’Italia ad Hong Kong (1996-1998) e Ambasciatore d’Italia a Pechino (2013-2015). Attualmente è il Presidente del Centro Studi sulla Cina Contemporanea, ed ha risposto a diversi quesiti che riguardano la posizione della Cina di ieri, oggi e domani. Alberto Bradanini grazie alla sua esperienza di rappresentante d’Italia ad Hong Kong e Pechino ha assistito in prima persona ai cambiamenti politici, economici e sociali che hanno da sempre contraddistinto la Cina (leggi tutti gli articoli sulla Cina.)
Tale esperienza si denota chiaramente all’interno delle descrizioni del contesto cinese che sono presenti all’interno della sua opera intitolata “Cina, l’irresistibile ascesa” pubblicato da Sandro Teti. Tale libro rappresenta uno strumento essenziale per comprendere la politica ed economia della Cina contemporanea, ed anche il modo di pensare dei suoi abitanti. Utile per tutti coloro che si avvicinano alla Cina per curiosità intellettuale, ma anche per chi vi si reca per affari, studio o turismo culturale.
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Nella sua brillante carriera ha ricoperto il ruolo di Console generale d’Italia ad Hong Kong dal 1996 al 1998, trovandosi così nel momento in cui l’ex colonia britannica è tornata alla Cina come regione a statuto speciale. Può descrivere la sua esperienza ad Hong Kong e lo stato d’animo dei suoi cittadini nel passaggio di amministrazione? Come è cambiata Hong Kong da ieri ad oggi e come sarà domani?
So che la situazione è tragica per la sinistra in Italia e questo porta una parte dei militanti ad aggrapparsi a qualsiasi cosa per avere una speranza di riguadagnare posizioni. Una parte di loro attende la soluzione dall’estero. Negli anni ho visto tante mode passare (e a volte ritornare più volte): senza grosse analisi né tentativi di comprendere la situazione italiana, ho sentito di volta in volta le parole d’ordine “facciamo come Izquierda Unida”, “facciamo la Linke italiana”, “facciamo come Podemos”, “ci vuole Syriza anche da noi!” e tante altre varianti che ho dimenticato.
La concretizzazione più significativa è stata nel 2014, quando si creò in Italia una lista elettorale che conteneva il nome del segretario di un partito estero. L’altra Europa con Tsipras è forse l’esempio paradigmatico di questa tendenza a trovare l’escamotage elettorale che permetta di ritrovare una rappresentanza istituzionale, che avrebbe (nella loro idea) la conseguenza di aprire una breccia nel sistema comunicativo e con essa ricostruire una presenza stabile della sinistra in Italia. Inoltre si avrebbe accesso ai magri fondi pubblici.
La vacuità di questo punto di vista, determinato da una comprensibile disperazione, è determinato dal fatto che esso non è “democratico”. L’assenza della sinistra dalla società italiana, dai suoi conflitti, dalle sue associazioni, dai sindacati, dalle scuole e dalle università, determina una logica e democratica conseguenza dell’assenza dalle istituzioni. Peraltro va sottolineato che le istituzioni dovrebbero essere viste come un mezzo per raggiungere gli obiettivi e non un obiettivo in sé. In tutto questo non vengono osservate invece le esperienze continentali in cui la sinistra è riuscita a costruire una solida base sociale che l’ha portata anche ad ottenere posti istituzionali (come il Ptb in Belgio), ma solo dopo un paio di decenni di oscuro e duro lavoro sociale.
Un tetto al prezzo del gas e del petrolio russo non è possibile, all’interno della visione liberista, se non mediante gli aiuti di Stato, almeno che non si voglia percorrere la strada avventurista che potrebbe condurre all’embargo di queste materie prime
Nell’ultimo vertice G7 di Elmau, in Germania, Draghi ha spinto nuovamente per mettere un tetto massimo al prezzo del petrolio e del gas, ma solo a quello russo. In questo modo il nostro stratega vuole colpire economicamente il paese eurasiatico, classificato all’ultimo incontro della NATO di Madrid come “nemico”, ma dall’altra vuole ridurre l’inflazione che sta colpendo sempre più pesantemente l’Italia. Draghi è molto esplicito sopra gli effetti della propria proposta dichiarando nella conferenza stampa finale del meeting: “Tutti i leader concordano sulla necessità di limitare i nostri finanziamenti alla Russia di Putin, ma allo stesso tempo occorre rimuovere la causa principale di questa inflazione. Abbiamo dato ai nostri ministri il mandato di lavorare «con urgenza» su come applicare un tetto al prezzo del gas e del petrolio, ma la Commissione Europea ha detto anche che accelererà il suo lavoro sul tetto al prezzo del gas, una decisione che l’Italia accoglie con favore”. L’Italia con questa proposta, avanzata da tempo, si pone tra i falchi nel conflitto economico con la Russia. Questo fatto avrà un peso quando si verificheranno le ritorsioni russe o si proverà ad accreditarsi come improvvisati mediatori per la risoluzione del conflitto.
La risposta russa non si è fatta attendere: il portavoce Peskov del Cremlino ha infatti dichiarato che un eventuale tetto sul prezzo del gas dovrebbe essere discusso con Gazprom. In sostanza non è l’UE a poter fissare il prezzo del gas russo, modificando in modo unilaterale i contratti che sono indicizzati, come per i contratti “take or pay”[1] di fornitura pluriennale, all’andamento del costo del petrolio Brent.

1. Testimonianza
Anzitutto, la vera testimonianza va distinta da quella dei “falsi profeti” di cui il mondo è pieno fin dall’alba dei secoli. Quante ideologie sono nate nella storia umana? Non è possibile enumerarle ma soltanto evocarle, in maniera generica, nella loro carica di menzogna.
Eppure, non esistono molti elementi, né particolarmente sicuri, per distinguere il vero testimone. Indubbiamente, l’aver fatto esperienza di ciò di cui si testimonia è un dato imprescindibile per esser credibili. Un altro criterio su cui è possibile fare un minimo di affidamento è il fatto che il testimone autentico non pretende di identificarsi con ciò che testimonia. La testimonianza di un evento è comunque un’altra cosa rispetto all’evento stesso, e chi pretendesse di incarnarlo in toto, cadrebbe ipso facto nel ruolo dell’ideologo. In altre parole, è peculiare alla testimonianza che la conoscenza testimoniale non risieda propriamente in noi, ma in qualcun altro. L’Altro a cui ci si richiama, testimoniando, evoca un’esperienza ritenuta degna di essere - appunto - testimoniata.
La testimonianza dell’esistenza - pertanto - è un’azione mondana che può essere intesa sia in senso soggettivo sia oggettivo. Se la intendiamo nel primo senso, mettiamo l’accento sul portatore della testimonianza – il testimone appunto -, se invece la intendiamo in senso oggettivo, l’accento cade sull’esistenza e allora la testimonianza si mostrerà strumento attraverso cui l’esistenza stessa, e la sua specifica ontologia, si dispiega nel mondo, diventando evento d’una realtà che inesorabilmente trascende la soggettività testimoniale.
Peter Hopkirk, Servizi segreti a oriente di Costantinopoli, Edizioni Settecolori, Milano 2022, pp. 566, 32 euro
Arriva in libreria l’unica opera fino ad ora non ancora tradotta in italiano dello storico e giornalista inglese Peter Hopkirk (1930-2014) e dedicata, come tutte le sue precedentemente pubblicate da Adelphi, Mimesis e la stessa Settecolori, al Grande gioco, ovvero al confronto tra grandi potenze e imperi per il controllo dei territori ad oriente della Turchia fino all’Asia Centrale e all’India, vero cuore pulsante dell’impero inglese fino alla seconda guerra mondiale.
Hopkirk, che ha sempre affermato di aver iniziato a scrivere sul Grande gioco a partire dalla lettura di Kim, il capolavoro letterario-avventuroso di Rudyard Kipling, ancora una volta non smentisce la sua abilità nel trattare la materia in esame sia dal punto di vista documentario che da quello letterario, dando vita ad una narrazione in cui storia politico-militare e avventura si fondono in pagine che sicuramente non permettono al lettore di separarsi facilmente dalle stesse.
In questo caso si tratta di analizzare e raccontare lo sforzo che la Germania guglielmina, sul fare e nel corso della Prima Guerra Mondiale, mise in atto per poter scalzare, con l’aiuto dell’allora ancor parzialmente vivo impero ottomano e il richiamo all’islamismo più intransigente, la presenza britannica dai territori del Vicino Oriente, andando però ben oltre i confini e i territori compresi nello stesso.
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